13 min read

«Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano.» (A. Moravia; “Ho visto morire il Sud”)

Ore 19:34 del 23 novembre del 1980: la terra decide di squassare una regione. Portandosi dietro quasi tremila vite e diecimila feriti, oltre alla cancellazione improvvisa dei segni secolari di una civiltà. Siamo ad Avellino e si consuma la tragedia epocale del terremoto dell’Irpinia. Una cesura autentica, al pari delle stragi italiane seminate lungo il decennio degli anni di piombo. Ma è pure l’humus storico che fa da cornice ad un’avventura calcistica ricca di gioia, imprevedibilità e corse alla bandierina al ritmo di samba.

È l’epopea di Juary con la maglia bianco-verde. E di una ricostruzione psicologica per mano di uno sconosciuto attaccante di Rio de Janeiro. A differenza delle guerre o delle grandi malattie, il sisma è legato all’esatto momento del dramma: cristallizza nello scorrere della lancetta dei secondi il concetto di catastrofe. Juary in quel momento è in città, sotto la doccia del suo appartamento al secondo piano e appena avverte un boato fragoroso scappa fuori nudo, pensando all’esplosione di una bomba. Come già gli era capitato in Brasile anni prima per tutt’altre ragioni.

E invece trova davanti a sé una città che è mutata in nidi di vespe sfondati. Insieme alle urla della gente di Avellino, che disperatamente cerca un appiglio ad un dramma della durata di 80 secondi. Quello scenario è la verità brutale di Moravia: quella che ristabilisce il rapporto fra persona e realtà circostante. Lo è anche per quel calciatore dal sorriso languido, che insegue una consacrazione a colpi di scatti e gol. E sarà proprio dall’esperienza di quell’infinito minuto di tragedia che Juary diventerà, ancor di più, un avellinese a tutti gli effetti.

Insomma, il bilancio sociale è apocalittico e i soccorsi tardano ad arrivare lasciando un intero popolo nelle condizioni di arrangiarsi da solo. Una miscela mefistofelica di sottovalutazione, de-responsabilizzazione diffusa e disinteresse delle regole di prevenzione compiono un danno ben più profondo della scossa sismica: la totale mancanza di fiducia verso le istituzioni. In questo contesto a metà fra apocalisse biblica e neo-realismo, il pallone continua a rotolare. Perché l’Avellino è in Serie A e sta lottando per una salvezza che pare un miraggio.

Eppure c’è un attaccante svelto, caricato a molla, che fa dell’entusiasmo la sua arma letale in area di rigore. È il brasiliano che balla coi Lupi, a ritmo di samba. È atterrato in Irpinia da pochi mesi in mezzo allo scetticismo generale, ma ha già conquistato tutti. Da Carneade un po’ naif a simbolo del riscatto di un popolo martoriato: è la personalissima parabola di Juary, l’uomo dalle esultanze che trascinano le folle.

«Se mi sento avellinese a tutti gli effetti è perché ho vissuto quel disastro e ho sofferto con la gente del posto.»

E pensare che Jorge, su quel volo da Guadalajara in direzione Avellino, ci è salito ignaro di tutto. Soprattutto della destinazione. Una sorta di blitz dal sapore grottesco, minuziosamente organizzato dal Presidente dell’Universidad de Guadalajara in accordo con il tesoriere del club.

I due, saputo del concreto interesse dell’Avellino di Luis Vinício nei confronti di Juary, mettono su una sceneggiata che serve a coprire il vero scopo del viaggio verso l’Italia: bloccano il brasiliano e lo fanno salire sull’aereo con la scusa di dover vedere da vicino dei calciatori che lo stesso Juary avrebbe dovuto giudicare adatti o meno per l’Universidad.

Non proprio un piano degno del generale Hannibal Smith dell’A-Team; fatto sta che Jorge non può rifiutare e s’imbarca su quel boeing. Una volta in volo, arriva la verità: è già dell’Avellino. Anche se la ricostruzione dello stesso Juary è decisamente più pittoresca e comica:

«Finisce la stagione e sono pronto per andare in vacanza. Mi convoca un dirigente e dice: “Vado in Italia a vedere giocatori, mi devi accompagnare perché te ne intendi”. Mi sembra strano, provo a rifiutare, mi costringono ad accettare. Decolliamo e sull’aereo noto che c’è anche il segretario del club. Boh.

Primo bicchiere di vino e chiedo spiegazioni. Niente. Secondo, terzo, quarto bicchiere e propongo: “Amici, ordiniamo una bottiglia”. Ce la scoliamo e mezzo sbronzo metto alle corde il dirigente: “Ora basta, ditemi dove andiamo?”. Mi prende sotto braccio: “Juary, non puoi scappare e non ci sono paracadute. Andiamo in Italia, ti abbiamo venduto all’Avellino”. E io: Eh? Che cazzo dici? Dove è?».

Insomma, il ragazzino della periferia di Rio viene letteralmente catapultato in Serie A. Presentandosi senza il minimo curriculum per affrontare un campionato di alto livello che ha nuovamente aperto le frontiere. Infatti il suo percorso professionale recita: giovanili in Brasile e un paio di campionati in Messico. Affacciarsi così in Italia, agli albori degli anni ’80, è paragonabile a gettare un neonato in acqua per vedere se riesce a nuotare.

Inoltre, Juary non è certo una presenza che ruba l’occhio. Misura 168 centimetri e pesa poco più di 60 kili, un super-mosca in un campionato dove tattica e preparazione fisica marcavano la linea fra successo e fallimento. L’incontro col presidente Sibilia, infatti, non passa alla storia come la presentazione del colpo esotico che farà sognare la tifoseria irpina. Anzi.

“Sibilia abbassa gli occhiali sul naso, mi scruta da vicino e si volta da Vinício: Ma tu sei proprio sicuro che chisto è un calciatore? Parlottano. Mi osserva ancora: Ma è piccolino, nun ce la pò fa’. Parlottano di nuovo e borbotta a Vinício: Cumpà, e io dovrei spendere 800 dollari pe’ chistu qua? Se non gioca fra 3 mesi, caccio lui e te.”

Il giovane carioca è attorniato da un’aura di scetticismo mista a curiosità quasi morbosa nel vederlo in azione. Soprattutto Antonio Sibilia, il presidentissimo del doppio salto dalla C alla A, è figura pirotecnica ed imprevedibile. È lo stereotipo del presidente di calcio di provincia degli anni ’80: imprenditore edile chiacchierato, d’estrazione popolana, dalla parlata dialettale spesso ricca di strafalcioni linguistici, ha un personalissimo rapporto con tutto ciò che gravita intorno al Partenio.

Prende i calciatori a schiaffi – in particolare il fantasista Vignola, che poi manderà alla Juve – sostituisce allenatori con la facilità con cui fuma le sue sigarette, si fa trovare in sede con due enormi guardie del corpo sempre al suo fianco, catechizza i suoi giocatori. Fa e disfa. È l’uomo del celebre “io può”, il padre-padrone del calcio irpino; imprenditore ricchissimo, partito come manovale: emblema del miracolo italiano di provincia.

Uomo di enorme generosità e d’intuito fino, ma al tempo stesso affarista con frequentazioni e conoscenze legate alla Nuova Camorra del boss dei boss Raffaele Cutolo, il Don Raffaè di Fabrizio De André. Quello che “è un galantuomo che tiene sei figli, ha chiesto una casa e ci danno consigli; mentre ‘o assessore che Dio lo perdoni ‘ndrento a ‘e roulotte ci tiene i visoni…”

Sibilia rappresenta, con le sue innumerevoli sfaccettature, quella narrazione popolare di una parte d’Italia del secolo breve: uscito dalle devastazioni della guerra e passato con salti mortali attraverso il periodo della ricostruzione nazionale prima e del boom economico poi. È O’ Commentatò: presenza ingombrante e chiassosa, accentratore ossessivo e sceriffo con tanto di pistola nel suo pezzo di terra. Ma è quello che, prima di tutti, lancia e s’innamora del carioca “piccolino che nun ce la po’ fà”.

Perché Juary intanto ha iniziato a giocare con continuità. Stupisce un intero popolo che vede nella stagione in Serie A l’unico momento di gioia ed evasione da un presente che fa rima con miseria e distruzione.

È il placebo del tifo irpino, di cui diventa beniamino dopo il primo gol messo a segno al Partenio. Segna con una delle sue classiche zampate d’area e subito dopo scatta come elettrizzato verso la bandierina, compiendo tre giri intorno a questa a passo di samba. Un’esultanza che farà storia, che diventerà un cult e che, più di tutto, rivela agli occhi del mondo la spontaneità quasi infantile di Juary.

Ha conquistato il tifo. Anche senza segnare molto, perché il primo anno le reti saranno 6. Il secondo 8. In 34 presenze complessive. Un discreto score ma niente di trascendentale. Eppure Jorge diventa il simbolo dei Lupi in Serie A, quelli che si salvano tre volte di fila compiendo dei miracoli. Soprattutto il primo anno, nella stagione del terremoto, del cambio di stadio e dei 5 pesantissimi punti di penalizzazione che la squadra si trascina dietro come una zavorra insostenibile.

Juary è la dimostrazione pratica che in certi contesti basta la scintilla per accendere il fuoco collettivo dell’entusiasmo. È l’amuleto gioioso di una terra disperata: il trascinatore che gioca ed esulta come un bambino delle favelas e che in quella Avellino martoriata ha trovato il suo centro di gravità permanente, la sua Rio.

Ma il carioca non è un campione, è soltanto un buon giocatore dotato di spunti guizzanti e di uno spiccato senso della porta in fase di contropiede e nei tagli in profondità, quando si tuffa a tutta velocità per incocciare di prima intenzione il pallone. È un istintivo del calcio, adatto a salvezze ed imprese sporadiche.

È in questo contesto che diventa O’ Rey di Avellino. Un santino a cui affidare domeniche di spensieratezza, tanto che arriva pure ad incidere un 45 giri. Un vinile dove canta il singolo “Sarà così”, ovviamente al ritmo di samba brasileira. È da quel disco, forse, che si intuisce tutta la personalità di Juary: festante, esotico ma cosparso di una sottile patina di saudade. Pronto a trascinare tutti dietro alle sue corse elettrizzanti. Con tanto di ballerine di samba a bordo campo.

Insomma, Jorge è sublimato in una pop-star che prende a calci le avversità. Ma la sua corsa è destinata ad abbandonare la Campania. Non prima, però, di un episodio a metà fra scandalo ed ingenuità. Il patròn va a prelevarlo con la sua Mercedes dai vetri oscurati a casa e lui risponde presente, sale in macchina e chiede dove sarebbero diretti. Sibilia gli risponde testualmente: “Non sono cazzi tuoi.”

Una premessa raggelante. Quel giro in auto, scortati dai gorilla del Presidente, finisce al tribunale di Castel Capuano, sede di Napoli, dove proprio in quel momento era in atto l’udienza preliminare del processo alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Don Raffaè è in aula, rinchiuso nella sua gabbia, Sibilia entra e tira dritto.

Va dal boss, lo saluta con tre baci sulle guance e fa porgere – dall’ignaro Juary – un dono speciale per Don Raffaè. È una medaglia d’oro massiccio. Da un lato l’incisione del lupo, simbolo del club, dall’altro la dedica: “A don Raffaele Cutolo, con stima”. Una scena da film di Coppola, o Scorsese.

Il padrino ringrazia, il presidente ricambia il saluto e si allontana col brasiliano. La scena fa immediatamente scalpore e i giornalisti fanno domande; Sibilia, senza alcuna remora, risponde:

“Non c’è niente di strano: Cutolo è un supertifoso dell’Avellino. Il dono della medaglia non è una mia iniziativa, è una decisione adottata da tutto il consiglio di amministrazione.”

La notizia circola e arriva al sostituto procuratore Diego Marmo, che apre un’inchiesta per apologia di reato. Ma chi pagherà dazio a quell’intreccio di servilismo, riconoscenza e giro d’affari malavitoso sarà un’altra persona: Luigi Necco.

È l’inviato della Rai ad Avellino per 90° Minuto e si occupa da anni dei presunti legami grigi fra Sibilia, il suo Avellino e la Nuova Camorra di Cutolo: calcio-scommesse e truffe legate all’assegnazione degli appalti in zona. Ci lascerà le gambe. Un anno dopo, all’uscita del ristorante dove è solito recarsi a cena, viene gambizzato da due killer di Enzo Casillo, luogotenente, smanioso di fama, del super-boss camorrista.

Luigi Necco, inviato Rai

Uno scenario cupo e sanguinario, degno degli efferati mafia-movie hollywoodiani. O de La Piovra, che proprio in quegli anni entra nelle case di milioni di italiani dalle frequenze della Rai. Juary si trova al centro di un cul-de-sac per lui inspiegabile, ignaro del contesto.

Ne esce con la sola cosa che sa fare: giocare a calcio. Rincorrendo salvezze e accendendo il pubblico del Partenio. Dopo una seconda stagione su ottimi livelli, è ormai un calciatore sulla cresta dell’onda. E un fenomenale ritorno dell’investimento per Sibilia.

Finisce così, nell’estate mundiál, all’Inter. Non si ambienterà mai, passando un anno interlocutorio fatto di poche presenze e un magrissimo bottino di due gol. Soffrendo l’ambientamento a Milano, la pressione ed uno spogliatoio spaccato. Trasloca prima all’Ascoli di Rozzi e poi alla Cremonese, ma il copione è sempre lo stesso: non riesce ad esprimersi, lascia flebili segnali del suo calcio euforico ed istintivo. In poco tempo, si perdono le tracce di quei gol felini e la folkloristica samba attorno alla bandierina è uno sbiadito ricordo.

Abbandona l’Italia dopo 5 anni, portandosi dietro un paio di annate entusiasmanti e tre da desaparecido. Ma la parabola di Juary deve ancora compiersi del tutto, c’è un ultimo atto: quello più inaspettato e per questo affascinante.

Nel 1985 si trasferisce ad Oporto – sponda Dragoes – dove torna a parlare la sua lingua, calcistica e non solo. È un comprimario prezioso in una formazione di primo livello in Portogallo. Una squadra che nella stagione 1986/87 incanta l’Europa conquistando la finale della Coppa dei Campioni dopo una lunga cavalcata da outsider.

L’appuntamento con la storia è al Prater di Vienna, di fronte il Porto di Madjer e Futre contro la corazzata del Bayern di Matthaus e Rummenigge che, tanto per cambiare, è arrivato in finale. L’esito pare scontato, la tipica finale da stretta di mano e trofeo in bacheca per i bavaresi. Pure senza troppa fatica.

E invece spuntano prima il Tacco di Allah e poi Juary. I Dragoes sono sotto dopo 25 minuti, ma a 12′ dalla fine arriva l’episodio che fa girare tutto: azione manovrata sulla trequarti, cross dalla destra su taglio in profondità di Juary, che attrae su di sé il centrale difensivo e Jean Marie Pfaff in uscita disperata, poi mette la palla nel mezzo e Madjer scrive la storia col tacco.

L’algerino appoggia in rete con quello che diverrà il Tacco di Allah: gol tanto inusuale quanto geniale. Ma non finisce qua. Perché adesso il Porto ci crede e soltanto due minuti dopo, all’80°, Juary sbuca a tutta velocità in area e incoccia dentro il pallone su un cross morbido di Madjer.

Per un attimo, torna il carioca sgusciante di Avellino e castiga il Bayern con il 2-1 finale, consegnando ai lusitani la loro prima Coppa dei Campioni. Jorge ora è nella leggenda. Stavolta non ha bisogno di ballare la samba intorno alla bandierina: si getta in ginocchio in lacrime, con le braccia rivolte al cielo.

È un’esultanza mistica, liberatoria. Dagli 800 dollari di Sibilia al gol decisivo in finale a Vienna, passando per anni di anonimato e qualche chilo di troppo sul girovita. La parabola adesso è compiuta. Juary, il ragazzo di Rio adottato dall’Irpinia, conclude la carriera nel calcio compassato del suo Brasile.

Tornerà in Italia a più riprese, ovviamente dalle parti del Partenio, per allenare la Berretti. Intraprenderà un pellegrinaggio lungo la penisola che gli porterà poche luci della ribalta addosso, ma che lo riempirà d’orgoglio perché farà ciò che più gli appartiene: allenare i giovani e portare spensieratezza ai ragazzi.

Per chi ritiene, come Juary, che il calcio sia soprattutto un gioco, un atto d’amore istintivo che si rinnova ogni volta che la palla rotola in un qualsiasi campo di periferia, è il coronamento di un obiettivo. Quello di un ragazzo che balla la samba e ride spesso, che corre spinto da un istinto primordiale ed esulta come un debuttante al suo primo gol.