9 min read

“Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto”. (Seneca)

Il calcio, i nostri lettori saranno d’accordo, è soprattutto passione. Prima dei miliardi, delle veline, dei diritti TV, dei social media, della pubblicità e dei programmi sul calciomercato viene infatti lei: la passione per il pallone.

È questa infatti che spinge milioni d’italiani al mercoledì sera ad uscire di casa, magari con la pioggia, per giocare partite che imbarazzerebbero il tandem Fantozzi-Filini. Che fa litigare con gli amici tanto quanto i comuni obiettivi amorosi. Ed è la stessa passione che, in fondo, muove anche i professionisti. E che fa venire voglia di giocare qualsiasi partita che il creato metta in terra. Rigorosamente da titolari.

Perché nessuno ama la panchina, e tutti conosciamo ed abbiamo imparato ad odiare la desolante sensazione che questa comporta. Come un piccolo esilio al fianco della linea laterale. Perché la panchina in fondo incattivisce l’anima, e ti fa pensare cose tipo “io lì avrei fatto tutt’altro al posto suo”, oppure semplicemente “questo è molto peggio di me”.

credits: storiedicalcio.altervista.org

credits: storiedicalcio.altervista.org

È anche vero che alcuni calciatori hanno invece l’innata capacità d’essere decisivi più da rincalzi in corso d’opera che da titolari. È il caso attuale del napoletano Mertens, decisivo più volte in stagione partendo dalla panca. E oggi, senza scomodare il mostro sacro e panchinaro di lusso – a fine carriera – l’antesignano Josè Altafini, andremo a raccontare coloro che, per motivi anagrafici, di bravura oggettiva o semplicemente per le loro caratteristiche, sono stati i “migliori dodicesimi del calcio moderno”: dagli anni ’90 ad oggi.

Una classifica di cinque calciatori da forno a microonde: pronti dopo soli 3 minuti di riscaldamento, per cambiare ritmi e spesso risultati alle partite. Quei giocatori il cui ruolo è stato tanto fondamentale per le conquiste di coppe e scudetti quanto quello dei titolarissimi che giocavano al loro posto.

E che con i loro gol a tempo scaduto, spesso sfruttando la stanchezza degli avversari, hanno fatto breccia nella memoria dei tifosi. Gli specialisti del gol: i bomber di scorta che tutti vorrebbero avere a disposizione.

5) Anselmo “Spadino” Robbiati

Attaccante dal buon dribbling e dal sinistro vellutato, è cresciuto calcisticamente col Monza tra la Serie B e la C1. La sua carriera è prettamente legata alla maglia viola della Fiorentina, che ha raggiunto nel 1993 in Serie B, e con la quale ha giocato sei anni siglando 27 goal in circa 120 partite.

“Spadino” – come fu chiamato da Stroppa al Monza per la somiglianza col cugino di Fonzie di Happy Days – non segnava tantissimo: la sua migliora annata è infatti il 1996/1997 quando, sempre con la Fiorentina e come cambio di Batistuta, Baiano o Oliveira, andò in doppia cifra. Famoso per l’essere decisivo, spesso anche con gli assist, nei minuti finali. A Firenze, non a caso, lo ribattezzarono “Sant’Anselmo da Lecco”. Si è poi perso negli anni, tra avventure con Napoli (che poi prese Moriero e lo cedette), Inter (mai sceso in campo) e nei campi delle serie minori.

Oramai toscano d’adozione, si è ritirato alla soglia dei quarant’anni per diventare allenatore (ha fatto il secondo di Moreno Torricelli), prima e dirigente poi nella sua ultima squadra da professionista: il Figline. Intervistato di recente sul calcio odierno, ha detto che “l’unico giocatore moderno in cui mi rivedo è Bernardeschi”.

Nonostante tutta la simpatia del grande e sempre umile Anselmo, auguriamo al giovane talento gigliato più continuità.

4) Maurizio “El Segna Semper Lu” Ganz

Parigi, 6 maggio 1998: Beppe Bergomi solleva in aria la quinta Coppa Uefa della storia dell’Inter. Le telecamere scorrono sui volti dei protagonisti: si passa da quello euforico del Cholo Simeone a quello un po’ sconcertato – visto i fantasmi che gli impresse quella sera nelle rètine il Luis Nazario da Lima – del portierone Luca Marchegiani. Da quello stravolto ma felice di Benoit Cauet a quello imberbe e triste d’un giovane Pavel Nedved.

Ma un volto colpisce più degli altri, probabilmente per quei tratti così andini e particolari: è quello fiero, da indio appunto, di Ivan Zamorano. Ma perchè vi parliamo di Ivan il Terribile? Perché è il motivo per cui ad esultare per quella Coppa non c’era Maurizio Ganz. Che, solo due anni prima, era stato il Capocannoniere dello stesso torneo. E che, a Gennaio e dopo qualche panchina di troppo, era passato ai cugini del Milan. In tempo per vincere lo Scudetto, questo è vero, ma anche per essere relegato ancor più spesso in panchina.

C’è tuttavia un gol in quella cavalcata milanista che non va dimenticato: quello che Ganz siglò a tempo quasi scaduto contro la Sampdoria, che fissò il risultato sul 3 a 2 per il Diavolo. Mau, che in carriera ha segnato 198 gol (76 in Serie A) da professionista, viene appunto ricordato per il prodigioso anno e mezzo interista, e appunto per una seconda parte di carriera da terzo (in un epoca di 4-4-2, essere il terzo significava entrare a partita in corso) attaccante di lusso.

Già, di quelli che butti dentro e che ti rimettono la partita sui giusti binari. Di quelli che per la squadra giocano poco, ma se hanno mezza occasione non se la lasciano certo sfuggire. Oggi allena con modesti risultati, dopo un finale di carriera fatto di una notevole media gol, ma anche di pochi minuti in campo. Unico comune denominatore di quegli anni? Il gol. Che con Maurizio non manca mai. È il vero bomber rapace d’area di rigore.

In fondo, non sarà certo un caso se per tutta Milano “segna semper lu”. O no?

3) Daniele “Provvidenza” Massaro

credits: vivoazzurro.it

credits: vivoazzurro.it

Un soprannome, un programma per colui che negli anni è stato chiamato pure “Beep-beep” a causa d’una capacità di scatto nell’allungo mica da ridere. Monzese doc, appassionatissimo di rally (ha corso due rally di Sanremo) e di golf, ha partecipato da “fotografo” ai Mondiali del 1982 e vinto praticamente tutto con il Milan di Sacchi e Berlusconi. Col primo non furono solo gioie. Anzi, ancora si ricordano i diverbi a Milanello per le armi (Massaro era solito tirare con la pistola nei boschi attorno al centro sportivo) e la posizione in campo:

“Sacchi? Appena arrivai mi disse che non ero adatto al suo sistema di gioco e che non ero da Milan. Così mi mandò prima alla Roma e, una volta tornato, mi trovò un posto in attacco come cambio degli olandesi”.

Col presintissimo, invece, fu amore a prima vista. Erano infatti soliti fare jogging assieme in Sardegna, visto che Massaro andava in vacanza nel resort dove soggiornava pure Berlusconi. Silvio, che per strapparlo alla Fiorentina, lo andò a prelevare in elicottero con un assegno da 7 miliardi di Lire.

Aneddoti megalomani a parte, Massaro è stato per anni il miglior dodicesimo della Serie A, il primo ricambio dei centrocampisti e degli attaccanti insomma, in una carriera culminata con una straordinaria annata (1993-1994) che gli valse da 33enne la convocazione agli sfortunati mondiali del ’94. Dove, ahinoi, sbagliò il rigore in Finale.

Dopo 8 anni milanesi, tra panchine, spezzoni di partite e una serie di gol decisivi, emigrò in Giappone prima di ritirarsi. E, questa volta da titolare indiscusso, vinse lo Scudetto della J-League.

2) Julio Ricardo “El Jardinero” Cruz

Impossibile non inserire nella classifica il giardiniere più famoso d’Italia dai tempi di Martin Biancour (celebre curatore dei giardini della Reggia di Caserta, ndr). Julio nei cuori dei tifosi nerazzurri c’è entrato ufficialmente nel Marzo del 2007. A Milano si gioca infatti il derby.

Ma non è un derby a caso: è quello del ritorno del traditore. Di quel Ronaldo che tanto aveva scaldato i cuori dei tifosi interisti prima di cedere al fascino delle Merengues madrilene. Di quel Ronaldo che aprì le marcature. Ma il Destino, quel giorno, si schierò coi nerazzurri. Impersonificandosi in quel figlio delle Pampas, umile e sempre politically correct, che reagì alla 13° panchina del campionato siglando la rete del pareggio prima, ed assecondando l’ennesimo colpo del genio nordico Zlatan Ibrahimovic poi.

Julio il calciatore non doveva neanche farlo. Fu infatti il caso a volerlo in campo: lui era solo un umile giardiniere (da qui il soprannome appunto), quando fu chiamato a sostituire durante un allenamento del Banfield una riserva delle riserve che si era infortunato. In quell’allenamento Julio impressionò l’allenatore Lopez per il fisico e per la buonissima tecnica, ma soprattutto per la sua etica del lavoro, tanto da guadagnarsi un posto in squadra.

Il miracolo si ripetette parecchie volte: dal River all’Inter – curioso il fatto che entrambe le volte fu chiamato a sostituire in rosa Hernan Crespo – dall’Olanda – Feyenoord, celebre una sua doppietta alla Juve in Champions – al Bologna di Beppe Signori, Julio ha sempre dovuto guadagnarsi i galloni di titolare partendo quasi sempre dalla panchina. E dovendo scalare le gerarchie a suon di gol (157 da professionista), ma anche di umiltà, classe: con quella flemma serafica che da sempre l’ha contraddistinto.

Non un campione assoluto, tuttavia Julio il suo l’ha sempre fatto. Eccome. Dimostrandosi un perfetto rincalzo in attacco per qualsiasi squadra. Fu fatto fuori, con parecchio rammarico, da Josè Mourinho. Giusto in tempo per non vincere il Triplete. A detta sua, l’unico vero rammarico della carriera.

1) Ole Gunnar “The Baby-Faced Assassin” Solskjaer

credits: getty images

credits: getty images

Al primo posto il panchinaro per eccellenza, nonché sicario, ed uno dei giocatori preferiti di Sir Alex Ferguson: Ole Gunnar Solskjaer. Nessuno ha incarnato meglio di lui il ruolo di centravanti di riserva decisivo, in una carriera chiusa nel 2007 dopo 11 anni di United e poco meno di 250 partite.

Tra pesanti infortuni e gol oltremodo decisivi (non c’è bisogno di citare la finale di Champions del 1999 contro il Bayern, vero?), il norvegesino di Kristiansund – città di pescatori avvolta dai ghiacci del mare del Nord – ha sempre fatto il suo mestiere, segnando quasi 100 goal con la casacca dello United. Di carattere gioviale e con la faccia liscia da bambino degli spot della Kinder, si è ritirato senza mai aver realmente vissuto una stagione come titolare inamovibile. Una condizione esistenziale.

Ma la sua leadership silenziosa e bonaria, che si porta ancora dietro adesso che ha intrapreso con discreto successo la carriera di allenatore, il suo senso del gol innato e il suo killer instinct lo hanno reso un elemento ed un collante fondamentale per uno spogliatoio non facile come quello dei Red Devils. E poi, ovviamente, ci sono i gol: molti, se consideriamo il computo totale dei minuti giocati. E raramente non decisivi.

La migliore descrizione dell’Ole calciatore l’ha probabilmente data il compagno di Nazionale John Arne Riise che – citando un noto proverbio nazionale – ha detto di lui: “En storm i et glass vann”. Tradotto, suona come: “È una tempesta in un bicchier d’acqua”.

Perché per essere decisivi, a volte, basta veramente poco tempo.