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Questa è una storia di vita, di calcio e di coerenza ideologica. E di come le tre cose, non importa con quanta attenzione tra loro miscelate, al prodotto finale non possono che aggiungere un pizzico di dolce incompiutezza.

Ma molto spesso, la bellezza delle cose non consiste forse nel loro non essere finite e definite, nel loro tendere ad un qualcos’altro senza mai giungerci del tutto? È proprio questa evoluzione ad interessarci; più che l’approdo finale, a rapirci nella sua imperfezione è il viaggio intrapreso, soprattutto se cullati nell’incanto delle nostre convinzioni.

Per farla breve, questa è la storia di Vikash Dhorasoo, figura così affascinante nella sua imperfetta voglia di ritagliarsi un posto nel mondo (possibilmente un mondo più giusto) da non poter non suscitare vicinanza. Nasce nelle Isole Mauritius, arcipelago al largo del continente africano e agognata meta degli occidentali per i loro soggiorni vacanzieri. Quello che per noi viene tradotto con defatiganti happy hour a bordo piscina in resort extra-lusso, escursioni subacquee o visite ai giardini botanici di Pamplemousses, costituisce per Vikash e famiglia solamente il punto di partenza.

Nemmeno il tempo di iniziare a gattonare tra le spiagge assolate che il padre compie il passo decisivo per la vita dei Dhorasoo: armi e bagagli, si parte per la Francia. Non si tratterà di una vacanza premio. Il biglietto è di sola andata e a caratteri dorati è come se ci fossero stampate le parole ultime e speranze.

È l’amaro destino degli ultimi della terra, di chi per svincolarsi dalle spire soffocanti di una livida indigenza si vede costretto anche controvoglia a giocarsi tutto – presente, futuro e futuro anteriore – sulle opportunità offerte da fantomatici eldoradi oltreoceano. Per buona sorte, il destino si rivela sufficientemente benevolo: ad accogliergli è la portuale Le Havre, coacervo di multiculturalità in territorio francese.

Se dovessimo titolare la prima parte dell’esistenza del giovane mauriziano, non ci si potrebbe esimere dal scegliere ‘’Miracolo a Le Havre’’: come in una pellicola firmata Kaurismaki, vediamo il ragazzino conquistarsi a forza di calci ad un pallone anche le prime dimostrazioni di sincera amicizia da parte dei coetanei locali, cancellandone a colpi di assist le iniziali ritrosie.

Come però detto, questa è una storia al contrario, ma anche molto altro: è una storia di orgoglio mai sopito, di resistenza e di lotta per la conservazione dell’identità personale. Infatti, anche nella rossa Le Havre e nella Francia illuminata, giacobina ma così accogliente nei confronti dello xenos e non dimentica dei Rousseau e dei Voltaire, il Nostro inizierà a fare i conti con gli scorni che solo un’esistenza basata sul non allinearsi mai può riservare.

Vikash è un outsider e nella sua persona l’unicità assurge a cifra stilistica: Vikash veste troppo dandy, flirta eccessivamente con l’ideale dell’intellettuale maudit, non riesce a tenere a freno la lingua; Vikash non indietreggia di un passo e se proprio deve compierlo – come insegnano i Madness nel loro brano più celebre -, lo compie oltre. Oltre le convenzioni sociali, oltre le mode e le posizioni.

Inizierà a sentirsi un oggetto estraneo anche negli ambienti che lo hanno cresciuto non solo calcisticamente, dai quali spiegherà le vele con la certezza che rimanere se stessi fino in fondo in un micro mondo capace di capirti non più di quanto tu non ti sforzi per farti accettare, porta inevitabilmente a uno scollamento con la realtà; a coltivare gli ideali a scapito dei rapporti sociali.

Durante la sua lunga militanza in Ligue1 si è fatto conoscere per le sue prese di posizioni coraggiose a favore della causa omosessuale in un ambiente che troppe volte si arrocca su se stesso, fino a negare l’esistenza di alcune sue sfaccettature, come quello del calcio. Non fu una blanda dichiarazione, ma un appoggio pieno espresso con la presidenza del Paris Foot Gay, squadra amatoriale con base nella capitale.

Da ricordare anche l’avallo a tutte le politiche di uguaglianza sociale e in favore delle classi meno abbienti: una su tutte, una severa imposizione fiscale a qualsiasi abitante francese in possesso di cifre superiori al milione di euro; outing politico che non ha certo aiutato a farsi molti amici in un cumulo di privilegiati qual è l’universo pallonaro.

Da Le Havre approda nel Lione, compagine che dagli albori del nuovo millennio dominerà le competizioni nazionali e si regalerà anche qualche soddisfazione internazionale. Ma i rosso-azzurri non sono ancora quel team insaziabile di allori e il centrocampista mauriziano può farsi le ossa senza troppa pressione, abituando il pubblico della Gerland al suo calcio intelligente ma creativo, veloce ma ragionato. Il cammino prosegue lineare con il passaggio ai girondini del Bordeaux, vede nel suo climax pallonaro le prime convocazioni coi Bleus, e si assesta poi con il ritorno nella città sorta nella confluenza di Rodano e Saona.

È il gruppo di Le Guen, il Lione delle uova Fabergé partorite dai piedi del brasiliano Juninho Pernambucano, della muscolarità talentuosa di Essien, delle folate offensive di Malouda e Govou: è la miscela di atletismo e abilità tecniche capace di risvegliare le assopite coscienze calcistiche del Vecchio Continente tanto da far ciclicamente favorire endorsement verso i transalpini. ‘‘Questo è l’anno del Lione’’ è il leitmotiv che nei primi 2000 risuona nei salotti buoni del giornalismo sportivo.

Il Lione 2000-2001

Il Lione 2000-01

La spallata decisiva ai top club non arriverà mai, lasciando a tutti quelli che già speravano di veder finalmente denudato il Re un inappagante retrogusto dolceamaro in bocca; questa stabilizzazione dello status quo però non tarpa le ali alla carriera di Dhorasoo, provocando invece languori difficilmente estinguibili proprio a chi della storia del calcio ha contribuito a scriverne buona parte dello svolgimento e dalla quale non intende certo uscire.

È il Milan ancelottiano, incarnazione del calcio padronale, a richiederne i servigi. Nonostante l’esperienza in Francia sia più che positiva (sportivamente parlando) le sirene del calcio che conta, quello vero, sono troppo ammalianti anche per un uomo con i piedi ben ancorati al terreno e dai principi così stridenti con l’immagine del Club. Vorrei tentare di immaginarmi il primo contatto con lo spogliatoio.

La compostezza impacciata di chi non saprebbe nemmeno in che fetta di cielo posare il suo sguardo alla ricerca della propria buona stella, l’emozione celata a fatica ed esorcizzata scompigliandosi l’eccessiva zazzera, la valigia contenente, oltre alla biancheria stropicciata, anche ambizioni, sogni e la fiducia nel prossimo. Si, la fiducia è l’arma – forse impropria per un calciatore nell’epoca moderna, ormai plasmato ad immagine e somiglianza di un replicante – grazie alla quale Vikash conta di vedersi spalancare le porte dell’olimpo pallonaro.

Sarà forse perché le idee politiche che orientano la sua bussola personale ancora gli fanno sperare in un mondo meno iniquo, in una comunanza di uomini mossi da spirito egualitario e non da mera sete pecuniaria, e alla vita sacrificata sull’altare dell’individualismo gli fanno preferire e sognare un’esperienza in una squadra dove uno vale uno, dove anche il più modesto portaborracce siede allo stesso tavolo del fuoriclasse à la page.

credis: sport24.lefigaro.fr

La sua – nel calcio come nella vita – sembra essere una storia dal processo inverso e mai semplice ma sempre coraggiosamente intrapreso, anche a costo di lasciare per strada affetti, facili consensi o il beneplacito dell’ambiente che lo circondava.

Le istantanee scelte per rievocare al meglio le sensazioni dello spogliatoio rossonero alla vista del nuovo arrivato non potrebbero che esser tratte da una sorta di remake nostrano dell’esilarante Hollywood Party, il cui protagonista, Vikash nei panni dello splendido Peter Sellers, si scontra con l’universo di convenzioni degli uomini di Ancelotti, con stuoli di yes-man e spin doctor berlusconiani, con avveniristici e quanto mai deficitari laboratori per il miglioramento delle prestazioni e con le immancabili e impettite cene da Giannino.

Non è difficile immaginare la freddezza di Shevchenko, perfetto esempio di sovietico post-Urss, talmente grato del suo nuovo ruolo di punta di diamante nella macchina capitalista rossonera da onorare Silvio Berlusconi del ruolo di padrino dei suoi figli; i monosillabi vacui di Pirlo, il sempre presente sorriso di Cafù tramutatosi per l’occasione nel dileggio; e, ultimo ma non di poco conto, il monito di Costacurta – autoproclamatosi censore – a redarguire dalla lettura all’interno dei cancelli di Milanello il quotidiano comunista Libération, come il francese d’origine mauriziana era solito fare.

Il microcosmo rossonero lo rigetta come agisce il sistema immunitario nei confronti di un ospite non gradito e il giocatore, risentendo anche di una concorrenza difficilmente sormontabile – si tratta del Milan col rombo a centrocampo che insegnò calcio a quasi tutti gli avversari -, galleggerà per una stagione ai margini della rosa, collezionando una manciata di sparute e deludenti apparizioni.

Emblematico è ciò che accadde in una di queste. 30 gennaio 2005, una coltre di gelo tipicamente meneghino cala su San Siro, quasi preannunciando il corso degli eventi. Ai ragazzi di Ancelotti, reduci da una brutta debacle a Livorno, serve una vittoria casalinga per sperare ancora nella corsa scudetto contro la Juventus. C’è però il ravvicinato impegno di Champions League, competizione principe in cui da sempre il club impiega gran parte delle sue energie. Viene quindi scelto Dhorasoo come diga titolare a centrocampo.

La partita si trascina lenta e senza particolari spunti; il Bologna balla un pericoloso tango sulla linea della retrocessione e si arrocca a protezione della porta di Pagliuca. Al quarto d’ora, però, una palla alta finisce dalle parti del Nostro, il quale, non lasciandoselo dire due volte aspetta il primo rimbalzo e fionda una gran conclusione alle spalle dell’incolpevole estremo rossoblù. San Siro esplode, incredulo della perla di quello che, fino a quel momento, era un oggetto misterioso nello scacchiere milanista.

Il ruggito della Sud è però presto ricacciato in gola dal fischio scriteriato dell’arbitro De Santis. Secondo il direttore di gara c’è un fallo su Locatelli appena prima del tiro. Come il più beffardo dei turning point, la squadra di casa uscirà sconfitta dal confronto contro un Bologna che nonostante l’impresa corsara retrocederà ugualmente.

L’epilogo della stagione in casa Milan ricalca sulla falsariga quella del deludente acquisto, tanto ammantate di belle speranze inizialmente quanto terribilmente desolanti poi: il cerchio – e l’esperienza sotto la Madonninasi chiuderà con la tragica notte di Istanbul, in cui come molte altre volte, si accomoderà in panchina per l’intera sfida.

Terminata la dimenticabile parentesi italiana, torna in patria, tra le file dei capitolini del PSG. La stagione è positiva e rende possibile un’altra fase della sua vita: grazie alle soddisfacenti prestazioni col Paris strappa il lasciapassare per la prima ed unica kermesse mondiale della sua carriera. Proprio in Germania, Vikash scriverà, ancora una volta lontano dai verdi prati rettangolari, la pagina più romanzesca della sua esistenza.

Gli allenamenti sono spossanti, il ct Domenech stempera la tensione attorno ai suoi ragazzi accentrando sulla propria figura le idiosincrasie di mezzo mondo, i campioni Zidane, Henry e Trezeguet sanno bene che in terra teutonica ci si gioca l’ultimissima speranza di rimettere le mani sulla Coppa e questa consapevolezza deflagrerà nella più eclatante delle fatweh sportive proprio durante l’atto finale. Questa però è un’altra storia.

E Vikash? Il Nostro, all’interno della sua stanza d’albergo, oltre a rilassarsi con un buon libro dalle fatiche imposte al gruppo, si sofferma in ciò che gli riesce con più facilità: pensa. Riflette sulla carriera ormai agli sgoccioli, sul rapporto con la moglie Emilie, su quanto sarebbe bello vivere quel mondiale da protagonista per raccontarlo un giorno ai nipoti e che invece lo vede come comparsa delle prime due uscite (i pochi minuti contro Svizzera e Corea del Sud saranno anche gli ultimi per lui).

Fatto tesoro di queste amare riflessioni e armato di una Super8 fornitagli dall’amico e artista Fred Poulet compie il suo personalissimo – e se la si vuol vedere da una certa prospettiva – struggente, testamento. È un documento che sintetizza l’essere di Vikash, l’espressione pura di quello che è il Dhorasoo calciatore ed essere umano, senza scordare nemmeno le velleità artistiche che lo accompagnano tutt’oggi.

I minuti che compongono questo documentario autobiografico, girato interamente in soggettiva con la tecnica amatoriale del Point of View, finiscono per creare un caleidoscopio di sentimenti umani, un bignami di celluloide del senso d’inadeguatezza: percepiamo l’anelito verso la sua gente nonostante l’incomprensione di questa:

“Queste persone che vengono allo stadio e mi fischiano, che mi detestano, sono sicuro che sono il tipo di persone che amo e difendo. È loro che difendo, perché immagino facciano parte della massa.”

La sofferta condizione di subordinato: “Io sono il tizio che sostituisce questo e quello. Sostituisco Zidane non so a che minuto, mentre tutti si aspettavano Ribery’’, il ritenersi vittima della sfortuna più che delle scelte personali “se fosse entrata magari sarebbe cambiato tutto per la partita dopo. Dieci centimetri più in qua e sarebbe tutto diverso. La Gloria dipende da dieci centimetri’’, difficoltà nei rapporti umani: “Sono stufo di parlare da solo. Allora parlo con te Fred, che ascolterai il nastro. E in effetti non ho voglia di parlare con nessun altro’’, e l’alienazione che lo attanaglia.

“Abbiamo battuto il Brasile ieri. Cioè, loro hanno battuto il Brasile ieri. Mi domando che cosa sono venuto a fare oltre che girare un film. Io non sono uno spettatore, non sono un tifoso. Io sono un giocatore di calcio e non sto giocando: non ne posso più’’.

Con “The Substitute” – questo il nome della sua opera – Vikash ci sbatte in faccia, aprendosi al mondo, quello che è ed è diventato grazie al calcio, ma allo stesso tempo compie un atto di ulteriore chiusura, di arroccamento sul proprio integralismo: per contro degli isolati peana che riceverà ai Festival durante i quali sarà proiettato, a caratterizzarne l’accoglienza generale è l’ostracismo ulteriore al quale lo sottoporranno i vecchi compagni.

Rientrato dalla Germania, inizia la parte di vita e di carriera che è tuttora in progress. Terminata la parentesi PSG senza riuscire più ad incidere, è ora e tempo di raccogliere i cocci e tirare le somme di una carriera vissuta sul crinale del fallimento, ma con la sensazione che mancasse davvero poco per affermarsi definitivamente.

Vikash è ormai un ex giocatore, e nonostante tenti di mettersi a disposizione con la maglia amaranto del Livorno, si tratta più di una sfida con se stesso e una dichiarazione di una comunanza d’intenti con la comunità labronica, famosa per la colorazione rosso-bordeaux.

Quando la maggior parte dei suoi colleghi penserebbero a godersi il gruzzolo o a lanciarsi a capofitto su azioni e manovre economiche per aumentarne esponenzialmente l’entità, Dhorasoo, come ad ogni bivio della propria esistenza, si smarca cambiando le carte in tavola di un destino apparentemente già scritto.

Anzi, ad essere precisi, le carte le prende in mano e si dedica anima e corpo alla vera passione dei suoi ultimi anni: il poker. Vediamo allora, questo piccolo uomo camaleontico e controcorrente, ad un tempo vitale e atterrito dalle circostanze, reinventarsi ancora attorno a fiches e tavoli da gioco e capace di portare a casa addirittura due tornei di livello internazionale. Raggranellando un gruzzolo di circa 530.000 dollari.

La fine perfetta di questa storia, vedrebbe il nostro protagonista trionfare alle World Series di Los Angeles, intascare i 12 milioni in dollari del montepremi e devolverli interamente agli strati meno abbienti della portuale Le Havre o impegnarli per creare scuole e servizi nella native Mauritius, dando in un sol colpo lustro imperituro al proprio personaggio e uno smacco irrimediabile all’iniquo mondo contemporaneo.

Questa è però anche la storia di promesse non mantenute a fondo e speranze disilluse; e solo il tempo potrà dirci se lo scarto tra l’idealizzazione e gli accadimenti reali verrà mai ridotto fino a sparire. Questa è la storia di Vikash Dhorasoo, talento mai sbocciato davvero, bandiera mal digerita della classe operaia, artigiano naif della macchina da presa e carneade del tavolo da poker.

Ma anche eterno straniero in patria, outcast pallonaro, monumento della controcultura francese, uomo “contro” per eccellenza. Almeno finché non provvederà a scriverne una nuova, sorprendente pagina.