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“Allenerei il Parma anche gratis, se Donadoni decidesse di mollare.”

Le parole al miele, databili Gennaio 2015, sono del mai dimenticato ex allenatore crociato: Nevio Scala. Indiscusso condottiero di una compagine di giocatori, per lo più sconosciuti o poco quotati, che all’inizio degli anni ’90 diede vita ad un ciclo iniziato in Serie B e concluso con la vittoria di svariate coppe europee. Il tutto nel giro di pochi anni. Prima del grande Parma di Buffon, Cannavaro e Thuram, infatti, c’era il Parma di Melli, Apolloni e Di Chiara. Ma cominciamo dal principio. Per raccontare l’ascesa del Parma di Scala dobbiamo necessariamente cominciare parlando di una altra ascesa: quella del furbetto per eccellenza del calcio italiano, Calisto Tanzi. Ex presidente della Parmalat e responsabile di uno dei più inimmaginabili crac finanziari della storia dell’Italia moderna.

Calisto e Stefano Tanzi a Parma (credits: ansa.it)

Fu lui che permise, all’alba della stagione 1987/1988, d’imbastire due amichevoli che definiremmo “impensabili” per quella che allora era una squadra d’alta classifica della serie cadetta: ovvero due partite contro il Milan dell’ex allenatore Arrigo Sacchi – che nel 1985 aveva centrato la promozione dalla Serie C, grazie all’iconica difesa a 4 a zona che avrebbe rivoluzionato il calcio moderno – e contro il Real Madrid dell’Avvoltoio Butragueno.

Col neo allenatore boemo Zdenek Zeman in panchina e con i soldi della famiglia Tanzi, infatti, si mirava ad una facile promozione e ad imbastire una squadra per la parte sinistra della classifica nel giro di due, massimo tre anni. E con la famiglia Tanzi che, appena raggiunta la massima serie, sarebbe divenuta il socio di maggioranza. Dopo due impronosticabili vittorie nelle sopracitate amichevoli, le aspettative in città toccarono vette mai registrate; salvo poi essere smentite nelle due stagioni successive, quando la squadra – nonostante il potere economico ed il progetto ambizioso – chiuse entrambe le volte attorno al decimo posto. Col rampante Zeman che venne esonerato dopo qualche giornata in favore di Vitali.

La svolta arriva nell’estate del 1989: in panchina si siede infatti Nevio Scala, che nella stagione precedente aveva fatto i miracoli sfiorando con la neo-promossa Reggina la promozione in Serie A.
La promozione viene centrata al primo anno, anche se con parecchi patemi: serve infatti una vittoria nel derby con la Reggiana (2 a 0) all’ultima giornata, per avere la meglio sull’Ancona e poter festeggiare la prima storica promozione in Serie A. Automaticamente Tanzi rileva la maggioranza del club e, nell’estate del 1990, apre i cordoni della borsa: all’ombra della Pilotta arrivano il portiere della Selecao Claudio Taffarel, il veterano Stefano Cuoghi, il belga Georges Grün ed il mai dimenticato Tomas Brolin. Saranno loro la colonna vertebrale del primo Parma di Tanzi.

Neo-acquisti che vanno ad unirsi ad una rosa che già contava Minotti e Apolloni in difesa ed Alessandro Melli in attacco (nella stagione precedente in coppia con un giovane Maurizio Ganz). L’impatto sulla massima serie italiana di quel Parma fu devastante: chiuse il girone d’andata terzo, a tre soli punti dall’Inter, e il campionato quinto. Con due sole sconfitte casalinghe in tutto il campionato e con una qualificazione alla Coppa UEFA in scioltezza. Passato in secondo piano rispetto al Milan di Sacchi, in realtà quel Parma evidenziava già allora un gioco e un sistema tattico che oggi definiremmo innovativi per la sapiente applicazione dei concetti della zona mista.

L’annata seguente cominciò col botto: sulle fasce furono presi Di Chiara e Benarrivo, mentre quasi tutto il resto della rosa venne confermato. Tuttavia i risultati stagionali furono più deludenti del previsto, e non si registrò la crescita tanto agognata dall’ambizioso patron: la squadra, che all’estero era talmente tanto identificata col main sponsor da essere chiamata Parmalat FC arrivò settima in campionato e fu eliminata al primo turno in Europa. In compenso, arrivò il primo trofeo: ovvero la Coppa Italia, vinta nella partita di ritorno grazie ad un 2 a 0 (Melli, Osio) contro la Juve, che aveva vinto 1-0 il match d’andata.

Il Parma al debutto in serie A, 1990-91

Ma, come si dice in questi casi, il bello deve ancora venire: dal 1992 al 1995, infatti, il Parma mise in mostra un calcio spettacolare. Fatto di ripartenze, verticalizzazioni e spregiudicatezza tattica senza, però, affidarsi ad un dogmatismo rigido che stava prendendo sempre più campo dopo la cesura sacchiana. Un sistema impostato su un campo allargato in attacco e inspiegabilmente chiuso e ridotto per gli avversari in fase di non possesso, giocando come poche altre realtà sulle possibilità fornite dall’ampiezza regalata dal 3-5-2. Ma il vero salto di qualità, se vogliamo, fu permesso da una mossa di mercato piuttosto imprevedibile: dal Nacional Medellin, per pochi spiccioli, arrivò nell’estate del 1992 il talento matto e sregolato di Faustino Asprilla.

Che si presentò in Emilia acquistando 100 rubinetti da regalare ai parenti a casa. E che tra la bella vita, le armi (fu fermato in Colombia con due pistole in macchina), la droga (saltò quasi il suo trasferimento anni dopo al Newcastle in quanto positivo alla cocaina e all’antidoping) e le frequentazioni borderline, fece innamorare con le sue giocate spettacolari e divertenti i tifosi del Parma. E, soprattutto, il suo allenatore Nevio Scala.

“Faustino mi ha fatto sempre sbudellare dal ridere, anche se non potevo farlo capire alla squadra: dovevo mostrarmi intransigente”.

Tino Asprilla con la maglia del Parma

Nel frattempo però Faustino gioca anche a calcio, marchiando a fuoco sin dal debutto la Serie A, mettendo anche la firma sulla prima Coppa delle Coppe della storia del Parma: trascinando i Ducali nella semifinale del Calderon contro l’Atlético Madrid con una micidiale doppietta. Il colombiano nel frattempo decise – insieme ai compagni – di iscriversi anche nella storia moderna del calcio italiano, fermando infatti l’infinita striscia di imbattibilità del Milan di Capello (che si ferma a 58 partite consecutive). A fine stagione, oltre alla vittoria in coppa arriva anche uno storico terzo posto alle spalle delle due milanesi.

Nel 1993 arrivano il talentino Gianfranco Zola, oltre al grintoso mediano Crippa e all’emergente Nestor Sensini. Quest’ultimo, chiamato a sostituire l’infortunato Grun, sarà al centro prima del centrocampo e poi della difesa emiliana per ben otto stagioni. In ogni caso, l’annata si apre con un evento storico: il Parma solleva infatti la prima Super Coppa Europea della sua storia (vinta ai danni del Milan). In campionato invece le cose vanno bene ma non benissimo: nonostante un girone d’andata da assoluto protagonista, battagliando col Milan per la testa della classifica, il Parma chiude quinto a 9 punti dalla vetta.

Perché se c’è un elemento in comune col Parma di Ancelotti e Malesani è proprio questo: è sempre mancato il proverbiale centesimo per fare un euro. Ovvero quello scudetto che, da queste parti, suona come una maledizione eterna.

Il Parma di Nevio Scala, 1994-95

Nel frattempo, nello stesso anno quella squadra perse la finale di Coppa delle Coppe contro l’Arsenal, dopo aver sbattuto fuori le maggiormente quotate Ajax di Rijkaard, Overmars e De Boer, oltre al Benfica di Joao Pinto e Manuel Rui Costa. Nel 1994/95 il Parma, incredibilmente, riesce a fare ancora meglio. Rinforzato il centrocampo con l’arrivo di Dino Baggio e la difesa con quello di Fernando Couto, il Parma è costretto ad arrendersi alla Juve in campionato (-10 e terzo posto) ed in finale di Coppa Italia.

Ma si rifarà con gli interessi, vincendo proprio contro la Juve la prima, storica coppa UEFA. Mattatore, sia nella partita d’andata che in quella di ritorno, proprio l’ex bianconero Dino Baggio. È oramai chiaro a tutti che quella squadra, tirata su con qualche colpo di genio e per certi versi con fortuna, è in grado – su singola partita – di fermare chiunque. E che ha la chiara e piacevole tendenza a trovare continuità e risultati proprio quando la tensione è alta e le spalle sono contro il muro. Anche con un discreto aiuto dalla Dea Bendata, vista la scarsità di infortuni cui furono soggetti i parmensi.

Lo stesso Nevio Scala dirà:

“Non avevamo la contuinità mentale per vincere lo scudetto, ma su singola partita onestamente eravamo poco fallibili.”

Scala, col suo 3-5-2/5-3-2 ed il turnover ridotto sostanzialmente all’osso, ha segnato in modo indelebile la storia del calcio italiano nella prima metà degli anni novanta. In molti, infatti, ancora ricordano il mantra “Bucci, Di Chiara, Apolloni, Minotti, Couto, Benarrivo, Crippa, Sensini, Baggio, Zola, Asprilla” che in quegli anni veniva snocciolato nelle corti calcistiche europee che contano. Ma, come tutte le cose belle, anche il ciclo di quella squadra finì. Nel 1995/96, infatti, fu chiaro a tutti che l’epopea di Scala si era sostanzialmente esaurita.

Nonostante una campagna acquisti faraonica che portò il pallone d’oro, e capocannoniere del Mondiale americano, Hristo Stoichkov – oltre ai giovani promettenti Filippo Inzaghi e Fabio Cannavaro – l’annata si chiuse infatti senza successi e Scala venne esonerato. Ancora una volta il Parma era infatti crollato nel girone di ritorno in campionato, ed era stato contestualmente eliminato dal PSG di Youri Djoarkaeff (poi vincitore del torneo) in Coppa delle Coppe. In compenso, il vecchio maestro Nevio piazzò l’ennesimo colpo di genio della carriera, mettendo a difendere i pali della porta crociata un giovane e sconosciuto portiere di 17 anni: Gianluigi Buffon.

Molti ricordano il Parma di Ancelotti e Malesani più di quello di Scala. Quello che a fine anni novanta lanciò Cannavaro, Crespo, Veron e Thuram in una squadra che poteva contare tra gli altri pure su Boghossian, Fuser e Chiesa. Quello con Stefano Tanzi, invece che con lo storico presidente Pedraneschi, in cima alle gerarchie.

Ma noi onestamente siamo legati anche allo storico Parma di Scala, che gettò le basi per quell’incredibile squadra che avremmo poi ammirato a fine millennio. Il buon Nevio finì – passando un anno per Perugia – ad allenare in Germania, sponda Borussia Dortmund. Con cui riuscì a vincere una Coppa Intercontinentale, con un secco 2-0 al Cruzeiro di Dida e Bebeto, grazie ai gol di Zorc e Herrlich.

E da qui cominciò un suo personalissimo peregrinare, fatto di successi in giro per le periferie d’Europa tra Russia, Ucraina e Turchia. Assieme a Scala partirono anche molti giocatori-chiave di quel ciclo scaligero: Stoichkov, Couto, Di Chiara ed Inzaghi vennero ceduti all’alba della stagione 1996/97.

Gli altri, progressivamente, cambiarono casacca di lì a poco. Zola, chiuso prima da Stoichkov e dall’arrivo di Enrico Chiesa poi, addirittura migrò in Inghilterra, per unirsi ai Blues del Chelsea e diventare una leggenda del calcio inglese. La nuova squadra, sorta dalle ceneri della prima, senza dubbio più talentuosa e con una rosa ben più ampia, riuscì però solo in parte a ripercorrere i fasti della precedente.

Anche se riuscì a regalarci campioni che avrebbero illuminato i palcoscenici europei per il seguente decennio. Se tutto questo è stato possibile, almeno in buona parte, lo dobbiamo a quegli underdog che ad inizio degli anni ’90 sopresero mezza Europa. Che partirono da una proprietà arrivista e un allenatore troppo spesso sottovalutato, per certi aspetti un visionario: un maestro composto, borghese e di poche parole. Nevio Scala, alfiere della provincia laboriosa che conquistò un continente con l’applicazione di un calcio moderno, ordinato e redditizio.