È il 1995: un piccolo club della ridente cittadina basca di Vitoria-Gasteiz, poco più di 200.000 anime, ottiene dopo cinque anni di fallimentari play-off un’insperata promozione in Segunda Division. La sua storia è in realtà stata abbastanza gloriosa, almeno in passato: fondata nel 1921 col poco basco nome di Sport Friends, aveva giocato diverse stagioni in Primera prima di sprofondare a lungo nelle serie minori.

I tifosi di lunga data, che percepivano come eccezionale quella storica e – nonostante la nuova ed ambiziosa proprietà – insperata promozione, dovettero ricredersi nel 1998 ma, soprattutto, nell’annata 2000/01. È del 1998 infatti la promozione, dopo 42 anni di assenza, in Primera Division.  Che fu festeggiata per giorni nel capoluogo della provincia di Alava, più famosa per i vini (infatti la seconda maglia è color vinaccia) che per i successi sportivi.

Ma stavolta il Rojo de Alavesa troverà spazio soltanto nelle gole assetate di decine di migliaia di baschi, volati in trasferta nella Ruhr. È infatti della stagione 2000/01 l’inarrestabile cavalcata che stava per portare in bacheca un’insperata e del tutto impronosticabile vittoria della Coppa Uefa. Raccontiamo le gesta di quella formazione di semi-sconosciuti e underdog che entrarono nella storia, nonostante il finale amaro. È l’epopea dei Babazorros del Deportivo Alavés.

L’Alaves con lo speciale completo da Finale

Prima di snocciolare i nomi dei titolari di quella singolare finale di Coppa Uefa del 2001, dobbiamo ricordare che quella squadra sostanzialmente non aveva cambi. La rotazione a 13 giocatori di coach Mané, infatti, comportò un dispendio d’energie per i titolari pressoché abnorme. Rendendo quell’impresa, se vogliamo, ancor più incredibile. Ma cominciamo con l’undici titolare.

In porta c’è Martin Herrera, 30enne portiere argentino. Mai titolare in carriera se non in un paio di stagioni in Argentina. Nella seconda serie, ovviamente. È anche superfluo dire che il buon Martin era parecchio scarso. Tranne che nel 2001. Ecco, nel 2001 era in grado di parare anche i meteoriti. O quasi.

Terzino destro il Falco di Timisoara, al secolo Cosmin Contra. Acquistato proprio al termine di quella stagione dal Milan, il giocatore romeno quell’anno pareva la sintesi delle migliori qualità di Brehme e Cafù. Sulla fascia sinistra imperversava invece il catalano Geli: veterano scuola Barcellona, era stato in gioventù un buon giocatore per l’Atletico Madrid, riuscendo anche a giocare quattro partite con la Nazionale.

I tre centrali – perché ovviamente si giocava a 5 dietro – erano Tellez (madrileno doc, giocherà 7 stagioni con gli zorros), capitan Karmona ed il gigante norvegese Eggen. Che, coi suoi 192 centimetri, non si lascia sfuggire neanche una palla che sorvola l’area. Su tutto il resto, rotazioni difensive comprese, meglio stendere un velo pietoso.

Le vere sorprese le riserva il centrocampo, schierato a 4. Come interni giocano il volante argentino Desio, da Rosario con furore, e il bidonecult Ivan Tomic. Quest’ultimo era in prestito dalla Roma, dove rimase a fasi alterne per 5 anni, per un totale di 15 partite tra Campionato e Coppe. E pensare che per strapparlo al Partizan Sensi si era quasi svenato. Strana storia di un flop giallorosso rinato nei Paesi Baschi. A sinistra, invece, l’agile esterno Astudillo, albiazule per un’intera decade.

A destra poi il vero motore di quell’Alavés: il numero 14, Cruijff. Jordi ovviamente, non Johann. Dal padre Jordi ha invero preso anche qualche qualità, con le dovute proporzioni, oltre che l’iconico numero di maglia. E proprio Jordi funge da cervello di quella squadra. Oltre che da leader carismatico e tecnico, in grado di fare da tramite tra l’allenatore e la squadra e da collante tra i reparti. Buon giocatore e uomo di mondo – cresciuto tra Ajax e Barcellona, ha giocato pure per Ferguson allo United – è stato frenato nel corso degli anni in parte da quel cognome così ingombrante.

In attacco infine gioca un altro “oggetto di culto”: Javi Moreno. Che nell’estate 2001 viene prelevato a suon di milioni dal Milan di Berlusconi. Milan che lasciò dopo una sola stagione (con 2 gol in 29 partite) e con pochissimi rimpianti. Non c’è bisogno di dire che quell’anno, come per magia, el Toro de la Huerta Sur gioca sui livelli di Bobo Vieri. Dopo un lungo peregrinare alla ricerca di se stesso in giro per l’Europa – anzi, del se stesso dell’Alavés – il numero 9 si è ritirato nel 2009 dopo una malinconica stagione ad Ibiza.

José Manuel Esnal, per tutti mister Mané

Infine c’è l’allenatore, Mané. Basco docg, leggera somiglianza con Lino Banfi, con tanto di baffo inamidato e tuta acetata da perfetto allenatore di provincia; si è ritirato nel 2009 dopo 30 anni da allenatore di medio livello in Spagna. Prese l’Alavés alla sua ventesima stagione da allenatore, dopo aver guidato squadre sempre e solo spagnole (se non specificatamente basche). E sempre nella più o meno totale mediocrità.

Non un maestro di tattica, non un allenatore innovativo. Tuttavia un grande motivatore, col pregio di essere molto schietto e diretto. In poche parole: quello che serviva a quella squadra, che per molti era da un punto di vista tattico sostanzialmente autogestita.

L’esordio in Coppa avviene contro i turchi del Gaziantepspor: dopo uno scialbo 0-0 casalingo, arriva un rocambolesco 4-3 a Gaziantep (con doppietta di Tomic) che permette il passaggio al secondo turno. Qui arrivano i norvegesi del Lillestrom, che creano poche difficoltà ai Nostri, crollando in casa nella partita d’andata per 3 a 1. Al terzo turno è la volta del più quotato Rosenborg; dopo uno scialbo pareggio nel gelo di Trondheim, i campioni di Norvegia vengono abbattuti al Mendizorrotza per 3 a 1. In entrambe le gare segna Javi Moreno, già al quarto gol nel torneo.

Arrivano infine gli ottavi. Questa volta è pressoché impossibile passare, visto che l’avversario è l’Inter di Vieri, Zamorano e dell’infortunato Ronaldo. In Spagna finisce con un pirotecnico 3 a 3, con Javi Moreno ancora protagonista e con Galliani che in tribuna prende appunti.

Sembra la fine dell’avventura, visto che il ritorno è a San Siro, ma ancora una volta succede il miracolo: dopo aver difeso l’area con difficoltà nei primi minuti, la difesa interista collassa e l’Alavés piazza due zampate – attorno alla mezz’ora – con Jordi Cruijff (un generoso autogol di Cirillo) e Tomic. Incredibilmente, i baschi escono illesi dagli ottavi, evitando la pioggia di ortaggi che cade copiosa dalle gradinate di San Siro.

Paradossalmente i quarti e la semifinale sono i turni più facili del torneo: sia Rayo Vallecano che Kaiserslautern sono infatti in profonda crisi nei rispettivi campionati e, per certi versi al pari dell’Alavés, sono arrivati fin lì per un misto di fortuna e buoni accoppiamenti. In entrambe le occasioni sono protagonisti Contra, che sulla fascia sembra correre per tre e non conoscere il significato di fatica, e Jordi Cruijff (con 2 gol e 4 assist).

Al figlio del grande Johann il calcio sembra uscire naturalmente dai piedi, e pare dominare le partite ed esercitare un controllo sui compagni che ha quasi dell’irreale. Tanto da far dire a Sir Alex Ferguson:

“Ho fatto un vero errore a non dare almeno una chance a Jordi.”

Arriva dunque la tanto agognata ed insperata finale. Anche qui, l’esito appare scontato contro il Liverpool dei tedeschi Hamann e Babbel, oltre che del giovane Steven Gerrard e del prossimo Pallone d’Oro Michael Owen.

La finale, si sa, è una partita secca in campo neutro: diversa per sua stessa natura. Giocata su episodi e pressioni a cui l’Alavés non è certo abituato. Anzi. Per intuire la portata dell’evento, basti sapere che da Vitoria si muovono in oltre 23.000, raggiungendo con ogni mezzo l’imponente Westfalenstadion di Dortmund. Viene addirittura allestita una sorta di mega-tendopoli nei pressi della curva che ospita i tifosi iberici. Insomma, i baschi ci credono e l’atmosfera attorno e dentro lo stadio è irripetibile. Da momento storico.

Ma la partita comincia malissimo: pronti via, e il Liverpool va sul 2-0 dopo appena 20 minuti. Qui, avviene l’impensabile: Mané toglie il lento Eggen ed inserisce l’uruguagio Ivàn Alonso, 21enne attaccante con molte qualità ma poco, pochissimo senso del gol. Fuori un centrale, dentro una seconda punta. Dopo 20 minuti.

E invece quel messaggio estremo viene recepito alla perfezione dalla squadra che, col passaggio dal 5-4-1 al 4-4-2, con Alonso al fianco di Moreno, comincia a guadagnare campo e dominare lo spazio. Proprio Alonso firma il 2-1. Ma l’entusiasmo dura poco: poco prima della fine dell’intervallo lo scozzese McAllister segna la rete del 3 a 1.

Tutto finito? Manco per sogno. Mané ad inizio ripresa toglie lo spento Astudillo per inserire il brasiliano Magno Mocelin. Quest’ultimo, modesta ala che in stagione conta una manciata di presenze, porta la scarica adrenalinica necessaria alla rimonta.

L’Alavés è infatti una furia, e il Liverpool in due minuti cade sotto una doppietta di Javi Moreno. Sì, il bomber d’area di rigore. Che al gioco di squadra non partecipa mai (ma veramente mai), ma che se c’è da buttarla dentro è una macchina. A questo punto Houllier, tecnico dei Reds, cala l’asso: fuori uno spento Owen, dentro l’idolo e veterano Robbie Fowler. Pronti-via, e Robbie segna il 4-3. Nonostante un timido forcing nei minuti seguenti, l’Alavés sembra non avere più forze per ribaltare il risultato. È finita.

E invece, a due minuti dalla fine, sugli sviluppi di un corner dalla destra, svetta il cranio biondo di Jordi, che infila il goal del 4-4. Inspiegabilmente e contro ogni pronostico, l’Alavés è ancora in corsa. Si va all’extra-time, in una finale che probabilmente non ha eguali per intensità, imprevedibilità e caparbietà.

I supplementari, però, si trasformano in un mezzo massacro: l’Alavés si difende e basta. E lo fa in 10 uomini, visto che proprio Mecelin si fa espellere, dopo 5 minuti dall’inizio dell’overtime, per un’entrata killer.1290100069_extras_ladillos_1_0Sembra tutto pronto per i rigori, ma stavolta il destino gira le spalle ai baschi. Smicer s’invola sulla fascia sinistra, salta di netto capitan Karmona, che lo abbatte senza pietà: esplusione per doppio giallo ed Alavés costretto a giocare in 9. L’ennesima mazzata. Sulla palla per la punzione va “il guerriero” McAllister, che tira malissimo.

La traiettoria, lenta e facilmente preda del portiere, viene però goffamente deviata nella propria porta da Geli. Proprio lui, l’unico con Crujiff ad aver giocato in una selezione nazionale e ad avere una certa esperienza internazionale. È la beffa finale, che arriva nel modo più rocambolesco.

A quattro minuti dalla lotteria dei rigori, finisce la straordinaria avventura dell’Alavés. Sarà una cesura epocale perché i baschi non si riprenderanno più, nel 2003 infatti retrocederanno in Segunda. E dal 2008/09 addirittura sgomitano per rimanere nella Segunda Division B: la terza serie spagnola.

Sperando, prima o poi, di tornare nella massima serie per rivivere certe emozioni che, per i tifosi degli zorros, rimagono indelebili. Deportivo Alavés, quando il viaggio conta più della meta.