In Argentina accade che chiunque si discosti dalle comuni convenzioni, anche solo per uno spazio fugace, venga ribattezzato loco. Un soprannome che suona familiare alle nostre orecchie, soprattutto a quelle di chi, del calcio, ha fatto una passione. La storia del gioco, o almeno quella che scorre lenta intorno alle acque argentate del Rio de La Plata, è infatti colma di locos.

Giocatori, allenatori, perfino capi ultras: un esercito accomunato da quel termine totalizzante. Ma c’è chi, quel soprannome, se l’è davvero meritato. Incorporando in sé tutte le sfaccettature possibili della follia, calcistica ma non solo. È Marcelo Bielsa: guru della panchina, primus inter pares tra le figure cult del calcio sudamericano e “loco” di diritto.

“Il successo è deformante: rilassa, inganna, ci rende peggiori, ci aiuta ad innamorarci eccessivamente di noi stessi. Al contrario, l’insuccesso è formativo: ci rende stabili, ci avvicina alle nostre convinzioni, ci fa ritornare ad essere coerenti. Sia chiaro che competiamo per vincere, ed io faccio questo lavoro perché voglio vincere quando competo. Ma se non distinguessi ciò che è realmente formativo da quello che è secondario, commetterei un errore enorme.”

Virgolettato che potrebbe appartenere ad Osvaldo Soriano come a Zdenek Zeman; un pensiero che in poche battute ci consegna una personalità profonda, scomoda e costantemente controcorrente. Tre aggettivi che Marcelo Bielsa ha fatto suoi, spostando in avanti il concetto di uomo solo al comando, di eremita della panchina in cerca di un El Dorado tattico dal sapore di utopia.

El Loco è questo: uomo del divide et impera. Visceralmente amato da chi pensa che il calcio sia, nonostante tutto, una materia romantica e metafisica; inviso a chi del calcio coglie soltanto il lato speculativo e mediatico. Una figura senza tempo.

Come e perché questo allenatore 60enne è sublimato in figura liturgica? La risposta non è univoca, e porta con sé un mix di sapienza tattica ineguagliata, refrattarietà al mondo dei media e del business ed un romanticismo latente da eroe romantico dello Sturm und Drang.

Bielsa, come gli eroi tedeschi di Goethe, può essere il ribelle solitario che, orgoglioso della sua superiorità spirituale, della sua forza e sprezzante della mediocrità, sfida ogni autorità e limite per affermare la sua libertà e la sua individualità d’eccezione; oppure può essere la vittima, colui che proprio dalla sua superiorità è reso diverso per il comune sentire. E per questo incompreso ed escluso. Sostanzialmente, Marcelo Bielsa risponde a tutte queste caratteristiche tipiche di un immaginario demodé.

El Loco, già dal luogo di nascita, esprime quella vena ammantata di eccezionalità che sarà il punto cardine della sua lunga carriera: nasce e cresce a Rosario. La città di Che Guevara, El Flaco Menotti, Leo Messi e Lucio Fontana. Fieramente contrapposta alla capitale con il suo coacervo cosmopolita dall’aria bohemién, Rosario è semplicemente l’inizio di tutto per Bielsa.

Bielsa a Rosario (1990)

Marcelo è figlio dell’alta borghesia: scordatevi le baraccopoli e i villeros, i palloni di carta straccia e le miserie diffuse, El Loco discende da una nota famiglia di giuristi, il che, fin dall’adolescenza passata sui campi di Rosario, non lo delinea come la persona più benvoluta in zona. Perché da queste parti il futbol è cosa popolare: è forse l’unica possibilità di riscatto sociale. Nei campi del quartiere viene apostrofato come “el señorino Marcelo”, il rampollo di buona famiglia che si dedica al calcio come piacevole passatempo.

Niente di più errato e miope. Bielsa, modesto difensore e personalità ossessiva, è invece morbosamente attratto da quel gioco. O meglio, dalle possibilità che quel gioco gli mette dinanzi. Come i grandi scacchisti davanti alla scacchiera. È un calcolatore maniacale, ma è pur sempre un argentino.

Ed è forse la più grande differenza con tutte le figure scientifiche prestate al mondo della panchina: non ha in sé quella rigida impostazione culturale e matematica di Lobanovski, non ha la visione monotematica di Zeman; è un santafesino per difetto, associa al lato utilitaristico e scientifico del gioco quello prettamente estetico tipico degli argentini. Un crossover micidiale.

“Sono a favore di un calcio più aggressivo e meno paziente. Perché? Perché sono ansioso di natura e perché sono argentino.”

La sua opera è per certi aspetti comparabile a quella del concittadino Lucio Fontana: il padre dello spazialismo, colui che aggrediva le tele con strappi e tagli, dando vita ad una tridimensionalità volta a superare il concetto classico di opera su tela. Gesti smaccatamente provocatori, che hanno aperto la strada ad un nuovo modo di pensare (e mettere in pratica) la pittura. Insomma, Bielsa come Fontana è capostipite di una visione nuova.

Ha 17 anni e, dopo un furioso litigio col padre, si rifugia a dormire dentro una palazzina adibita a pensione per i ragazzini del Newell’s Old Boys. Al fianco della brandina ha soltanto la sua Zanella 50, la moto che non abbandona mai. Inizia così la sua ossessione per il calcio giocato: è una sorta di giovane ergastolano studioso del pallone. Per sua precisa scelta. Decide di approfondire sempre più le due figure pivotali del calcio argentino: Luís César Menotti e Carlos Bilardo. Yin e Yang dell’universo tattico albiceleste.

«Mi piaceva leggere di Menotti e di Bilardo, ma non potevo comprare ogni giorno i 12 quotidiani che arrivavano a Rosario, così cominciai a gestire un’edicola in centro.»

Bielsa prende progressivamente coscienza del suo ruolo, abbracciando la strada popolare del calcio e rifiutando quella predeterminata dalla tradizione di famiglia. Cosa che non lo farà parlare col padre per decenni, complice un isolamento fiero ed assoluto: un viaggio fatto di fissazioni tattiche e migliaia di kilometri percorsi battendo l’Argentina in lungo e in largo alla ricerca di talenti da scovare.

Perché Bielsa è allenatore tout-court, non gli bastano le letture sul calcio di Menotti all’ombra della sua edicola di Rosario, ha bisogno di sedute tattiche, lavoro sul campo e calciatori che sposino ciecamente la sua idea spazialista del gioco.

È così che, dopo 5 anni dal ritiro dal calcio giocato, ad appena 32 anni, intraprende un pellegrinaggio degno dei Diari della Motocicletta del Che. Soltanto che, al posto de la Poderosa di Guevara e Granado, mettete una Fiat 147 dal motore robusto e dai pochissimi comfort.

È il turning point della vita di Marcelo: è il 1987, l’Argentina è campione del mondo ed è definitivamente uscita dalla soffocante tenaglia del regime dittatoriale di Videla; el Loco intravede la sua strada, disegnando un percorso che solo lui può intuire. Batte in lungo e in largo il paese con la sua Fiat, percorre circa 24.000 kilometri in 3 mesi, alla ricerca di giovani talenti da segnalare e lanciare nell’accademia del Newell’s. La sua casa, la squadra del quartiere. Quella dove ha appena acquisito il ruolo di allenatore delle giovanili.

Questo breve arco di vita frenetico e febbrile è oltremodo ricco di aneddoti passati alla storia. Ma almeno un paio meritano una menzione a parte. Il primo, vede il Nostro incocciare in un ragazzino goffo e gordito, uno un po’ timido, con una lunga chioma castana e gli occhi azzurri. Siamo dalle parti del distretto di Avellaneda, a pochi chilometri da Rosario, e quel ragazzino viene subito precettato dal Loco.

È Gabriel Omar Batistuta, scoperto appena 16enne mentre prendeva d’assalto quella Fiat alla ricerca della cioccolata di cui non poteva fare a meno. E che Marcelo concedeva soltanto una tantum dopo le sedute.

«Mi fece dimagrire, e quando finì la dieta mi portò nel suo ufficio, sotto la tribuna, e mi regalò un’intera scatola di alfajores: è stato come un padre, il mio primo vero allenatore e il più importante in tutta la mia formazione.» (G. Batistuta)

Bastone e carota. Ma è grazie al tipico modello formativo paternalista à-la Bielsa se l’Argentina riceverà in dono il miglior cannoniere della sua storia. Un altro episodio che tratteggia perfettamente l’assillante ricerca di Bielsa avviene nel cuore di una notte d’estate a Murphy, sperduto borgo nel cuore della provincia santafesina. È notte fonda e Bielsa ha ricevuto una segnalazione su un 15enne che promette bene. Accende la 147 e parte, si fionda per kilometri nell’enorme pampa oltre il Paranà. Con i fari che fendono il buio.

Sembra l’incipit di Strade Perdute di David Lynch, invece è un giovane allenatore che solo così può dare sfogo al suo disegno. Arriva a destinazione e bussa alla porta di casa della famiglia Pochettino, la madre del ragazzo pensa ad un tentativo di furto e così decide di non aprire. Dopo qualche minuto la situazione si stabilizza e quella figura burbera e singolare entra in casa, dichiarando di dover visionare a tutti i costi il piccolo Mauricio. L’anno seguente, a 16 anni, debutterà da titolare in campionato nel Newell’s Old Boys di Bielsa.

El Loco è anche questo: figura paternalista e fuggitivo ribelle, uomo contro e rivoluzionario fai da te. Grazie a questo lavoro insaziabile e folle, crea una vera e propria rete di osservazione e scouting che si estende dal clima subtropicale del Chaco fino al gelo della Patagonia. Un’impresa titanica a bordo di un’utilitaria. Materiale da pioniere del calcio, insieme ad un fidato collaboratore: José Pekerman. Un nome che risentiremo spesso nella storia dell’Albiceleste.

Insomma, Bielsa è già un personaggio epico e chiacchierato ma manca della parte più affascinante della sua creazione: il calcio sul campo.

A Rosario inforna la cantera del Newell’s con alcuni nomi che fanno tremare i polsi: Sensini, Heinze, Balbo e Batistuta. Sono alcuni dei frutti raccolti nei mesi di pellegrinaggio on the road. Vince a mani basse ogni competizione giovanile e viene lanciato in prima squadra. È il 1990, e Marcelo si porta dietro dieci ragazzi della cantera: perché El Loco non ha bisogno di semplici giocatori, ha bisogno di calciatori adatti al suo dogma. Necessita di adepti che sappiano snocciolare a memoria uno spartito cervellotico e a tratti impossibile.

Batistuta col 7, ai tempi del Newell’s

Si apre così l’era del Newell’s campione: un tornado che si abbatte sull’Argentina e deflagra Boca, River, Rosario Central e tutte le compagini più quotate. Prima stagione da allenatore nella massima serie e titolo. A Rosario è già un guru. Una figura da portare in trionfo, cosa che i suoi giocatori puntualmente fanno al grido di “Newell’s Carajo!”.

Ma quello che rimane impresso come uno shock è il calcio proposto dal suo Newell’s. In Argentina, ma non solo, non si è mai giocato così: ultra-offensivo, verticale fino al parossismo, spinto da una vigoria atletica estrema e costantemente in pressing.

È la rivoluzione bielsista: quella fatta di tagli in profondità, ossessiva ricerca dello spazio, continua copertura della metà campo avversaria, giocate a due tocchi, pressing triplicato in uscita e ripartenze fulminee in fase di transizione offensiva. È come salire su un rollercoaster che ti scuote fino all’esaurimento. È un calcio che esalta gli interpreti, ma li prosciuga al tempo stesso.

C’è qualcosa di anfetaminico nel vedere la concezione tattica di Bielsa all’opera. È una scintillante macchina futurista partorita da una mente divisa a metà tra filosofia e avanguardia.

Passano meno di due anni e Bielsa porta il Newell’s ad un traguardo impensabile: la finale di Libertadores. Ha davanti il San Paolo di Cafù, e nonostante una splendida partita in casa chiusa con un magro 1-0, in Brasile il bielsismo ha il braccino del tennista e perde con lo stesso punteggio. Si va ai calci di rigore, dove trionfa il San Paolo. I rigori, materia metafisica per eccellenza e buco nero nella carriera del Loco. Sarà una costante, come se l’unica cosa che non potesse controllare fosse la lotteria dell’emotività dagli 11 metri.

Ma poco importa, perché Bielsa ha nuovamente stravinto il campionato col Newell’s. Che di lì a pochi anni arriverà a dedicargli lo stadio, che tutt’oggi si chiama “Estadio Marcelo Bielsa”. È l’unico allenatore vivente ad aver ricevuto un simile riconoscimento.

Ma la carriera e i tormenti di Bielsa girano attorno anche e soprattutto ad un fallimento storico. Quello che si porta dietro come una ferita che non si può rimarginare del tutto: la Selección. Diventa ct dell’Argentina dopo aver fatto l’ennesima scelta controcorrente ed aver accettato la proposta dell’Atlas prima e dell’América di Città del Messico poi.

Due anni di esperienza fuori dai confini con la consacrazione di alcuni talenti come Rafa Márquez, Pavel Pardo e Jared Borghetti. Scoperti dopo una mastodontica selezione, passando al setaccio 11.000 giovani calciatori. Un lavoro titanico in un paese dall’entusiasmo viscerale: il suo habitat naturale.

Dopo il ritorno in patria, con trionfo nel campionato di Clausura col Vélez, datato 1997/98, Marcelo diventa ct dell’Albiceleste. Il ruolo più difficile e affascinante di una carriera fuori dall’ordinario. È qui che consacra il suo modulo in bilico fra utopia e visione futurista del campo. Schiera un ineguagliabile 3-3-1-3 che, fin dalle prime battute, spedisce gli argentini in un mondo parallelo fatto di sogni e sensazioni di manifesta superiorità. Perché, a pensarci bene, uno schieramento del genere non si era mai visto.

Anzi, l’Argentina fin dal post-Menotti si è spesso affidata alla filosofia-Bilardo, quella costruita su attenzione e pochi fronzoli, più che sulla sfrontatezza dei suoi talenti. Così nell’86 e nel ’90: una squadra speculativa, illuminata dalle giocate del più grande calciatore della storia e da qualche guizzo isolato.

Lo stesso Passarella nel 1998 modificò appena quel canovaccio tattico, avendo a disposizione una squadra ricca di campioni che solo Alfio Basile era riuscito ad impostare in maniera invidiabile, con due vittorie in Copa América e uno squarcio di calcio abbagliante nel mondiale del ’94.

Bielsa, insomma, è atteso come un profeta in patria. E la generazione a sua disposizione è semplicemente spaventosa: dalla cintola in su è un’Argentina come non si vedeva da oltre 20 anni. El Loco, come al solito, si isola e fa quadrato intorno ai suoi dettami tattici. Ha in mente solo quello schema con quegli interpreti.

È il 3-3-1-3. Una linea difensiva fatta di tre centrali ravvicinati, con due marcatori e uno che sappia impostare l’azione da dietro, senza veri esterni bassi di “protezione”; un centrocampo a tre, impostato su un volante che deve svolgere un compito ossessivo di protezione ai centrali e gestione della palla in costruzione, poi due esterni che sfruttano il fraseggio stretto, gli inserimenti verticali negli spazi e ripiegano sulle ripartenze avversarie. Inoltre, la vera firma in calce del Loco: un enganche, cioè il trequartista che crea gioco e collega i reparti in fase offensiva, muovendosi continuamente tra le linee e dettando i passaggi.

Infine, un tridente offensivo che deve rispondere ad una maniacale caratteristica: la mobilità forsennata degli esterni, che devono tagliare attaccando gli spazi, farsi trovare sulle verticalizzazioni, allargare il campo e pressare fin dai primi metri il giro palla avversario; in cima alla catena un centravanti vero: un finalizzatore dotato fisicamente e atleticamente, dato il moto perpetuo preteso dal Loco.

Il 3-3-1-3 di Bielsa al mondiale del 2002

È lo spazialismo calcistico di Bielsa. Che in quell’Argentina si traduce in una formazione dal potenziale devastante. El Payaso Aimar, pupillo del tecnico rosarino, è l’enganche – spesso alternato al più universale Veron – dietro al trio Ortega-Batistuta-Claudio López. Un tridente puro, che si sposa perfettamente con le caratteristiche della rivoluzione bielsista.

In altre parole: l’Argentina è una sorta di Lamborghini che viaggia a rotta di collo lungo strade tortuose. Il rischio di sbandare è concreto e il botto potrebbe essere fragoroso.

Ma durante le qualificazioni al mondiale quella macchina fiammante è lanciata a tavoletta. L’Albiceleste domina il girone. Senza storia. 18 partite: 13 vittorie, 4 pareggi e una sola sconfitta (in Brasile). Segna 43 gol e ne subisce 15, a testimonianza di un meccanismo sempre più perfezionato. Crespo chiude a 9 gol, Batistuta a 6 giocando la metà delle partite a testa. Sarà uno degli enigmi irrisolti di quella gestione.

“I cambiamenti in una squadra si attuano quando si vince, non quando si perde. Quando si perde è il momento di osservare e capire.”

È la variabile che Marcelo non ha calcolato, e che in Giappone e Corea gli verrà rinfacciata a piè sospinto dai media argentini. Al mondiale, infatti, l’Argentina arriva come super favorita: una condizione storica che ha sempre finito per diventare un enorme fardello per la Nazionale.

Ad ogni modo, il debutto è positivo: la Selección vince 1-0 contro una Nigeria infarcita di giovani e qualche vecchia gloria come Jay Jay Okocha. Una vittoria di misura a firma Batistuta, ma potevano starci tranquillamente altri 5 gol, fra occasioni sprecate e ottime parate del veterano Shorunmu.

Poi, il crollo. Quello che in un torneo di breve durata non puoi permetterti, soprattutto in un girone di ferro come quello dell’Argentina. Incrociano l’Inghilterra e la partita è tesa e già decisiva per il piazzamento di entrambe. La decide un discutibile rigore calciato di potenza da Beckham. L’Albiceleste reagisce ma non ce la fa, appare svuotata e confusionaria e anche la turnazione in attacco non paga. È il turning point del mondiale. E della carriera di Bielsa.

All’ultimo turno affronta una sorprendente Svezia, che viaggia sulle ali dell’entusiasmo di chi non ha nulla da perdere; mentre l’Argentina è sull’orlo di uno psicodramma collettivo. In queste condizioni l’Albiceleste ha spesso fallito. E anche stavolta va così.

El Loco è teso, silenzioso e avverte il peso del fallimento come una spada di Damocle. Cambia nuovamente l’enganche e il centravanti, non schiererà mai insieme i due super-bomber Crespo e Batistuta, ma questo è solo un dettaglio buono per le prime pagine di giornali come il Clarín.

“La vostra arma come giornalisti è la parola scritta. La mia è la parola “parlata”. Io utilizzo 50 frasi per costruire e rendere chiaro un solo concetto. Così dopo voi dovete mettere tutto questo in una riga.”

La sua creatura gioca, mette alle corde una Svezia nettamente inferiore e crea più occasioni. Ma, come accade nel calcio, al primo episodio utile gli svedesi mettono la testa fuori dalla metà campo e guadagnano una punizione sui 28 metri. Non hanno specialisti né grandi giocatori. Va un certo Andreas Svensson, che sembra fuoriuscito da uno spot Ikea per famiglie, e tira fuori una parabola degna di Veron. Gol. 1-0. L’atmosfera è irreale.

La Selección è un leone ferito, cerca di reagire ma la palla non entra, rischia di prendere il secondo in contropiede ma ormai è tutto saltato. Esistono solo i nervi. All’88°, uno spunto di Ortega finisce con un calcio di rigore a favore. Calcia il Burrito, Hedman respinge, ma sbuca come un rapace Hernán Crespo che infila l’1-1. Troppo tardi, c’è tempo soltanto per un tracciante mancino di Sorin che sfiora il palo. È finita: l’Argentina è fuori. El Loco ha fallito.

L’Argentina di Bielsa in Giappone

È il Vietnam calcistico a tinte bianco-azzurre. Bielsa, come il colonnello Kurtz, si ritira in un eremo pallonaro lontano da tutti, corroborato dall’appoggio incondizionato del gruppo. Perché questa è l’altra grande forza del tecnico: la capacità di fare proseliti tra i suoi calciatori. Una cieca adesione ai suoi dettami e alla sua idea di calcio.

Come Marlon Brando in Apocalypse Now, Bielsa ha al suo fianco un manipolo di adepti più che di giocatori. Ed è su queste basi che riesce a risorgere e piazzare un parziale riscatto due anni dopo. Vola ad Atene con la Selección e stravince le Olimpiadi; certo, non il torneo che sognava, ma è un titolo che a Buenos Aires non è mai finito in bacheca. Inoltre, lancia un certo Carlos Tévez: vero mattatore del torneo. Insomma, la resurrezione è compiuta.

Come spesso accade nel calcio, il tecnico burbero e controverso è tornato sull’altare dei favori mediatici. Dinamica che El Loco non sopporta. Infatti, senza alcun preavviso, si dimette dalla guida tecnica della Nazionale lasciando basita un’intera nazione.

Come al solito fa parlare i numeri, sotto forma di statistiche. È l’allenatore che ha vinto più partite nella storia dell’Albiceleste: sono 57, su 85 giocate, con 18 pareggi e 10 sconfitte. Ma la ferita non si rimargina facilmente. Ha avvertito venir meno la fiducia dei vertici dell’AFA, e da questo momento comincia un esilio che ha del mistico.

Non rilascerà mai più interviste vis-a-vis nella sua carriera, si fermerà per tre lunghi anni e passerà la maggior parte del tempo a visionare dvd e vhs con migliaia di partite dei maggiori campionati. Si narra che, in questo periodo, una sera abbia svegliato di soprassalto famiglia, servitù e vicini della sua villa di Rosario per provare una disposizione tattica “vivente” nel giardino di casa. Il tutto alle 2 di notte. La verità è che Bielsa, senza calcio, non può vivere. È il 2007, accetta la chiamata della nazionale cilena.

Nel giro di tre anni diventerà una sorta di divinità pagana all’ombra delle Ande. Perché il suo Cile strappa il pass per il Sudafrica con uno storico e altrettanto spettacolare secondo posto, ad un solo punto dal Brasile. Tanto per iniziare imposta il suo schema-feticcio, re-inventando Medel come centrale difensivo di impostazione; poi plasma due ventenni che fanno letteralmente la differenza: Vidal e Alexis Sánchez; mantiene un ruolo centrale per il mito Valdivia e si presenta così al mondiale come mina vagante.

La sua Roja gioca il miglior calcio della manifestazione. Vidal, schierato come enganche, sublima in un calciatore di spessore mondiale, Sánchez è una furia dai piedi di velluto e il Cile è un collettivo che dà spettacolo col suo gioco intenso e verticale. Passa il girone alle spalle della Spagna, dopo una prima fase brillantissima chiusa con 6 punti. Ma agli ottavi deve cedere il passo, il Brasile è ancora troppo per quella sorprendente compagine di giovani outsider: 3-0 secco e si torna a Santiago. Da eroi. Perché mai il Cile aveva vinto due partite in una fase finale dei mondiali e solo una volta era passato agli ottavi. È storia.

“Tutti sappiamo quando un giocatore è bravo o scarso. Il vero merito di un tecnico è capire quando un giocatore che sembra normale può diventare davvero bravo. Un buon allenatore è quello che porta il giocatore ad esprimere il massimo del suo potenziale, o a scoprirlo quando ancora nessuno lo ha fatto.”

E ancora una volta, appena scritta la storia, Bielsa spiazza tutti. Dopo un tira e molla ricco di conflitti e incomprensioni con i vertici della Federazione, Marcelo convoca una conferenza stampa e annuncia le dimissioni. In lacrime. Perché in Cile è una sorta di monumento del calcio, un leader nazionale al pari della presidentessa Bachelet. Per capirsi: i telegiornali entrano in diretta con edizioni speciali sulle sue dimissioni.

Dalla Bielsa-mania al vuoto; a Santiago provano a convincerlo in tutti i modi, ma l’atto del Loco è tranchant. Non si può tornare indietro. La guida tecnica passa all’allievo Sampaoli, che lascia quasi immutato il sistema bielsista ritrovandosi alla guida di una compagine rodatissima.

I lunghi silenzi, le dichiarazioni tra il dileggio e la filosofia esistenzialista e soprattutto il gioco delle sue squadre, lo elevano a santone della panchina. È finalmente giunto il momento di uscire dai confini ibero-americani. Marcelo ha molte offerte, non ultima quella di un’Inter post-triplete da ricostruire, ma lui ha già deciso: dà la parola all’Athlétic Bilbao, rifiuta un milione di euro all’anno e si accasa al San Mamés. El Loco nei Paesi Baschi: dura, per contesto, immaginare di meglio.

Così Bielsa inizia l’avventura nel vecchio continente e nel suo calcio milionario, ereditando una squadra orgogliosa e tenace che plasma subito alla sua maniera. Fa fuori alcuni elementi chiave che non si adattano al suo gioco, lancia giovani molto promettenti e accantona il 3-3-1-3, virando su un 4-2-3-1 più vicino al calcio europeo. Anche se il team basco è al 100% espressione bielsista.

Al primo anno, dopo un lavoro profondissimo sul piano tattico e mentale – si passa da un sistema vetero-britannico con cross dalle fasce e palle verticali per la spizzata di Llorente, a quello totale – la sua creatura sorprende.

In campionato paga lo scotto di una carburazione progressiva chiudendo al nono posto: risultato soddisfacente. Soprattutto se si pensa che quella squadra dall’età media bassissima riesce ad arrivare in finale di Coppa di Spagna e di Europa League. Due cavalcate di gioco tambureggiante perché, pur modificando il modulo, i principi rimangono inalterati consacrando giovani come Muniain e Iturraspe. Quelle finali, però, saranno una Via Crucis dolorosissima: finiscono entrambe 3-0, dimostrando una preoccupante sindrome da prestazione proprio nel momento clou.

Al secondo anno, come da copione, la macchina di Bielsa perde giri: undicesimo posto in campionato, alcune isolate prestazioni da incorniciare e uno sgonfiamento generale. A fine anno, nonostante l’amore incondizionato del popolo basco, Bielsa fa nuovamente le valigie. E, ancora una volta, stupisce il mondo. Imbocca la via più affascinante e intricata: va a Marsiglia.

Se qualcuno credeva che non sarebbe stato possibile migliorare il tandem Bilbao-Bielsa, eccolo servito. El Loco al Velodrome è una sorta di archetipo, un’alchimia creata in laboratorio per incendiare le folle. Anche se la partenza è tutt’altro che roboante. Anzi. Convoca una delle sue conferenze stampa e spara a pallettoni contro la sua dirigenza, rea di aver condotto un mercato totalmente diverso dalle sue indicazioni.

La curva del Velodrome a Marsiglia

Come sempre: divide et impera. Perché intanto per la variopinta curva marsigliese Bielsa è già un idolo. E così per la squadra. Inviso ai media francesi e all’entourage presidenziale, Marcelo si barrica nel suo personalissimo fortino e comincia a dettare il solito spartito. Dopo un’estate contraddittoria e due scialbe giornate di Ligue1, el Loco mette a referto otto vittorie di fila che proiettano il Marsiglia al primo posto.

Davanti ai fantamilioni dello sceicco Al Khelaifi c’è il filosofo matto di Rosario. E dopo anni di entusiasmo sopito il Velodrome torna una bolgia piena all’inverosimile. Ad ogni partita. Non fa differenza, perché Bielsa o lo si ama visceralmente o lo si odia; la parte passionale e popolare della città non può che amarlo.

Il Marsiglia, cronaca di pochi mesi fa, chiude al quarto posto un campionato da protagonista, pagando un calo generale negli ultimi due mesi, come già successo a Bilbao, ma arrivando a giocarsi la qualificazione in Champions fino all’ultima giornata utile.

Insomma, partendo da un anonimo settimo posto dell’anno precedente, Bielsa lascia in eredità il miglior gioco della Ligue 1, i 18 gol di un rigenerato Gignac e il lancio su livelli internazionali di pedine come Imbula e Ayew, tanto per citare due calciatori che oggi sono sulla bocca di tutti. Lo stregone ha incantato Marsiglia. Se non bastasse, ascoltate un discorso come quello che tiene dopo Lione-Marsiglia: una prestazione da far invidia ad Al Pacino.

Il futuro, mai come in questo caso, è impronosticabile. La cortina di mistero e sfuggevolezza del Loco resiste e acquista consistenza coi suoi silenzi e le sue assenze, con le sue stranezze e la capacità di disorientare chiunque. Ma una cosa è certa: quel sessantenne dal profilo severo è ancora in grado di stupire. E non solo per i 26 modi differenti di battere una rimessa laterale.

Perché el Loco Bielsa sta al gioco del calcio come Syd Barrett allo sviluppo del rock. Il Pazzo Diamante dei Pink Floyd, quello che partì all’improvviso per andare a contare i trifogli d’Irlanda dopo aver scardinato regole e suoni secondo una visione folle e personale. Proprio come Marcelo Bielsa, il Pazzo Diamante del calcio.