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È il 23 Maggio del 1991. Lo Stadio Olimpico è pieno. Anzi, esplode in un tripudio di bandiere giallorosse, gagliardetti, fumogeni e persone. Quelle persone sono lì non per una partita ufficiale; anzi, il giorno precedente c’era stata in effetti una partita ufficiale, sempre all’Olimpico. E che partita.

Era la finale di Coppa Uefa, persa proprio dalla Roma contro l’Inter nel doppio confronto. Ma – in quella sera del 23 maggio – con la sconfitta alle spalle che ancora brucia, c’è da riempire lo Stadio per un evento a detta di tutti traumatico: è la partita d’addio al calcio giocato di Bruno Conti.

Paradossalmente, ci sono più spettatori paganti della sera precedente. E pensare che molti non andarono allo stadio: troppo forte l’emozione. Troppo difficile dire addio ad una bandiera, ad un romano e romanista docg che aveva fatto sognare la Curva per sedici lunghe stagioni, tra addii e ritorni. Un’intera epoca.

E pensare che, se avessimo dato retta ad Helenio Herrera e Luciano Moggi, che definirono quel ragazzino dell’hinterland romano “troppo minuto per giocare”, probabilmente la Roma non avrebbe vinto lo scudetto nel 1982/83. E l’Italia il Mondiale di Spagna dell’82. E invece il piccolo Bruno c’era in entrambe le occasioni. Eccome.

Bruno crebbe a Nettuno – patria del baseball, se ce n’è una in Italia – nei movimentati anni ’60. Come molti concittadini, si dedicò con eccellenti risultati proprio allo sport portato nel belpaese dagli Alleati nel periodo bellico e consolidato durante la ricostruzione del paese.

Tanto da esordire – appena 16enne – nella massima serie italiana. E tanto da attrarre l’attenzione di uno scout della Santa Monica University, che offrì al giovane Bruno una borsa di studio che gli avrebbe permesso di emigrare e tentare la strada del professionismo oltre oceano. Per fortuna di tutti, il padre si oppose fermamente e tutto finì nel dimenticatoio.

Il presente sportivo di Bruno non era però propriamente roseo. Il Cos Latina, squadra dove militava, sembrava andargli stretto, ma nel contempo il tanto agognato salto di qualità non arrivava mai. Fu Camillo Anastasi – braccio destro dell’allora presidente Anzalone – il primo a credere in lui. Ma il primissimo provino nel 1969 andò male: il tecnico Herrera proprio non lo vedeva.

Disse di Bruno che: “aveva scambiato il provino alle Tre Fontane per un corso da corazziere”. Ed andò male pure il secondo, questa volta con la Juve. Juventus che aveva delegato un giovane Luciano Moggi, che lo bocciò sempre a causa di quel fisico ritenuto “poco adatto agli alti livelli”.  È lo scotto che un ragazzino filiforme, timido e poco appariscente deve pagare. Una condanna giovanile.

Fortuna per tutti che Anastasi non s’arrese e – contro il volere di Herrera – convinse il presidentissimo a tesserare il 17enne centrocampista del Cos Latina. Dapprima per la Primavera, poi per la prima squadra. Bruno non è alto né possente, ed ha una tecnica grezza ancora da affinare. D’altronde, fino a 3 anni prima era un lanciatore dal futuro roseo in Major League Baseball.

Ma Conti ha cuore, grinta, polmoni, oltreché umiltà e spirito di sacrificio in eccesso. E soprattutto con quel mancino – il destro è come se non lo avesse – è in grado di fare tutto: saltare secco l’uomo sull’esterno come sull’interno, servire assist e cross al bacio e calciare con un tiro potente e preciso. E infine la sua skill speciale: sa usare il tacco del piede sinistro come una vera arma da dribbling; come uno schermidore in punta di fioretto che fa ammattire i propri avversari.

Insomma, l’impatto con la prima squadra è parecchio duro, come ricorderà Bruno in più di un’occasione:

“Sono sempre stato molto timido: per cui solitamente venivo malmenato o spaventato dagli avversari più rudi. Inoltre ero innamorato del pallone: avrei dribblato pure i pali della porta.”

Fortuna che Nils Liedholm lo prese sotto la sua ala protettrice, correggendone gli svarioni tattici, l’anarchia selvaggia e i deficit di personalità, e facendolo esordire in prima squadra nel 1974. Ad appena 19 anni. Guarda il caso, proprio nell’anno dello Scudetto della Lazio di Chinaglia.

Ma la concorrenza, seppur in quella Roma non memorabile di metà classifica, è piuttosto serrata ed agguerrita. Dopo due anni e sole quattro presenze, Bruno viene spedito a farsi le ossa in Liguria. Sponda Grifone. Ed è al Genoa che conosce un altro ragazzino terribile, con cui comincia a legare anche fuori dal campo, e col quale ne avrebbe combinate delle belle anni dopo: O’ Rey di Crocefieschi. Al secolo Roberto Pruzzo.Bruno_Conti,_Genoa_1978-79

Quando ritorna a Roma nel 1976 è un altro giocatore. Sempre geniale, ma più maturo sia tatticamente che tecnicamente. Data anche la giovane età, non si può certo definirlo un leader carismatico. Ma la sua sicurezza e la sua leadership silenziosa si sentono eccome. Liedholm, che nell’accudire calciatori di talento non è secondo a nessuno, si innamora di lui e comincia a schierarlo con continuità. Infatti il primo gol arriva proprio nel 1977: una botta improvvisa dai 30 metri contro la Juventus (la Roma vincerà 3 a 1).

Ma l’anno cruciale per Bruno è il 1980. Alla presidenza della Roma è arrivato l’ambizioso Dino Viola, che in estate ha portato nella Capitale l’allora non troppo conosciuto mediano Paulo Roberto Falcão. Che con Conti, Di Bartolomei e Pruzzo formerà l’intelaiatura portante della Roma scudettata di 3 anni dopo.

Ma il 1980 è anche l’anno della prima convocazione in Nazionale, fortemente voluta dal tecnico Bearzot: entrerà nella ripresa durante un’amichevole contro il poco blasonato Lussemburgo. Ma poco importa: a 25 anni Conti è ormai un giocatore affermato ed arrivato. E la sua stella splende sulla Serie A.

Conti con Prohaska, Falcao e Ancelotti

Arriva infine il Mundial del 1982. L’Italia non parte male: parte malissimo. L’unico che sembra giocare al suo livello è proprio Bruno. E senza un suo gol decisivo al Perù saremmo andati probabilmente a casa tra i fischi, avendo superato il girone solo per la differenza reti. Fatto sta che l’Italia finisce nel gironcino a tre delle fasi finali insieme a Brasile ed Argentina.

Tutti a casa? No, perché lì, come noto, avviene il miracolo: Rossi si sveglia dal torpore e il resto della squadra comincia ad ingranare. Compiendo una doppia impresa totalmente inaspettata e impronosticabile: fuori il Brasile più forte dal ’70 in poi – quello del centrocampo Zico, Sócrates, Cerezo, Falcão – e sconfitta pure l’Argentina campione in carica. È la svolta, quella che proietta gli azzurri di Bearzot verso la meta finale del Santiago Bernabéu.

E Conti? Bruno è semplicemente meraviglioso. Marazico – come venne soprannominato proprio perché in quel torneo sembrava la sintesi fra Maradona e Zico – è sostanzialmente posseduto: dribbla qualunque avversario diretto, corre per tre persone e comincia a farsi sentire pure come leader emotivo. Gioca un mondiale irripetibile per qualità e intensità. Soprattutto la partita con il Brasile è una prestazione che meriterebbe il Pallone d’Oro. Il resto è storia, e sostanzialmente tutti la conosciamo.

Conti al ritorno da Madrid con la Coppa del Mondo

Bruno tornò in Italia come un eroe. È infatti parere di molti – compreso O’ Rey Pelè – che il miglior giocatore di quel Mondiale fosse stato proprio lui. Anche se i gol decisivi di Pablito fecero sì che il premio venisse consegnato – forse meritatamente – a Rossi.

Ma la tifoseria della Roma non si accontenta: si chiede a Bruno l’ennesimo salto di qualità. Si chiede a Conti, Falcão, Pruzzo e Diba lo Scudetto. E Scudetto sarà, a coronamento di un anno e mezzo quasi irripetibili nella carriera di un calciatore italiano. Quel poker di campioni riporta così il tricolore a Roma dopo oltre 40 anni di digiuno.

E Bruno gioca l’ennesima stagione da fenomeno della fascia. Tantoché il popolo giallorosso ormai lo considera come qualcosa che appartiene di diritto alla città: come la Curva Sud o Villa Borghese. È, insomma, estensione del sentimento di romanità.

“Lui pattina, inventa come un ballerino invasato, è un fauno matto. Giganti altezzosi si umiliano davanti a lui, nanerottoli e pretenziosi digrignano. E lui, d’improvviso, si avvita, riprende, spinge e va.” (G. Brera)

Se il 1983 è l’anno della più grande soddisfazione a livello di club, quello seguente è il più disastroso. Conti è infatti uno dei romanisti che fallisce uno dei rigori che costeranno la conquista della Coppa dei Campioni alla Roma. A spuntarla è il Liverpool del danzante Grobbelaar, con l’episodio di Falcão che rifiutò di calciare il rigore e che fu la miccia accesa per la detonazione di quello spogliatoio nei mesi successivi. Uno shock enorme: un addio al gruppo storico delle grandi imprese giallorosse.

Ma Bruno imperversò sulla fascia per altri otto anni, ritirandosi appunto nel 1991. In quell’occasione, a partita finita, andò sotto una stipatissima Curva Sud, che lo aveva sempre acclamato incondizionatamente, si tolse lo scarpino sinistro e lo lanciò ai tifosi. Lasciandosi poi andare ad un lungo pianto di commozione.

Senza troppi proclami, com’era nel suo stile, Bruno con quel gesto emblematico pose fine ad una carriera eclatante e per certi aspetti irripetibile. Nelle menti di tutti i tifosi, il 7 della Roma sarà sempre e soltanto lui: quell’esile ex lanciatore di Nettuno entrato in punta di piedi sul palcoscenico più importante.

Conti esulta sotto la Sud (credits: gazzetta.it)

Da allora è sempre rimasto nella famiglia Roma, allenando gli Esordienti e – per un breve lasso di tempo – pure la prima squadra. Ma è da osservatore che dicono dia il meglio di sé. In fondo ha scommesso su se stesso quando in pochi lo facevano. Ed ha vinto. Figuriamoci se non riesce a ripetersi cercando di scovare il talento celato in altre persone.

E infatti la sua ultima scoperta è il talentino classe ’96 Daniele Verde. Di cui dice: “Per me è parecchio forte. Solo che molti lo hanno scartato perché piccolo fisicamente”. Vi ricorda qualcosa?