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“Che palle… Scommettiamo che la colpisco?”

È incredibile come una semplice frase possa raccontare in ogni minimo particolare, la carriera del più talentuoso, irriverente ed ingestibile genio del calcio britannico. No cari, non è George Best, neppure Paul Gascoigne e nemmeno Robin Friday. È un nome che probabilmente non vi dirà niente, ma credetemi, appena avrete finito di leggere la sua storia, qualcosa dentro di voi sarà sicuramente cambiato.

Partiamo dall’inizio: Philadelphia è considerata la Mecca of Boxing degli Stati Uniti e in ogni angolo si vive e si respira pugilato. È chiamata la città dell’amore fraterno, ma non provate a nominare Rocky Balboa perché qualcuno potrebbe prenderla sul personale. A Phila, lo Stallone Italiano non è altro che il personaggio di una saga cinematografica e una redditizia attrazione turistica. La boxe è un’altra cosa.

Una cosa simile accade in Inghilterra. Più precisamente a Londra. Se vi capita di passare per Camden Town e di trovare un giubbotto di pelle con il pellicciotto al collo e svariate toppe sparse per tutto il tessuto, vi conviene dire che è la giacca di Top Gun. Non nominate Maverick perché non vi capirebbero. Maverick è un termine usato dai cowboys per indicare i giovani capi di bestiame privi di marchio, partoriti dalle vacche nei pascoli in cui vivevano in condizione di semilibertà. Oggi, con la stessa parola vengono descritti gli anarchici.

I folli, per citare un celebre spot televisivo di una multinazionale dell’informatica. Coloro che, per natura, sono predisposti ad infrangere ogni tipo di regola.

Il Maverick inglese nasce a Collyhurst, un sobborgo non troppo raccomandabile di Manchester, e cresce a Moston. Quartiere che in confronto la Manhattan di John Carpenter di 1997: Fuga da New York sembra Kensington. Per farvi capire meglio lo scenario, il destino degli abitanti di Moston aveva tre scelte che portavano dritte o al pugilato o al calcio o alla criminalità. Ed è proprio quest’ultima la strada più semplice da percorrere dato che, per citare ancora la New York cinematografica, Moston è controllato da due gang: la celeberrima Quality Street e gli Whiz Mob.

Il giovane Stanley Bowles, per tutti Stan, non può diventare pugile a causa di un’insufficienza toracica e passa la maggior parte del suo tempo in strada a giocare a calcio insieme agli amici, tra cui Brian Kidd e Nobby Stiles, ma a differenza degli altri due, entra nelle giovanili degli Sky Blue del Manchester City. È un talento purissimo e nel giro di pochi anni brucia tutte le tappe.

Nel mentre però, accade una cosa che cambierà per sempre la vita del nostro Stan: a quindici anni, si imbatte per caso in una sala scommesse e, per gioco, decide di fare una puntatina (anche perché i soldi in casa, con il padre che lavorava come lavavetri e la madre casalinga, erano decisamente pochi) sulle corse dei cavalli, vincendo 24 sterline.

Stan Bowles nel 1976

Joe Mercer, manager dei Citizens, stravede per il suo sinistro e a diciannove anni gli regala la convocazione e l’esordio con la prima squadra in una partita di Coppa contro il Leicester. Stan ringrazia e segna una doppietta. La domenica, Mercer lo fa esordire anche in Premier League. Il ringraziamento da parte di Stan è il medesimo: doppietta allo Sheffield United.

Sembra il preludio di una meravigliosa storia d’amore tra una città ed uno dei suoi figli, nonché la risposta “azzurra” a quel diavolaccio rosso che indossa la maglia numero 7 dei cugini (Stan dirà in futuro di aver provato a fare qualche serata con il divino George e di aver lasciato perdere. “Poteva bere dalle 10 del mattino fino a mezzanotte e per me era troppo. Provai due o tre volte, ma all’uscita dal pub sbagliai strada”), ma le sue apparizioni finiscono con lo sparire. È giovane, però la vita da strada gli ha già formato un discreto carattere che, ovviamente, non è propenso al compromesso.

Il City vincerà la Premier e Stan è ricordato per tutti episodi al di fuori del terreno di gioco, tra cui diverse risse con il vice allenatore Malcolm Allison. È totalmente ingestibile e neppure sposarsi con la fidanzata storica riesce a tranquillizzarlo. Mercer però, continua a credere nelle sue potenzialità inespresse. Stan chiede un rinnovo contrattuale e il City gli concede un aumento di cinque sterline alla settimana che verranno rispedite al mittente, condite dalle solite frasi al veleno.

Si sente umiliato e ricomincia a frequentare le vecchie cerchie. Perché è sì vero che è riuscito in chissà quale modo a restare lontano dalla criminalità, ma tra i suoi più cari amici c’è John Miller, il fondatore della Quality Street. Ormai scommettere è diventata una vera e propria abitudine.

“Facevo più soldi della miseria che prendevo al City. Smisi di allenarmi. Correvo soltanto dopo pranzo per andare in sala a fare delle puntate sulle corse delle 14”.

Mercer lo vende (o meglio, lo “regala”) al Bury, ma dopo sole cinque partite, per altro ricordate più per gli almanacchi che per le prestazioni, viene messo fuori squadra. A 21 anni è già considerato da molti come un calciatore finito. Non lo vuole nessuno e l’unica offerta arriva dal derelitto Crewe Alexandra, club di Fourth Division, che lo compra, offrendogli il contratto per un anno.

Stan, pur con quel cervello e con i suoi vizi (l’ultimo in ordine cronologico è fumare circa sessanta Benson & Hedges al giorno), è illegale per la categoria, ma nonostante diciotto gol e aver fatto ammattire ogni singolo difensore avversario, il Crewe fallisce l’appuntamento con la promozione.

Poco male, perché il suo nome torna alla ribalta nelle squadre dei piani alti. Infatti, Ian MacFarlane, manager del Carlisle United, lo compra per dodici mila sterline e lo porta in Second Division. L’impatto con la nuova realtà è meraviglioso. Stan realizza subito una tripletta al Norwich e, manco a dirlo, diventa l’idolo dei tifosi dopo soli novanta minuti.

Iniziano a chiamarlo Stan The Man (soprannome che gli resterà attaccato addosso per tutta la carriera) e le sue giocate sono ancora oggi ricordate dai tifosi del Brunton Park. MacFarlane è il primo manager che capisce che non serve lavorare sull’aspetto tecnico, ma soltanto su quello psicologico. Stan è Maverick. In campo deve fare quello che vuole e, soprattutto, sentirsi libero di fare quello che vuole senza pressioni ed eccessivi rimproveri quando ha una giornata no.

Con i Cumbrians, gioca 33 partite realizzando 12 gol. Forma con Chris Balderstone, Bobby Owen e Dennis Martin, il centrocampo più forte della Second Division e grazie alle sue giocate, riesce a portare il piccolo Carlisle al quarto posto in classifica.

È l’ennesimo preludio all’ennesima storia d’amore. Le sirene dai piani alti continuano a suonare, ma Stan giura fedeltà ai colori rossoblu. Peccato che Ian MacFarlane lascia la panchina in estate e al suo posto arriva Alan Ashman. Il Carlisle gioca il torneo anglo-italiano e arrivano, puntuali, i primi screzi con il nuovo manager che, a differenza del suo predecessore, non vede di buon occhio la vita spericolata del suo numero 10, criticandolo ogni volta gli si presenti l’occasione. Cioè spesso.

Stan mugugna. Era abituato fin troppo bene e non aveva la minima intenzione di tornare a fare la vita da sportivo. Dopo il gol del pareggio contro l’Huddersfield Town e dopo sole sei presenze, chiede di essere ceduto.

Nella West London, il presidente del Queen’s Park Rangers Jim Gregory è disperato. Ha appena ceduto il suo top player Rodney Marsh al Manchester City per 200 mila sterline. I tifosi, che hanno in Rod il loro idolo, vogliono la sua testa su un piatto. D’argento o di legno è irrilevante. Gregory non ha più tempo.

Sul tavolo della scrivania ha un elenco di nomi a disposizione e deve assolutamente trovare un sostituto per vestire l’ingombrante maglia numero 10 e la rosa attuale non ha nessun giocatore con quel carisma e, soprattutto, con quel talento.

Si ricorda di un giocatore del Carlisle che aveva fatto impazzire gli Hoops durante il campionato appena concluso. Gli era subito piaciuto anche se non gli avevano parlato benissimo di lui. Però, con quel sinistro poteva davvero fare quello che voleva. Telefona ad uno dei suoi collaboratori per saperne di più e gli comunicano che il ragazzo è sul mercato anche se il suo cartellino costa parecchio. Nella testa di Gregory però, l’unico sostituto che poteva essere in grado di seguire le orme di Rodney Marsh era soltanto lui. Così, decide di reinvestire i soldi acquistati dalla cessione appena fatta per comprare Stan Bowles per 112 mila sterline.

L’annuncio del suo acquisto, però, non placa l’ira dei tifosi. Le imprese di Stan ormai sono arcinote e la paura dell’ennesima bravata è superiore alle aspettative del campo del Loftus Road. Inoltre, Stan non parte benissimo. In conferenza stampa gli chiedono come si sente a dover caricarsi sulle spalle l’eredità lasciata da Rodney Marsh:

“Marsh chi? Scusate, sono del Nord e questo tipo non l’ho mai sentito nominare”.

Si dovranno ricredere tutti, perché Stan gioca una stagione favolosa nonostante le luci e le attrazioni della Swingin’ London. “Se fosse riuscito a passare davanti a un’agenzia di scommesse come faceva col pallone, avrebbe fatto i miliardi”. Perché se George Best ha speso tutti i soldi in donne, alcol e macchine veloci ed il resto lo ha sperperato, per Stan c’è l’alcol (“Ho fatto il pieno con una bottiglia di vodka al giorno, acqua tonica e sigarette. Ripensandoci però, devo aver esagerato con la tonica”), ci sono le donne (anche se tutta fauna locale) e ci sono tante, troppe, scommesse.

Stan Bowles durante un calcio d’angolo

Arriviamo alla frase di inizio articolo: il QPR è già matematicamente promosso in Premier League e va in scena al Roker Park l’ultima giornata di campionato tra il Sunderland e gli Hoops. Una partita che apparentemente non ha alcun motivo d’interesse, se non che i Black Cats hanno appena vinto la F.A. Cup contro il fortissimo Leeds United per 1-0. Prima del fischio d’inizio, giocatori e manager fanno il classico giro d’onore mostrando orgogliosi il trofeo agli oltre 42 mila tifosi presenti sugli spalti.

La Coppa viene messa in tutto il suo splendore su un tavolino lungo la linea laterale sinistra. Zona del campo dove di solito scorrazzava il nostro Stan.

Qui si entra nella leggenda. Le versioni sono tante, c’è chi dice che fosse una cosa studiata nello spogliatoio, chi afferma che sia stata l’ennesima bravata improvvisata sul momento dal numero 10 e chi sostiene che Stan avesse un solo complice. Il risultato, comunque, è lo stesso: Stan prende palla e invece che puntare la porta, alza la testa in direzione della Coppa e lascia partire un fendente di sinistro da quindici metri che la colpisce in pieno, facendola volare via.

I 42 mila tifosi del Sunderland restano in silenzio. Sono stupiti e allucinati e non hanno ancora realizzato quello che è appena successo. Quando cominciano a capire, scoppia il delirio.

“Volevano le mie palle nei loro panini, maledetti cavernicoli del Tyne and Wear. Mi stavo annoiando e così li umiliai ancora: uno di loro fu espulso per un’entrata omicida su di me, poi realizzai una doppietta. Aspettai il portiere sulla riga dopo averlo dribblato e quando lui si buttò alla disperata per smanacciare il pallone fuori, lo toccai appena e realizzai il mio secondo gol.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso: i tifosi completamente impazziti si riversarono in campo. Mi volevano uccidere, ma fortunatamente riuscii a scappare in tempo negli spogliatoi. Che cazzo, volevo solo divertirmi un po’! Non andai mai più a Sunderland, ogni volta che arrivava la partita mi inventavo un infortunio”.

La West London è ai suoi piedi e Stan ripaga tutto l’affetto con un’altra stagione favolosa. Il neo-promosso QPR finisce il campionato in ottava posizione e il bello deve ancora venire. Anche se sotto un altro punto di vista, Stan continua a regalare momenti magici come le fughe dallo spogliatoio in divisa da gioco per andare a scommettere all’agenzia adiacente allo stadio e le continue richieste al presidente di premi partita extra per riuscire a risanare tutti i debiti che aveva fatto in giro per Londra.

Stan Bowles contro Claudio Gentile

Alf Ramsey lo fa debuttare in Nazionale a Lisbona contro il Portogallo e a maggio segna il suo primo, ed unico, gol con la maglia dei Tre Leoni contro il Galles.

Il manager degli Hoops Gordon Jago viene sostituito da Dave Sexton, un allenatore visionario e fedele studioso del calcio totale olandese. Il suo credo è il possesso palla, i triangoli di prima sul breve e la continua ricerca della profondità. Anche lui la pensa come MacFarlane: Stan deve essere libero di fare tutto quello che si sente di fare e può prendersi il lusso di avere delle pause durante i novanta minuti.

È un QPR che ha Gerry Francis come mediano, leader e Capitano, e grazie al calcio futurista di Sexton termina il girone d’andata a pari punti con i più quotati Liverpool e Manchester United. I Red Devils durante il girone di ritorno crollano e diventa una sfida a due tra i Reds e gli Hoops. È un duello che appassiona tutta l’Inghilterra che tifa apertamente per il QPR. Come dirà Gerry Francis “eravamo diventati la seconda squadra più tifata del paese perché ispiravamo simpatia”.

Stan è nel pieno della sua maturità calcistica. Non gioca come il classico calciatore inglese, tutto muscoli e fosforo. È un sudamericano nato per sbaglio in terra d’Albione. Il suo gioco è fatto d’istinto, di dribbling continui ed ubriacanti, di finte su finte e di tantissimi gol che per una mezzala, ai tempi, erano un dono divino.

A tre giornate dalla fine, il Liverpool vince 5-3 contro lo Stoke City, mentre il QPR perde a Norwich per 3-2. Sarà il sorpasso che porrà fine al sogno degli Hoops che per farsi ancora più male, a causa degli impegni europei dei Reds, chiuse il campionato prima dei rivali restando virtualmente Campioni d’Inghilterra per dieci giorni, ovvero fino a Liverpool-Wolverhampton. 3-1 Reds ed inizio della dinastia di Bob Paisley.

Il QPR non riuscirà più a ripetere quel miracolo. In Coppa Uefa, nonostante le solite stratosferiche prestazioni di Stan, viene eliminato ai quarti di finale ai rigori contro l’AEK Atene.

Torna in Nazionale, dopo aver litigato con Ramsey e dopo aver preferito andare alle corse dei cani piuttosto che rispondere alla convocazione di Joe Mercer, colui che lo aveva cacciato dal Manchester City, per un’amichevole a Roma contro l’Italia. In panchina c’è Don Revie che ha portato il Leeds United ai vertici del calcio inglese ed Europeo. Il Vecio lo da in marcatura al libbanese Claudio Gentile, che lo tratta nello stesso modo in cui trattò Maradona al Mondiale ’82. Stan ne esce con le ossa rotte e dopo un’ultima convocazione contro l’Olanda di Cruijff non verrà più preso in considerazione.

Il QPR si sgretola nel giro di tre anni. Finisce quattordicesimo e, senza Sexton in panchina passato al Manchester United, diciannovesimo, rischiando la retrocessione che arriva, puntuale, l’anno seguente. Dopo sette stagioni, 255 presenze e 70 gol, il trentunenne Stan Bowles decide che è arrivato il momento di lasciare Londra e gli Hoops.

Ha ancora qualche freccia in faretra e se ne accorge Peter Taylor, fedele assistente di Brian Clough, che consiglia al manager e amico di sempre di comprarlo per rinforzare il Nottingham Forest campione d’Europa. A Clough, l’idea intriga anche perché avrebbe sostituito nel miglior modo possibile Mr.Trainspotting Archie Gemmill, ceduto al Birmingham City, e formato un reparto offensivo da sogno con Trevor Francis, John Robertson e Garry Birtless.

Riuscite ad immaginare Brian Clough e Stan Bowles nello stesso spogliatoio senza vedere volare le panche, le borse e gli scarpini? Io onestamente no.

Infatti il rapporto tra i due è pessimo. Stan soprannomina Brian “Old Big Head” (vecchio testone), mentre Brian etichetta Stan come “Cockney” (tamarro londinese, anche se in realtà era di Manchester). Pur odiandosi e parlandosi meno del giusto, i due riescono a costruire un apparente rapporto di non belligeranza. Stan giochicchia, anche se è lontano anni luce dal suo standard in maglia a righe orizzontali biancoblu. Il Forest decide di mollare la presa in Premier e di concentrarsi sulla Coppa dei Campioni ed arriva in finale per il secondo anno consecutivo.

Al Santiago Bernabeu, si affrontano Nottingham Forest ed Amburgo.

C’è un problema però: nel 1980, oltre agli undici titolari, gli allenatori potevano portare in panchina cinque riserve. Ecco, questa è la formazione del Forest il giorno della finale: Shilton; Anderson, Gray, McGovern, Lloyd; Burns, O’Neill, Bowyer, Birtles; Mills, Robertson. A disposizione: Montgomery, Needham, Gunn e O’Hare. Calcolatrice alla mano, vi dovrebbe mancare qualcuno e indovinate un po’ chi.

La bomba esplode il giorno prima della partenza per Madrid, quando Clough comunica a Stan che non sarebbe stato tra i titolari. Stan non la prende in maniera diplomatica e dopo una notte tra vodka, tonica e sigarette, decide di non presentarsi all’aeroporto, lasciando la squadra in quindici effettivi. Nessuno si accorse della sua non presenza. Dopo 12 minuti, Robertson fece l’1-0. Shilton parò anche i moscerini e per il Forest fu back-to-back. Il secondo per una squadra inglese dopo quello del Liverpool.

La carriera ad alti livelli di Stan Bowles termina con quel rifiuto. Clough lo mette al primo posto dell’elenco dei partenti e viene acquistato dal Leyton Orient, squadra di Second Division, per 100 mila sterline, dove rimane per una sola stagione. In estate sposa l’amante storica e scende di un’altra categoria, firmando per il Brentford. La notizia fece il giro d’Inghilterra perché secondo i giornalisti, era uno spreco vederlo in Terza Serie, ma ormai ha perso il passo anche se è sempre uno spettacolo vederlo giocare seppur da fermo.

A 35 anni decide di smettere dopo aver simulato un finto ritiro ed aver guadagnato 500 sterline per aver venduto l’esclusiva ad un tabloid londinese. Soldi che chiaramente sono stati subito spesi alla prima agenzia di scommesse trovata per strada.

Anche senza calcio giocato continua a combinare un casino dietro l’altro. Prova a riciclarsi come allenatore dove fa il vice per un anno al Bradford e per ben venti giorni al QPR. Divorzia dall’amante e si sposa per la terza volta. Fa comunella con un truffatore irlandese e viene arrestato. Prima la BBC e poi Sky Sports lo ingaggiano come opinionista, ma viene licenziato da entrambe le emittenti per un linguaggio non proprio consono alla tv.

Con i soldi guadagnati in carriera riesce a risanare tutti i debiti ed è costretto a chiedere il sussidio di disoccupazione per poter scommettere ancora e ancora. E ancora. Un giornale di quote gli concede un trafiletto dove poter scrivere le sue previsioni, ma dura poco anche lì perché difficilmente riesce ad indovinarne una.

Ha sempre fatto quello che gli andava di fare, sempre con la stessa aria di sfida e con un sorriso sfrontato e ironico e lo ha fatto guardando il ciclone dritto nell’occhio, dicendogli “mena il tuo colpo migliore amico, non mi fai paura”.

Ha vinto tre trofei da giovane comprimario nel Manchester City e basta, eppure in Inghilterra è considerato un mito quasi quanto George Best. Per i tifosi del QPR è il miglior calciatore di ogni epoca. I The Others, gruppo indie rock britannico i cui componenti non erano neppure nati quando giocava ad alti livelli, hanno intitolato una canzone con il suo nome.

La sua vita è una cazzata continua ed è giusto così. Perché Maverick non ha il giubbotto di pelle e i Ray-Ban Aviator agli occhi. Ha i capelli lunghi, le basette folte e una Benson & Hedges tra le dita.

Il vero Maverick non è Tom Cruise. Il vero Maverick è l’unico e il solo Stanley Bowles.