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“Tedesco. Tedesco in tutti i sensi. Per fermarlo dovevi abbatterlo.” (Diego Armando Maradona)

Queste, le parole che utilizzò El Pibe per descrivere Karl-Heinz Rummenigge. Per tutti, semplicemente Kalle. Forse farete fatica a trovare delle parole più pertinenti per descrivere quella macchina da combattimento, quel mix di classe, determinazione, perseveranza e furia agonistica che siglò circa 200 goal da professionista a cavallo tra gli anni ’70 e ’80.

Nel mezzo, due Palloni d’Oro e altrettanti finali Mondiali perse. Sempre da protagonista, sin da quando esordì 19enne in Bundesliga col suo Bayern Monaco. Squadra del cuore di Kalle – e di cui è tutt’ora dirigente – assieme alla Beneamata. Ma cominciamo dal principio.

Karl-Heinz nacque a Lippstadt, in Vestfalia, nel 1955. Cominciò col pallone nel 1968. Quando in tutto il Mondo inperversavano le rivolte studentesche, infatti, il piccolo Kalle cominciò a tirare i suoi primi calci ad un pallone in una rappresentativa locale. Con scarsi, per non dire pessimi, risultati: “troppo piccolo e poco rapido”  sentenziò l’allora tecnico degli Under 11 del Lippstadt facendogli scorrere qualche lacrima.

Per fortuna di tutti, Kalle non lo ascoltò, continuando ad allenarsi con una costanza e dei ritmi impensabili per un ragazzino di quell’età.

Crescendo, il ragazzino timido e magrolino di un tempo lasciò spazio ad un uomo molto sicuro di sé, come probabilmente è sempre stato, ma soprattutto ad un calciatore dal fisico asciutto, scattante e incredibilmente scolpito. Giocatore che nel frattempo crebbe notevolmente anche da un punto di vista tecnico: alla rimarcabile ed innata capacità di colpitore di testa, infatti, ben presto si unì un tiro secco, potente e preciso: alla Gigi Riva.  

Caratteristica peculiare di Kalle è sempre stata quella di migliorare ed aggiungere frecce al proprio arco.

Dunque, non sorprende minimamente il fatto che il Bayern bussò alla sua porta nel 1974, forte di un assegno di circa 10.000 euro, con l’intenzione di immetterlo gradualmente nelle rotazioni della prima squadra. Ruolo? “Ovviamente” trequartista. Già, perché nel frattempo Kalle aveva sviluppato una discretissima capacità di leggere le partite e, più che altro, prese coscienza di un preciso concetto.

“Nel calcio bisogna muoversi in relazione ai movimenti degli avversari. Reagire, piuttosto che agire. Sta tutto lì”.

Fu così che esordì in Bundes appena 19enne e da trequartista, forte di una buonissima visione di gioco e di un dribbling secco migliorato, riuscendo a ritagliarsi qualche spazio sin dal suo primo anno come professionista.

Giocò e vinse da protagonista – più nella seconda che nella prima – la Coppa dei Campioni nel 1975 (in finale contro il Leeds) e nel 1976 (St. Etiénne, la terza di fila per il club). Sempre nel cono d’ombra di Gerd Mueller ed Hoeness, a dirla tutta. Ma già impressionante a causa di quei bicipiti (e quadricipiti) scolpiti nel marmo, che tanto cozzavano con quel tocco così delicato e raffinato.

Che ispiravano forza bruta, più che stilettate in dolce stil novo. E invece quel ragazzino mostrò, sin da subito, di portare in giro quel fisico statuario con una naturalezza disarmante. Quel fisico con cui riusciva a realizzare impensabili acrobazie, e la cui potenza non offuscava mai la precisione.

Il Bayern con la Coppa Campioni del 1976

L’anno della consacrazione fu il 1979/80 quando, nonostante avesse già vinto molto e fosse già stato in Nazionale (il primo goal lo segnò in amichevole all’Italia nel ’77), Kalle fece un ulteriore step nel suo percorso di crescita. E lo fece grazie all’allora tecnico ungherese  del Bayern Pal Csernai, che ebbe l’intuizione di schierarlo da centravanti.

Rummenigge lo ricambiò con 26 goal, che valsero la vittoria in Bundesliga al primo anno, non fermandosi sostanzialmente più (furono rispettivamente 20, 29 e nuovamente 26 nei successivi tre anni). Un braccio armato da guerra, tanto da formare una coppia dominante del calcio europeo con un altro fuoriclasse che calcava il campo dell’Olympiastadion, Paul Breitner: è in questo periodo che nacque la cosiddetta Breitnigge.

L’exploit gli valse addirittura la fascia di capitano della Nazionale tedesca, che porterà con estrema naturalezza fino ai Mondiali del 1986. A nemmeno 26 anni, Kalle è già in cima al Mondo. Un modello, con la sua classe naturale e l’aria d’impeccabilità che lo circonda anche fuori dal campo, adorato dai connazionali. Un giocatore freddo e controllato, capace però di lampi di creatività impensabili. Sì, il biondo e timido ragazzino che faceva fatica a giocare nel Borussia di Lippstadt era oramai un lontano ricordo.

È proprio con questa nuova consapevolezza che si presenta agli Europei in Italia quello stesso anno. Gioca in attacco accanto al possente attaccante d’area Hrubesch, con cui forma una coppia affiatata e complementare. Sarà proprio una doppietta di quest’ultimo, in Finale contro il Belgio, a regalare a Kalle il titolo Europeo. Che fu il passepartout per il primo dei due Palloni d’Oro (bissò l’anno seguente), e che lo mise definitivamente all’interno della ristretta cerchia dei “grandi di ogni epoca”.

Rummenigge con Zoff agli Europei (1980)

Dopo un biennio ricco di soddisfazioni col Bayern, Rummenigge si presenta come potenziale protagonista ai Mondiali di Spagna nel 1982. E in effetti giocò da protagonista. Celebre è infatti la semifinale contro la Francia di Michel Platini, che la Germania vinse soltanto ai rigori. In quella partita, Rummenigge giocò da infortunato i due tempi supplementari.

Per nostra fortuna, la cavalcata tedesca fu interrotta in finale dagli azzurri di Bearzot. Kalle non convinse nell’appuntamento più importante, quando venne fermato da un giovanissimo Beppe Bergomi. “Non m’ha fermato lui. Sono io che non ho reso al meglio” sosterrà negli anni, con quel misto di delusione repressa e strafottenza tipici del popolo teutonico.

Assieme alla consacrazione internazionale, arrivarono anche numerosissime offerte da tutta Europa. Real, Milan, Juventus, Manchester: tutti sulle tracce di quel professionista esemplare; di quella feroce e potente macchina da gol con la coordinazione di un étoile che stava dettando legge nei campi di tutta Europa.

“Ronaldo, con le dovute proporzioni, 15 anni prima di Ronaldo.” (Johan Cruijff)

Una macchina che, però, di lasciare la casa-madre Baviera non aveva nessuna voglia. Complice la naturale affezione che provava verso quella città, Monaco, che l’aveva da subito adottato e coccolato. E dove aveva investito molto, sia in termini economici (possiede tutt’ora una ventina di ville in periferia) che emotivi (lì ha conosciuto la bella moglie Martina).

Lo mandò tuttavia in crisi l’offerta di Sandro Mazzola, per conto del presidente Pellegrini, per l’appunto il giocatore cui s’ispirava il giovane Kalle quando ancora sgambettava per i campi verdi della Vestfalia.

Mazzola riuscì dopo mesi di perseveranza e resilienza – oltre che ovviamente aggiungendo denaro sonante ad una prima bozza di contratto già decisamente corposa – a convincere il 29enne (ex) Pallone d’Oro a trasferirsi a Milano. Dove non saranno rose e fiori, anzi.

La prima stagione è decisamente deludente, e viene chiusa con un bottino di soli 8 goal. A frenare il figlio della Germania non è tanto il livello superiore del calcio italiano, quanto piuttosto un fisico che ormai non lo sorregge più. Kalle infatti s’infortuna spesso e volentieri, non riuscendo a dare continuità alle prestazioni.

Il secondo anno è più positivo: segna infatti 13 goal in poco più di venti partite. Quando ha continuità, si vede che è ancora lui. Memorabile una doppietta in un derby d’Italia contro la Juve chiusa in goleada (1984), che gli interisti più attempati ancora ricordano. Ma, tra infortuni sempre più frequenti e delusioni con la Nazionale (nel 1986 perde la sua seconda finale Mondiale contro l’Argentina di Maradona), Kalle capisce d’essere oramai sul viale del tramonto.

“Pago per tutti. Voi italiani avete la tendenza a scaricare le colpe sugli stranieri”, dirà polemizzando alla fine del terzo anno interista, chiuso con 3 goal in una manciata di partite e l’addio a fine stagione. E, in generale, lasciando l’impressione ai tifosi d’aver visto solo alcuni lampi isolati di un calciatore stratosferico e per certi versi irripetibile.

Kalle al Servette, in Svizzera (1987)

A soli 32 anni, Kalle si ritirò dopo 95 partite dalla Nazionale e lasciò la Beneamata per accasarsi al Servette, in Svizzera. In un luogo che sta al calcio giocato come Terminator alle serenate d’amore.

Avevo diverse opportunità di proseguire la carriera ad alto livello. Ma oramai la foga agonistica era venuta meno. Ed io, da bravo tedesco, odio fare le cose a metà.” 

È l’epitaffio calcistico di Rummenigge. Si ritirò così dopo 2 stagioni tra le Alpi, con una media realizzativa straordinaria ed un titolo di capocannoniere in saccoccia.

(credits: dailymail.co.uk)

Da lì in poi ebbe qualche esperienza televisiva, prima che il Bayern richiamasse lui e Beckenbauer alla casa madre per offrirgli il nobile titolo di vicepresidenti. Ed è per il Bayern che tuttora Kalle lavora, dopo aver lasciato la poltrona nel 2002 a seguito di una profonda ristrutturazione societaria, stavolta con un ruolo di rappresentanza e uomo immagine.

Con quel fisico ancora asciutto, con quell’aria un po’ seriosa e un po’ affascinante, con quegli occhi di ghiaccio da attore hollywoodiano, chi volete trovare di meglio?