Frastuono di bracci meccanici, pungente odore di pneumatici accatastati, fuliggine che volteggia nell’aria e il suono lontano di una sirena per gli scarichi portuali. Non è Manchester, tantomeno una piccola provincia sperduta sulle sponde dell’Atlantico: è Londra. Più precisamente The Isle of Dogs, l’Isola dei Cani. Patria di un fenomeno che forse non conosce uguali in Europa, il Millwall F.C. e la sua chiacchieratissima Firm.

“Lo spogliatoio della squadra ospite è come una prigione: senza luce, senza finestre. I bagni sono orribili. Poi si esce là fuori per affrontarli, i Leoni. E appena calchi il campo ti fissano tutti, mentre le gradinate esplodono in frasi d’ogni tipo. Ma, quando ci rimasi per un po’ di tempo, m’innamorai proprio di quella atmosfera. È una delle nostre risorse più grandi.” (E. Dunphy)

Il cancello di accesso al The Den

Parole di un cronista prestato al calcio, l’irlandese Eamon Dunphy, che durante la sua mediocre carriera da calciatore professionista si è trovato prima ad affrontare come avversario ed in seguito a far parte di quella squadra estrema che aveva casa al vecchio The Den. Insomma, pensieri e parole di chi ha vissuto entrambi i lati della barricata che idealmente divide l’Isola dei Cani dal resto del mondo, calcistico ma non solo.

Perché Millwall significa il profilo grezzo e squadrato del The Den, con la sua compagine così caratteristica che mai ha vinto un trofeo in più di cento anni di storia; ma simboleggia – più di tutto – una storia di quartiere. Un neighbor unico, determinante nello sviluppo del club e della sua temutissima tifoseria. Quella conosciuta ai più per le intemperanze, gli scontri sulle gradinate e le violenze da strada; quella di cui pochi, probabilmente, conoscono origini e ragioni storiche di un fenomeno impermeabile ai mutamenti.

Il Millwall detiene questa unicità: dal 1885 non ha mai vinto un trofeo, è una squadra di seconda o terza divisione ma è conosciuta praticamente in tutta Europa. Suona come un paradosso. Non fosse per la sua tifoseria, la sua firm, che accende cronache e animi in egual misura portando il nome dei Leoni costantemente alla ribalta.

Sono, senza ombra di dubbio, la tifoseria organizzata più estrema del Regno Unito. Il perché necessita di un’analisi storico-sociologica e di un balzo indietro nel tempo. Ai tempi della rivoluzione industriale, di Jack Lo Squartatore e di banchine portuali sovraffollate.

I London Docks nel 1917

Nel caos a tinte fosche della Londra vittoriana c’è una zona che, più di altre, è l’emblema della rivoluzione industriale in atto: i cosiddetti docks. Una vasta area a sud-est della città che raccoglie ogni forma di commercio e attività portuale, fungendo da punto di raccolta, raffinazione e scambio per le merci in arrivo e in partenza dall’allora più grande porto del mondo. È una penisola di terra che, con l’andare del tempo e con l’esponenziale crescita degli scambi, diventa sostanzialmente un’isola dal nome singolare: l’Isola dei Cani.

Scordatevi la Londra in costume dei cappelli a tuba e delle folte basette, quella di Piccadilly o delle bianche villette a schiera di Tottenham. Qui l’atmosfera è viva ma infernale. E lo sarà per un centinaio di anni. Fumi e oli di lavorazione si mescolano con incidenti di ogni sorta, turni di lavoro massacranti e livelli igienico-sanitari degni di un paese medievale sono le condizioni base: le fondamenta di un quartiere ribattezzato Millwall.

Costruito con celerità, sfruttando il boom commerciale della metà dell’800: il quadrato irregolare che delinea il distretto di Millwall è sostanzialmente una linea adagiata sulle banchine in continua espansione. Fin dalla sua fondazione ha come unico scopo lo sviluppo commerciale. Non c’è spazio per altro. Se non per un ammasso razionale di mattoni rossi messi in fila, ovvero: case popolari. All’ombra di un porto e di una grande ciminiera. Questa parte abitata dell’Isola dei Cani nasce e finisce qua. Essenziale, cupa. Funerea.

E soprattutto fuori da ogni altro tessuto economico, sociale e perfino linguistico. Perché da queste parti si parla con uno strano accento, una cadenza che arriva dal nord. I lavoratori e gli abitanti del quartiere sono per la maggior parte immigrati scozzesi.

Dockers negli anni ’20 (credits: National Maritime Museum, London)

Diversi in un luogo ameno. Ultimi fra gli ultimi. Il radicatissimo sentimento di autarchia e di disprezzo per l’estraneo del block nasce e si sviluppa proprio in queste particolari condizioni, accentuate dal fatto che la City – coi suoi palazzi eleganti e una prosperità crescente – è sostanzialmente irraggiungibile via terra.

È uno scenario che ricorda più Alcatraz anziché Hyde Park o Regent Street. Ma, almeno fino alla seconda guerra mondiale, l’isola è un punto di riferimento cruciale per l’economia londinese e l’immigrazione cresce di pari passo con le attività commerciali. Non sarà l’Isola di Wight, ma quantomeno c’è lavoro in abbondanza.

Fino al frastuono di quegli aerei con la svastica sulla carlinga. La Luftwaffe bombarda a tappeto, e i Londond Docklands sono tra gli obiettivi più colpiti. I tedeschi sventrano un’intera area, lasciando un ammasso di macerie al posto di quelle banchine ferventi d’attività. La ricostruzione è imponente e fortemente caldeggiata dal governo inglese, i docklands tornano a vivere. L’Isola dei Cani, al pari dell’Italia, vive un boom che la porterà fino al grande ammodernamento urbano del 1967.

Nella Swingin’ London, fra un nuovo LP acido degli Stones e l’apparizione di club underground che distribuiscono LSD all’entrata come l’UFO, c’è una zona limitrofa che pare non interessarsi minimamente ai mutamenti sociali e alle rivoluzioni di costume. È il distretto di Millwall, che da lì in poi vedrà aprirsi un abisso di disoccupazione e disagio sociale sotto ai suoi piedi.

L’uso in larga scala dei container, che i vecchi docks non potevano gestire, è infatti il soffio del progresso che fa cadere il castello di carte delle antiche banchine. Trascinando con sé un intero popolo di lavoratori.

Veduta interna del The Den

Quel popolo che fin da subito aveva fondato un’unica cosa: la squadra di football, il Millwall F.C. Un team anomalo fin dai suoi esordi. Hanno un leone come simbolo e giocano in uno stadio irregolare, perfino architettonicamente sbagliato, ma da cui è impossibile uscire indenni data l’atmosfera presente. Sono, insomma, una squadra di reietti. Orgogliosi della propria condizione di workers ai confini del progresso, i tifosi del Millwall si configurano, fin dal periodo della Swingin’ London e di Woodstock, come ultimi testimoni di un avamposto di civiltà industriale snobbato da tutti.

L’isolamento fisico e sociale si sedimenta progressivamente; è un placebo contro le storture del mondo confinante: quello dei titoli a nove colonne sui tabloid, del glam sbandierato nella musica come nell’arte e dei cappelli sfavillanti della regina Elisabetta. Qui non c’è spazio per tutto ciò, né minimamente lo si vuole. È un eremo working class, che ha perso la speranza insieme ai suoi docks.

I macchinari si fermano, i cantieri navali chiudono e il quartiere è sempre più terra di disperazione sociale. Una depressione economica. L’ennesima. E stavolta molto più difficile da affrontare rispetto alle bombe della Luftwaffe.

È in questo contesto che nasce il mito della zona franca a sud-est della City, quel territorio indiano in cui è sostanzialmente impossibile far rispettare le regole civili. È così che si formano e acquistano potere le prime bande di malviventi; sono cani da rapina che controllano una discreta fetta di città abbandonata in un angolo buio e maleodorante.

A sud di Londra, intorno alla vecchia Isola dei Cani, agiscono i Richardson, gang criminale contrapposta a quella dell’East End: i Kray. East End contro Isola dei Cani e dintorni. Proviamo a tradurre inserendo le squadre di appartenenza: West Ham contro Millwall.

Nasce anche così l’ultima rivalità estrema del calcio inglese. A dir la verità, già ai tempi della Grande Depressione un episodio aveva infiammato gli animi degli workers dell’est londinese, in quanto gli scozzesi di Millwall ruppero il patto di sciopero generale dei lavoratori portuali, presentandosi a lavoro a discapito dei colleghi dell’altro lato del Tamigi. La poco edificante qualifica di crumiri gli rimase così appiccicata come un’onta. Ma se lo sciopero fu un’accesa diatriba tra gruppi di portuali in condizioni di lavoro inumane, quello che accade alla fine degli anni ’60 è un salto di qualità concettuale.

Le due tifoserie si riconoscono nelle gang contrapposte e, anche se la scia di sangue e malaffare dei Kray e dei Richardson finisce nella primavera del 1967, le due tifoserie ne prendono simbolicamente il testimone. Organizzandosi. Si apre la lunga stagione degli hooligans, almeno due decenni di rivalità spinte al parossismo fino ad episodi celebri. Da una parte i reietti delle banchine, dall’altro i lavoratori popolari dell’est di Londra. Nasceranno dagli scontri degli anni ’70 l’Inter City Firm e The Bushwackers, le due firm più incontrollabili d’Inghilterra.

Gli incidenti di Luton Town, 1985

È una sfida senza fine, sembra uscire più da Warriors – I Guerrieri della Notte che da un quartiere londinese. Lo scenario di rivalità sportiva, rabbia repressa, scontro urbano con sneakers ai piedi e disillusione totale per un presente fatto di miseria e disoccupazione dilagante, è il brodo primordiale su cui si compiono azioni d’ogni sorta.

Soprattutto al The Den nessuno viene volentieri. Il Millwall Roar diventa in pochi anni un racconto metropolitano, una leggenda da passare di orecchio in orecchio, bisbigliando fra una pinta e l’altra le storie che circolano attorno a quello stadio malandato e maledetto da tutti.

Intolleranza, isolamento e nessuna prospettiva fanno dei Bushwackers e della curva in generale una macchina di autarchia pallonara all’ennesima potenza. Qui, più che in altre parti d’Inghilterra, il fenomeno sociale skinhead nato come movimento anarchico di sinistra, basato sull’unione delle minoranze dei quartieri periferici grazie a nuove ondate musicali e di costume come lo ska – muta rapidamente nella ben più nota e strombazzata deriva naziskin, grazie allo sporco lavoro d’infiltrazione del British National Party. Un’istantanea che sembra fuoriuscire da This is England.

È un momento decisivo della storia inglese e del calcio d’oltremanica. Margaret Thatcher è stata appena eletta e le sue politiche reazionarie spingono le periferie in un mondo parallelo: The ice is coming London is drowning, and I, live by the river!” canta un profetico Joe Strummer, mentre frusta Londra dall’alto di un sound rabbioso, contaminato ed innovativo.

Ed è quello che succede dalle parti di Millwall e in buona parte del Regno Unito working class, spremuto sotto ogni forma di diritto e lasciato in balia di sé in aree da suicidio. Le disuguaglianze crescono di pari passo con l’alienazione di una vita fatta di cantieri e sussidi, disoccupazione e libertà sempre più ristrette.

È all’interno di questo corto circuito di politiche ultra-conservative, induzione al consumismo sfrenato, disuguaglianze incolmabili e violenza diffusa che il calcio diviene un collettore di socialità, istanze e aggressività represse. E la firm del Millwall recita la parte del Leone. Sono diversi dagli altri, sono odiati da tutti.

Tifosi al The Den nei primi anni ’70

Nasce così il motto che li ha resi celebri: No One Likes Us, We Don’t Care. Potrebbe essere la strofa di un singolo punk dal sapore nichilista dei Sex Pistols, oppure quella Blank Generation cantata da Richard Hell & The Voidoids; invece sono un organizzatissimo gruppo di ultras che fa continuamente la spola tra seconda e terza divisione inglese. A parte qualche sparuta presenza in Premier.

Non hanno nulla da perdere. Mettono a durissima prova le autorità e lo svolgimento delle partite in trasferta. È proprio nei primi anni ’80 che fa l’apparizione un termine tanto conosciuto quanto temuto in tutta l’Inghilterra: il Millwall’s Brick. Il mattone di Millwall: giornali arrotolati più volte e compressi, fino a tramutarsi in una vera arma da combattimento corpo a corpo. È la firma in calce dei Bushwackers.

E la particolare conformazione urbana intorno al vecchio The Den favorisce tutto ciò: un nugolo di strade strettissime, intervallate da piccoli ponti, poco o nulla illuminate. È proprio in questo periodo che nasce il mito di Cold Blow Lane: la strada che rappresenta in pieno il concetto di “We fear no foe”, sbandierato come un inno dai Bushwackers. In sostanza, una tonnara di calci e nasi rotti.

Intanto, il Millwall galleggia in posizioni anonime nella seconda divisione. Pure il calcio, da queste parti, sembra rispecchiare la condizione esistenziale di sfiducia e intolleranza diffuse.

Veduta di Cold Blow Lane

Il Millwall è una squadra che fatica parecchio in Premiership, gioca spesso un calcio retrogrado, basato su muscoli e lanci simil-rugbystici tipici del kick&run; tackle e spioventi dalla lunga distanza; nessun fronzolo e tanto agonismo. È lo specchio della zona sud dell’Isola dei Cani. È la periferia estrema del football inglese: la versione calcistica di Mile End cantata dai Pulp. Per dirla con le parole del miglior autore di testi britpop degli anni ’90:

“It’s a mess, alright, this is Mile End… the pearly king of the Isle of Dogs feels up children in the bogs; down by the playing fields someone sets a car on fire. I guess you have to go right down, before you understand just how, how low a human being can go…”

Dagli sconvolgenti episodi di estrema violenza di Luton Town del 1985, con gli hooligans del Millwall in prima fila, è ormai passato un decennio ma il quadro descritto nelle note di una delle pietre miliari del britpop è sempre lo stesso, racchiuso in un titolo oltremodo efficace: Different Class.

È in questo spaccato socio-economico, mito fondativo dell’atomizzata società anglosassone post-Thatcher, che risiede il dna di una realtà remota e inscalfibile. Quella del Millwall, con il suo personalissimo modo di approcciarsi alle difficoltà dilaganti: una chiusura ermetica verso una società percepita come ostile ed avversa.

Un humus ideale per la proliferazione di frange estreme che flirtano col nazionalismo di stampo populista del British National Party, che da queste parti fa il pieno riempiendo un vuoto pressoché assoluto e scaricando tutto sugli ultimi: gli immigrati. Nonostante la repressione e le nuove leggi dell’era post-Hillsborough, con lo scioglimento del movimento hooligans originario, il Millwall e la sua firm continuano ad essere un fenomeno unico per appartenenza alla comunità da un lato ed episodi di violenza dall’altro.

Un fil rouge inestricabile, almeno fino a pochi anni fa. Perché, tornando ai mutamenti sociali e all’urbanizzazione, l’Isola dei Cani e l’intera area dell’ex porto londinese hanno subito un cambiamento (forse) decisivo. Dove non sono arrivate bombe, Grande Depressione, leggi e manganelli, sono riusciti fondi d’investimento e speculazioni edilizie per conto di grandi istituti bancari. La zona di Southwark infatti è ormai cuore pulsante di attività finanziarie, con tanto di grattacielo in vetro più alto d’Europa a testimoniare la nuova veste delle ex banchine di Canary Wharf.

Il Canary Wharf oggi

Un quadro di difficile gestione: da un lato la working class d’estrazione popolare, dall’altro i nuovi professionisti dell’economia che simboleggiano in tutto e per tutto l’edonismo di matrice thatcheriana-reaganiana. Fianco a fianco. Un contrasto stridente. Una trasformazione, ancora in atto, che ha dell’incredibile. Soprattutto se si pensa al cuore del quartiere, il The Den.

Quel vecchio catino di cemento, quello brutto e scomodo, quello che per 100 anni ha ospitato il Millwall e impaurito chiunque passasse vicino. Oggi non c’è più: tutti al New Den. Che, per inciso, sorge a qualche centinaio di metri dal vecchio quadrilatero ed è uno stadio molto più funzionale.

Panoramica del New Den

Insomma, tra morti sulla coscienza, repressione, risse e titoli in prima pagina, giornali usati come mattoni e una miseria esistenziale pressoché inalterabile, Millwall continua a vivere grazie all’apporto di una comunità discussa e più che discutibile. Ma che rimane tuttora l’unico punto di identificazione sociale per i reietti e i dimenticati del mondo occidentale.

Per quelli nascosti sotto il tappeto del lato scintillante del mondo; per quelli come Harry The Dog – ex leader della F-Troop, prima firm del Millwall – che forse meglio di tutti ha cristallizzato il fenomeno sociale Millwall nella sua essenza. Con pochissime parole.

“Una sbronza, una scazzottata, una partita: questo è il Millwall.”