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«Un testimone ci ha raccontato di come abbia visto con i suoi propri occhi questi mercenari prendere gioielli dai corpi delle loro vittime, coperti di sangue e che ancora si contorcevano. Villaplane era nel mezzo di tutto ciò, calmo e sorridente. Gioioso, quasi rinvigorito.» (Dal processo del 10 dicembre 1944)

Chissà se Alexandre Villaplane, nel giorno di Santo Stefano del 1944, rese onore al vecchio stereotipo secondo il quale la vita, ad un secondo dalla morte, ti concede un ultimo riassunto, una rassegna dei momenti più o meno memorabili della tua esistenza. Anche perché lui, nato nel 1905 nella francesissima Constantine, Algeri, di momenti memorabili ne aveva avuti parecchi.

Nel 1921 si trasferì oltralpe, dagli zii paterni, e iniziò a dare i primi calci al cuoio con la maglia del Football Club de Séte, squadrone francese degli anni ’30, oggi nobile decaduta dello Championnat de France amateur. Centrocampista rude ma non volgare, capace di sfornare pregevolissimi assist e valido di testa, non ci mise molto a farsi notare.

Alexandre Villaplane

Debuttò in Nazionale l’11 aprile del 1926, in una vittoria contro il Belgio. Primo pied-noir a vestire la maglia della Francia, la sua carriera stava decollando: molti se lo contesero dopo quell’apparizione, peraltro vittoriosa. La spuntarono gli odiati rivali dello Sporting Club Nimois. Il calcio viveva ancora d’aria e romanticismo, legno, cuoio e sudore e, soprattutto, d’amateurisme marron: il professionismo ai tempi era vietato e Villaplane, come del resto molti suoi colleghi al di quà delle Alpi, ottenne un lavoro di facciata per giustificare lo stipendio.

Gli bastarono due stagioni per convincere, se ce ne fosse stato ancora bisogno, lo staff del Racing Club de Paris. Nel settembre del 1929 arrivò nella capitale, dove divenne con ogni probabilità uno dei calciatori più pagati del Paese (sottobanco, ovviamente). E non fece nulla per nasconderlo: bistrot, bordelli e ippodromi si susseguivano senza soluzione di continuità.

Fu così che strinse i primi contatti con la malavita parigina e imparò qualche parola d’argot, continuando ad esaltarsi in campo: era ancora un centromediano coi fiocchi, con la stoffa del leader e del combattente. Qualità che lo portarono, di lì a poco, all’agognata fascia da capitano.

La indossò per la prima volta nel febbraio del 1930, contro il Portogallo, e la fece definitivamente sua nei Mondiali uruguaiani, dove la sua Francia debuttò contro il Messico, davanti ai tremila infreddolitissimi dell’Estadio Pocitos di Montevideo.

La Francia ai Mondiali del ’30 con Villaplane (ultimo in piedi a destra)

Il lionceau Lucien Laurent segnò la sontuosissima prima rete della storia della Coppa Rimet ma, al termine del match, i cronisti inseguirono tutti Villaplane. Dopo una partita, era già una delle stelle del Mondiale.

Sudato, ansimante, con la fascia da capitano penzolante al braccio, dichiarò:

«È il giorno più felice della mia vita.»

Avrebbe vestito quella maglia in altre ventiquattro occasioni. Tornato in patria, restò sotto la Torre Eiffel per altri due anni, anno in cui anche il calcio cedette al professionismo. L’Antibes, piccolo e pretenzioso club della Costa Azzurra, se lo aggiudicò per una cifra folle. E lui, mentre la sua parabola a sua insaputa stava iniziando a declinare, lo ripagò con il titolo, vinto in una tesissima finale con il Lille.

Vinse, gioì e perse tutto: la finale, si scoprì, era combinata. La mente venne subito individuata in Villaplane. Alla base c’era un torbido giro di scommesse, che oltre al nostro mediano vedeva coinvolti due suoi compagni di squadra, un giocatore del Lille e qualche losco figuro con un piede nella malavita parigina. La piccola società provenzale se ne sbarazzò subito, spedendolo qualche chilometro più a nord, all’OGC Nice. Fu, com’era prevedibile, un fallimento. In Costa Azzurra durò poco, pochissimo.

Villaplane al Nizza

Ormai il pallone era rotolato a fondocampo, nelle priorità della sua vita. Dopo la breve e squallida parentesi nizzarda, Victor Gibson – il suo primo allenatore al Sète – lo chiamò a Bordeaux. Fu un ennesimo fuoco di paglia: frequentava più l’ippodromo che lo spogliatoio e, in campo, era poco più di un’ombra.

Non concluse nemmeno la stagione, venne incarcerato prima per aver organizzato delle corse truccate. Era il 1935: colui che fu il primo giocatore – e capitano – africano della Nazionale francese decise che del calcio ne aveva abbastanza. È il ritiro dalle scene e dalla cronaca sportiva, per entrare prepotentemente in quella nera.

Tornò a Parigi. Iniziò a fare dentro e fuori dalla galera, stringendo tra le sbarre della Prison de là Santé nuovi e proficui rapporti con esponenti di spicco della mala, come Pierre Bonny e Henri Lafont, suoi futuri “colleghi”. Fu proprio Lafont infatti ad ingaggiarlo. Non per giocare a calcio, ormai un ricordo sbiadito, ça va san dire. L’ex mediano entrò tra le fila della Dienstelle, braccio francese della Gestapo.

È il 1940: scoppia la guerra, Parigi viene occupata dalle truppe naziste. Quella che per molti è una tragedia, per lui è un’occasione d’oro, che sfrutta nel più abietto dei modi. Villaplane lavora bene, catturando e rastrellando per conto dei tedeschi gli ebrei francesi. Ironicamente, torna alle sue radici algerine: diventa uno degli uomini di punta della Brigade Nord-Africain, un’organizzazione più criminale che militare, composta interamente da immigrati nordafricani.

Una Brigade nord africaine (credits: sudouest.fr)

È ancora un combattente: ormai è noto con l’appellativo di “SS Mohammed”. Non si limita a dare ordini, non è nel suo stile, non lo è mai stato. A Mussidan, nel 1944, comanda l’esecuzione di undici partigiani. Dà l’esempio, con la sua Luger. Spara, uccide, tortura con sadico piacere donne e anziani, ebrei e non: se il male in Francia ha un volto, probabilmente è il suo.

Quando capisce che i suoi nuovi “alleati” sono destinati a perdere la guerra, è ormai troppo tardi. Converte alla sua personale causa anche la sua Brigade: inizia a proteggere gli ebrei francesi, tiene comizi contro i nazisti invasori. Ma non serve, le vittime hanno buona memoria.

La brigade algerina (credits: 1000cuorirossoblu.it)

Lo arrestano nella sua Parigi nell’agosto del 1944. Al Tribunale della Senna, cerca di discolparsi, afferma d’aver salvato decine e decine di ebrei, ma non gli credono e non potrebbe essere altrimenti. Dieci omicidi accertati, alto tradimento e cospirazione col nemico: ce n’è abbastanza per finire davanti al plotone d’esecuzione. E infatti ci va, insieme al suo antico sodale Lafont, nel dicembre del 1944, ad Arcueil.

Bendato, finì di fronte ai fucili dei suoi connazionali, proprio gli stessi che, con ogni probabilità, quattordici anni prima ne leggevano estasiati le gesta in terra uruguaiana.