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“Koliko jezika znas, toliko ljudi vrijedis / Tante lingue sai, tante persone vali”. (Proverbio croato)

Pochi sono gli atleti diventati poi anche eroi Nazionali. In quella polveriera che sono stati i Balcani, ci sono due esempi lampanti di uomini, prima ancora che sportivi, che sono stati in grado d’andare oltre il loro status, divenendo icone per il loro popolo e persino figure di riferimento politico: parliamo di Drazen Petrovic e Zvonimir Boban. Ognuno in modo diverso sono diventati, volenti o nolenti, simboli dell’indipendenza croata.

Boban con Drazen Petrovic

Drazen, cestista e primo europeo a fare realmente faville con i professionisti dell’NBA, entrò nella storia croata rifiutandosi di scendere in campo con la Jugoslavia dopo gli europei (vinti) del 1990. Zvonimir, per gli amici Zorro o semplicemente Zvone, colpendo fisicamente l’Ordine costituito. Letteralmente. Ma andiamo con ordine, partendo dal principio. È la storia di Zvominir Boban, lo spadaccino figlio dei Balcani.

Zvonimir – il cui nome significa “segno di Dio” – nacque nella cittadina croata di Imoschi, a ridosso del confine con la regione dell’Erzegovina. In città potete ancora trovare qualcuno che parla un buon italiano, in quanto discendente di quei notai, medici e banchieri che la Repubblica di Venezia aveva inviato secoli prima a controllare le attività sui confini con l’impero ottomano e, più nello specifico, controllare che dazi versati nelle casse corrispondessero (più o meno) all’effettivo flusso di viandanti e commerciati che attraversavano il confine.

Già Imoschi vi darà tantissimo di cosa significhi vivere e crescere nei Balcani: la principale attrazione cittadina è rappresentata dai famosi “Laghi blu e rosso”: due meravigliose pozze d’acqua cristallina, formatosi a seguito del collasso d’una grotta carsica dopo un terremoto. Essendo che siamo nei Balcani, il meraviglioso contesto naturale viene deturpato da diverse costruzioni, oltre che da una strada panoramica, per lo più neanche concluse e spesso realizzate in cemento armato a vista, che ornano il cratere, mentre i biglietti ve li fa una bigliettaia “ufficiale” ed errante che, con la stessa faccia con cui Maradona commentò la “mano de Dios”, vi dirà che “valgono una settimana, se volete”, nonostante sappia benissimo che non c’è motivo per fermarsi più di qualche ora.

L’iconico stadio d’Imoschi, letteralmente strappato alla montagna carsica.

Ecco, a questo contesto sui generis aggiungete che il piccolo Boban crebbe in quella polveriera che era l’ex-Jugoslavia, dove l’autarchico regime del maresciallo Tito – prima spalleggiato dall’ex URSS, poi inviso per decenni alla nomenklatura sovietica – “garantiva l’ordine” e quel collante centrifugo indispensabile per l’equilibrio interno di un paese quantomai frammentario: insomma, il relativo ordine dell’odierna Croazia, era ancora cosa lontanissima. Ordine che non vuol dire necessariamente pace. Sloveni, croati, montenegrini, bosniaci, kosovari, macedoni, serbi, erzegovini, rom, di religione musulmana, ebraica, ortodossa o cattolica allora, come spesso anche ora – si trovavano in situazioni borderline di contrasti, scontri o rivendicazioni.

Zvone cresce in questo clima carico di tensione e oppressione, con in testa la passione per il pallone ed il sogno di una Croazia libera ed indipendente. Sogno soltanto in parte condiviso dai propri concittadini di Imoschi, così vicina alla Bosnia ed Erzegovina, il cui orientamento politico cambia, anche in modo netto, a seconda di dove si estendono le radici famigliari (quando non sono dalmate): se hanno origini bosniache, è molto probabile che l’idea d’una Croazia indipendente possa far loro gola, perché a ovest di Mostar e Sarajevo (tutt’ora) ci si sente più croati che bosniaci.

Se invece la famiglia proviene dall’Erzegovina e/o dal Montenegro, diciamo in generale dal Sud, non è così inusuale che si possa simpatizzare per i cugini della Serbia: basta un viaggio attraverso le imponenti montagne da Podgoriça alla Costa Dalmata, per capire che è un attimo passare dalle bandiere croate e dagli slogan dell’Hajduk Split, a quelle serbe e agli slogan della Crvena Zvezda di Belgrado.

Murales della Torcida, la curva dell’Hajduk, a Brella (riviera di Makarska).

Anche se, va detto, a Imoschi ci sono pochi dubbi circa la squadra da tifare: c’è solo l’Hajduk Split, da lì sino a Dubrovnik e ben oltre Spalato. E anche qui va capita una cosa: Che è anche il motivo per cui a Imoschi gli abitanti vi parlano volentierissimo del concittadino Ivan Gudelj, 10 anni di militanda nell’Hajduk e quasi quaranta partite con la Nazionale jugoslava, celebrato da diversi murales e dalla “curva” dello stadio, ma sono restii a parlare di Zvone, che calcisticamente è cresciuto (eresia!) nella Dinamo Zagabria. Fatto che non deve sorprendere: nei Balcani, la squadra per cui tifi contribuisce a definirti come persona, perché incarna aspetti politici e ideologici che trascendono l’aspetto sportivo, rendendoti parte d’una sotto-comunità tanto invisibile ad occhi inesperti quanto tangibile.

Ma se per il momento i sogni indipendentisti sono destinati a rimanere tali, il successo calcistico arriva sostanzialmente subito: si sa che la necessità fa virtù (non giravano molti soldi nelle casse della Dinamo Zagabria), ma fatto sta che Zvone si ritrova ad esordire nella massima serie jugoslava appena sedicenne, nella stagione 1985/1986. Diviene subito titolare, esordendo anche in Europa, e trova una tale continuità che è già capitano dopo appena 3 stagioni. A soli 19 anni d’età.

In patria rimarrà per sei stagioni, collezionando 109 presenze condite da 45 goal, diventando nel frattempo uno dei giovani più ambiti nel panorama europeo. In quella Dinamo giocava anche il talentuosissimo Prosinecki, intimo amico di Boban (con cui tutt’ora si diletta una tantum in qualche partitella tra amici). Quest’ultimo è sempre rimasto colpito perché il biondo amico, conosciuto nelle giovanili, si portava dietro qualche vizietto non propriamente da atleta.

“Prosinecki fumava già come un pazzo all’età di 12 anni”.

In quegli anni Zvone diviene famoso anche per motivi extracalcistici: è il 13 maggio del 1990, quando a Zagabria arrivarono a giocare gli storici avversari della Stella Rossa di Belgrado. Guidati sulle gradinate, tra gli altri, anche dalla Tigre Arkan, i tifosi serbi misero a ferro e fuoco Zagabria prima del match. Che sostanzialmente non iniziò neanche: sugli spalti successe il pandemonio, costringendo la polizia ad intervenire pure sul rettangolo di gioco per fermare i tifosi di entrambe le fazioni che se le davano tra di loro o si coalizzavano contro la Polizia (in prevalenza formata da serbi).

Qui accade l’impensabile: un poliziotto bosniaco, Refik Ahmetović, getta a terra un tifoso della Dinamo e comincia a manganellarlo con furore. È allora che il 22enne capitano della Dinamo interviene, sferrando un calcio al poliziotto e costringendolo alla ritirata e superando – 15 anni prima della rissa di Auburn Hills, che coinvolse il cestista Ron Artest – la linea sacra ed indissolubile che separa l’atleta ed il tifoso. Il campo da tutto ciò che idealmente sta attorno.

Zagabria, stadio Maksimir, 1990

Il futuro rossonero venne tratto in salvo dal linciaggio da alcuni supporter e dirigenti della Dinamo. La rivolta si esaurì soltanto a notte fonda, dentro e all’esterno dello stadio, con una marea di arresti (147) e feriti (138).

Boban, che diventò un eroe per il popolo croato, rischiò l’arresto e venne sospeso per sei mesi, perdendo la possibilità di partecipare ai Mondiali del 1990 in Italia.

“Ho reagito ad una grande ingiustizia, così chiara che uno non poteva rimanere indifferente. Quando il poliziotto mi ha colpito, ho risposto.”

È la testimonianza di Zvonimir per descrivere un episodio che fu anche uno dei punti di partenza di quella che poi sarebbe diventata l’indipendenza croata. La scintilla di detonazione di un incubo che, dal monte Lovcen fino alle coste di Dubrovnik, avrebbe deflagrato ogni flebilissima visione unitaria.Nel frattempo, a soli 22 anni Boban era già diventato un eroe per il proprio popolo. Zvone scelse di intervenire, “rischiando di perdere tutto, carriera compresa, in nome di un ideale”, invece che restare a guardare. Con tutto ciò che questo comporta.

Per fortuna di tutti, quel tragico episodio non fermò la volontà di Fabio Capello, che contro il parere di Berlusconi portò il giovane croato a Milano nell’estate del 1991. “Come mai scelsi il Milan? Perchè era difficile giocare per loro. Per la concorrenza.” disse Zvone, chiarendo a tutti la sua forza di carattere.

Ma, se la tecnica ed il carattere non sono mai mancati e non mancavano certo allora, qualche lacuna come giocatore Zvone la presentava ancora. Il calcio croato era infatti tatticamente più modesto di quello italiano, ed inoltre Zorro non era abituato al livello fisico rischiesto dalla massima serie italiana. Era, insomma, il tipico rifinitore dal destro pennellato che doveva ancora acquisire uno spessore internazionale.

Ecco quindi che il Milan s’accordò col Bari, proteggendo quell’ingente investimento da 10 miliardi di lire, mandando così il talentino croato a farsi le ossa in Puglia per una stagione.

Il Milan di Fabio Capello

Col Bari Boban giocò 17 partite, complice anche l’aver contratto l’Epatite A dopo aver assaggiato del pesce crudo in un ristorante del centro storico. Partite bastevoli per meritarsi l’agognato ritorno a Milano, e per mettere dunque in mostra quelle che erano le principali caratteristiche dello spadaccino: ottima tecnica, dribbling secco, ottima visione di gioco, leadership silenziosa ma tangibile. E maglia sempre fuori dai pantaloncini.

“Tornato al Milan, per i primi tempi giocai solamente in Champions. A quei tempi le italiane erano talmente superiori rispetto alle altre squadre europee, che valeva più vincere la serie A che la Champions. Champions che veniva snobbata allora quasi quanto ora viene snobbata la Coppa Italia.”

Dopo un primo anno di non facile adattamento, Zvone nella seconda stagione trovò una discreta continuità di campo e prestazioni.

E sono invero tanti gli anni d’oro nella carriera di Zorro. Uno di questi è certamente il 1994: anno in cui vinse la sua prima ed unica Champions League, e in cui soprattutto conobbe e sposò la moglie Leonarda (con cui adesso ha 5 figli, di cui 4 adottivi), esemplificazione perfetta del detto “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”.

L’iconica maglietta fuori dai pantaloncini, come la portava Zvone

Insomma, Zvone si rivela un misto di classe, tecnica e colpi di genio. Che allora metteva in mostra con relativa continuità, stritolato da un calcio tatticamente esasperato che spesso relegava i trequartisti puri sulle fasce. Ma quando era nel mood giusto, la presenza del figlio dei Balcani si sentiva eccome sul rettangolo di gioco.

Col Milan giocò la bellezza di 9 stagioni, con un bilancio totale di 251 presenze e 30 gol. Vincendo oltre alla Champions anche 4 scudetti, l’ultimo dei quali nel 1999. È proprio in quest’ultimo scudetto che il suo contributo risulta più che mai determinante e decisivo: dopo un inizio d’annata – con relativa richiesta di cessione – fatto d’incompresioni e problemi col tecnico Zaccheroni (la leggenda racconta che in quella stagione nella sfida contro la Fiorentina fu lui a trasformarsi in allenatore e ad autocollocarsi dietro le due punte contro il volere di Zac).

Boban riesce ad esprimere un calcio d’altissimo livello: è infatti il trequartista che fa la differenza in mezzo al campo, con le sue finte in grado di ingannare qualunque avversario e la sua sconfinata visione di gioco.

Non è uno di quei fantasisti che escono dal campo senza avere sudato e faticato, non è uno di quei giocatori che pretendono una squadra al servizio della propria classe. È un animo lottatore, con due piedi di fata. Corre senza sosta, ma riesce ad essere sempre lucido nel momento della giocata.

Suker e Boban con la maglia della Croazia a Francia ’98

Ma probabilmente l’impresa calcistica cui Zvone è meggiormente legato sentimentalmente è l’incredibile cavalcata della Croazia ai Mondiali di Francia ’98. Furono proprio i francesi a fermare, in una rocambolesca semifinale, l’avanzata di quell’incredibile squadra che tra gli altri annoverava Prosinecki, Suker, Tudor e Mario Stanic.

E fu proprio in quella partita che Zvone commise forse l’errore più rimpianto della sua carriera, perdendo, su un banale disimpegno a centrocampo, la palla che permise a Djorkaeff di servire a Thuram l’assist del pareggio. La partita finì 2 a 1 dopo i supplementari, coi francesi che completarono il loro miracolo mondiale annientando il Brasile di Ronaldo in finale.

Ma niente e nessuno poteva ormai scalfire o toccare quel monumento vivente che Boban era diventato per i suoi connazionali. Ed in parte anche per i tifosi milanisti, cui continua a rimanere fortemente legato e che, quando lasciò il Milan il 3 agosto del 2001 per andare al Celta Vigo (la numero 10 passò sulle larghe spalle di Manuel Rui Costa), gli tributarono un’ovazione tale da ricordare quelle per Franco Baresi e per il Cigno di Utrecht Van Basten. Un privilegio per pochissimi eletti.

Boban oggi

Dopo il suo ritiro, il croato non è affatto sparito dal mondo del pallone. Ha infatti ripreso gli studi, laureandosi in Storia, per poi diventare prima giornalista sportivo (è apprezzato inserzionista per la Gazzetta dello Sport), poi opinionista tv per Sky Sport e per la tv croata RTL Televizija, infine dirigente: prima come braccio-destro d’Infantino alla FIFA, poi dell’ex compagno Paolo Maldini al Milan. Non ha mai intrapreso la carriera da allenatore, in quanto come da lui stesso dichiarato ”non avrei né la pazienza né i nervi per tale lavoro”.

Sostiene che non è stato facile l’adattamento lontano dai riflettori del calcio. E che l’unica che cosa che gli manca del calcio giocato “non è sicuramente la fama, bensì San Siro”. Come lui, di questi tempi, manca maledettamente a San Siro.

Boban è forse l’ex calciatore che più è stato in grado di allargare i propri orizzonti dopo il ritiro. La prova è che, quando parla, viene ascoltato e apprezzato dai tifosi di tutte le squadre, forse per quell’onestà intellettuale e quella franchezza che ha nell’esprimere concetti e che l’ha sempre contraddistinto sia nello spogliatoio che al di fuori; caratteristica che lo ha reso personaggio scomodo per molti – celebri le diatribe con Lotito, Galliani ma anche gli accesi alterchi con Antonio Conte ai tempi di Sky – e per questo stimato dai tifosi di calcio.

El Zorro, la volpe, l’eroe di nero vestito che lotta per i diritti del suo popolo e che irride i nemici con la sua sfrontata abilità nella divina arte della scherma e dell’arte oratoria. Il tutto, ovviamente, senza volontà di ostentazione o mancanza rispetto. Per un sentimento più grande, universale.

Perché come dice il nostro Zorro:

“Un calciatore va giudicato per come gioca in campo. Non certo per il suo modo di vivere o per le sue opinioni politiche: un giocatore non deve dare l’esempio”.