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“Può giocare in qualsiasi ruolo del centrocampo: da regista, da interno, da trequartista puro: è il giocatore più completo che abbia mai avuto.” (Fabio Capello)

Pochi sono gli atleti diventati poi anche eroi Nazionali. In quella polveriera che sono stati i Balcani, ci sono due esempi lampanti di uomini, prima ancora che sportivi, che sono stati in grado d’andare oltre il loro status, divenendo icone per il loro popolo e persino figure di riferimento politico: parliamo di Drazen Petrovic e Zvonimir Boban. Ognuno in modo diverso sono diventati, volenti o nolenti, simboli dell’indipendenza croata.

Drazen, cestista e primo europeo a fare realmente faville con i professionisti dell’NBA, entrò nella storia croata rifiutandosi di scendere in campo con la Jugoslavia dopo gli europei (vinti) del 1990. Zvonimir, per gli amici Zorro o semplicemente Zvone, colpendo fisicamente l’Ordine costituito. Letteralmente. Ma andiamo con ordine, partendo dal principio. È la storia di Zvominir Boban, lo spadaccino figlio dei Balcani.

Boban con Drazen Petrovic

Zvonimir – il cui nome significa “segnale di Dio” – nacque nella minuscola cittadina croata di Imoschi, a ridosso del confine con la regione dell’Erzegovina. In città potete ancora trovare qualcuno che parla un buon italiano, in quanto discendente di quei notai, medici e banchieri che la Repubblica di Venezia aveva inviato secoli prima a controllare le attività sui confini con l’impero ottomano.

Il piccolo Boban crebbe in quella polveriera che era l’ex-Jugoslavia, dove l’autarchico regime del maresciallo Tito – prima spalleggiato dall’ex URSS, poi inviso per decenni alla nomenklatura sovietica – “garantiva l’ordine” e quel collante centrifugo indispensabile per l’equilibrio interno di un paese quantomai frammentario. Ordine che non vuol dire necessariamente pace. Sloveni, croati, montenegrini, bosniaci, kosovari, macedoni, serbi, erzegovini, rom, di religione musulmana, ebraica, ortodossa o cattolica allora, come spesso anche ora – si trovavano in situazioni borderline di contrasti, scontri o rivendicazioni.

Zvone crebbe in questo clima carico di tensione e oppressione, con in testa la passione per il pallone ed il sogno di una Croazia libera ed indipendente.

Ma se per il momento i sogni indipendentisti sono destinati a rimanere tali, il successo calcistico arriva sostanzialmente subito: si sa che la necessità fa virtù (non giravano molti soldi nelle casse della Dinamo Zagabria), ma fatto sta che Zvone si ritrova ad esordire nella massima serie jugoslava appena sedicenne, nella stagione 1985/1986. Diviene subito titolare, esordendo anche in Europa, e trova una tale continuità che è già capitano dopo appena 3 stagioni. A soli 19 anni d’età.

In patria rimarrà per sei stagioni, collezionando 109 presenze condite da 45 goal, diventando nel frattempo uno dei giovani più ambiti nel panorama europeo. In quella Dinamo giocava anche il talentuosissimo Prosinecki, intimo amico di Boban (con cui tutt’ora si diletta una tantum in qualche partitella tra amici). Quest’ultimo è sempre rimasto colpito perché il biondo amico, conosciuto nelle giovanili, si portava dietro qualche vizietto non propriamente da atleta.

“Prosinecki fumava già come un pazzo all’età di 12 anni”.

In quegli anni Zvone diviene famoso anche per motivi extracalcistici: è il 13 maggio del 1990, quando a Zagabria arrivarono a giocare gli storici avversari della Stella Rossa di Belgrado. Guidati sulle gradinate, tra gli altri, anche dalla Tigre Arkan, i tifosi serbi misero a ferro e fuoco Zagabria prima del match. Che sostanzialmente non iniziò neanche: sugli spalti successe il pandemonio, costringendo la polizia ad intervenire pure sul rettangolo di gioco per fermare i tifosi di entrambe le fazioni che se le davano tra di loro o si coalizzavano contro la Polizia (in prevalenza formata da serbi).

Zagabria, stadio Maksimir, 1990

Qui accade l’impensabile: un poliziotto bosniaco, Refik Ahmetović, getta a terra un tifoso della Dinamo e comincia a manganellarlo con furore. È allora che il 22enne capitano della Dinamo interviene, sferrando un calcio al poliziotto e costringendolo alla ritirata e superando – 15 anni prima della rissa di Auburn Hills, che coinvolse il cestista Ron Artest – la linea sacra ed indissolubile che separa l’atleta ed il tifoso. Il campo da tutto ciò che idealmente sta attorno.

Il futuro rossonero venne tratto in salvo dal linciaggio da alcuni supporter e dirigenti della Dinamo. La rivolta si esaurì soltanto a notte fonda, dentro e all’esterno dello stadio, con una marea di arresti (147) e feriti (138).

Boban, che diventò un eroe per il popolo croato, rischiò l’arresto e venne sospeso per sei mesi, perdendo la possibilità di partecipare ai Mondiali del 1990 in Italia.

“Ho reagito ad una grande ingiustizia, così chiara che uno non poteva rimanere indifferente. Quando il poliziotto mi ha colpito, ho risposto.”

È la testimonianza di Zvonimir per descrivere un episodio che fu anche uno dei punti di partenza di quella che poi sarebbe diventata l’indipendenza croata. La scintilla di detonazione di un incubo che, dal monte Lovcen fino alle coste di Dubrovnik, avrebbe deflagrato ogni flebilissima visione unitaria.

Nel frattempo, a soli 22 anni Boban era già diventato un eroe per il proprio popolo. Zvone scelse di intervenire, “rischiando di perdere tutto, carriera compresa, in nome di un ideale”, invece che restare a guardare. Con tutto ciò che questo comporta.

Per fortuna di tutti, quel tragico episodio non fermò la volontà di Fabio Capello, che contro il parere di Berlusconi portò il giovane croato a Milano nell’estate del 1991. “Come mai scelsi il Milan? Perchè era difficile giocare per loro. Per la concorrenza.” disse Zvone, chiarendo a tutti la sua forza di carattere.

Ma, se la tecnica ed il carattere non sono mai mancati e non mancavano certo allora, qualche lacuna come giocatore Zvone la presentava ancora. Il calcio croato era infatti tatticamente più modesto di quello italiano, ed inoltre Zorro non era abituato al livello fisico rischiesto dalla massima serie italiana. Era, insomma, il tipico rifinitore dal destro pennellato che doveva ancora acquisire uno spessore internazionale.

Ecco quindi che il Milan s’accordò col Bari, proteggendo quell’ingente investimento da 10 miliardi di lire, mandando così il talentino croato a farsi le ossa in Puglia per una stagione.

Il Milan di Fabio Capello

Col Bari Boban giocò 17 partite, complice anche l’aver contratto l’Epatite A dopo aver assaggiato del pesce crudo in un ristorante del centro storico. Partite bastevoli per meritarsi l’agognato ritorno a Milano, e per mettere dunque in mostra quelle che erano le principali caratteristiche dello spadaccino: ottima tecnica, dribbling secco, ottima visione di gioco, leadership silenziosa ma tangibile. E maglia sempre fuori dai pantaloncini.

“Tornato al Milan, per i primi tempi giocai solamente in Champions. A quei tempi le italiane erano talmente superiori rispetto alle altre squadre europee, che valeva più vincere la serie A che la Champions. Champions che veniva snobbata allora quasi quanto ora viene snobbata la Coppa Italia.”

Dopo un primo anno di non facile adattamento, Zvone nella seconda stagione trovò una discreta continuità di campo e prestazioni.

E sono invero tanti gli anni d’oro nella carriera di Zorro. Uno di questi è certamente il 1994: anno in cui vinse la sua prima ed unica Champions League, e in cui soprattutto conobbe e sposò la moglie Leonarda (con cui adesso ha 5 figli, di cui 4 adottivi), esemplificazione perfetta del detto “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”.

L’iconica maglietta fuori dai pantaloncini, come la portava Zvone

Insomma, Zvone si rivela un misto di classe, tecnica e colpi di genio. Che allora metteva in mostra con relativa continuità, stritolato da un calcio tatticamente esasperato che spesso relegava i trequartisti puri sulle fasce. Ma quando era nel mood giusto, la presenza del figlio dei Balcani si sentiva eccome sul rettangolo di gioco.

Col Milan giocò la bellezza di 9 stagioni, con un bilancio totale di 251 presenze e 30 gol. Vincendo oltre alla Champions anche 4 scudetti, l’ultimo dei quali nel 1999. È proprio in quest’ultimo scudetto che il suo contributo risulta più che mai determinante e decisivo: dopo un inizio d’annata – con relativa richiesta di cessione – fatto d’incompresioni e problemi col tecnico Zaccheroni (la leggenda racconta che in quella stagione nella sfida contro la Fiorentina fu lui a trasformarsi in allenatore e ad autocollocarsi dietro le due punte contro il volere di Zac).

Boban riesce ad esprimere un calcio d’altissimo livello: è infatti il trequartista che fa la differenza in mezzo al campo, con le sue finte in grado di ingannare qualunque avversario e la sua sconfinata visione di gioco.

Non è uno di quei fantasisti che escono dal campo senza avere sudato e faticato, non è uno di quei giocatori che pretendono una squadra al servizio della propria classe. È un animo lottatore, con due piedi di fata. Corre senza sosta, ma riesce ad essere sempre lucido nel momento della giocata.

Suker e Boban con la maglia della Croazia a Francia ’98

Ma probabilmente l’impresa calcistica cui Zvone è meggiormente legato sentimentalmente è l’incredibile cavalcata della Croazia ai Mondiali di Francia ’98. Furono proprio i francesi a fermare, in una rocambolesca semifinale, l’avanzata di quell’incredibile squadra che tra gli altri annoverava Prosinecki, Suker, Tudor e Mario Stanic.

E fu proprio in quella partita che Zvone commise forse l’errore più rimpianto della sua carriera, perdendo, su un banale disimpegno a centrocampo, la palla che permise a Djorkaeff di servire a Thuram l’assist del pareggio. La partita finì 2 a 1 dopo i supplementari, coi francesi che completarono il loro miracolo mondiale annientando il Brasile di Ronaldo in finale.

Ma niente e nessuno poteva ormai scalfire o toccare quel monumento vivente che Boban era diventato per i suoi connazionali. Ed in parte anche per i tifosi milanisti, cui continua a rimanere fortemente legato e che, quando lasciò il Milan il 3 agosto del 2001 per andare al Celta Vigo (la numero 10 passò sulle larghe spalle di Manuel Rui Costa), gli tributarono un’ovazione tale da ricordare quelle per Franco Baresi e per il Cigno di Utrecht Van Basten. Un privilegio per pochissimi eletti.

Boban oggi

Dopo il suo ritiro, il croato non è affatto sparito dal mondo del pallone. Ha infatti ripreso gli studi, laureandosi in Storia, per poi diventare giornalista sportivo (è apprezzato inserzionista per la Gazzetta dello Sport), opinionista tv per Sky Sport e per la tv croata RTL Televizija. Non ha mai intrapreso la carriera da allenatore, in quanto come da lui stesso dichiarato ”non avrei né la pazienza né i nervi per tale lavoro”.

Sostiene che non è stato facile l’adattamento lontano dai riflettori del calcio. E che l’unica che cosa che gli manca del calcio giocato “non è sicuramente la fama, bensì San Siro”. Come lui, di questi tempi, manca maledettamente a San Siro.

Boban è forse l’ex calciatore più apprezzato tra gli opinionisti. E lo è per i tifosi di tutte le squadre, forse per quell’onestà intellettuale e quella franchezza che ha nell’esprimere concetti e che l’ha sempre contraddistinto sia nello spogliatoio che al di fuori; caratteristica che lo ha reso personaggio scomodo per molti – celebri le diatribe con Lotito, Galliani ma anche gli accesi alterchi con Antonio Conte – e per questo stimato dai tifosi di calcio.

El Zorro, la volpe, l’eroe di nero vestito che lotta per i diritti del suo popolo e che irride i nemici con la sua sfrontata abilità nella divina arte della scherma e dell’arte oratoria. Il tutto, ovviamente, senza volontà di ostentazione o mancanza rispetto. Per un sentimento più grande, universale.

Perché come dice il nostro Zorro:

“Un calciatore va giudicato per come gioca in campo. Non certo per il suo modo di vivere o per le sue opinioni politiche: un giocatore non deve dare l’esempio”.