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«Portaluppi è il Gullit bianco.» (Nils Liedholm)

Una Lamborghini rompe il silenzio della notte romana sfrecciando a rotta di collo verso un noto disco-club in zona Parioli; al suo interno, un ragazzo sui 26 anni: chioma fluente e laccata, camicia sgargiante dai toni fluo sbottonata sul petto, fisico statuario, e brezza che accarezza il braccio fuori dal finestrino mentre dal mangianastri esce la voce suadente di Simon Le Bon, che con i suoi Duran Duran canta “I don’t want your love”.

Non si tratta del manifesto capitolino dell’edonismo rampante degli anni ’80, ma della dimenticabile parabola di Renato Portaluppi a Roma. Ala destra brasiliana di grande talento, mito in patria e fragoroso flop all’ombra del Colosseo. Sbarcato nella Capitale come un messìa, se ne andò come un appestato; lasciando dietro di sé una scia di malinconia, virgolettati cult, gossip e flirt in quantità industriale. È la storia del Pube de Oro di Roma.

Renato Gaucho, come lo chiamano in Brasile, è un calciatore che ha tutto per sfondare ed ergersi a nuova icona del calcio brasiliano post-tragedia del Sarría. Ha talento naturale, physique du rôle e un’innata propensione a prendere la vita, come il calcio, di petto. Come solo i veri carioca sanno fare.

Insomma, negli anni ’80 brasiliani – segnati dagli ultimi spasmi della feroce dittatura militare, dal fenomeno della Democrazia Corinthiana di Socrates e compagni, e dal sogno infranto del Futebol Bailado della Seleçao del 1982 – Renato Portaluppi è una figura di spicco, uno su cui puntare ad occhi chiusi. O meglio, a Copacabana e dintorni ne sono certi: è l’astro nascente attorno al quale il ct Telé Santana vorrebbe rimodellare la Nazionale, reduce da un opaco mondiale in Messico in attesa del passaggio di consegne a Sebastião Lazaroni.

Ma il bel René è un personaggio tanto ammirato quanto chiacchierato. Icona di un paese che ha appena abbandonato la giunta autoritaria di Geisel e suoi derivati, che traevano origine dall’Operazione Condor, Renato è l’immagine un po’ stereotipata del calciatore brasiliano tutto estro, toda joia-toda beleza, con una propensione naturale all’evasione dagli schemi, sia tattici che comportamentali. È esercizio improbo individuare carioca più purosangue di Portaluppi l’edonista.

Ma oltre alla patina di viveur e sex symbol, in campo va un giocatore che in Brasile ha dimostrato colpi da campione e personalità da vendere. Un destro naturale che concepisce il calcio come puro divertissment, alla costante ricerca del dribbling che strappa applausi, indistintamente padrone della fascia destra come della sinistra, solista, rifinitore e pure goleador. Un’ala completa, antesignana del giocatore moderno.

Si porta dietro un fisico da vero centravanti: è alto 1,84 e pesa 80 chili, ha una struttura possente poggiata su quadricipiti d’acciaio. Difficile scovare un calciatore che in quel periodo storico avesse a disposizione un bagaglio potenziale – fisico e tecnico – così completo. Infatti il Nostro sale immediatamente alla ribalta delle cronache sportive, attirando su di sé attenzioni d’ogni genere.

Nel 1983, non ancora 23enne, ha già giocato da protagonista e vinto una Libertadores col Gremio, per poi incantare mezzo mondo nella finale di Coppa Intercontinentale, dove con una magnifica doppietta incenerì le velleità di vittoria dell’Amburgo di Magath.

In quella partita, trasmessa in tutto il mondo, recita la parte del dominatore induscusso del fronte offensivo. È impossibile non notarlo: ha tecnica, dribbling, vive di giocate improvvise e di una sfrontatezza naturale che lo porta a cercare spesso la soluzione più complicata; in più, gioca con i calzettoni arrotolati sulle caviglie, memore della lezione psicologica di Omar Sivori, secondo cui un vero funambolo non dovrebbe portare parastinchi per mettere in soggezione il marcatore avversario.

Insomma, Renato è sul tetto del mondo e l’anno successivo conferma le enormi aspettative andando a vincere un campionato nazionale con la gloriosa maglia del Flamengo. Ha raggiunto la maturità calcistica, è uno di quei prospetti pronto a consacrarsi definitivamente in star internazionale; ma per compiere la metamorfosi da ragazzo di provincia a fuoriclasse c’è bisogno del grande balzo in avanti: l’Italia.

La Serie A è da qualche anno il campionato con cui misurare ogni vera ambizione, da Falcao a Zico fino a Socrates e Júnior: le stelle della Seleçao anni ’80 passano dalla palestra agonistica italiana in cerca di una consacrazione planetaria.

Arriva così l’estate del 1988. 23 giugno: nel cielo terso sopra Trigoria si avverte un rumore strano, fuori contesto. È il volteggiare delle pale di un elicottero che si avvicina sempre di più al campo di allenamento giallorosso. L’elicottero atterra, dopo pochi secondi scende un ragazzo con indosso la maglia giallorossa, un paio di jeans bianchi à-la George Michael e un mullet sproporzionato. In perfetto stile anni ’80.

È ovviamente Portaluppi, presentato – in uno scatto di megalomania e voglia di rivalsa – con una mossa degna di un clan di Medellin.

“Vedendolo atterrare pensammo: qui è arrivato un fenomeno. Si parlava di Portaluppi come di un giocatore straordinario e quell’arrivo in elicottero fece clamore. Infatti un po’ tutti dissero: è arrivato uno che trascinerà la Roma, un grande campione.” (B. Conti)

Immediatamente sommerso dall’affetto di duemila tifosi, che vedevano in Renato l’ideale erede di Falcão e il colpo per un rilancio delle ambizioni scudettate dopo l’ottimo terzo posto della stagione precedente. Parte addirittura un coro “Con Renato Portaluppi so’ finiti i tempi cupi!”. Ma, come detto, il Gaucho è un personaggio sui generis, con un carattere tanto orgoglioso quanto volubile.

Si mette subito a disposizione e l’approccio con i nuovi metodi di lavoro pare positivo. In pre-campionato fa intravedere ad intermittenza la sua classe, poi, con l’arrivo di ottobre appassisce come una foglia d’acero in autunno.

Prestazioni incolori e una crescente anarchia tattica si aggiungono ad uno stile di vita da playboy consumato. Renato, insomma, si perde nel gorgo edonista della dolce vita romana di fine anni ’80. Ha la fila di ammiratrici fuori dai cancelli di Trigoria, non riesce a concepire le rigide regole dell’atleta e si tuffa a candela in una vita notturna fatta di disco-club, party fino all’alba e dipendenze. Soprattutto quella per l’organo genitale femminile. Da erede di Zico a Vitellone di felliniana memoria, il passo è breve.

Insomma, nella Roma di Franco Califano un altro califfo rivaleggia con l’emblema dell’edonismo capitolino: sembra essere Renato l’erede del celebre «Sono sempre andato a letto cinque minuti più tardi degli altri, per avere cinque minuti in più da raccontare».

In questo vortice di sesso e macchine di lusso, orari improbabili e joie de vivre, oli abbronzanti dopo ogni doccia e drink in mano dopo cena, Portaluppi, come prevedibile, paga lo scotto in campo. Se si esclude una grande prestazione in Coppa Uefa contro il Norimberga (il 12 ottobre), il resto è materiale da fenomeno parastatale buono per la Gialappa’s band, che proprio quell’anno debutta sulle frequenze di una tv privata con un programma destinato poi a segnare l’immaginario collettivo.

Il bel René è più vicino a un personaggio romanzato della Banda della Magliana che al nuovo fenomeno carioca sbarcato nella Capitale a bordo dell’elicottero di Magnum P.I. Inoltre, dettaglio non trascurabile, i media contribuiscono in maniera decisiva ad ingigantire prima e sputtanare poi l’ex talento del Gremio. Di certo c’è che quel modo di vivere, quella personalità sfrontata e alcune dichiarazioni al confine tra grottesco e spavalderia, avevano fatto di Renato un personaggio unico, oltreché un bersaglio perfetto.

“Più che i terzini a preoccuparsi di me saranno le loro mogli.” (R. Portaluppi)

Insomma, la stagione avanza e Portaluppi è costantemente sulle prime pagine. Delle riviste di gossip. Non c’è giornalista che non cerchi l’intervista da piazzare in prima pagina perché ormai di quel talento non c’è traccia, rimane soltanto un playboy che entra ed esce dai locali in compagnia di donne avvenenti. Col passare dell’inverno è ormai sublimato in una figura alla Midnight Cowboy, l’uomo da marciapiede pronto a gettarsi nelle avventure più spinte, alla ricerca di un limite costantemente spostato in avanti.

«Mi dovrò adattare più al gioco italiano che non al vostro modo di vivere. Continuerò la vita che ho sempre fatto, continuerò a fare il bravo ragazzo.»

In questo contesto, il tifo giallorosso non gli risparmia niente. E contemporaneamente il Nostro non risparmia materiale tragicomico in campo. Come un’assurda giocata diventata cult: il manifesto del Portaluppi visto in Serie A. Che è possibile ammirare nella gif di seguito.

Passa in pochi mesi da messìa ad oggetto di contestazione prima e scherno poi. Ed è nella primavera del 1989 che spunta un geniale striscione in Curva Sud: “A’ Renato, ridacce Cochi!”. Ideale epitaffio dell’avventura capitolina del carioca. Come vuole un vecchio adagio: dalla tragedia si passa alla farsa.

È l’ultimo stadio evolutivo di un talento intravisto e mai espresso. Perso fra divani in pelle, bevute nel cuore della notte e centinaia di flirt veri o presunti che trascinano dentro alle sue storie mezzo jet-set capitolino.

Ma c’è di più. Perché Portaluppi è convinto di essere un campione e non vuole abbandonare l’Italia così, quindi inizia un periodo in cui – nel giro di pochi mesi – riesce a litigare furiosamente prima con Giannini e poi a venire alle mani con Daniele Massaro. È il classico spacca spogliatoio, che genera invidia e rabbia in egual misura. Nonostante l’ingente investimento, l’addio è inevitabile.

A fine stagione Renato fa mestamente ritorno in Brasile, proferendo frasi al veleno sulla concezione italiana del calcio e contro giocatori come Il Principe, Giuseppe Giannini, nuova figura di riferimento del club giallorosso.

«Alla Roma mi ha rovinato Giannini, mi si è messo contro. In Serie A ci sono calciatori che tecnicamente non giocherebbero neanche nella B brasiliana.»

Un fiume in piena. Colpito nell’orgoglio dopo un’annata dal rendimento quasi indescrivibile, Renato torna a calcare i campi del Brasilerão, dove vince una coppa col Flamengo e dove fa in tempo ad entrare nella storia del calcio carioca grazie a un gol diventato leggenda. Approdato in chiusura di carriera alla Fluminense, gioca la finale del campionato proprio contro il Flamengo e, da buon ex, infila il gol decisivo. Col basso ventre.

È un gol storico, perché dopo molti anni riporta il titolo alla Fluminense proprio nell’anno del suo centenario (1995); e perché quella rete fortunosa e goffa diventa un modo di dire: “eu gol de barriga”. Che anche oggi, in Brasile, significa soltanto Renato Portaluppi. Il Pube de Oro che si riprende le luci della ribalta con un colpo pelvico. Il cerchio è idealmente chiuso.

La strana parabola calcistica di Renato Portaluppi si conclude addirittura nel 1998, al suo vecchio amore, il Flamengo. Dove rimane una figura mitologica. Tra le sue celebri feste in spiaggia e presunte sveltine a bordo campo a fine allenamento, Renato ha ritrovato quella felicità libertina che l’aveva trasfigurato in bidone epocale dalle parti di Trigoria.

Oggi è un allenatore di buon livello, guida la Fluminense, e ha più volte dichiarato che il suo segreto in panchina è la disciplina. Renato, stavolta concedimi almeno un “forse”.