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Torniamo indietro di un paio di decenni alla ricerca di coloro che – per lo più in squadre di media o bassa classifica – hanno sgobbato per anni dietro ai vari campioni che calcavano il palcoscenico della massima serie italiana. Perché se ancora oggi ci ricordiamo dei dribbling di Roberto Baggio, degli scatti del Fenomeno o delle pennellate di Pinturicchio, un po’ lo dobbiamo anche a quelli che stavano dall’altra parte a rincorrerli. Spesso a vuoto, sicuramente con passione e resilienza, non dandosi mai per vinti.

Giocatori che di talento tecnico ne offrivano poco, e che proprio per questo motivo sono da lodare ed ammirare per l’esser riusciti a mettere su carriere di tutto rispetto. E, in qualche caso almeno, per l’essere riusciti pure a togliersi qualche soddisfazione in termini di successi di squadra.

Scordatevi pure i medianacci “nobili” di fatica; scordatevi dei Gattuso, degli Almeyda e dei Fernando De Napoli. Oggi cerchiamo di scavare ancor più nel torbido, possibilmente nella categoria di quelli che “una salvezza alla Reggina è meglio di una Champions col Real”, così come avrebbe apostrofato Ciccio Cozza.

5) DOMENICO “MIMMO” DI CARLO

Quinto posto per il veneto d’adozione Mimmo Di Carlo, che vi si trasferì da Cassino appena quindicenne (nelle giovanili del Treviso) agli inizi degli anni ’80. Le sue gesta sono prettamente legate a quelle del Vicenza, che raggiunse 26enne nel 1990, e che trascinò in soli quattro anni dalla C1 alla Serie A. E di cui è tuttora una bandiera idolatrata al pari di Paolo Rossi o Pasquale Luiso.

Resterà coi biancorossi per 9 gloriose stagioni, esordendo nella massima serie nel 1995 col giovane tecnico Guidolin in panchina. E con il quale vinse una pazzesca Coppa Italia (nel 1997, in finale contro il Napoli), che valse la storica qualificazione alla Coppa delle Coppe. Torneo nel quale l’avanzamento dei veneti fu fermato soltanto in Semifinale dal Chelsea di Poyet e di Gianfranco “Magic Box” Zola. Ovviamente, il capitano ed il leader carismatico di quella squadra era nientemento che il nostro Mimmo.

Che, prima d’intraprendere con successo la carriera d’allenatore, ha speso i quasi vent’anni della propria carriera a rincorrere chiunque gli capitasse a tiro di tacchetto. Che si trattasse di campioni o di semplici mestieranti, Mimmo il suo l’ha sempre fatto, nei limiti del possibile, mostrando la via ai compagni di maggior talento. Con grinta, carisma e senso tattico; Mimmo è il prototipo del mediano tutto cuore e polmoni degli anni ’90 italiani.

4) BEPPE IACHINI

Quarto posto per il peperino Beppe Iachini. Che a dire il vero l’impresa più grande della propria carriera nel mondo del calcio l’ha realizzata quando è passato dal campo alla panchina, riuscendo come allenatore a sopravvivere sulla panchina del Palermo per quasi tre stagioni malgrado la lunaticità ed imprevedibilità schizofrenica del presidente Maurizio Zamparini.

Se da capo-allenatore s’è subito imposto come uno dei più interessanti del panorama nazionale – detiene il record di 4 promozioni in A con 4 squadre diverse -, mentre da giocatore ha avuto una vita più complicata: a cavallo tra la massima serie e la serie Cadetta, il “Cagnaccio” (nomen omen) ha con alterne fortune esaltato i tifosi – tra le altre – di Fiorentina (130 presenze in 5 stagioni), Venezia (di cui fu capitano) e della squadra della sua Ascoli, con la quale esordì 17enne nella massima serie nel 1982.

Se ad inizio carriera gli venivano riconosciute doti prettamente difensive – “un vero guerriero: non mollava d’un centimetro come i veri uruguaiani”, le parole del compagno di squadra veneziano Alvaro Recoba – va detto che il duro lavoro ed i sacrifici avevano permesso al buon Beppe d’affinare una tecnica perlomeno accettabile. Tecnica che gli è valsa la possibilità a fine carriera d’essere certe volte schierato come regista basso“.

Ma, ovviamente, i tifosi ricorderanno per sempre quel medianaccio che rincorreva gli avversari come se gli avessero appena fatto un gravissimo torto personale. Siamo contenti, in fondo, di ascoltare questo schietto e sanguigno personaggio sempre col cappello (che porta per un problema agli occhi, ipersensibili al sole) nelle interviste domenicali della Serie A. Per certi aspetti un personaggio romantico, retaggio di un calcio semplice e genuino ormai sorpassato.

3) STEFAN SCHWARZ

Gradino più basso del podio per il giocatore più titolato e nobile della nostra classifica; uno scudetto e una coppa nazionale in Portogallo, oltre alla doppia accoppiata Coppa e Supercoppa Nazionale in Spagna (Valencia) ed in Italia (Fiorentina), infatti, parlano per il biondo figlio del vento freddo di Malmoe.

Professionista esemplare, fu per tre anni una delle colonne portanti della Fiorentina di Batistuta, diventando un vero beniamino della Fiesole. Di padre tedesco (ha vissuto fino ai 18 anni in Germania), fu comprato nel 1995 nientemeno che dall’Arsenal per la non modica cifra di 7 miliardi. Nonostante una tecnica tutt’altro che disprezzabile, che gli permetteva d’essere schierato pure da esterno di centrocampo, è per la grinta e la furia agonistica che viene principalmente ricordato. Tra le altre cose, lo svedese era pure cintura nera di karate.

“La mia squadra ideale è composta da undici giocatori che si battono l’uno per l’altro, senza classifiche di merito individuali. Nel calcio conta soprattutto il collettivo”.

Ancora legatissimo alla città gigliata, se ne andò dopo circa 80 partite in viola alla volta della Spagna. Lasciando grandissimi rimpianti ai suoi tifosi, che avevano ammirato quel guerriero dalla chioma bionda mentre rincorreva avversari in giro per i campi di A. Celebre, nel suo repertorio di corse, tackle e recuperi palla, un’inspiegabile punizione dal limite dell’area a San Siro finita direttamente in fallo laterale.

Le connections italiane continuano tutt’ora (il figlio Jurgen – nato a Fiesole – si considera italiano), anche se la collaborazione con la propria Nazionale lo tiene ovviamente lontano dai nostri lidi.

2) GIULIANO GIANNICHEDDA

Secondo gradino del podio per il medianone ex Lazio e Juventus. Ciociaro docg, crebbe nel Sora con la quale esordì giovanissimo in Serie C. Fu poi prelevato appena 21enne dall’Udinese, che intravide in quel ragazzino magrolino e capellone – tutta corsa e sostanza – delle potenzialità. Come spesso capita, i Pozzo non si sbagliavano: 6 anni e 150 partite dopo, Giuliano venne venduto alla Lazio con Stefano Fiore per un fantascientifico totale di 40 milioni di euro.

Alla Lazio giocherà 4 anni, per un totale di un centinaio di partite. Fu a Roma che cominciò forse il suo declino, frenato dagli infortuni e da una sempre maggiore concorrenza a centrocampo. Anche se, soprattutto nelle prime due stagioni, i tifosi laziali si godettero un vero guerriero; dotato invero di una buona tecnica e soprattutto di un ottimo senso tattico.

Anche lui professionista esemplare, finì oramai 31enne alla Juventus. Nella quale progressivamente perse il posto da titolare – soppiantato da due mostri sacri come Emerson e Vieira – e con la quale decise anche di rimanere dopo la retrocessione imposta da Calciopoli. Complici diversi infortuni e l’ascesa di Claudio Marchisio, Giannichedda trovò sempre meno spazio, ritirandosi dopo un’ultima annata al Livorno. Attualmente allena come vice l’Under 20 italiana.

1) I GEMELLI EMANUELE & ANTONIO FILIPPINI

Primo posto, ovviamente ex-aequo, per i gemelli più famosi della storia del campionato italiano. Classe 1973, hanno condiviso la maggior parte della carriera. Sempre fianco a fianco, nella vita come in campo. In particolare si resero famosi ad inizio millennio, quando ersero una diga nel centrocampo del Brescia di Mazzone, permettendo a Roberto Baggio e Guardiola di giocare in spensieratezza e senza obblighi di copertura.

I gemelli Filippini ai tempi del Brescia di Mazzone

Si separarono nel 2002, quando Emanuele lasciò il Brescia in favore del Parma. Salvo ricongiungersi nel 2004 a Palermo grazie al presidente Zamparini prima ed alla Lazio di Lotito poi; hanno giocato pure assieme nel Treviso, prima di ritirarsi definitivamente. Sempre alternando le loro due grandi passioni: il pallone e la musica. Hanno infatti un gruppo che si esibisce in classici del rock come Springsteen.

In campo erano praticamente indistinguibili: entrambi grandi lottatori, entrambi disposti a dare tutto fino all’ultima goccia di sudore. C’è un aneddoto che definiremmo emblematico: si tratta di un episodio del 1997, quando i due gemelli disputavano la prima stagione in Serie A. A Brescia arriva la Roma: Antonio va a protestare a muso duro con l’arbitro Ceccarini. Emanuele, dopo qualche minuto di caos, si becca il rosso. Al posto del gemello, naturalmente.

Accomunati da calcio e musica rock, dopo 15 anni di carriera uno di fianco all’altro macinando migliaia di chilometri sui campi di provincia di tutta Italia, si sono ritirati da pochi anni.

I gemelli Filippini: la risposta italiana ai più celebri gemelli olandesi De Boer. Sicuramente, ci mancano più di Ronald e Frank.