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Per narrare questa cavalcata dai contorni disneyani è d’obbligo lasciar cadere le difese, le diffidenze, permettendo al dolce sussurro della favola che si fa storia di cullarci come nei confronti di una straniante ninna nanna. Un’operazione assai difficile per chi, vaccinato ormai da una società an-affettiva e vittima della scaltrezza, presenta gli anticorpi a tutto ciò che sembra lindo, genuino e quasi bambinesco. È necessario farsi affascinare dalla traiettoria imperfetta di un pallone svirgolato in un campo di periferia, dalla fierezza di una comunità stretta attorno ai propri eroi improvvisati, da un sogno infranto a pochi istanti dal divenire realtà e per questo, ancor più degno d’esser ricordato in tutta la sua crudele incompiutezza.

Per raccontare tutto ciò e farselo raccontare, bisogna rifuggire i sospetti che nascono spontanei quando si fiuta l’odore zuccheroso della retorica e allo stesso tempo tornare a credere candidamente – almeno per un attimo – ai miracoli di periferia, alle imprese impossibili, ben sapendo che qualche volta, grazie alla passione e alla spinta dei propri sogni, anche il debole può avere la meglio sul forte.

Veduta di Calais dal molo.

Siamo all’estremo avamposto al Nord del territorio francese, quella Calais un tempo egemone nella creazione di merletti ed ora porto franco per i sudditi di Sua Maestà che puntano all’acquisto di grosse quantità di alcolici sfruttandone la minor tassazione. L’aria sulla costa non è delle più propizie: la morsa della crisi del settore tessile stringe le sue spire ed obbliga i calesiani a dedicarsi anima e corpo nell’arte d’arrangiarsi, alla quale chi con la ristrettezza economica convive è per natura avvezzo.

Schiene spezzate per poter garantirsi di svegliarsi il giorno seguente e spaccarsela di nuovo, paghe basse e la sensazione che una vita simile non dia nemmeno il diritto di serbare una qualsivoglia speranza. Dati i presupposti, da questo humus infertile, pare naturale che i voli pindarici dell’anima vengano abbattuti sul nascere e le illusioni sradicate dalla scure del realismo.

Il passo successivo, come in ogni comunità fiaccata dall’indigenza e così distante dal clamore della tres chic Parigi, dalla monarchica Versailles ammantata di regalità o dalla vitale e multiculturale Marsiglia, è la creazione della propria religione personale, del feticcio in cui riversare le residue aspirazioni e in nome del quale alzarsi dal letto per conquistarsi il rancio giornaliero. E quale miglior oggetto totemico della squadra di calcio locale, quintessenza dell’orgoglio e del modus vivendi cittadino, così operaio ed operoso?

Purtroppo, però, a prostrare ulteriormente gli animi è la realtà brutale delle cose: il Calais RUFC, all’anagrafe Calais Racing Union Football Club, è da sempre propaggine ideale del luogo in cui nasce e compie le proprie gesta. I canarini sono fieri alfieri del dilettantismo e i colori giallorossi non hanno mai varcato le Colonne d’Ercole della Quarta Divisione nazionale. Alle soglie del territorio transalpino come alla base della piramide su cui è poggiato il sistema calcistico francese, il Vento della Storia sembra volontariamente esimersi dal soffiare sulla costa e con l’eccezione della posizione privilegiata di collegamento tra le due nazioni del Canale, il gap fra Calais e un anonimo paesello di provincia è pressoché nullo.

Senonchè, come secondo un cacofonico motivetto pop è destino dei grandi amori, cioè fanno grandi giri e poi ritornano, anche alla Storia con la S maiuscola – forse per errore o grazie a inaspettate congiunzioni astrali – capita di invertire l’abituale rotta e posare il suo sguardo borghi quasi inanimati o lande desolate. E’ l’anno 2000, una data che chiude oltre mezzo secolo di calcio documentato e sognato, immortalato dai mass-media ed immaginato quando la potenza di questi non arrivava in tutte le latitudini, sublimato e masticato anche nelle periferie e ne apre un altro, in cui la tecnologia la farà da padrone e in cui il germe del calcio-businness cresciuto in seno al mondo pallonaro dai tardi anni ’60 si propagherà all’intero apparato.

Mentre si consuma questo inevitabile passaggio di consegne, un’ultima sferzata, uno sberleffo in extremis viene inflitto all’ordine costituito di un universo sportivo così gerarchicamente delineato. Quasi per gioco e senza prendersi troppo sul serio, il Calais Football Club si iscrive alla Coppa di Francia, isolato esempio di vera democrazia sportiva: la competizione, infatti, apre le porte a qualsiasi compagine voglia esercitare il proprio diritto a prenderne parte, sia essa formata da professionisti con conti in banca a nove zeri o amatori col vizio del gol.

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I primi turni prevedono una vera e propria gimcana nel mare magnum delle cenerentole di provincia, impegnate nella più classica della “guerra tra poveri’’ per conquistarsi un posto in disparte al gran ballo e magari tornarsene a casa con una manciata di reti sul groppone. Ma quando la passione s’accende così ardentemente da non poterne ignorare l’entità, cosa potrà mai essere una scoppola subita su un rettangolo verde?

Capita quindi che magazzinieri, giardinieri, impiegati e pittori di barche, mettendo da parte il timore per la rottura di un crociato e l’imbarazzo dello sberleffo in ufficio il giorno seguente la sconfitta, diventino improvvisati atleti dandosi battaglia all’ultimo pallone per uno scampolo di gloria personale, per amore del gioco e per l’onore di compagni ed amici. Come ogni epopea degna di questo nome, oltre a protagonisti messi di fronte a gargantuesche imprese e ostacoli all’apparenza insormontabili, c’è bisogno di un co-protagonista, di un condottiero senza macchia: Ladislas Lozano.

Classe ’52, una vita nel calcio prima come onesto mestierante nelle serie minori e poi reinventatosi coach – cuore ballerino e temperamento fumantino, Lozano i panni del co-protagonista li veste a modo suo, in maniera impacciata ma con la consapevolezza di avere tra le mani un gruppo di ragazzi che lo seguirebbe anche se la sua sfrontatezza li portasse a sfidare i leoni nell’arena. La scalata verso l’ottavo turno inizia col botto: il Campagne-les-Hesnid viene regolato con un perentorio 10 a 0. Si tratta però di un test non ancora probante, dato che il Campionato Dipartimentale, categoria dove militano gli avversari di giornata è alla stregua del torneo parrocchiale. Nel successivo confronto i nostri si impongono agevolmente anche sul Saint-Nicolas-Des-Arras con un comodo 3 a 1.

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Anche contro Marly-les-Valenciennes e Bethun, per quanto sia solo una la rete di scarto grazie alla quale vengono superate entrambe le compagini , il Calais ha la meglio e può iniziare a cullare qualche sparuta ambizione. Il cammino prosegue poi contro il Dunkerque. Alla vigilia della gara non si respira certo l’aria di cauto ottimismo che aveva preceduto le gare disputate: i nuovi contender, oltre ad essere ad un livello tecnico pressoché simile a quello dei nostri, sono ben consci che quella contro i canarini potrebbe trattarsi dell’ultima grande prova prima di scontrarsi contro i professionisti. Ci si aspetta una gara equilibrata e all’insegna e sul filo del singolo errore.

Come in molte occasioni in cui il Destino ha già deciso da quale parte far pendere l’ago della bilancia, il risultato non sarà coerente con le aspettative e il 4 a 0 senza appelli manda le truppe di Lozano ai trentaduesimi di finale raggiunti. È il turning point della stagione e in città le giornate non trascorrono trascinandosi poi così stancamente; l’orgoglio di una squadra locale contro i titani del pallone è palpabile dalle banchine del porto, alla Notre Dame de Calais, dalla Piazza principale fino al più scalcinato pub nei sobborghi. Per un breve tempo, seppur ridotto e destinato rapidamente a mutare, essere calesiano non fa più rima con ‘mancanza di futuro’.

Sembra talmente facile immaginarcelo che è come se accadesse davanti ai nostri occhi: questa grande comunità in cui il pater familias cinge idealmente tutti i suoi pargoli in un abbraccio commosso attende davanti al vecchio televisore del locale di fiducia. Vengono rinchiusi per l’occasione nello sgabuzzino gli scazzi giornalieri, le beghe al lavoro, quelle tra le mura domestiche; nella mente dei presenti alberga solo una spasmodica curiosità circa al nome che verrà fuori dalle urne del sorteggio. L’atmosfera è carica di una sana tensione,  Lozano ha gli occhi lucidi d’emozione. Persino il suo fisique du role dal taglio provinciale e la sua bonaria pinguedine acquistano una certa fierezza.

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Lo sa meglio di ogni altro: ‘’da quella pallina passa la Grande Occasione. La Mia, la Nostra, quella di tutta Calais’’. La Dea Bendata stavolta dev’essere in gita premio e pare scordarsi dei canarini. L’accoppiamento dice Lille, dominatore assoluto della Ligue 2 e pronto per tornare prepotentemente nella massima serie. A peggiorare le cose, ci si mettono le cinque Coppe di Francia in bella mostra nella bacheca rosso-bianca. Ma se la Storia, come si diceva, ha deciso di modificare il proprio viaggio lineare optando invece per una danza zigzagante, allora anche questa Armata Brancaleone può giocarsi le proprie carte senza timore reverenziale.

All’intervallo il tabellone attesta il punteggio di una rete a zero per i Mastini di Lille, premiandone il forcing. Al rientro in campo, una miscela rinvigorente di parole infondenti la giusta carica e la consapevolezza di giocarsi il tutto per tutto senza avere, è il caso di dirlo, nulla da perdere, vede i canarini tramutarsi in aquile fameliche di gloria. I 90 minuti regolamentari terminano infatti in parità, risultato che si mantiene stabile fino ai calci di rigore. Dagli undici metri Davide annichilisce Golia e il 7-6 finale in favore degli underdog calesiani assume connotati biblici. È un fuoco di paglia, una favola in cui la cenerentola di turno è destinata a tornare rapidamente alla sua esistenza angosciosa, una Parigi-Dakar in sella ad una bicicletta. Insomma, non durerà.

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Il turno successivo, però, se la giocano con i pari categoria del Langon-Castets, ostacolo non sufficiente per riportare i Nostri coi piedi per terra. Regolati 3 a 0, in un Julien Denis ribollente d’entusiasmo e divenuto oramai un fortino inespugnabile, si può continuare a sognare. Ottavi di Finale. Le migliori 16 di Francia, e il piccolissimo Calais può dire di farne parte. A bassa voce, come si trovasse lì per caso.

Da qui in poi c’è il discrimine tra il ragazzo e l’uomo, tra il leone indomabile e la pecorella smarrita; da ora in poi nessun accoppiamento fortuito o scherzo del destino potrà aiutare nella corsa alla vittoria; non più reti insperate o strenui catenacci. Saranno necessarie, al netto delle varianti imponderabili, solo la forza d’animo, i meriti sportivi e il coraggio. Oltre, tallone d’Achille per una banda di campioni improvvisati, sagacia tattica, preparazione da grande squadra e classe cristallina.

Sarà Calais-Cannes. Pronti, via e l’estremo difensore Cèdric Schille, bandiera con un passato con la maglia del più blasonato Metz, deve scaldare subito i guanti sventando con un’uscita quasi a corpo morto la prima azione offensiva avversaria. Sembra il primo di molti pericoli alla porta giallorossa. Invece, sono gli sfavoriti ad avere per i novanta minuti il controllo del gioco. La partita termina a reti inviolate: tempi supplementari. Dopo 25 giri d’orologio di assoluto nulla il Cannes trova la rete con Chabaud, grazie ad un preciso destro secco all’angolino. Sembra finita. Anzi, lo è davvero. Lo è, a rigor di logica, lo è per l’arbitro, sicuro di trovarsi sulla via di casa da lì a poco; lo è per lo staff del Cannes che si riversa in campo ad abbracciare il marcatore, quasi rendendogli grazia d’aver interrotto finalmente le ostilità. Lo è per tutti, tranne che per i giocatori del Calais.

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Reginald Becque, in uno splendido documentario sull’impresa, dirà ‘’eravamo talmente sicuri di noi che non abbiamo mai pensato di non farcela’’. Mai pensato di non farcela. A quattro minuti dalla fine? Negli Ottavi di Finale di Coppa di Francia e contro avversari di due categorie superiori? Non ci trovassimo in un’intercapedine della realtà in cui tutto è distorto e ribaltato, richiederemmo una perizia psichiatrica d’urgenza. E invece dalle immagini vediamo Lozano, teso come una corda di violino, girarsi verso i suoi assistenti e con veemenza chiedere quanto tempo ancora avrebbero avuto i suoi per riacciuffare la gara. Il cronometro, purtroppo, viaggia a vele spiegate, soprattutto quando si è in svantaggio e gli istanti che stanno per decretare l’amara sentenza scivolano dalle mani come granelli di sabbia.

Mancano due minuti. Il Calais ha però un ultima occasione, un calcio d’angolo. Battuta corta per Emanuel Vasseur: il fluidificante opta per un cross teso a tagliare tutta l’area. La parabola viene deviata da un difensore del Cannes e si impenna, tramutandosi in un’offerta impossibile da rifiutare per Hogarde, il quale con un fotogenico volo d’angelo insacca. Esplode lo Stade de la Liberation, la panchina giallorossa scatta in aria come fosse un elemento omogeneo e deflagra in ubriacanti festeggiamenti.

Dagli undici metri il Calais, in un ideale prolungamento della sfida col Lille, prosegue il percorso netto realizzando tutti i penalty a disposizione. Stavolta ne bastano quattro perché Cèdric Schille suggella la prestazione perfetta respingendone due e permettendo ai suoi di accedere alla fase successiva. L’irreale parabola di questi precari del pallone ha finito per entrare nelle case di tutti i connazionali: la Francia intera ora tifa Calais e in ogni singolo lembo di terra francese si auspica il proseguimento di quest’ultimo e strampalato afflato di romanticismo calcistico.

Ai quarti di Finale la legge dei grandi numeri si staglia in tutta la sua ineluttabilità. Trovare una compagine di massima serie è il minimo che ci si possa attendere e lo Strasburgo sembra essere, stavolta sì, il giustiziere designato. Si gioca a Lens e dopo nemmeno sei minuti dal fischio d’inizio, l’attacco del Racing riesce ad entrare con facilità negli spazi della difesa del Calais, portando in vantaggio il team largamente favorito.

Spinto da un furore quasi commovente i ragazzi di Lozano iniziano a macinare gioco, sfiorando in almeno due occasioni il gol. Negli ultimi scampoli della prima frazione, va in scena l’impensabile: al 38’ Hogarde raccoglie una corta respinta dell’estremo bianco blu ed impatta la contesa e ad un giro di lancette dall’intervallo Merlem, direttamente su calcio piazzato ribalta addirittura il risultato. C’è da tenere ancora un tempo e i canarini, ormai sospinti da una sicurezza quasi soprannaturale, portano a casa il risultato senza nemmeno soffrire troppo.

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Scatta incontrollabile la Calais-Mania: giornali, televisioni, ed ogni singolo mass media del Paese è alla caccia di una testimonianza, una mezza frase o una foto degli eroi che stanno imprimendo il proprio nome sulla Storia del Calcio francese. Ci si accontenta anche di strappare le sensazioni dei concittadini ai bordi delle strade, anche loro parte di questa irreale avventura. Mister Lozano da par suo non è uno stratega della parola, uno scafato comunicatore o un navigato oratore; piuttosto un sanguigno amante del pallone trovatosi catapultato in un’esperienza ben oltre le sue più rosee aspettative. Ben conscio delle avversità riservateci dalla vita – costretto in gioventù a fuggire assieme alla famiglia dalla longa manus del franchismo – lascia ad altri la dissimulazione:

‘’Sono sicuro che neanche la metà dei miei illustri colleghi di prima o seconda divisione, abbiano mai vissuto nella loro vita quello che io e i miei ragazzi stiamo vivendo in questi giorni’’.

Sono dichiarazioni figlie dell’umiltà, del riconoscimento del proprio duro lavoro, della capacità di apprezzare a pieno quel treno passato solo una volta e mai più. Mercoledì 12 aprile 2000. Tocca al Bordeaux provare a fermare questa irrazionale Rat Race. I Girondini sono il peggior avversario possibile, detentori del titolo francese e Leslandes, Micoud e il campione del mondo Dugarry sono alcune tra le frecce nella faretra degli aquitani.

La semifinale, giocata ancora a Lens, vede terminare i tempi regolamentari ancora in parità. Se esiste anche solo una minima possibilità di agguantare la finale, è ora e tempo di giocarsi il tutto per tutto. Non c’è singolo elemento in maglia giallorossa, dal portiere Schille al magazziniere Gerard, passando per il professor Dutitre e lo scaffalista Becque e ancora Baron, Lefebvre e Jandau a non credere di poter centrare la qualificazione. Proprio quest’ultimo, modesto centrocampista d’interdizione, ricevendo un cross basso dalla destra, spara una conclusione ad effetto che termina la propria corsa oltre la linea di porta, non prima d’aver baciato la traversa.

L’espressione di gioioso sgomento è l’istantanea dell’impresa impossibile che si colora di verosimiglianza. Nel secondo tempo supplementare però si respira aria di controrivoluzione: a riportare nei ranghi il corso delle cose, a rimettere sulle rotaie il treno deragliato del destino è la rete del pareggio girondino. Il grido di sommossa, almeno secondo l’apparenza, verrà definitivamente ricacciato in gola. Il Bordeaux andrà a Parigi a giocarsi la finale. Tutto è scritto.

Ancora una volta, però, il personale angelo custode di questi carneadi sembra essere intenzionato ad influenzare gli accadimenti. Stavolta mettendo piede direttamente nel rettangolo verde. Minuto 113’: i canarini tentano la sortita con uno sbilenco traversone facile preda della difesa. Un errato controllo recapita la sfera sui piedi della giovane riserva Mathieu Millien, che non facendoselo dire due volte riporta in vantaggio il Calais.

È un’avventura in cui tutti, quando chiamati al proprio dovere rispondono presente e nel farlo compiono gesti tecnici e fisici totalmente estranei all’abituale repertorio. Nei sette minuti mancanti, il predominio dell’incontro non cambia proprietario; i campioni di Francia sono sotto shock: il colpo accusato è troppo forte. Pochi istanti prima della fine il Calais, come la più cinica delle corazzate professionistiche, mette a segno il colpo del KO con la rete di Gèrard. Nell’intero mese antecedente l’atto conclusivo di questa epopea a tinte dilettantesche in città non si parla d’altro.

Tra i numerosi attestati di giubilo l’occhio non ci si può esimere dal soffermarsi nella condizione dolceamara in cui versano i calesiani, coloro per i quali questa impresa assume ancor più valore e in nome dei quali gli undici emuli di Pollicino hanno battagliato alla pari coi Giganti. Emblematiche le parole di una tifosa di mezz’età: ‘’ci sarebbe piaciuto andare, ma purtroppo non abbiamo trovato posto. E poi non avremmo avuto i soldi, i biglietti costano troppo’’ o di un anziano sull’orlo delle lacrime: ‘’Sono arrabbiato, non ho un soldo e non posso comprare il biglietto. Si tratta della Finale di Coppa!’’. Nemmeno nei sogni del più sfegatato e partigiano dei tifosi una situazione simile avrebbe diritto di cittadinanza.

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Invece, è vero. Il Calais Racing Union Football Club, dopo undici turni, dopo aver sconfitto ogni singolo avversario gli si ponesse davanti, come in una giostra tra cavalieri medievali può giungere al cospetto dei reggenti e chiedere la mano della principessa. In questo caso trattasi di un compito più facile, dato le circostanze: la Francia è già ai piedi dei suoi eroi e ha già scelto a chi donare le proprie grazie.

Purtroppo, però, come in ogni favola a cui da bambini abbiamo lasciato farci emozionare, l’esistenza di un antagonista da temere e fronteggiare ne è una componente imprescindibile. In finale a far da villain c’è il Nantes guidato da Raynald Denoueix. L’intera Calais (o almeno, chi se lo può permettere) si riversa a Parigi, Stadio Saint Denis. Dove esattamente due anni prima la nazionale dei galletti asfaltava il Brasile di Ronaldo conquistando il primo e unico titolo iridato, ora andava in scena una sfida che ne è concettualmente l’antitesi. Laddove i rappresentanti di due nazioni, multimiliardari e raffigurati persino nelle lattine di Coca Cola ambivano alla conquista del mondo calcistico, stavolta una delle due contendenti osava intendere lo sport – per necessità più che per volontà – addirittura come un semplice passatempo.

Sugli spalti 80.000 persone a riempire il tempio del calcio francese. Mister Lozano, il cui cuore aveva fatto le bizze alla vigilia, è travolto da un turbinio d’emozioni e stringe i pugni nel completo di poliestere, ormai sformato dall’usura. Sa che i suoi ragazzi non lo tradiranno nemmeno stasera, davanti ad una nazione agghindata a festa.

Lo scontro, come la maggior parte delle finali, inizia con una fase prolungata di studio in cui le due compagini temporeggiano e data la posta in palio cercano di non scoprirsi, rimanendo compatti con due linee a 4 strette e distanze corte. I canarini, ormai ben abituati a vestire i panni degli sfavoriti mai domi, lottano su ogni pallone, creano densità nella parte centrale del campo, non lasciando agli avversari spazi da aggredire. Poi, al minuto 32, il Calais ha la possibilità di battere un calcio d’angolo. Il pallone, mal disinnescato dalla difesa giallo-verde, rimane in area. Viene a crearsi una sequela di respinte e controrespinte, tocchi sporchi, fino a sbucare sui piedi del liberissimo Jerome Dutitre.

Nemmeno un conciliabolo formato dai più stimati psicologi e studiosi della mente umana potrebbe delineare cosa in quei pochi istanti è scaturito nella mente del giovane attaccante. Il quale, non sembrandone minimamente turbato, esegue ciò che una nazione intera si aspettava facesse: una conclusione secca, dritta sotto le gambe di un incolpevole Landrau. Duplice fischio del direttore di gara. Dalla discesa nel golgota degli spogliatoi fino alla risalita passano quindici inesorabili minuti. Nessuno, si può immaginarlo senza rischio di smentita, si azzarda a guardarsi negli occhi e dirselo con un sussurro ‘manca poco. Manca pochissimo ed è fatta’. Parla solamente Mister Lozano.

‘’Molto bene. Sapete, vi ho sempre detto la verità e anche stavolta non sarò da meno: avete sempre reso il massimo del vostro potenziale nei secondi tempi. Ora abbiamo 45 lunghissimi minuti da giocare, rimaniamo in vantaggio per i primi quindici e io vi prometto che la portiamo a casa. La portiamo a Calais! Dimenticavo… comunque vada, sono fiero di voi. Tutti voi. Ora tutti insieme, avanti Calais!’

Niente discorsi alla Al Pacino nel dramma sportivo Ogni maledetta domenica, né frasi ad effetto. Questo è Ladislas Lozano, un uomo che fa della semplicità nella sua miglior accezione la propria cifra stilistica. Che sfronda i contenuti per puntare dritto al sodo. Il Sole della dura realtà però irradia con le prime luci il Saint Denis, risvegliando dall’illusione l’ambiente giallorosso. Il Nantes è una squadra di Prima Divisione e difficilmente si farà sopraffare in una finale: gli auspici del mister si sciolgono come neve al sole, tramutandosi in un miscuglio indistinto di belle parole e aspirazioni disattese.

Dopo una sola manciata di minuti, alla prima sortita offensiva, il Nantes si rifà sotto e pareggia i conti grazie ad una percussione verticale di Sibierski. Per tutta la seconda frazione le barricate erette in difesa della porta di Schille respingono come possono gli attacchi del Nantes, che salgono in ritmo ed intensità. È un tiro al bersaglio destinato a finire col morto. Minuto 89. Si attende solo il triplice fischio che introduce il calvario dei supplementari e le squadre paiono voler non sprecare ulteriori energie. Dalla sinistra, il Nantes prova l’ultima sortita; il pallone crossato in area di collo-interno è una lama aguzza a tagliare la retroguardia, viene addomesticato con facilità dal neo-entrato Alain Caveglia. La corsa verso la porta è resa impossibile solo dal disperato intervento di Fabrice Baron, a stendere il centravanti.

Per l’arbitro la decisione è univoca: calcio di rigore. Riguardando le immagini al ralenty appare chiaro come lo scontro sia in realtà appena accennato e Caveglia, da smaliziato professionista, si lascia cadere. È come se sparissero i venti compagni, gli ottantamila presenti e la nazione incollata al televisore: è Cerdric Schille vs Antoine Sibierski. E undici metri a separarli. Parte il fischio, calcia Sibierski. È un penalty imperfetto: Schille intuisce ma il pallone gli incoccia sul costato e va ad infilarsi sotto la traversa dopo un rimbalzo. Il suono della rete che si gonfia, ad anticipare di un millesimo di secondo il boato dei presenti, è il sipario. È la campana a morto delle ambizioni del Calais. Stavolta no, non c’è più tempo.

Il signor Vautrot, chirurgico, fischia tre volte. Gli undici in campo, Mister Lozano, la panchina e lo staff, i supporter sulle tribune e quelli rimasti nella cittadina affacciata su Dover: ancora una volta ci si stringe tutti in un abbraccio con le singole parti ormai indiscernibili dall’Io collettivo. Sgorgano lacrime, si esclama con orgoglio a favore di telecamera: ‘’questa serata rimarrà per sempre, è qualcosa di fantastico, per tutti noi oggi ha vinto anche il Calais’’. Stanotte, e per una notte soltanto, sono un po’ tutti del Calais. E finisce così, nella maniera più amara, questa avventura dai contorni favolistici.

Voglio chiudere questo racconto immaginando, fra non molti anni, un nonno alle prese con riserve di fantasia ormai esaurite, che per soddisfare la brama di storie del nipotino-scavando nei meandri della memoria – ricorderà una storia particolare. Racconterà di come un gruppo di onesti lavoratori con la passione per il calcio, sfidò la Francia intera, facendola poi innamorare perdutamente. Di come nessun sogno, se inseguito credendoci davvero, è troppo lontano o irraggiungibile. Racconterà la storia del Calais.