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C’è una piccola cittadina di nemmeno venticinquemila abitanti, poco distante da Acri, in Israele, dove si cerca di risolvere uno dei più antichi ed emblematici conflitti del contesto geopolitico mondiale. Prendendo a calci un pallone, per di più.

Si tratta di Sakhnin, distesa placidamente su tre colline e circondata da tre montagne. È, in apparenza, uno dei tanti piccoli agglomerati della zona, piacevolmente sommersi da fichi, olivi, cespugli di sesamo e origano, circondati dal deserto. Come molte altre città e paesi che costellano questa terra volutamente martoriata, sin dai tempi delle Crociate Sakhnin ha conosciuto l’odio, la violenza, la morte.

Fu la prima città dove, nel 1976, si svolse la marcia per il Land Day, durante la quale morirono sei arabi israeliani, uccisi dalle forze d’occupazione. Chi sono gli arabi israeliani? Sono coloro che, per un motivo o per un altro, hanno deciso di restare dopo la sconfitta subita nella guerra (di liberazione, per gli israeliani, nakba, ossia catastrofe, per i palestinesi) del 1948.

La marcia del Land Day, oggi

In quell’anno la piccola Sakhnin fu araba, israeliana, di nuovo araba e infine israeliana. Rimase sotto la legge marziale fino al 1966 e, nel 1967, con la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, divenne definitivamente israeliana. Ciò non bastò, nel 2000, durante la Seconda Intifada: Sakhnin pianse tredici morti. Non è quindi una storia originale, per questi territori, niente che sarebbe purtroppo degno di raccontare, se non fosse per il calcio.

C’è una squadra infatti, nel paese, che rappresenta la voglia di pace e mescolanza dei suoi cittadini e tifosi: l’Ihud Bnei Sakhnin. Il nome (i Figli Uniti di Sakhnin) può non dire molto, ma la storia non può che appassionare. Non tanto per la bacheca dei trofei, relativamente scarna ma comunque rispettabile, quanto per la vocazione.

I tifosi del Sakhnin

Nato solo nel 1991 dalla fusione dei due club cittadini, Maccabi e Hapoel (Sakhnin, ovviamente) per volere del giovane imprenditore Mazen Hanayem, il Bnei è, ad oggi, l’unica squadra mista di tutta la Ligat ha’Al, la Serie A israeliana. La sua breve storia sembra finta, sembra una paziente ma folgorante cavalcata da prodigiosi giocatori di Football Manager, di quelli che portano il Bassano in Champions a giocarsela con il Real o il Chelsea, per dire. E vincono.

Un decennio dopo la sua nascita, nella stagione 2002-03, batte l’Hapoel Jerusalem e si guadagna l’accesso alla prima serie israeliana. Lei, unica squadra che crede davvero nelle speranze di pace di questa terra. L’anno successivo succede tutto in fretta, forse troppo, ma meglio così.

Capitano della squadra è Abbas Suan, idolo della città e non potrebbe essere altrimenti: lui a Sakhnin ci è nato, là ha imparato a tirar calci alla sfera. È lui a guidare i suoi attraverso il tabellone della Coppa di Stato. Tra una vittoria e l’altra, pochi rimpianti e molte gioie, i Figli Uniti si trovano di fronte il Maccabi Tel Aviv. Una sorta di Juventus di Galilea, una corazzata invincibile da diciotto scudetti. Che, però, viene asfaltata senza scuse dalla Cenerentola biancorossa. 4 a 1 e a casa.

In finale, il 18 maggio 2004, c’è l’Hapoel Haifa. Bazzecole. Dopo novanta minuti Abbas alza la coppa, mentre arabi e israeliani in città impazziscono e si rotolano in terra davanti alla tomba dello Sceicco Ibrahim.

Quella vittoria concede loro una breve comparsata in Europa, finita presto e tra gli applausi, per mano del Newcastle. Arrivano i soldi, finalmente. Un po’ li mette l’emiro del Qatar, un po’ il discusso magnate russo Arkady Gaydamak, l’ultimo che avrebbe potuto versar soldi in quelle casse. Perché? Perché è il presidente dei Leoni della Capitale, la nemesi non solo calcistica del Bnei: il Beitar Jerusalem.

E proprio con il Beitar, tra alterne fortune (ché dopotutto non è Football Manager), quattro stagioni dopo il Bnei rischia di vincere lo scudetto, deciso solo all’ultima giornata. In un campionato dove la scena è dominata da tifoserie ultranazionaliste e violente, legate indissolubilmente alle diverse frange politiche, quella del Beitar spicca e si distingue per costanza negli scontri e attaccamento alla causa sionista.

I tifosi de “La Familia” (credit: /AFP/Getty Images)

Il gruppo dominante della tifoseria è La Familia: i loro cavalli di battaglia in curva sono “Morte agli Arabi” e “Maometto è gay”, per dire. La società, unica in tutta la Ligat, non ha di conseguenza mai tesserato un musulmano. Quando ci ha provato i risultati sono stati tristemente stupefacenti. Uno, il nigeriano Ndala Ibrahim, scappò dopo due settimane, portandosi come bagaglio a mano l’odio dei suoi stessi tifosi.

Qualche anno fa la dirigenza provò ad acquistare due ceceni, musulmani anch’essi. La mattina dopo l’annuncio si trovò gli uffici messi sotto sopra, vandalizzati e cosparsi di scritte contro ciò che “non è puro”, come recita uno striscione della stessa tifoseria.

Visto che di favole non si parla, perché di favole in Israele e Palestina non si può proprio parlare, quello scudetto lo vincono proprio i gialloneri che portano la Menorah, il candelabro a sette braccia, nel loro stemma sociale. A undici metri da quello che sarebbe stato ben più di uno scudetto, le speranze del Bnei e di un’intera minoranza crollano miseramente. Ma tant’è.

Beitar – Sakhnin

Oggi, fuori dal campo, altri sono gli avversari da temere per la piccola Sakhnin, come quella frangia del Knesset (il Parlamento israeliano) meno incline al dialogo, se non ostile a prescindere. Ultima, solo in ordine di tempo purtroppo, è la battaglia di Miri Regev, bella e arcigna deputata del Likud, il partito di destra dell’ex premier Sharon. Qualche tempo fa un post sul suo profilo Facebook recitava:

“Ritengo inaccettabile che la tifoseria di una squadra di calcio che riceve supporto dallo Stato di Israele sventoli bandiere palestinesi in curva”.

Il fattaccio era di qualche giorno prima. Durante il derby ideologico-sportivo, l’ennesimo, tra Bnei e Beitar, i tifosi biancorossi sventolavano due bandiere della Palestina. Questo, beninteso, mentre gli ultras de La Familia, dalla parte opposta del Doha Stadium, bruciavano una copia del Corano.

A occhio, la sua lotta ha sortito gli effetti sperati, ma non del tutto: durante l’ultimo incontro-scontro a Sakhnin, sono state sequestrate una cinquantina di bandiere palestinesi nella curva del Bnei.

Dal canto suo, Eli Tabib, presidente del Beitar, ha ben altri problemi: la settimana scorsa i suoi ultras hanno dato spettacolo in Belgio durante il match di qualificazione per l’Europa League con lo Charleroi, tanto da costringere l’arbitro a sospendere temporaneamente la partita. Con magistrale colpo di reni, sia il Premier Netanyahu che il Ministro dello Sport Mirri Regev (sì, proprio lei) si sono dissociati dai violenti e ne hanno stigmatizzato il comportamento, loro che non hanno lesinato fotografie con La Familia.

Ma tant’è, questo era ed è un articolo sul Bnei Sakhnin e sul suo laboratorio di pace: se ne canti le lodi, quindi, sperando, perché si tratta dell’unica cosa da fare, che la sua luce non si spenga tra fanatismi di sorta.