Stiljaga. È una parola russa che si può approssimativamente tradurre come “decadente”. Così la stampa sovietica, al culmine della campagna denigratoria nei suoi confronti, finì per additare il giovane Eduard Strel’cov: talento sopraffino di livello mondiale prima di Pelè, implacabile amante di donne e alcol prima di Best.

Riavvolgiamo il nastro. Nel 1953 in Urss muore Stalin. È l’anno zero anche per il calcio. L’onda della destalinizzazione libera energie e talenti anche nel rettangolo verde, fino a quel momento repressi dalla paura di non sapere se a fine partita ci si sarebbe trovati nello spogliatoio o nella baracca di un gulag.

Eduard Streltsov

Sembra scacciato per sempre lo spettro della nazionale olimpica del ’52, quella rea di aver perso contro l’odiata Jugoslavia titina e quindi purgata insieme alla sua principale fornitrice di talenti, il CSDA (l’odierno CSKA, la squadra dell’esercito, escluso dalla Klass A di quell’anno a campionato in corso e riformatosi solo nel ’54), e ai quadri responsabili della XII Armata, dove erano dislocati la maggior parte dei giocatori.

Si fa così avanti la generazione d’oro del calcio sovietico, quella del mitico portiere Yashin. Ma non c’è solo lui. Mentre nel 1954 la Dinamo Mosca vince il suo sesto titolo, salta agli onori della cronaca un non ancora 17enne dal ciuffo sbarazzino e amante dei numeri ad affetto, che gioca in una delle squadre più “verdi” della capitale, la Torpedo. Si chiama Eduard Strel’cov, ed è appena diventato il più giovane marcatore di sempre del campionato sovietico.

La Torpedo era nata nel 1924 – con il nome di “Proletarskaja Kuznica” – Forza Proletaria – su iniziativa di rappresentanze sindacali aziendali, per poi finire “assegnata” – come la maggioranza delle sue consorelle – ad una fabbrica di riferimento. La fortuna della Torpedo fu quella di esser assegnata alla ZIS (l’odierna ZIL) di Mosca, una delle più grandi fabbriche automobilistiche del mondo.

Il simbolo della Torpedo Mosca

Quanto bastava per portarla stabilmente nella Serie A sovietica, ma non per rivaleggiare sul piano economico e “politico” con le squadre “ministeriali” (Dinamo, CSDA/CSKA, Lokomotiv) o con il popolarissimo Spartak, la squadra del Promkooperatsiia, il sindacato dei venditori al dettaglio. Insomma, la Torpedo era una squadra minore. Che proprio come succede ora puntava forte sui giovani per far bene.

Edik (l’affettuoso nomignolo di Strel’cov) nei tre anni e mezzo successivi vivrà il suo periodo d’oro, fatto di gol, vittorie e festini vari: nel 1955 diventerà il più giovane capocannoniere della massima serie sovietica con 15 gol in 22 partite, fa il suo esordio con la nazionale, rifilando una tripletta alla Svezia. Nel ’56 vince l’oro alle olimpiadi di Melbourne, nel ’57 arriva secondo con la sua Torpedo in campionato e settimo nella classifica del Pallone d’Oro.

Oramai è una star in patria e vive pure la ribalta internazionale. In Australia incantò tutti con la maglia dell’Urss olimpica, tanto da far diventare per i russi “Strel’cov” sinonimo di colpo di tacco. Estroso ed esteta del pallone, era l’arma in più di una nazionale tutta muscoli e sostanza, perfetto partner d’attacco di Valentin Ivanov, suo compagno anche alla Torpedo, anche lui frutto della generazione d’oro sovietica.

Due attaccanti robusti e dalla fisicità importante, così come li voleva il Partito per presentarli come perfetti esempi di Homus Sovieticus: prestanti, atletici e modelli di buon cittadino.

Ma non era quella l’idea di calcio e di vita di Edik, che sa accarezzare il pallone come pochi e si diverte a farlo in campo, ben più che a seguire i rigidi dettami dell’atletismo della nazionale rossa.

Olimpiadi ’56, dicevamo. Altra edizione balorda, invischiata fino al collo nelle trame della politica. L’Ungheria è stata appena invasa dall’Urss, e la cosa coinvolge anche i Giochi. Entrambi i paesi partecipano, ma l’ammissione dei sovietici provoca proteste e ritiri. E botte, come quelle che pioveranno letteralmente nella semifinale di pallanuoto che vedrà sfidarsi proprio magiari e russi. La piscina diventerà rossa dal sangue.

URSS – Ungheria, pallanuoto, Olimpiadi di Melbourne (1956)

Nel calcio si eviterà un simile scempio: l’Ungheria, pur qualificata, diserta letteralmente. Gran parte dei giocatori (anche qui tutti della squadra dell’esercito, la Honved) approfittano di una tourneé per rifugiarsi all’estero appena saputo dell’invasione del loro paese.

Il torneo calcistico viene così raffazzonato tra ripescaggi e spareggi. E subito, a riportarci alla bellezza dello sport, c’è lui: Strel’cov. Urss – Germania 2-1. Il gol della vittoria è suo. E dopo la formalità contro l’Indonesia (4-0), c’è la Bulgaria. Uno 0-0 infinito, che si trascina ai supplementari mentre la formazione sovietica perde pezzi per infortunio e si ritrova sotto di una rete. Poi Edik s’illumina. Negli ultimi 6 minuti segna e s’inventa l’assist per il 2-1.

È finale, di nuovo contro la Jugoslavia. Finale che il nostro non disputerà, per le ferree regole del ct Kachalin che volevano compagni di reparto tali sia in nazionale che nel club. Fra gli infortunati c’è Ivanov, quindi fuori il pacchetto offensivo della Torpedo, dentro quello dello Spartak. Strel’cov si guarderà la finale in panchina. E sempre in tema di regole ferree, per questo motivo non potrà ritirare l’oro olimpico.

Le direttive di Mosca volevano che negli sport a squadre l’oro lo potessero prendere solo quelli in campo per la finale. Il giocatore che lo ha sostituito, Simonyan, gli offre la propria medaglia, ben consapevole del fatto che l’Urss, in finale, ce l’ha portata Edik. Strel’cov rifiuta, tra lo spaccone e il generoso, dicendo che ne ha di tempo per vincere altre medaglie, al contrario suo. Non sarà così.

La delegazione olimpica festeggia i suoi risultati in un ricevimento ufficiale al Cremlino. La vodka scorre. Edik incontra Yekaterina Furtseva, membro di spicco del Comitato Centrale del partito e prediletta di Krusciov. La compagna Furtseva ha in mente nientemeno che far sposare Strel’cov con la figlia sedicenne. Strel’cov ha la bella idea non solo di rifiutare, ma di rispondere a mezza bocca che “non avrebbe mai sposato quella scimmia”.

Mai bere troppo in presenza dei dirigenti del Partito. Sarà l’inizio di un lungo calvario. Ripreso dalla stampa a caratteri cubitali per ogni infrazione commessa, di gioco e di vita. Sarà un 1957 pesante, il suo. Ma il pallone non lo tradisce e rimane un personaggio troppo popolare per toglierlo (metaforicamente) di mezzo. Tant’è che la Klass A del ’57 vedrà la Torpedo sfiorare la vittoria finale, chiudendo al secondo posto in classifica, mentre per Strel’cov il bottino personale sarà di 12 reti oltre a quelle segnate in nazionale, della quale si appresta a diventare leader indiscusso. Un’anomalia, per l’ideale calcistico sovietico.

Le grandi del calcio moscovita lo vogliono. Lo chiama il risorto CSKA, lo chiama la Dinamo. Lui rifiuta seccamente, vuole rimanere nella Torpedo. La vita del soldato e del poliziotto (pur calciatore) non gli si addice. Sta bene dove sta. Ma in Unione Sovietica è difficile distinguere un invito da un ordine, e se gli inviti vengono dai ministeri della difesa e degli interni in pochi si aspettano un rifiuto.

Eppure la spunta, con la sua ingenua irremovibilità che gli fa cumulare nemici su nemici. Nel Partito, nell’esercito, nella polizia. Lo scotto sarà tremendo.

25 maggio 1958, due settimane all’inizio dei mondiali di calcio in Svezia. In una dacia nei dintorni di Mosca vi è una festa organizzata da tal Karakhanov, un militare del programma cosmonautico di ritorno da una missione in Estremo Oriente. L’invito per Strel’cov lo rimedia il giocatore dello Spartak Tatusin, amico in comune dei due (fu lui l’autore del gol vittoria contro la Bulgaria nel ’56). Gli ospiti d’onore della serata sono Bacco, Tabacco e Venere.

Streltsov la mattina dopo si risveglia assai annebbiato accanto ad una giovane ragazza, Marina Lebedeva. Poche ore dopo sarà arrestato – insieme proprio a Tatusin e un altro compagno – con un’infamante accusa: violenza sessuale. “È tutto un equivoco”, gli avranno detto. Tant’è che gli altri due vengono rilasciati già il giorno dopo.

“Firma questo foglio, è una confessione. Così ci risparmiamo le lungaggini burocratiche che ti impedirebbero di partecipare al mondiale, e dopo tutti si scorderanno di questa brutta storia.”

Gli avranno sussurrato più o meno queste parole. Ed Edik ci casca, e firma. E così invece che in Svezia andrà alla Butyrka, il famigerato carcere di Mosca. Per poi finire condannato a 12 anni di gulag.

Il carcere della Butyrka, Mosca

Rimarrà internato per 7 anni, fino al cambio di inquilino del Cremlino. Rovesciato Krusciov, via la Furtseva, arriva Breznev. E con lui la grazia, che ridà a Strel’cov la libertà e la cancellazione della squalifica a vita, che gli ridà il pallone.

Torna nella sua Torpedo. Con tanti chili in più e tanti capelli in meno. Ma il piede è sempre fatato e i suoi colpi di tacco nei 5 anni a seguire portano alla squadra delle automobili uno scudetto (subito nel ’65) e una coppa dell’URSS (nel ’68). Nel 1970, a causa di un fisico debilitato dalla prigionia, si ritira appena 33enne.

Se ne andrà definitivamente a soli 53 anni anni, il 20 luglio del 1990, per un tumore alla gola provocato dal duro lavoro in miniera durante la sua reclusione nei gulag. L’Unione Sovietica non gli sarebbe sopravvissuta a lungo.

E in quel Mondiale del ’58 – mentre Yashin e compagni si arrendevano nei quarti di finale alla Svezia – a brillare non fu quella stella dell’est, bensì un’altra, stavolta proveniente dal Brasile: quella di un certo Pelè.