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“Qui parlo in dialetto bresciano, e già c’è qualcuno che non mi capisce.” (Gigi Cagni)

A volte alcune strane coincidenze non sembrano accadere per caso. Come raccontato nel magniloquente film drammatico di Paul Thomas Anderson, Magnolia, certe vicissitudini sono legate da un fil rouge di casualità che non può essere liquidato come semplice e pura coincidenza. Ma tralasciando Hollywood e l’intreccio di esistenze nella megalopoli californiana, è anche il caso di Piacenza e della sua squadra tutta italiana plasmata da Gigi Cagni.

Piacenza è celebre nella storia italiana come laPrimogenita, ovvero la prima città che attraverso un plebiscito popolare si unì all’allora Regno di Sardegna, che di lì a pochi anni sarebbe diventato Regno d’Italia. Fu, insomma, la capofila di un’unità nazionale sempre più agognata. E forse non è un caso che, proprio nella Primogenita, circa un secolo e mezzo dopo sia nato e cresciuto il progetto autarchico di una squadra di calcio tutta italiana.

Piazza Cavalli, centro storico di Piacenza

Gli anni ’90 del pallone, segnati da un’innumerevole quantità di fuoriclasse tutti insieme appassionatamente in Serie A, sono l’humus impervio quanto ideale per la scalata di uno scanzonato gruppo di outsider agli ordini di un mister bresciano schietto e dal curriculum forgiato sui campi di provincia dello Stivale.

Gigi Cagni è il demiurgo di un calcio autarchico e limitrofo, di una dimensione competente e ancora legata a doppio filo all’espressione di un territorio: il Piacenza della prima metà degli anni ’90. Diversa da tutti, orgogliosamente piccola e solitaria, quella squadra rimane una parentesi difficilmente ripetibile se rapportata al valore del campionato e alla longevità di un progetto tecnico che negli ultimi 20 anni non ha avuto uguali in Italia.

Cagni eredita la squadra in Serie C1, la plasma sotto i suoi dettami tattici basati su di una zona mista dai concetti retrò, perfino anacronistici, ed infila risultati su risultati. Non solo: a dimostrazione del sempreverde adagio che le migliori idee si concretizzano con l’arte di arrangiarsi, Gigi getta le basi per una palestra di talenti italiani che nel corso degli anni darà i suoi frutti.

Dalla serie C1 del 1990/91, il tecnico bresciano inizia a cementare un gruppo che lo porta subito ad una preventivabile promozione in B. Dal ’91 al ’93, durante gli anni della serie cadetta, nasce e prende forma un laboratorio di calcio low profile ad alto tasso di appartenenza: è in questo biennio che Cagni imposta e solidifica un modello che andrà avanti per quasi un decennio senza cambiamenti significativi.

In zona Galleana arrivano quei calciatori che saranno artefici della vittoria della B del 1992/93 e del successivo – e sfortunato – esordio in Serie A. Un gruppo di operai del pallone, lontani anni luce dall’aura di irraggiungibilità tecnica tipica degli anni Novanta del calcio nostrano. In quella rosa che chiuderà al secondo posto un competitivo torneo cadetto troviamo nomi insoliti come Cleto Polonia – sublimato senza reale motivo in figura cult nel corso degli anni – bomber De Vitis, cannoniere di razza che nei due anni di B infila 36 reti.

Infine l’icona di quell’ascesa: Gianpietro Piovani. Conterraneo di Cagni, pedina imprescindibile del fronte offensivo piacentino, recordman assoluto di presenze nella storia dei Papaveri e che oggi detiene il tragicomico gallone di capitano della Nazionale della Padania.

Insomma, sarà la dimensione bottegaia da piccola impresa artigiana tanto laboriosa quanto silenziosa, sarà che il campionato cadetto è alle spalle con un meritato secondo posto, fatto sta che di comune accordo il presidente Garilli e Gigi Cagni decidono di varcare il Rubicone. A modo loro.

La Serie A fa paura: è territorio ignoto che mette in soggezione una città non abituata a determinati palcoscenici, ma non spaventa il comparto tecnico. È proprio nell’estate della storica promozione che prende piede l’idea di una politica autarchica; nel momento in cui tutti si aspettano il rilancio sul mercato, Garilli chiude le frontiere e decide per una linea nazionalistica. A Piacenza giocheranno solo italiani.

Il campionato dei Bergkamp, Gullit, Fonseca, Desailly e Dely Valdés è realtà agli antipodi: in Pianura si gioca un calcio con le lancette del tempo spostate indietro di 20 anni, per dimensione autarchica e perfino tattica.

“Capisco lo scetticismo che c’è attorno alla squadra, ma condivido le scelte della società. Sono tre anni che smentiamo tutti i pronostici estivi, ci credo anche quest’anno.”

Il tandem Garilli-Cagni diventa così una sorta d’attrazione circense per sadici voyeur del pallone che non scommetterebbero una lira sulla linea intrapresa. La Serie A è affare troppo grosso e ricco per quel gruppo che suscita una forma di tenerezza se paragonato ai nomi altisonanti arrivati dall’estero.

Insomma, nella cupissima estate delle autobombe a Firenze, Roma e Milano e dell’esplosione su scala nazionale di Mani Pulite, un’Italia sconvolta sembra reagire con forza, unendosi, per una volta, in un sentimento d’orgoglio e rabbia che scuote il Paese. E la faccia pulita del pallone è rappresentata proprio dai ragazzi di Cagni.

Che però iniziano l’avventura nella massima serie con il freno a mano tirato. I biancorossi racimolano 1 punto in 3 partite grazie ad un soffertissimo 0-0 contro il Milan di Capello. Poi, il 4-3-3 di Cagni inizia ad ingranare e la squadra entra in forma. Lasciate da parte le tossine di una preparazione pesante e vinta l’emozione da debutto, il Piacenza entra in piena bagarre-salvezza.

Massimo Taibi

Tramite un’impostazione a zona mista che non prescinde mai da un libero e da un marcatore centrale di scuola italiana, la squadra si attesta attorno al 14esimo posto: in bilico tra retrocessione e salvezza. I trascinatori sono Piovani, con le sue accelerazioni a testa bassa, il capitano Settimio Lucci che giostra da libero d’impostazione e chiusura, il siciliano atipico Massimo Taibi che inizia a farsi una fama come para-rigori e Totò De Vitis come centravanti e riferimento offensivo che, a dire il vero, soffre eccome il salto di categoria.

“Non abbiamo voluto buttare fumo negli occhi alla gente: abbiamo deciso quindi di rinunciare agli stranieri quando ci siamo accorti che non esistevano sulla piazza elementi adatti alle nostre esigenze, sia sul piano tecnico che economico. Non eravamo disposti a fare esperimenti alla cieca o a svezzare giocatori per altri. Abbiamo quindi preferito puntare sul gruppo che ha portato il Piacenza in Serie A.” (L. Garilli)

Insomma, il temuto abisso di qualità tecnica con le squadre di A – che sulla carta sussiste – non è così marcato e il team di Cagni capisce che il ballo della Cenerentola sarà un calvario di sudore e baricentro basso, tackle e rinvii in tribuna. C’è da soffrire fino all’ultima giornata utile.

Dove arriva la beffa: la Reggiana, appaiata ai biancorossi, va a San Siro ad affrontare un Milan con la testa già alla finale di Atene contro il Dream Team di Cruijff e sbanca clamorosamente il Meazza con un surreale quanto sospetto 0-1.

Il Piacenza, invischiato nella lotta salvezza, non va oltre lo 0-0 al Tardini contro un Parma ben più battagliero. È retrocessione. Ma non è la fine del sogno autarchico di Garilli e Cagni, che, non avendo a disposizione miliardi da investire su un mercato sempre più a dimensione globale, continuano con lo stilema della politica 100% italiana.

Vincono nettamente la Serie B del ’95, riconquistandosi il diritto ad un’altra stagione tra i grandi. Il 1995/96 è l’annata della consacrazione. Il ritorno in A coincide con l’esplosione del neo-acquisto Nicola Caccia, la prima punta che sa svariare e colpire come un centravanti. Prende in eredità la maglia di un ragazzo che a colpi di gol d’opportunismo aveva riportato il Piacenza in serie A: Filippo Inzaghi.

Già, perché nell’officina di Cagni i conti iniziano a tornare, anche economicamente. Grazie allo svezzamento di quel giovanissimo centravanti che pare dominato da un’energia elettrica, il Piacenza imposta una campagna acquisti di spessore andando a formare l’undici che conquisterà una storica salvezza.

Lo spartito è sempre lo stesso. Immutabile. Taibi si conferma leader, Settimio Lucci è uno dei migliori interpreti italiani del ruolo di libero e mestieranti di fatica come Cleto Polonia e Mirko Conte riescono a reggere le folate offensive dei giocatori di Serie A.

Corini nel ruolo di regista è un’altra intuizione che darà i suoi frutti rivelando al calcio italiano uno degli specialisti più affidabili degli ultimi 15 anni, protagonista poi di un altro miracolo di provincia dalle parti di Verona. Ma gli onori vanno sulle spalle di Nicola Caccia, mattatore con 14 gol, insieme al solito Piovani che con 8 gol ed una manciata di assist chiude la sua migliore annata in carriera.

Cagni, osteggiato da buona parte della critica pallonara, è mutato in fenomeno da studiare. È tacciato di difensivismo, di conservatorismo di un modello ormai trapassato; non gli perdonano il libero e la mai sottaciuta avversione per il calcio di scuola sacchiana e per la zona integrale che stava dettando legge a livello italiano ed europeo. Il Piacenza non esprime un calcio innovativo e tantomeno spettacolare, tutt’altro, ma da queste parti hanno creato un unicum che sta sfornando talenti e risultati in egual misura.

Fieramente contrapposto al modello dei vicini della Cremonese di Simoni, è sbocciato un calcio dal respiro slow e territoriale. Un immaginario quantomai autentico. Composto da giocatori al limite del professionismo e da un signore dallo sguardo sveglio che sfoggia spesso un cappello con visiera in plastica, immersi in uno stadio mai concluso con le curve formate da tubi innocenti.

Non ci può essere spazio per l’estetica in questo piccolo mondo antico, che richiama alla mente Antonio Fogazzaro e il suo romanzo. Se fosse un album, sarebbe uno dei lavori di elettronica vintage dalla cura maniacale degli Offlaga Disco Pax, di quelli ambientati lungo le cittadine dimenticate della Via Emilia. Eppure l’epopea del demiurgo Gigi Cagni ha una fine improvvisa. Il mister decide di accettare la chiamata dell’Hellas neo-promosso e lascia Piacenza dopo aver toccato l’apice.

“Prima della Serie A tutti pensavano che Piacenza  fosse in Lombardia, almeno abbiamo fatto capire che si stavano sbagliando.”

A raccoglierne l’eredità arriva un altro allenatore che da anni sta sgomitando in provincia, tra salvezze e campionati in serie cadetta: Bortolo Mutti. Esordiente in A, vede partire bomber Caccia che viene sostituito con un centravanti che la massima serie l’ha vista soltanto nelle sintesi di Stelvio Saltamerenda durante 90° Minuto. Lo chiamano Il Toro di Sora, all’anagrafe fa Pasquale Luiso.

È il vero trascinatore di quella squadra che riparte dal post-Cagni per centrare l’ennesima salvezza al retrogusto di miracolo made in Italy. Luiso mette a referto 14 gol, alcuni dei quali rimangono nella memoria per il mix di follia, spavalderia e tecnica di base.

Su tutti, svetta l’iconica rovesciata che condanna il Milan al 3-2 e Tabárez all’esonero. Esplosivo, affamato, esteticamente rivedibile ma tremendamente concreto nell’anticipare di un attimo le contromosse dei difensori: Luiso è dinamite. Non potrebbe esistere calciatore più adatto per accendere quel Piacenza che vive di isolati strappi e tenacia.

Ma non basta. Perché in quella stagione da cuori forti altri protagonisti scriveranno i loro nomi a caratteri cubitali tra le figure dimenticate del pallone italiano: Valtolina, Tramezzani e Valoti su tutti.

Il Piacenza, fra prestazioni sorprendenti e capitomboli fragorosi, acciuffa uno spareggio finale per la permanenza in A. Se la gioca con il Cagliari, squadra favorita e ben più dotata tecnicamente che annovera tra le sue fila O’Neill, Muzzi, Darío Silva e il Cobra Tovalieri. Ma, come ormai abbiamo intuito, anche stavolta l’organizzazione dei biancorossi ha la meglio sul resto: finisce con un secco 3-1 a firma Luiso e Valtolina. Il miracolo continua. A ritmo di Macarena.

Perché come ogni saga nazional-popolare che si rispetti, pure questa ha la sua colonna sonora oltremodo pop. E 1996 fa rima con uno strano balletto da villaggio vacanze, basato su ritmi caraibici riarrangiati in chiave dance.

È il tormentone più caratteristico degli anni Novanta, la Macarena dei Los Lobos. Trasmessa su qualsiasi radio e tv che avessero un’antenna. Dal Festivalbar di un Amadeus dal look inquietante a Quelli Che il Calcio di Fabio Fazio, per arrivare addirittura fino alle soglie della Casa Bianca con lo show danzereccio promesso da Hillary Clinton, la first lady sulla cresta dell’onda.

È la prima febbre estiva globale che abbraccia un mondo non ancora iper-connesso. Simbolo di un’estate spensierata, la Macarena diventa pure la firma in calce del capobanda Pasquale Luiso che trascina i compagni nel ballo dopo ogni rete realizzata. Emblema di un calcio ludico a dimensione umana, lontano da gossip e divismi da star hollywoodiane, quel ballo ingenuo è forse l’istantanea più sintomatica di una provincia ormai demodé.

Quella dei baffi appuntiti di Gigi Cagni e del Piacenza tutto italiano, con la sua officina artigiana di pallone e imprese di provincia. Che chiuderà definitivamente i battenti proprio con l’arrivo del nuovo millennio. In silenzio. Senza dover attendere una catartica pioggia di rane che la spazzasse via.