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Il calcio inglese, si sa, è soprattutto tradizioni secolari e rivalità accese. Eppure, per capire fino in fondo questa storia, forse è probabile che non bastino; per coglierne tutte le sfumature, è necessario fare un salto indietro nel tempo, almeno sette secoli prima della nascita stessa del football.

La rivalità, si diceva; quell’ingrediente che rende il calcio d’oltremanica qualcosa di talmente intrigante da non poterlo replicare altrove. Una magia che rimane lì, sul terreno di gioco soffocato dalle terraces un tempo burrascose e oggi un po’ più imborghesite, ma sempre cariche di passione e appartenenza.

Qui però siamo ben distanti dagli antagonismi da seconda rivoluzione industriale che hanno infiammato gli animi della classe operaia e popolare di inizio ‘900; qui non siamo nell’East End londinese, né sulle rive del Mersey, né tantomeno tra i portuali della South Coast. Qui siamo a Ipswich, nell’estremo e placido avamposto orientale d’Inghilterra; tradizione contadina, allevamenti di ovini e suini, campagne sconfinate.

Raccontare il trionfo della squadra cittadina nella Coppa Uefa 1980-81 significa partire da molto più lontano: 1195, Re Riccardo I Cuor di Leone concede a Norwich lo status di City in virtù della presenza della Cattedrale. La vicina Ipswich, che pure è una delle città più antiche d’Inghilterra, fondata dai Romani, resterà sempre al grado inferiore di Town. Non solo: col passare del tempo, l’elegante Norwich diverrà sede universitaria e fiorente centro culturale dell’East Anglia, mentre Ipswich svilupperà un importante porto, senza tuttavia riuscire mai veramente a scrollarsi di dosso un malcelato senso di inferiorità.

Ecco allora, come spesso accade, che il calcio diventa pretesto di rivalsa, autentico spazio vitale in cui tessere pazientemente una rappresentazione di sé e restituire le presunte ingiustizie della storia. La rivincita del Suffolk (la contea di cui Ipswich è capoluogo) sul Norfolk (quella di Norwich) passa dal calcio, dalle sfide sentitissime dell’Old Farm Derby senza dubbio, ma anche dai posizionamenti nazionali e internazionali delle rispettive società.

Ed è soprattutto qui che, tra gli anni ’60 e i primi anni ’80, i Tractor Boys (così sono chiamati i giocatori dell’Ipswich Town, sempre in omaggio alla tradizione agricola della contea) costruiscono il proprio capolavoro. Un ventennio scintillante, durante il quale alcuni dei nomi più nobili del calcio inglese mettono radici e mietono successi proprio tra le verdi colline del Suffolk; alcuni muovendo da qui i primi passi di folgoranti carriere, altri capitalizzando saggezza ed esperienza nella fase discendente del proprio percorso professionale.

L’Ipswich Town vincitore della FA Cup del 1978

Nel 1962 arriva un incredibile titolo di campione d’Inghilterra; a guidare la squadra neopromossa dalla First Division è un ex difensore della nazionale, all’esordio da allenatore nel massimo campionato dopo aver preso in mano qualche anno prima i Tractor Boys invischiati nei bassifondi della quarta serie. Si chiama Alf Ramsey e nel 1966 porterà l’Inghilterra a vincere il suo primo e unico mondiale, prima di essere nominato Sir.

Ma è nel decennio successivo che la stella dei biancoblu dell’East Anglia brillerà anche tra i cieli d’Europa; in panchina c’è Bobby Robson (altro futuro tecnico della nazionale) che porta la squadra alla vittoria della FA Cup nel 1977-78 e a qualificarsi stabilmente per le coppe continentali.

Quando nella stagione 1980-81, la formazione di Robson inizia la cavalcata trionfale in Coppa Uefa, Ipswich è sempre l’immobile e tranquilla città di provincia; sono anni di ribellione e di grande fermento creativo, culturale e musicale. Ma qui non siamo nella Londra dei Clash, nemmeno nella cupa cintura industriale intorno a Manchester che fa da tetra ispirazione a band come gli Smiths o i Joy Division, e nemmeno nel sud-est tumultuoso e minimalista dei Cure.

Qui siamo nella periferia del regno e l’unica band di un certo rilievo ha il nome di The Adicts, un gruppo punk che rifugge la politica e il conflitto sociale e predilige la goliardia. Vestono come i protagonisti di Arancia Meccanica, con bombette e bretelle, sperimentano melodie pop e, soprattutto, non disdegnano il calcio; celebre è la versione punk di You’ll Never Walk Alone, l’invocazione resa leggendaria dal coro della Kop di Liverpool, mentre in un brano intitolato Football Fairy Story cantano versi come:

“And scored a hat-trick /won the fame/Local boy is hero gets a contract/lots of zeros”.

Badano al sodo, senza formalismi ideologici né ostentazioni anticonformistiche; nel 1981 pubblicano Songs of Praise, il loro album più riuscito, colonna sonora perfetta di quell’Ispwich che conquisterà l’Europa. Irriverente, essenziale, adrenalinico. L’undici di Bobby Robson è un concentrato di potenza, fantasia e organizzazione; muscolarità tutta britannica nel reparto difensivo con la coppia centrale formata da Russell Osman e Terry Butcher (che in inglese significa “macellaio”, e ci sarà pure un motivo…), lo stesso che anni dopo proverà invano a fermare Maradona nel gol del secolo ai mondiali messicani.

L’Ipswich Town del 1981 (credits: Bob Thomas/Getty Images)

Le chiavi del centrocampo sono affidate a due olandesi come Arnold Mühren (fratello del più celebre Gerrie) e Frans Thijssen, mentre in attacco il bomber si chiama Paul Mariner, ma in quella coppa Uefa i gol arriveranno da John Wark, uno scozzese baffuto dall’aria scanzonata; ne segnerà 14 in tutta la competizione: record di sempre.

L’onda lunga del calcio totale olandese degli anni ’70 si fa sentire; i giocatori coprono ogni zona del rettangolo verde e alla tradizione anglo-sassone del gioco sulle fasce e del cross da fondocampo si aggiungono gli inserimenti centrali dei mediani che diventeranno un marchio di fabbrica del calcio inglese degli anni a venire (dice niente il Manchester United di Sir Alex Ferguson?). Mühren e Thijssen sono ovunque, a recuperare palloni e finalizzare (Thijssen segnerà addirittura due gol nella doppia finale di quella Uefa), lo stesso Wark parte da ala e si ritrova alternativamente a fare il terzino o a colpire di testa a centro area.

Ognuno recita a perfezione una parte, spesso più d’una contemporaneamente; precisione, divertimento e colpi di scena, quella squadra somiglia a un estroso set cinematografico. Non è un caso che molti di quei protagonisti saranno attori veri nel film Fuga per la Vittoria di John Huston: Osman, lo stesso Wark nel ruolo del soldato alleato Artur Hayes, il portiere Paul Cooper come controfigura di Sylvester Stallone-Robert Hatch (ma anche le riserve Kevin Beattie, Robin Turner e Laurie Sivell nel ruolo di un ufficiale nazista).

John Wark in Fuga per la Vittoria (1981)

Il percorso europeo dell’Ipswich è quello di un carro armato; non impeccabile in difesa, è però devastante in attacco, dove macina reti a non finire. Elimina Aris Salonicco e Bohemians Praga, ma è dagli ottavi di finale in poi che i Tractors mettono in scena uno spettacolo dietro l’altro: a capitolare per primi, sotto un 5-1 complessivo, sono i polacchi del Widzew Łódź di Boniek e Smolarek che avevano eliminato la Juventus ai rigori nel turno precedente.

Un altro futuro juventino (non uno qualsiasi, ma “le Roi” Michel Platini in persona) sarà vittima della gragnuola di colpi dei Robson boys: il suo Saint-Etienne, dove gioca anche l’olandese Rep, prende sette reti in due partite, annichilito da una lezione di tattica e forza atletica senza precedenti (pazzesco il perentorio stacco di testa di Wark per l’1-4 definitivo in casa dei francesi).

La dimostrazione plastica dell’incredibile duttilità organizzativa e della capacità camaleontica dell’Ipswich si manifesta in semifinale, dove incrocia il Colonia di Schuster e Littbarski, una delle squadre più forti d’Europa, che nei sedicesimi si è sbarazzato del Barcellona rifilandogli quattro gol a domicilio. Abituato ad attaccare e a giocare un calcio spettacolare e spericolato, Robson imposta la doppia sfida coi tedeschi sul contenimento e su di un attendismo chirurgico ai limiti della noia, senza subire reti e vincendo entrambe le gare per 1-0.

L’ultimo ostacolo è rappresentato dagli olandesi dell’AZ Alkmaar, una formazione non irresistibile dove gioca un certo Kist, scarpa d’oro nel 1979 grazie ai 34 gol segnati nella Eredivisie.

L’Ipswich ipoteca la vittoria nella gara d’andata in un Portman Road luccicante di bandiere biancoblu; un 3-0 firmato Wark, Thijssen e Mariner in poco meno di un’ora di gioco.

Il ritorno è poco più di una formalità; finisce 4-2 per gli olandesi e il capitano Mick Mills, calvo e tarchiato terzino destro vecchio stampo, può alzare la coppa nel cielo di Amsterdam.

Senza il titolo di City, certo, ma per una notte sul tetto dell’Europa calcistica. Lo smacco è restituito. Come in un film dove una vittoria sul campo custodisce gelosamente mille altri significati.