Forse sarà difficile crederlo per i lettori più giovani, ma c’è stata un’epoca – durata pressappoco fino al trionfo del 2008 – in cui la Nazionale spagnola era l’equivalente della Bella Camilla presente in parecchi proverbi italiani. Quella “bella ma che nessuno si piglia”. In parole povere: la Spagna si è sempre presentata ai grandi appuntamenti con squadre decisamente interessanti, per non parlare di “corazzate”, che puntualmente hanno sempre deluso.

A volte ci s’è messa di mezzo la sfortuna, a volte mancava qualcosa in alcuni reparti. A volte, semplicemente, la Spagna è stata derubata (basti pensare all’arbitraggio oltraggioso nei quarti di Corea 2002). Senza entrare nello specifico, resta il fatto che la Spagna ha prodotto poco e nulla fino a qualche anno fa. Fino alla generazione dorata dei Piqué, Puyol, Iniesta, Xavi e compagnia. A differenza dei cugini portoghesi, però, una cosa non è mai mancata alle Furie Rosse: un centravanti all’altezza.

La Spagna a Francia ’98

E se il calcio moderno non necessita per forza di un uomo d’area (spesso statico e libero da incombenze difensive), a quei tempi avere un valido centravanti di peso era merce rara. E richiestissima. Senza scomodare l’Avvoltoio Brutagueño o la leggenda madridista Raúl, vi portiamo indietro nel tempo. In quel periodo – la seconda metà degli anni ’90 – in cui a far sognare i tifosi non erano mezze punte dal dribbling facile, ma veri toreri dell’area di rigore.

A volte lenti e macchinosi, ma spesso dotati di una tecnica invidiabile. Parliamo di loro: dei centravanti spagnoli d’area “ai tempi di Baywatch”. Quando i trofei con la Nazionale si vedevano col binocolo, in quell’odioso status perenne che comporta il far parte di compagini belle ma incomplete.

5) ISMAEL URZAIZ

È il 1988, quando la Spagna Under-17 vince la Finale degli europei di categoria. In quella squadra, orfana del talento di Hierro passato nella Nazionale maggiore, giocavano a centrocampo campioni come Pep Guardiola e Luis Enrique, mentre in difesa dettava legge Abelardo, poi diventato bandiera blaugrana.

Ma ad impressionare un po’ tutti fu il canterano blancos Ismael Urzaíz, che invero al tempo girava (ed era conosciuto) col secondo nome sulla maglia: Aranda. Aranda una cosa – e una soltanto – faceva: buttava dentro tutto quello che casualmente finiva in area di rigore. “È il nuovo Butragueño” sentenziò la stampa, affascinata dalle doti di quel torero d’area di 188 cm per novanta chili.

E invece, la fama prematura lo rallentò: mai davvero in campo con la squadra di Madrid più famosa, fu lasciato andar via senza rinnovo contrattuale nel 1993. Tra Celta Vigo, Rayo e Salamanca, la carriera di Tudelino (nato a Tudela, nella Navarra) rischiò di naufragare. Manco a dirlo, l’esplosione arrivò nella squadra più pazza di spagna. Fu nell’Athlétic Bilbao, infatti, che Urzaiz esplose. A 26 anni suonati.

Prima di Fernando Llorente e Aduríz, fu lui che esaltò il pubblico del Sam Mamés. E lo fece per 11 stagioni, nelle quali segnò circa 150 reti. Esordendo nel frattempo con le Furie Rosse, con le quali giocò quasi 30 partite ufficiali, partecipando agli Europei del 2000. Anche se un po’ legnoso, Urzaiz era un rapace d’area di rigore. Dove era sostanzialmente immarcabile, a causa di quel fisico possente unito ad una buona tecnica ed un pazzesco colpo di testa.

4) JULIO SALINAS

Quarto posto per l’Angelo de Barcelona: Julio Salinas. Che deve il suo soprannome e gran parte della sua fama al periodo di militanza (6 anni, per un totale di 150 partite e 60 gol ufficiali) nei blaugrana. In realtà Julio è un basco doc, essendo nato proprio a Bilbao ed avendo esordito appena ventenne nell’Athlétic. Un vero sogno che si avvera, per un ragazzino nato da quelle parti.

Sogno che s’interruppe bruscamente all’alba della stagione 1986/87: Julio è infatti reduce dal titolo di Pichichi di Segunda Division – sempre col Bilbao, col quale aveva vinto pure due storici campionati da protagonista nei primi due anni da professionista – quando arriva la famosa “offerta irrinunciabile” per la dirigenza del club basco: Julio parte alla volta di Madrid, sponda Atlético.

“El cabron franchista”, fu l’appellativo più gentile che gli fu rivolto in quell’estate dalla stampa vicina al Bilbao. Manco fosse finito nel Real, squadra notoriamente vicina alla casa reale e al potere. Mai si era vista nella storia una sollevazione popolare più aspra. Il tutto per quel giocatore possente ma tecnico e fortissimo nel gioco aereo, che spostava in aria i difensori della Liga come fossero fuscelli.

Fatto sta che “il traitor” giocò lontano da Bilbao per altre 14 stagioni, senza mai tornare nei Paesi Baschi, se non per giocare con la Nazionale Basca o per le trasferte al San Mamés.

Nel 1986 aveva intanto esordito con la Nazionale spagnola, con cui giocò più di 50 partite (con 22 gol), segnando in tre mondiali e in due europei. Trovò pure il tempo di vincere 4 campionati col Barcellona, prima di chiudere la carriera tra Alavés e Giappone (Yokohama Marinos). Spesso partendo dalla panchina, Salinas è stato probabilmente colui che maggiormente ha ispirato – insieme al solito Butragueño – i giocatori della nostra rimanente classifica. Un capostipite, insomma.

3) KIKO

Francisco Miguel Narváez, detto Kiko, nacque nel 1972 a due passi dal circuito motociclistico di Jeréz de la Frontera. Il suo fisico possente (189 cm per 90 kg) lo rese l’attaccante adatto per il gioco del Cádiz, che lo prelevò appena 12enne e lo fece esordire – non ancora maggiorenne – nel 1990 in Segunda. Nella piccola cittadina andalusa Kiko esplose e, dopo appena tre stagioni, fu prelevato dai Colchoneros dell’Atlético Madrid.

In realtà la media realizzativa non era così stratosferica (coi submarinos segnò 11 gol in 70 partite), ma Kiko aveva il pregio di giocare davvero per la squadra; lottava su ogni pallone come un diavolo, e nel gioco aereo era pressoché imbattibile. Nel gioco di ripartenze e lanci lunghi della sua squadra calzava come un guanto. Ma, con buona pace dei tifosi andalusi, la memoria di Kiko è legata indissolubilmente alla maglia biancorossa. Con la quale giocò 225 partite, vincendo un doblete (Campionato e Coppa) nella stagione 1995/96.

Esordendo nel frattempo con la Nazionale maggiore, con cui vinse un oro alle Olimpiadi nel 1992 e con la quale partecipò a Francia ’98, segnando pure una doppietta alla Bulgaria.

Rimase coi Colchoneros pure nell’anno della retrocessione, consegnandosi all’eterna gratitudine dei tifosi, prima di ritirarsi appena 30enne dopo un’ultima e disgraziata stagione nell’Extremadura. Con qualche infortunio in meno, forse avremmo visto un giocatore ben più incisivo.

2) DIEGO TRISTAN

Secondo posto per il torero triste Diego Tristán. Che, per un paio d’anni, è stato probabilmente tra i migliori 5 centravanti d’Europa. Salvo poi perdersi inspiegabilmente nella seconda parte di una carriera definitivamente naufragata sulle coste toscane (nel Livorno di Spinelli). Carriera prettamente legata al Deportivo la Coruna, con cui esordì appena 24enne nel 2000 e con la quale vinse una Coppa e due Supercoppe di Spagna.

Già, il biennio 2000-2002: fu magico per il torero andaluso, che segnava a piacimento in ogni competizione ed in ogni modo. Praticamente, dopo il trio Batistuta-Vieri-Crespo, c’era lui. Tanto da destare l’interesse del Manchester United, del Real e della Juventus.

Dopo tre stagioni da 23, 32 – con titolo di Pichichi in bacheca – e 19 gol, però, la carriera di Diego sostanzialmente finì. Complice forse anche la partenza del compagno di reparto (e assist-man) Roy Maakay verso il Bayern Monaco.

Nel 2006 cominciò la via Crucis di Diego, che di fatto non è mai stato più quell’impressionante macchina da gal che era nel Depor. Tra Spagna (Maiorca e a fine carriera al Cadiz in Segunda), Inghilterra (West Ham) e Italia (Livorno, chiamato a sostituire Lucarelli passato allo Shaktar), pian piano la sua stella si è offuscata. Fino a scadere nella più totale mediocrità. Anzi, forse anche un filino sotto. Ritiratosi 31enne, si gode la vita sulle spiagge dell’Andalusia.

1) FERNANDO MORIENTES

Primo posto per un grande giocatore che – se avete più di 18 anni – non potete non conoscere: l’extremadurenho Fernando Morientes. Unico della selezione a poter vantare, tra le altre cose, una copertina su FIFA. Era il 2005, e Fernando era in procinto di lasciare il suo amato Real in favore di un contratto col Liverpool. Coi Reds rimase per una sola e deludente stagione, prima di vivere una seconda giovinezza col Valencia, con cui giocò tre stagioni per un totale di venti gol.

Eppure, quella del regazzino di Cilleros sarebbe potuta essere una carriera ben più ricca di soddisfazioni. Strano a dirsi, visto che stiamo parlando di un giocatore che ha militato 7 anni nel Real Madrid, vincendo 2 campionati e 3 Champions League, instaurando una sintonia tecnica difficilmente ripetibile con il mito Raúl.

Champions di cui fu pure cannoniere (con 9 reti, nel 2004). Senza contare le 50 partite (con quasi trenta gol) con le Furie Rosse. Con cui partecipò a tre Mondiali e a due Europei. Senza vincere niente, naturalmente.

Eppure ci saremmo aspettati di più da quel ragazzino cresciuto all’ombra di Suker e Mijatovic, capace di andare in doppia cifra in Liga ad appena 20 anni, quando militava nel Saragozza. Eppure la garra, l’abnegazione e la furia agonistica non sono mai mancate. Così come il fisico, che unito ad un’ottima tecnica ne aveva fatto una delle giovani stelle del panorama europeo.

Invece Fernando negli anni è regredito a uno status da “6 in pagella”. La freddezza sotto porta – unico, vero tallone d’achille a detta di Jupp Heynckes, l’allenatore che lo fece esordire nel Real -, non si è particolarmente affinata nel resto della carriera.

Eppure, ognuno di noi, l’ha bene impresso nella mente: col pugno alto pronto all’esultanza quando entrava negli ultimi minuti per permettere alla sua squadra – Real o Spagna che fosse – di portare a compimento un’insperata rimonta. Spesso riuscendoci. Perché mollare non ha mai mollato, El Moro Morientes.