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È la più vincente della storia. È l’emblema della gioia del pallone. Ha fatto vestire la propria maglia ad alcuni dei migliori calciatori di sempre. Ma è stata pure protagonista di alcuni dei più beffardi disastri della storia dei Campionati del Mondo. È la Nazionale di calcio del Brasile. E questa è la narrazione delle sue peggiori sconfitte.

Le beffe iniziano dagli albori del calcio. È il terzo mondiale, Francia ’38, dove l’Italia sfoggia il saluto romano nella gara d’esordio e una divisa nera ai quarti di finale contro i padroni di casa, e dove l’Austria si ritira a causa dell’Anschluss finendo anche a livello calcistico diluita nella “Grande Germania”.

Nel Brasile anch’esso fresco di regime parafascista spicca la stella di Leonidas, il Diamante Nero. Funambolo dal dribbling facile e dalla rovesciata (la bicicleta) naturale, diventerà il capocannoniere del torneo. 7 reti in 4 partite. Peccato che di partite il Brasile ne giocò 5, dato che dovette ripetere il quarto di finale con la Cecoslovacchia terminato in parità (all’epoca non c’erano i rigori). Si penserà bene di farlo riposare proprio contro l’Italia campione nella semifinale, quando già era prenotato l’aereo per portare i verdeoro a Parigi a giocarsi la coppa.

Il Diamante Nero, Leonidas

Ma senza Leonidas gli azzurri si imporranno sui brasiliani per 2-1, con Meazza che – così vuole la leggenda – trasformò un calcio di rigore tenendosi i pantaloncini con una mano perché aveva l’elastico rotto. E così la nazionale italiana se ne andò a Parigi in treno, dato che i brasiliani rifiutarono di cedere la propria prenotazione aerea, mentre i verdeoro volarono con biglietti nuovi a Bordeaux per giocarsi un’amara finalina.

L’Italia divenne campione del mondo imponendosi 4-2 sull’Ungheria, e il regime fascista festeggiò il trionfo in formato imperiale. Il Brasile si impose con lo stesso risultato sulla Svezia e chiuse il mondiale al terzo posto. Leonidas timbrò due volte il cartellino piangendo lacrime amare per quello che poteva essere e non fu.

Dopo la lunga pausa imposta dalla seconda guerra mondiale, il Brasile è padrone di casa: è il 1950, l’Italia è letteralmente orfana di Superga e cade subito, mentre i maestri dell’Inghilterra sono capaci di perdere contro una semidilettantistica formazione statunitense (un 1-0 che fu un trauma nazionale per gli inglesi).

I verdeoro si presentano con uno squadrone, trionfatore del campionato sudamericano dell’anno precedente con partite dai risultati tennistici. Il tridente offensivo formato da Zizinho-Ademír-Jaír è una macchina da gol, tanto da essere tuttora considerato uno dei migliori della storia del Brasile. Insomma, è una competizione che appare già scritta.

Nel formato atipico del doppio girone all’italiana, la nazionale carioca arriva all’ultima partita del mondiale contro l’Uruguay secondo in classifica forte di roboanti trionfi su Spagna e Svezia. Un pareggio basta per laurearsi campioni del mondo nella torcida caldissima del Maracanà pieno fino all’inverosimile. Non sembra esserci storia. In un paese congelato per le due ore del match in una bolla dove esiste solo lo stadio di Rio, riecheggiano le parole del prefetto federale della città, Angelo Mendes de Morais:

“Voi, brasiliani, che io considero vincitori del Campionato del Mondo. Voi, giocatori, che tra poche ore sarete acclamati da milioni di compatrioti. Voi, che avete rivali in tutto l’emisfero. Voi che superate qualsiasi rivale. Siete voi che io saluto come vincitori!”

Parlando molto semplice: una gufata pazzesca.

All’esplosivo e superoffensivo calcio brasiliano gli uruguaiani rispondono come sanno: difesa chiusa e compatta, contropiede e garra a non finire. Il primo tempo termina 0-0 con il fortino della Celeste che tiene e si rivela capace di essere pericoloso in contropiede. Il nervosismo sale. Ma alla ripresa del gioco i verdeoro passano con Friaça, al primo (e unico) gol in nazionale. Il Maracanà esplode di gioia, il titolo di campioni è a meno di un soffio e l’Uruguay deve ora segnare due reti.

Ma la Celeste, nonostante le difficoltà, non perde la freddezza che l’aveva caratterizzata nella prima metà di gara sotto l’abilissima regia della stella Schiaffino. Questo al contrario del Brasile, che invece di essere rinfrancato dal vantaggio, perde la testa. Una bella azione sulla fascia non adeguatamente contrastata dalla difesa verdeoro porta proprio Schiaffino davanti alla porta: piatto destro nel “sette” e Barbosa è freddato, 1-1.

È l’inizio della fine. I carioca si afflosciano, collassano su loro stessi, si spengono. Le tensioni nervose bloccano le gambe a tutti gli undici in campo. Di colpo, il peso dell’intero paese grava su di loro e i giocatori non si sentono più capaci di sostenerlo. Al 79° Ghiggia si infila tra le larghe maglie della difesa brasiliana e batte un molle Barbosa. L’Uruguay è in vantaggio, punteggio fissato sul 2-1. E finirà così.

L’intero Brasile entrerà in depressione, si verificheranno casi di infarto, ipertensione e qualche suicidio già all’interno del Maracanà. Una cappa opprimente di tristezza si diffuse da Rio a tutto il paese, tanto da colpire gli stessi giocatori uruguagi, frettolosamente premiati e scortati fuori dallo stadio. Il portiere Barbosa passerà l’intera vita con il marchio d’infamia addosso per essere il primo responsabile del tracollo. Da allora, quella partita sarà nota come Maracanazo.

Mondiale che vai, tragedia che trovi. È Spagna ’82, a noi caro per l’urlo di Tardelli, per il triplice “Campioni del mondo!” di Nando Martellini, per Pablito Rossi e per il presidente Pertini che esulta come un ragazzino davanti a Re Juan Carlos e sull’aereo di ritorno le canta a Zoff per come gioca a scopone scientifico. Per i brasiliani invece Spagna ’82 è la tragedia del Sarrià.

Il tecnicamente trascurabile Brasile del 1982

Un film già visto, quello che vuole la nazionale verdeoro favorita per la vittoria finale. Ma il Brasile che va in terra iberica è qualcosa di inimmaginabile. Un concentrato di stelle e campioni come non si vedeva dai tempi di Pelè. In pieno e ossequioso rispetto alle regole non scritte del fútbol bailado, ad un pacchetto arretrato di onesti gregari e due terzini che sono ali travestite (uno, Júnior, ha deliziato pure in Italia con il Toro di Radice e il Pescara di Galeone, chiaramente schierato come ala) si affianca un centrocampo che è un concentrato di pura classe: Cerezo-Falcão-Socrates-Zico.

L’estetica al potere. E pure l’ala sinistra, Éder, è un gran bel pezzo di giocatore, con le sue fucilate su punizione e gli effetti incredibili che dà alla palla quando pennella con l’esterno sinistro. Il guaio (per gli altri) è che Telé Santana ha combinato questi fenomeni alla perfezione: la coralità è perfetta. Una squadra nata per attaccare e basta, e pazienza se le papere di Valdír Peres – uno dei peggiori portieri della storia – significano partire sempre un gol sotto. Tanto questi poi ne infilano tre o quattro.

In realtà, un difetto questo inno alla gioia del calcio ce l’aveva. Ovvero un centravanti scarso. Problema alla lunga non così secondario per una squadra che vive d’attacco. E nell’82 il falso nueve ancora non esisteva. Il 9 doveva esser un nove, peccato che Serginho Chulapa di nove non aveva neanche il numero di gol in nazionale (ne segnò 8, in venti presenze, in una delle compagini più prolifiche di sempre). In patria invece sì, segnava a raffica. Antenato di Fred.

La combo difesa colabrodo+punta bidone si rivelò drammatica quando i brasiliani trovarono la loro antitesi, ovvero i maestri dell’organizzazzione difensiva di Bearzot. Che all’improvviso scoprirono di avercelo, il centravanti.

Paolo Rossi, disastroso nel girone e anemico anche nella vittoria contro l’Argentina, bucherà tre volte il povero Valdír, e il 40enne Zoff si supererà più volte nel fermare la macchina d’attacco brasiliana lanciata nell’ultimo disperato assedio contro il fortino azzurro, dopo che già due volte Socrates e Falcão avevano rimediato agli svarioni della retroguardia verdeoro. Sarà 3-2.

Qualcuno parlò di morte del Calcio. Pelè, più sportivamente, a fine mondiale con l’Italia divenuta campione, renderà giustizia ad almeno uno dei nostri, definendo Bruno Conti il miglior giocatore del torneo. E i brasiliani finirono nuovamente in crisi isterica in patria, come nel ’50, e con una prenotazione sbagliata (stavolta d’albergo) in Spagna, come nel ’38.

Passano 32 anni. Il Brasile è diventato pentacampeão, aggiungendo alla sua bacheca i titoli mondiali di Usa ’94 e Corea/Giappone 2002, ed ora è chiamato ad ospitare il torneo. Da padroni di casa si presentano come una delle compagini favorite alla vittoria finale. Con il senno di poi si dirà “inspiegabilmente”.

Ma nelle premesse i pareri degli “esperti” sono unanimi: il fattore campo, la vittoria della Confederations Cup, la stella di Neymar, un pacchetto difensivo (Júlio Cesar in porta, David Luíz-Thiago Silva coppia centrale, Dani Álves/Maicon a destra e Marcelo a sinistra) considerato tra i più affidabili del mondo, la presenza in panchina di Felipao Scolari già campione nel 2002 e un contorno di giocatori di tutto rispetto come Oscár, Hulk o Willian sono elementi decisivi nel far pendere la bilancia a favore del Brasile.

Unica incognita, anche stavolta, è il centravanti. Il sopracitato Frederico Chaves Guedes, in arte Fred. Un pennellone di peso (in senso letterale) persosi a Lione, dov’era arrivato nel 2005 con l’etichetta di talento e risorto alla Fluminense dove, risanato dai suoi infortuni, aveva infilato 139 gol in 5 stagioni. Quando Scolari assume la guida della nazionale verdeoro nel 2012, lo ripesca come centravanti nel suo 4-2-3-1 e non lo toglie più.

In effetti, va detto che per quanto poco “brasiliano”, Fred quel che deve lo fa. Nel lungo avvicinamento al mondiale, tra amichevoli e Confederations, segna 11 gol in 15 gare, di cui due nella finale confederale contro la Spagna e due agli Azzurri nel girone.

Dopo le prime partite, le prime perplessità. Il Brasile vince ma non convince. Ci si aspetta di più dai pentacampeão. Superano come primi il girone, ma sembra mancare la quadra tattica in una squadra tutt’altro che spettacolare che si accende solo se il pallone è fra i piedi di Neymar. Gli ottavi di finale, contro un Cile talentuoso e carico di garra, sono emblematici della fragilità dei verdeoro, che vengono salvati dai rigori e dalla traversa colpita da Pinilla al 119°.

Il leit-motiv non cambia ai quarti contro la Colombia, in un turno al di sotto delle aspettative (per entrambe le squadre) vinto per 2-1 grazie ai gol di due difensori, e che lascia il Brasile senza capitan Thiago Silva – squalificato – e la stella Neymar, infortunato. La preoccupazione monta.

8 Luglio 2014, Belo Horizonte, stadio Mineirão. Prima semifinale: Brasile – Germania. I tedeschi sono alla quarta semifinale consecutiva, ma sono sempre stati fermati da coloro che poi sarebbero diventati campioni (in finale proprio il Brasile nel 2002, in semifinale dagli Azzurri nel 2006 e dalla Spagna nel 2010). Scontro fra titani. Scolari sostituisce Thiago Silva con Dante e Neymar con Bernard, Loew invece schiera i suoi migliori undici.

I verdeoro partono forte, ma all’11° la Germania su calcio d’angolo passa in vantaggio con Müller lasciato completamente solo in area da David Luíz. Il Brasile prova subito a rigettarsi in attacco, ma disordinatamente, con nervosismo e confusione. Tutte le fragilità della squadra emergono impietosamente alla prima difficoltà, e non c’è nessuno in campo che possa raddrizzare la barra.

Senza Thiago Silva la “solida difesa” è allo sbando, senza Neymar i quattro davanti brancolano nel buio. Al 23° la partita è segnata: i tedeschi tagliano in due la disorientata difesa brasiliana con un’azione che sembra uscita dalle partitelle d’allenamento e mandano in gol Klose, che diventa così il miglior cannoniere di sempre nella storia dei Mondiali con 16 gol, superando Ronaldo.

È la resa incondizionata del Brasile, che smetterà completamente di giocare. I tedeschi nei successivi sette minuti bucano altre tre volte Júlio Cesar, in maniera sempre più umiliante per i verdeoro.

Il primo tempo finisce 0-5 per la Germania. E la ripresa serve solo a far sfoggiare Neuer in alcune parate spettacolari, a mandare a segno (due volte) il subentrato Schürrle e a far segnare il gol della bandiera ad Oscár all’ultimo minuto. Sarà 1-7. Nel ’50 fu il Maracanazo, 64 anni dopo sarà il Mineirazo.

La disperazione di una tifosa del Brasile dopo il 7-1

Quattro storie di fallimenti calcistici: eclatanti, roboanti, perfino eccessivi. Storie della patria adottiva del calcio e della nazionale favorita per eccellenza, condannata a vincere o a cadere nella polvere. Quella polvere delle favelas e delle periferie dove il calcio brasiliano nasce, e dove è vissuto come una speranza di riscossa. O un’illusione. Che, una volta in frantumi, scopre la realtà degli stadi tirati a lucido a cento metri dalle baracche.

Storie d’amore e schizofrenia degli ultimi del mondo verso ciò che li può rendere primi. Una maglia, perfino un pallone.