“Senza un pallone, sono completo a metà.” (Luis Figo)

Luis Figo è considerato il traditore calcistico per eccellenza, eppure ha giocato soltanto per 4 squadre in quasi due decenni da professionista. È sempre stato considerato pure un gran latin lover – sarà per lo sguardo un po’ à la Warren Beatty -, quando in realtà sono quasi vent’anni che si “accontenta” dell’ex modella e biondissima moglie Helen Svedin.

Oggi analizziamo proprio la carriera di Luís Filipe Madeira Caeiro Figo, o più semplicemente Luis Figo, il giocatore per certi versi più frainteso dell’ultimo ventennio calcistico. La cui carriera lo ha consacrato nell’Olimpo dei grandi tra colpi di classe, incomprensioni d’ogni genere, Palloni d’Oro inaspettati, invenzioni e magie tecniche, carisma dilagante e infine una sanguinosa “messa al bando” dalla Catalogna.

Luis nasce nel novembre del 1972 – proprio nei giorni in cui Bill Gates fonda la Microsoft – ad Almada, uno dei quartieri operai di Lisbona. Di soldi – nel quartiere e in famiglia – ne girano pochi, per cui il giovane deve trovare il modo di svagarsi con poche risorse e prevalentemente per strada. Come molti connazionali, cresce e impara a giocare calciando un vecchio Tango per le strade scoscese de la Cova da Piedade. Ed è proprio tra queste strade impervie, tra le caratteristiche casette bianche e mal intonacate di Lisbona, che Luis impara la nobile arte del dribbling.

Che sarebbe diventato un calciatore da grande – anzi, una stella – non viene mai realmente messo in discussione: ha difatti appena 11 anni quando viene portato allo Sporting Lisbona da Carlos Queiroz; lo stesso Queiroz che lo avrebbe allenato vent’anni dopo in Nazionale, e che si lascia subito andare dichiarando alla stampa come quel ragazzino avesse “un altro passo rispetto a tutti quanti gli altri: è un predestinato”.

Nel 1989 il nome di Luis Figo comincia a circolare: nel Campionato Mondiale Under 16, infatti, il bruno figlio di Lisbona conduce una banda di ragazzini terribili – con lui giocano Manuel Rui Costa e Joao Pinto – ad un insperato terzo posto finale. La completa consacrazione a livello giovanile arriva però due anni dopo, quando il Portogallo vince in casa il Mondiale Under 20.

Nel frattempo, arriva pure l’esordio nella massima serie portoghese. Sempre con la maglia dello Sporting Lisbona e con Queiroz – che nel frattempo aveva ereditato la panchina della prima squadra – come allenatore. Oltretutto su quella stessa fascia destra che un decennio dopo avrebbe visto scorrazzare altri due ragazzetti dal sicuro avvenire: Cristiano Ronaldo prima e Nani poi. Scordatevi tuttavia il Figo “piantatodi fine carriera: il ragazzino dai riccioli fluenti scatta come un fulmine, incurante della presenza dei difensori avversari.

In 6 anni allo Sporting, Luis vince 5 volte il premio di “Giocatore portoghese dell’anno”, anche se l’unico contendente è probabilmente il coetaneo e sopracitato Rui Costa, cresciuto nei rivali cittadini del Benfica e pure lui finito nel roster piuttosto scarno e modesto di una Nazionale che neanche riesce a qualificarsi per i Mondiali del ’94. Nazionale che si risolleva a fine millennio, quando dall’Under salgono negli anni – oltre ai sopracitati – pure calibri del livello di Fernando Couto, Vitor Baia e Paulo Sousa. È la geraçao de ouro.

Ma se la carriera in Nazionale di Luis ancora non decolla, diverso è il discorso di quella professionistica: dopo la vittoria della Coppa Nazionale nel 1995, infatti, arrivano le chiamate dalle grandi d’Europa. E le chiamate, paradossalmente, sono fin troppe: Figo nella stagione 1994/95 finisce infatti al centro di un caso di calciomercato: nell’ottobre 1994 firma un contratto triennale con la Juventus (con decorrenza dal 1995), salvo poi tirarsi indietro poche settimane dopo.

Non è tuttora chiarissimo il motivo di tale voltafaccia: probabile che la questione sia imputabile alla scarsa professionalità degli agenti del portoghese, che gli fanno firmare un precontratto non chiarendone l’effettivo valore legale e senza previa consultazione della famiglia del lusitano. Che si sia trattato di superficialità da parte Luis o di una furberia da parte del suo staff, di certo il problema alla base non è imputabile ad un ripensamento riguardo l’espatrio del giovane Figo: dal canto suo, ha fame di conquista del Vecchio Continente.

L’occasione pare presentarsi nel 1995, quando Figo firma da svincolato per il Parma di Callisto Tanzi. Il Parma versa alla squadra portoghese 2 miliardi di lire come premio di formazione, ma vede l’operazione bloccata dal ricorso della Juventus, che nel frattempo aveva versato nelle casse dei lusitani 6 miliardi di Lire. Alla FIGC non rimane che invalidare entrambi i contratti, squalificandolo per due anni pure dal Campionato italiano.

Per la scontentezza di tutti, soprattutto dei tifosi italiani, il ragazzo di Almada non piange sul latte versato e firma presto per i Blaugrana di Barcellona. È da subito idillio: il 23enne portoghese diventa immediatamente titolare e – sotto il vigile sguardo dei maestri Cruijff, Van Gaal e Bobby Robson – vince 2 Campionati, 2 Coppe del Re ed una Coppa delle Coppe. Figo dribbla, fornisce assist al bacio per i compagni e non sbaglia mai un passaggio. Ha una classe rara e diventa ben presto una stella indiscussa del firmamento del calcio europeo.

L’anno della svolta per Figo è indubbiamente il 2000: nell’anno del Giubileo, infatti, Figo è oramai un campione affermato, ricercato dagli sponsor ed idolo indiscusso dei propri tifosi. Tuttavia dopo un ottimo Europeo – nel quale il Portogallo stupisce per il bel gioco fermandosi solo contro la Francia in semifinale – diventa l’obiettivo principale della campagna elettorale per la presidenza madrilena di Florentino Pérez, che fa firmare al lusitano un precontratto, dando ironicamente un rinnovato senso al proverbio “il lupo perde il pelo, ma non il vizio”.

Per sua stessa ammissione, Luis firma quel mezzo contratto per mettere pressione sulla dirigenza blaugrana, inizialmente restìa a concedergli i 5 miliardi l’anno di contratto che chiede e poi ben contenta di scaricare tutte le colpe sul lusitano. Il caso vuole che Florentino, su cui nessuno – Luis e stampa compresa – è disposto a scommettere due lire sulla corsa all’elezione, vinca e diventi el presidente.

Ormai alle strette e malvisto dalla dirigenza catalana e dai (futuri) ex compagni, Luis alla fine dice sì ad un contratto pluriennale da 12 miliardi all’anno. Il problema del costo del cartellino viene infine risolto da Florentino Pérez versando l’intera clausola rescissoria da 140 miliardi di Lire. È nettamente il passaggio più costoso della storia, che frantuma il record precedente di Hernan Crespo (passato dal Parma alla Lazio per 55 milioni di euro quella stessa estate).

Ed è soprattutto un passaggio che lo rende senza alcun dubbio il giocatore più odiato della storia del Barcellona. Barcellona che addirittura ritira dal mercato anche le maglie già vendute, promettendo ai tifosi che l’avessero riconsegnata una sostituzione con qualsiasi maglia di un qualsiasi giocatore presente in rosa.

Il Real dei Galacticos di Florentino Perez

Dopo 250 partite condite da 50 gol, el Traitor passa ai rivali storici consegnandosi all’eterno odio dei catalani. Il sindaco di Barcellona, addirittura, pubblica una nota sul sito del Comune in cui definisce Luis “persona sgradita in Catalogna”.

Ma se c’era un giocatore in grado di assorbire con totale nonchalance la pressione derivante dall’essere fra i tre giocatori più pagati al mondo (e pure protagonista del trasferimento più costoso di sempre), quello è proprio Luis.

Sopporta di tutto dai tifosi catalani, anche perché in fondo li capisce: dagli insulti agli sputi, dalle teste di maiale in campo alle monetine, Luis ai tifosi del Barca ha sempre perdonato tutto, perché “solo l’amore vero genera vero dolore”.

Disavventure extracalcistiche a parte, con la squadra della capitale conquista due volte la Primera División, oltre alla Champions League, alla Coppa Intercontinentale, alla Supercoppa Europea e a due Supercoppe di Spagna. Proprio nel 2000 viene inoltre premiato col Pallone d’Oro, che strappa al fotofinish proprio al futuro compagno Zidane.

Con il 10 sulle spalle, Figo guida insieme a Zidane una compagine che annovera tra le sue fila pure Raul e – negli anni – anche Ronaldo e David Beckham. È proprio il triennio dei Galacticos a consentire a Figo di sedersi al tavolo dei grandi di tutti i tempi. Vicente Del Bosque, allenatore del Real Madrid, sintetizza perfettamente l’importanza tecnico-tattica del portoghese:

Luis è tecnicamente perfetto, si libera rapidamente dalle marcature e ha un grande dribbling. È come un gladiatore, capace di attirare le folle allo stadio“.

Dopo Eusebio, il giocatore portoghese per antonomasia è lui, tanto ricercato da sponsor e fan quanto riservato e mite nella vita privata. Colto (conosce quattro lingue ed è appassionato d’Opera), cinefilo e sobrio nei costumi, non ha mai avuto niente a che spartire con gli eccessi o le sovraesposizioni mediatiche dei colleghi d’ora e di allora.

Dopo più di 200 partite coi Blancos, nel 2005 Luis decide di cambiare aria. Con circa un decennio di ritardo sbarca in Italia: a 33 anni suonati, lo chiama l’Inter. Coloro che s’aspettavano una pensione dorata si devono immediatamente ricredere: Figo è integro fisicamente (ha subito pochissimi infortuni in carriera) e sveglio di testa, tanto da giocare per un paio di stagioni come esterno destro titolare.

Si ritira ufficialmente, rifiutando due offerte dal Qatar ed altrettante dagli Stati Uniti, dopo un paio di stagioni da rincalzo di lusso, al termine della stagione 2009. Per l’occasione scrive una lettera aperta ai tifosi nerazzurri chiedendo scusa per il non eccelso livello calcistico che ha messo in mostra nelle ultime partite. Si ritira proprio in tempo per non vincere la Champions, portata a casa dagli ex compagni nel 2010. E pensare che Mourinho aveva tentato di tutto pur di convincerlo a rimanere almeno per un’altra stagione.

Ha ricoperto per anni il ruolo di uomo immagine per l’Inter e – notizia di qualche mese fa – ha prima presentato e poi ritirato la candidatura a presidente FIFA: tanto limpido quanto schietto e lucido, siamo certi che Luis non avrebbe faticato nemmeno in quel ruolo. D’altronde, in caso di bisogno non le ha mai mandate a dire; come quando aveva risposto a Luciano Moggi, che lo aveva criticato per l’oneroso contratto strappato all’Inter, in questo modo:

Anziché parlare dei miei contratti, Moggi pensasse a spiegare la sua presenza nello stanzino dell’arbitro, l’altra sera, prima di Inter-Juventus”.

In effetti, se vi si presentasse davanti quest’uomo di 180 centimetri che trasuda carisma, fascino e classe – un highlander che ha vinto tutto in campo e che mai lo ha fatto pesare, che non straparla né strepita mai, e anzi discute con umiltà e passione – voi non lo votereste? Noi molto probabilmente sì.

Perché in fondo Da discussão nasce a luz”, come ripetono i suoi conterranei. E sulle qualità di uno dei 7 più forti di sempre, tuttavia, c’è ben poco da discutere. Luis Figo: nato per vincere.