Un talento purissimo, uno che accendeva le folle rendendo possibile l’impossibile. Uno che poteva svoltare una partita di cartello semplicemente ricordandosi di accendere l’interruttore del talento per un paio di minuti. Uno che, in campo come fuori, non ha mai avuto mezze misure: fughe e solitudine, dribbling impossibili e liti furibonde. È la controversa epopea di Alves de Souza Neto, per tutti Edmundo.

È il 15 settembre 1998, sono incollato davanti al vecchio Mivar 15 pollici di cucina perché sta iniziando una partita che non voglio assolutamente perdere. Da buon quindicenne, detengo qualsiasi informazione sulle squadre in campo. Una è la mia squadra, la Fiorentina, l’altra è una squadra che – al tempo – non avrebbe incusso timore a nessuno ma che per qualche strano quanto esotico motivo mi spingeva a non fidarmi del tutto di quei giganti spigolosi in tenuta bianca: l’Hajduk Spalato.

Sono i 32esimi di finale della Coppa Uefa e la Fiorentina di Giovanni Trapattoni deve dare un segnale forte per iniziare una marcia che potrebbe portarla fino in fondo alla competizione. Perché la Viola è una squadra di alto profilo – almeno nei titolari – e la Coppa Uefa è un trofeo alla portata. Quella serata però è strana, spiazzante: si gioca a Bari. Ed è la prima stranezza. L’Hajduk, dopo un avvio al rallentatore della Fiorentina, passa pure in vantaggio. E siamo alla seconda stranezza.

Infine ricordo distintamente un’azione un po’ confusa, un soliloquio di caparbietà, tecnica nello stretto e forza nelle gambe: Edmundo si accende. All’improvviso. Come quei cicloni caraibici che passano e cancellano i segni di un’intera civiltà. È il 62° e la Fiorentina esce dalle sabbie mobili grazie ad un coup de théatre del giocatore più talentuoso in campo. Ma non è soltanto quel gol, stupendo, a colpirmi. Finalmente inquadrano il brasiliano in primo piano: cosa diavolo ha sulla fronte?

È una protuberanza enorme, simile alla mutazione della carne: sembra partorita dalla mente visionaria di David Cronenberg. Una sorta di effetto speciale da film horror. Quello non è Edmundo, è un troll degno delle creature di Guillermo Del Toro. Ha una gigantesca ciste in mezzo alla fronte ma gioca con una naturalezza quasi sconfortante, come se quell’escrescenza mutante non ci fosse. Rimango basito. All’inizio sorrido, sarebbe la classica bizzarrìa che oggi farebbe impazzire i social network tra fotomontaggi e status ironici, ma poi ci rifletto: come fa a giocare così? Basterebbe un pallone incocciato male o una caduta violenta e il brasiliano muterebbe all’istante in un purulento concentrato di sangue.

Eppure sta giocando come non gli vedevo fare da tempo. È in una di quelle giornate dove tutto gli riesce, dove il calcio ritorna all’essenza del talento da strada. E infatti, con la Fiorentina in 10 ed un 1-1 casalingo decisamente scricchiolante, ecco la seconda perla. Batistuta aggancia uno spiovente senza pretese, si fionda nel contrasto, ma sul rimpallo la palla si allarga. E chi sbuca? Esatto, Edmundo: botta istintiva di collo in controbalzo e tracciante dritto nel “sette”. 2-1, e 16esimi prenotati.

È forse la serata in cui Edmundo mi ha lasciato più esterrefatto: rimango scosso da quell’aura di svogliatezza, sfacciataggine e manifesta superiorità tecnica racchiusa in una manciata di minuti in cui la concentrazione lo aveva miracolosamente assistito. È come assistere ad un monologo arrogante, un calcio in bilico sul filo di una follia neanche troppo nascosta. E adesso mi arrovello con insistenza: che giocatore è Edmundo? Indefinibile, forse.

“Non riuscivo a recuperare la serenità dopo una partita. Ci volevano 3-4 ore per tornare normale. Non davo un bacio a mia moglie, ai miei figli. Tornavo a casa, facevo una dormita e poi ritornavo socievole. Mi sono fatto coinvolgere troppo dalle partite quando le vincevo, figuriamoci quando perdevo.”

Maschera pirandelliana dell’uno, nessuno e centomila; seconda punta capace di tutto; un bagaglio tecnico sconfinato, dove convivono alto e basso lato sensu. Quella partita rimane il manifesto tecnico di Edy: 75 minuti di assenza fisica e mentale, un quarto d’ora di calcio paradisiaco. Non sto neanche ad immaginare un giocatore del genere nel calcio di oggi, sarebbe semplicemente impensabile, farebbe la stessa fine del dodo australiano. Eppure anche in quel calcio fatto di serrati duelli uno contro uno, di ritmi da Copacabana e dintorni, Edmundo rimane una bizzarra eccezione. In campo come fuori.

Perché fuori dal campo la sua vita racconta di un’irrequietezza senza fine. Nasce e cresce nel tremendo contesto delle favelas di San José di Marcia, una ventina di kilometri a nord di Rio de Janeiro, insieme ad una famiglia numerosa stipata in una di quelle baracche che al posto del pavimento hanno la terra battuta. Fin da piccolo, per allenarsi e frequentare la scuola calcio del Marine Futebol, è costretto a farsi 3 ore di bus ogni giorno con i soldi del biglietto che spesso sono un’incognita.

Ma il talento è fin da subito evidente. Cristallino. È uno di quei brasiliani che è nato per giocare con la palla tra i piedi, non ha bisogno di una scuola calcio, piuttosto di un collegio o di una figura paterna che riesca a tenere a bada quel carattere cupo, ombroso, costantemente al limite della pazzia.

Ad ogni modo, Edmundo riversa in campo uno strapotere tecnico che lo porta in pochi anni ad essere idolatrato come un vero beniamino del calcio carioca. All’ombra del Pan di Zucchero sono anni movimentati, il calcio brasiliano vive una (illusoria) parabola ascendente e O’ Animal diventa in breve tempo uno dei nuovi fenomeni verdeoro.

Soprattutto al Vasco da Gama, la squadra che più gli rimarrà nel cuore. Anche se con Edmundo parlare di legami è esercizio al limite della parodia: cambierà 16 squadre in 18 anni. Ma è proprio al Sao Januario che debutta tra i professionisti con addosso la maglia dei Bacalhau. È qui che sboccia un talento. 20 gettoni e 8 gol, a 19 anni. Rimane due anni a Rio, poi arriva la chiamata che tutti stavano aspettando: direzione San Paolo, la gloriosa maglia del Palmeiras.

Il Palmeiras 1993-94 di Vanderlei Luxemburgo

I Verdao hanno una squadra fenomenale che, ad osservarla adesso, potrebbe tranquillamente giocarsi le sue carte in finale di Champions League o giù di lì. In quella nidiata irripetibile, oltre ad Edmundo, ci sono Roberto Carlos, Cesar Sampáio, Zago, Serginho, Mazínho, Flavio Conçeicão, Freddy Rincon e Rivaldo. Un vero arsenale a disposizione di un allenatore di spessore come Vanderlei Luxemburgo. Infatti il campionato si rivela un dominio assoluto, senza neanche faticare troppo.

Stesso spartito l’anno seguente, il 1994, quando il Palmeiras trionfa nuovamente sia nel Paulista che nel Brasilerão. Rimanendo con l’amaro in bocca per una Libertadores che sembra maledetta, ma tant’è. In questo biennio esplosivo per Edy parlano i numeri: 89 presenze, 36 gol. Insieme ad una quantità pressoché infinita di assist e giocate spettacolari, quelle che fanno letteralmente impazzire i brasiliani.

Numeri nello stretto, spesso da fermo, che fanno secchi i diretti marcatori con una semplicità imbarazzante. Colpi di tacco a smarcare i compagni, carezze con la suola, tunnel e una capacità sorprendente di proteggere palla con quel baricentro basso. È nata una stella. Uno di quei giocatori che lascia a bocca aperta, ma che inizia a dare preoccupanti segnali d’instabilità emotiva e mentale. Non è questione di essere fuori dagli schemi, perché in questo caso siamo vicini ad una personalità border-line, irascibile, che vive di scatti d’ira repentini e lunghe assenze. È questione d’istinto.

L’anno del passaggio al Flamengo, infatti, coincide con lo spegnimento di O’ Animal. È il 1995 e il prospetto carioca, atteso da tutti, fallisce clamorosamente. Gioca poco, segna quasi mai (2 gol) e soprattutto scoppiano i primi casini fuori dal terreno di gioco.

Quell’anno è responsabile (e vittima) di un terrificante incidente stradale alla guida del suo fuoristrada, dove perdono la vita una ragazza accanto a lui e una coppia che viaggiava su un’altra macchina. Un inferno di lamiere e vetri frantumati a cui sopravvive il solo Edmundo. È un accadimento che lo segna nel profondo.

Brucia un paio d’anni fra rimorsi, fughe dagli allenamenti e voglia di esorcizzare la morte vista da vicino: inizia a bere in modo sregolato, mette ancora più disordine nelle sue già complicate abitudini. Insomma, tra depressione e rimorsi è un fantasma. Lo spettro del talento che ha fatto sognare il Brasile.

Poi il ritorno a casa, al Vasco. E qui l’ennesima svolta improvvisa, senza dare indizi o preavvisi, si ricorda del talento che ha nei piedi e ritrova un equilibrio psico-fisico. Al Vasco incanta, torna la macchina da dribbling che aveva sbalordito San Paolo. Due campionati, 44 presenze e 38 gol. Le statistiche non sono tutto, ma soprattutto quando si parla di attaccanti pesano in maniera decisiva; sono numeri degni di Romário o Ronaldo, non di una tipica seconda punta carioca da futebol bailado.

È un 10, che gioca da 11 e segna come un 9. È qui che viene ribattezzato O’ Animal, che in Brasile è un soprannome con accezione positiva in quanto identifica un “atleta di forza bestiale”.

È il 1997, ha 26 anni e adesso pare pronto per il salto definitivo. Il vulcanico Vittorio Cecchi Gori decide di acquistarlo subito dopo che Edmundo si è reso protagonista con un gol in finale della vittoria del Brasile in Copa América. Sbarca a Firenze per la presentazione della squadra ed è già acclamato. C’è enorme curiosità sul suo conto; in una città dove il calcio è tutto e quando non esistevano compilation da YouTube o siti specializzati, l’attesa per il brasiliano che dovrà affiancare quella mitragliatrice umana di nome Batistuta è spasmodica.

Insomma, la Fiorentina ha voltato pagina e la stagione sembra promettere spettacolo grazie ad un allenatore un po’ naif, che fa viaggiare i Viola sulle ali di un 3-4-3 simil-Playstation. Alberto Malesani ha conquistato i tifosi e la città, il suo tridente con Batistuta al centro e Oliveira e Morfeo larghi, coadiuvati da Rui Costa in regia, è un luna park scintillante.

Edmundo, che è atteso per gennaio, pare il tassello definitivo. Ma qui la storia svolta. Come sempre: quando pare che un percorso sia lineare, definito, Edy sbanda e si chiude in sé. Motivo? Una panchina nella domenica d’esordio. Puerile, quasi comico.

“Non sono mai stato in panchina in tutta la mia carriera, neanche a 8 anni. Non possono trattarmi così.”

Eppure basterà quella panchina contro il Milan per far precipitare la situazione e spezzare il rapporto con Malesani. Edmundo è una furia: chiede il faccia a faccia a Cecchi Gori, si presenta e pretende che l’allenatore venga rimosso. Il presidente cerca di calmarlo, argomenta, si scalda a sua volta. Avrei voluto essere presente ad un incontro del genere. La sortita non ha effetto: Malesani rimane al suo posto, Edmundo va. Fa le valigie e torna in Brasile senza pensarci su, d’istinto. È già caos.

In Europa, in un campionato stellare come la Serie A degli anni ’90, certe cose non sono permesse. O quantomeno si portano dietro delle conseguenze. Ma ad Edmundo sembra non importare. Vive in un limbo di continui richiami, saudade da Carnevale ed enormi problemi personali, come il processo che deve affrontare a Rio. Dopo una settimana interlocutoria, dove i suoi spostamenti sono avvolti da una patina di mistero e gossip, Edy si decide a tornare.

Atterra a Firenze, si rimette gli scarpini e attende in silenzio il suo momento. E stavolta Malesani gli concede la ribalta fin dal primo impegno. 28esima giornata, nella bagarre per il piazzamento che vale la Uefa, la Fiorentina è di scena al Tardini contro un Parma spaventoso. Batistuta non è in giornata, Morfeo neanche a parlarne. E chi si sveglia? Sì, lui. Quel gol ce l’ho tuttora impresso in testa, non se ne va.

Tarozzi gioca veloce una rimessa laterale poco dopo la metà campo, Edmundo stoppa, fa perno col corpo su Sensini, si gira in una frazione di secondo saltandolo, poi punta direttamente la porta, salta netto Cannavaro che prova l’entrata in scivolata, entra in area e scarica un destro secco all’angolo trafiggendo Buffon. È un capolavoro, più alla Ronaldo che alla Edmundo. È il potenziale effettivo di un fenomeno. Che esulta rabbioso ed urlante, come se dovesse liberarsi da demoni divoratori e stress prolungato.

Ma non basta: dopo l’1-1 di Crespo, fa fuori con astuzia la marcatura di Cannavaro e sul taglio in profondità, in corsa, aspetta quel decimo di secondo in più per far uscire Buffon e la mette al centro dove Rui Costa deve soltanto appoggiare dolcemente a porta vuota. 1-2, la Fiorentina sbanca il Tardini e mette una serissima ipoteca sulla Uefa grazie alle sue invenzioni. Che giocatore.

Quella partita, insieme a quella di Uefa a Bari, rimane il suo manifesto tecnico. C’è tutto: altruismo, intelligenza calcistica, strapotere tecnico nello stretto, incoscienza, capacità innata di usare il corpo come un’arma in più, forza nelle gambe, scatto bruciante nel breve, primo controllo e tocco in corsa semplicemente divini. Chiuderà la stagione con altre gemme, tra cui un paio d’assist da incorniciare e un rigore a cucchiaio di un’irriverenza adolescenziale. L’anno seguente arriva il Trap e la Fiorentina fa sul serio.

“La Fiorentina non mi sembrava un club ambizioso. Chiesi di mettere nel contratto una clausola che mi consentiva di tornare in Brasile per il Carnevale, e la Fiorentina accettò. Mi concedevano di tutto”. 

È il 1998-99, i Viola partono come un treno merci e schiacciano ogni rivale. Batistuta è forse nella miglior stagione della carriera, il che significa che una palla su due che gravita attorno al limite dell’area finisce inesorabilmente dentro.

Edmundo c’è, non segna tanto ma è immarcabile e col suo lavoro permette a Batigol di giocare con meno pressione addosso. Non solo, è profilico in zona assist, fa ammonire o espellere i propri marcatori e fisicamente è tirato a lucido. Basta (ri)vedere una partita come quella di Empoli per comprenderne il potenziale pressoché illimitato. Un vero show.

Certo, per intere porzioni di partita non tocca palla o non va a cercarsela, bisticcia, si assenta, ma mai come durante l’autunno del ’98 è all’apice del suo calcio. Insomma, tutto è possibile. Anche che alla prima sconfitta, un 2-1 a Roma sotto i colpi del carneade Bartelt, Edmundo scoppi e mandi platealmente a quel paese il Trap, reo di averlo sostituito a 20′ dalla fine.

È una scena cult, che fa il pari con la sceneggiata di Chinaglia contro Valcareggi ai Mondiali del ’74. Trapattoni non reagisce e ingoia il rospo da buon democristiano perché pensa al peso specifico che quel giocatore ha in campo.

La Fiorentina veleggia al primo posto, la città è in fermento, un traguardo impronunciabile sembra vicino. In casa soprattutto, perché il Franchi è un catino inespugnabile; dopo 10 vittorie di fila arriva il Milan di Zaccheroni: una squadra compatta ma altalenante, almeno nella prima parte della stagione. Lo 0-0 sembra scolpito, Edmundo ci prova e prende in pieno una clamorosa traversa dal limite dell’area. Poi Batistuta è lanciato in campo aperto. Ma si accascia.

Il tonfo è sordo, pesante. Il fuoriclasse argentino urla di dolore, è la fine dei sogni di gloria. E l’apice delle scelte controverse di O’ Animal.

Perché, con la Fiorentina al primo posto e Batistuta out per almeno un mese e mezzo, Edmundo decide di far valere la folle clausola cecchigoriana che gli permette la presenza al Carnevale di Rio. In cima al carro sui suoi amati sambodromi. Edy, come sempre, non ci pensa. Non sente ragioni: s’imbarca su un volo internazionale per il Brasile, braccato al gate dai giornalisti di Pressing che gli chiedono spiegazioni, risponde scocciato con un surreale: “No. Non parlo. Vaffanculo!”.

Insomma, siamo alla farsa. L’immagine grottesca che arriva a Firenze è di pochi giorni dopo: sulla cima di un carro si scorge un uomo in costume che balla a ritmo di samba, tracannando caçhaza in un tripudio di ballerine in tanga e coriandoli in aria. I tifosi (e i suoi compagni) non glielo perdonano.

“Un giorno stavamo giocando la partitella di allenamento. Un ragazzo della Primavera, Stefani, gli entrò da dietro e fece fallo, Edmundo si girò e lo colpì con un cazzotto in pieno volto.” (F. Toldo)

C’è da dire che non è certo una novità e che Edmundo ha effettivamente fatto valere una clausola presente nel suo contratto, vidimata da Cecchi Gori in persona. Ma stavolta è il punto di non ritorno. Dopo i 14 giorni dei bagordi di Carnevale, Edy rientra ma la Fiorentina è ormai lontana dal treno per il primo posto. Ritorna in campo e fa vedere la sua classe ad intermittenza; non dà altri problemi, anche se il suo rapporto con Rui Costa e mezza squadra è da lunghi coltelli. I Viola chiudono così con un terzo posto che vale la Champions, Edmundo dice addio con 8 reti e 7 assist in 28 presenze.

Si accasa nuovamente al Vasco e scarica la rabbia di un addio ricco di polemiche in campo: 25 partite, 16 gol. Quando vuole, e se vuole, è sempre lui. È in questo periodo che partecipa col Vasco alla prima Fifa Club World Cup, che verrà ricordata esclusivamente per un suo gol.

Affronta il Manchester United di Ferguson e Stam, e nel bel mezzo di un incontro bloccato, ecco la meraviglia a 24 carati. Palla rasoterra al limite dell’area, O’ Animal va incontro, portandosi dietro Silvestre. E poi il genio.

Con un tocco di prima d’esterno destro circumnaviga il centrale francese, ormai sbilanciato, la palla sembra telecomandata e ritorna sui suoi piedi proprio mentre Stam e Bosnich cercano la chiusura disperata. Troppo tardi: un leggero tocco sotto a scavalcare il portiere aussie e la palla entra docile in porta. È una giocata impensabile, eseguita con una naturalezza da scuola di samba. L’esultanza è ancora una volta rabbiosa, sembra urlare al mondo: guardatemi, sono sempre io, e quando voglio non ce n’è per nessuno.

Soltanto il celebre gol di Bergkamp contro il Newcastle raggiunge questo livello di complessità e fantasia. Non rimane che strabuzzare gli occhi e infarcirsi di replay. Come dei tossici di pallone.

Edmundo è ormai una star internazionale proprio per questo connubio inestricabile di colpi ad effetto e fragorosi capitomboli dentro e fuori dal campo. L’episodio più eclatante avviene nel 2000: organizza una festa per il figlio, affitta un intero circo con tanto di giocolieri e clown e compra (letteralmente) uno scimpanzé. La festa procede spedita fra musica e alcolici e O’ Animal, totalmente compromesso dai fumi dell’alcol, decide di scommettere con un gruppo di presunti amici che riuscirà a far sbronzare lo scimpanzé.

Una scena che non sarebbe esistita nemmeno in Animal House. Edy dà una birra al primate, che pare apprezzare. Poi conclude quest’assurda goliardata come peggio non potrebbe: scarica l’animale fuori da casa, abbandonandolo. Un’atrocità. Le immagini fanno subito il giro del mondo e le associazioni animaliste si scagliano contro il brasiliano, il vero animal, ma Edmundo pare non esserne troppo scosso. Non fa ammenda, non si scusa e anzi sostiene di aver dato all’animale soltanto del guaranà. Grottesco.

La famosa foto di Edmundo con lo scimpanzé

In queste occasioni e in questi comportamenti mi ricorda il Joe Pesci di Casinò, quello che se decidi di affrontarlo in preda alla rabbia, ti conviene ucciderlo subito altrimenti continuerà a tornare finché non ti avrà ucciso lui, magari brandendo una penna. Un’escalation di follia senza limite.

Nel 2001 arriva un’altra chiamata dall’Italia. Questa volta è il Napoli, che rispetto alla Fiorentina lotta per non retrocedere. Edmundo ha ormai 30 anni e l’occasione sembra più un disperato tentativo del presidente Corbelli che un reale investimento per la salvezza. Ad ogni modo, sbarca a Napoli e alla sua presentazione al San Paolo accorrono in 20.000. Dopo l’iconico bagno di folla di Maradona rimane la presentazione con più pubblico, a testimonianza di un affetto calcistico mai sopito in Italia.

Ma se si escludono alcune splendide giocate isolate, la parentesi napoletana non sarà certo memorabile: 4 gol in 17 partite non evitano al Napoli la temuta retrocessione. Edmundo, all’ultima giornata, proprio contro la Fiorentina – nella quale sigla un gol inutile – si lascia andare in un pianto dirotto e sincero, con cui (ri)conquista il cuore dei tifosi azzurri e in parte quelli gigliati. Per una volta si mostra a tutti con le sue debolezze, con la sua instabilità emotiva spesso mascherata da un volto corrucciato.

Infine, il tramonto in Brasile. Non resta molto da raccontare, è un periodo crepuscolare dove cambia continuamente casacca a causa di continui screzi con compagni e società. È intrattabile, ingestibile, si è ulteriormente irrigidito; in campo dà sempre segnali di classe ma le pause sono ormai tendenti ad infinito e gli scatti d’ira sempre più incontrollabili. Tra gomitate, calci e proteste furiose verso gli arbitri, Edmundo conclude nel suo amore primigenio, il Vasco, una carriera per certi aspetti indefinibile.

Contestato, odiato, amato alla follia, offeso, rincorso, picchiato, elevato a idolo, Alves de Souza Neto racchiude in un destro fatato e in una mente instabile tutto l’arco dei sentimenti umani verso un calciatore.

Eppure, se ancora oggi vi capitasse di mettere piede nel tempio del calcio brasiliano – il Maracanà – tra le stelle delle leggende verdeoro che formano la Calçada da Fama, se aguzzerete un po’ la vista vedrete spuntare una stella con l’impronta di un piede animalesco. Quello di Edmundo, animale in fuga da se stesso. Finito in mezzo agli Dei del futebol.