Alcuni ragazzi hanno un talento innato: se ne inizia a parlare nei trafiletti dei giornali locali, finché qualche top club non decide di puntare su di loro. Solo il tempo dimostrerà se siamo davanti a un predestinato o all’ennesimo baby fenomeno che si è perso tra vizi, scelte sbagliate e infortuni.

Lo schema è semplice: da una parte Lionel Messi, dall’altra Freddy Adu. Ma c’è stato un giocatore capace di sfuggire a questa dicotomia: un ragazzo che a 21 anni aveva vinto tutto, e che a 25 aveva già imboccato un’interminabile parabola discendente.

Questa è la storia di Michael Owen, il ragazzo che doveva salvare l’Inghilterra, ma che fu solo un grandissimo attaccante.

Michael nasce nel dicembre del 1979 a Chester, una cittadina inglese a pochi chilometri dal Galles. Il padre Terry, discreto attaccante delle categorie minori, è rimasto particolarmente legato alla città dopo aver portato il Chester City in Third Division con i suoi gol. Mi piace pensare che nell’aprile del 1979, nove mesi prima della nascita di Michael, Terry sia stato a vedere la sua ex squadra, e che sia tornato a casa felice dopo aver visto esordire un promettente attaccante gallese, Ian Rush.

Terry Owen incoraggia in ogni modo i figli a praticare sport: passa interi pomeriggi a giocare a calcio con i più grandi, Terry Junior e Andrew, segue con passione le lezioni di netball di Lesley e non si perde una partita di hockey di Karen. Per Michael sceglie il pugilato e a 7 anni lo iscrive al Hawarden Boxing Club, ma ben presto cambia idea. Terry ha capito che Michael è il più adatto a seguire le sue orme, magari raggiungendo traguardi che lui aveva solo sognato.

Michael inizia a giocare nella categoria degli Under 11: le norme impongono che i bambini abbiano almeno otto anni per partecipare al campionato e, visto il suo fisico esile, la madre Jeanette è spesso costretta a firmare dichiarazioni che ne attestano l’età. Per tre stagioni, Michael gioca con i ragazzi di 11 anni della Deeside Area Primary School’s, e ogni anno il divario tecnico aumenta. Nel 1988 segna 92 gol nel campionato del Galles settentrionale: un primato notevole, tanto più che il record precedente apparteneva – guarda caso – a Ian Rush.

A dodici anni, secondo la normativa inglese, Michael diventa opzionabile per uno schoolboy contract: Owen può entrare a far parte delle giovanili di un club che ne curerà anche la carriera scolastica. Michael è tifoso dell’Everton, la squadra dove è cresciuto il padre e dove gioca il suo idolo, Gary Lineker: ma i Toffees non sembrano così interessati. Ben diverso è l’atteggiamento degli altri top club inglesi: tra le varie pretendenti, a spuntarla è il Liverpool: Steve Heighway, youth development officer dei Reds e uomo simbolo del Liverpool di Bob Paisley, scrive una lettera che convince la famiglia Owen.

Michael giocherà sulle rive del Mersey: nella città dove è nato suo padre, nella squadra dove gioca Ian Rush.

Michael Owen a 16 anni con la tuta del Liverpool

Michael Owen a 16 anni con la tuta del Liverpool

La disciplina per i baby calciatori inglesi è rigidissima: allenamenti e lezioni sono un binomio inscindibile, al quale non può sottrarsi neanche un talento dall’avvenire assicurato come Michael. Il piccolo Owen frequenta il collegio di Shropshire e in campo continua a stupire per le sue doti tecniche. Tra i 15 e i 16 anni segna 28 gol in 20 partite con le giovanili della Nazionale inglese: nelle giovanili del Liverpool infrange tutti i record fatti registrare pochi anni prima da Robbie Fowler, che intanto sta segnando valanghe di gol in prima squadra.

Nella stagione 1995/1996 Owen segna 11 gol in 5 partite e il Liverpool vince la sua prima FA Youth Cup: memorabile la finale, dove il West Ham di Rio Ferdinand e Frankie Lampard, imbattuto da 24 partite, viene sconfitto 2-1 proprio grazie a un suo gol. A dicembre Michael compie 17 anni ed è pronto a firmare il suo primo contratto da professionista. Come spiega Heighway:

Owen è pronto per qualsiasi cosa gli si pari davanti. Niente può spaventarlo.

Michael non è più solo il figlio di Terry: è il talento più cristallino di una new wave che l’Inghilterra sta aspettando da decenni. Assieme ai vari Fowler e Beckham, Owen può far dimenticare le delusioni che hanno ciclicamente colpito i Tre Lioni fino allo shock casalingo di Euro 96. Il 6 maggio 1997 Michael Owen debutta in Premier League segnando contro il Wimbledon: i Reds perdono 2-1 e consegnano il titolo nelle mani dello United di Cantona.

Anche se per il Liverpool è una giornata da dimenticare, i giornali inglesi fanno a gara nell’esaltare Owen, e c’è chi già lo definisce “il nuovo Robbie Fowler”. Saranno proprio gli infortuni dell’irriverente Spice Boy, nella stagione successiva, a consacrare Michael come centravanti titolare del Liverpool: l’ascesa di uno segna l’inizio del declino dell’altro. Fowler e Owen sono in perfetta antitesi: Fowler è istintivo, spontaneo, sregolato; Owen è lucido, inflessibile, puntuale.

Guardando Robbie, la working class vede i suoi sogni realizzati; The God è il ragazzo che dimostra solidarietà ai lavoratori dei Docks, è l’amico che ha realizzato il proprio sogno, è il talento venuto su dalla strada. In Michael il tifoso inglese non può rispecchiarsi allo stesso modo: al massimo, Owen può essere il figlio che si vorrebbe avere. Educato, bravo a scuola ma dannatamente freddo: comunque, finché continua a segnare, nessuno sembra farci troppo caso. Tanto più che il Mondiale francese è alle porte, e i sudditi di Sua Maestà sono convinti (come sempre, del resto) di poter finalmente tornare a casa con la Coppa.

Un giovanissimo Owen esulta dopo un gol

Un giovanissimo Owen esulta dopo un gol

Anche con la maglia dell’Inghilterra, Owen ha bruciato tutte le tappe: ha segnato al debutto con la Under 15, la Under 16 e la Under 18; nel febbraio 1998 è stato il più giovane esordiente e il più giovane marcatore in Nazionale maggiore. Numeri che, assieme al titolo di capocannoniere del campionato 1997/1998, ne legittimano a pieno titolo la convocazione per Francia ’98.

Nelle prime due partite Owen subentra nel secondo tempo a Teddy Sheringham, andando in gol nella sconfitta contro la Romania di Hagi e Petrescu: a furor di popolo il golden boy è promosso titolare nella terza partita, che l’Inghilterra vince 2-0 contro la Colombia. I Three Lions passano come secondi del girone e si trovano davanti l’Argentina: dodici anni dopo l’Azteca, la mano de Dios e le Malvinas.

È il 30 giugno 1998, e a Saint-Étienne va in scena il match che renderà Owen immortale, cristallizzato per l’eternità nei suoi 19 anni. Dopo 10’ di gioco i due uomini più attesi, Batistuta e Shearer, hanno già timbrato il cartellino. Al 16′ minuto Owen rincorre un rilancio della difesa inglese, brucia in velocità Chamot e Ayala e insacca alle spalle di Roa.

È la risposta inglese al gol del siglo: il golden boy che emula il Pibe de Oro, in un gioco che sarebbe perfettamente speculare senza il pareggio di Zanetti e la successiva lotteria dei rigori. L’Argentina passa ai quarti e gli inglesi tornano ancora una volta a casa a mani vuote. O quasi, perché la speranza è diventata certezza: Owen sarà il leader della Nazionale del Duemila, capace di riportare a casa la Coppa del Mondo e vendicarsi di quaranta anni di eliminazioni e beffe per mano argentina o tedesca. Owen sarà la loro nemesi, Owen salverà l’Inghilterra.

Definitely, maybe.

Dopo quella sera, Michael non sembra fermare la sua corsa: l’anno successivo segna altri 18 gol, mentre alle sue spalle si affermano Jamie Carragher e Steven Gerrard, altri prodotti del vivaio dei Reds. Nel 1999 la trionfale ascesa di Owen sembra incepparsi per un infortunio al tendine rotuleo: nessuno si preoccupa per lo stop, tanto più che appena rientrato Michael torna a segnare con una regolarità impressionante fino al disastroso Europeo in Belgio.

Piovono le critiche, ma un girone che vede eliminate Inghilterra e Germania in favore di Portogallo e Romania sembra un cortocircuito logico: anche stavolta, nessuno pare vedere nubi nel futuro da predestinato di Owen.

Il 2000/2001 è la stagione della sua consacrazione definitiva: agli ordini di Houllier, il Liverpool vince cinque coppe. I Reds alzano Coppa di Lega, FA Cup, Charity Shield, Coppa Uefa e Supercoppa Europea. Ancora oggi, la finale di FA Cup è ricordata come “la finale di Owen”: una doppietta negli ultimi 10’ ribalta il risultato e affonda l’Arsenal. Anche in Supercoppa Europea è Owen che segna il gol decisivo al Bayern Monaco vincitore della Champions.

Due settimane dopo, Michael guida gli inglesi contro la Germania per le qualificazioni al Mondiale del 2002: il risultato è uno storico 1-5, con tripletta di Owen, gol di Gerrard e Heskey. Cambiano le maglie, ma il risultato è lo stesso di pochi giorni prima: il Merseyside è sul tetto d’Europa grazie al suo enfant prodige.

A dicembre arriva la consacrazione individuale, un meritato Pallone d’Oro. Pelè arriva a dire: “Alla sua età non ho mai visto nessuno così. È meglio del primo Ronaldo“. Owen sorride felice, come il bambino che era fino a pochi anni prima: lo spettacolo deve ancora cominciare, lasciano intendere in molti. Nessuno può immaginare che quelle nubi lontane stanno per arrivare.

La meglio gioventù del Merseyside: Owen, Fowler, Carragher e Gerrard con la Coppa UEFA

Nei tre anni successivi Owen conferma le sue percentuali: l’impressione è che Liverpool sia una piazza fin troppo piccola per lui. Euro 2004 può essere l’occasione per consacrarsi anche con la maglia dell’Inghilterra, che si presenta con  un centrocampo stratosferico: Scholes, Beckham, Lampard, Gerrard. Accanto a Owen, Eriksson decide di schierare un diciottenne che ha stupito tutti con la maglia dell’Everton, Wayne Rooney.

Il ragazzino con la faccia da pugile stupisce tutti e segna quattro gol in tre partite, prima che il Portogallo elimini gli inglesi. I sudditi di Sua Maestà tornano a casa con un’altra delusione, e un’altra epifania: c’è un nuovo golden boy su cui riporre le speranze di riscatto. Michael ha solo 25 anni, ma gioca in Nazionale da una vita: è Rooney il volto nuovo. Più giovane, più affamato e senza quel portamento aristocratico che ha sempre avuto Owen.

Dopo l’Europeo arriva una chiamata alla quale Owen non può dire di no: il Real Madrid dei galacticos è pronto a sborsare per lui 17 milioni di sterline. Se a 12 anni Michael aveva scelto senza esitare il Liverpool, a 24 accetta con lo stesso entusiasmo la corte di Florentino Perez. La campagna di Inghilterra del Real Madrid si completa con l’acquisto di Jonathan Woodgate per 14 milioni di sterline: un’operazione che si rivelerà uno dei più clamorosi flop nella storia del calciomercato.

Michael Owen con la maglia del Real. Non vi sembra già drammaticamente invecchiato?

Anche nella Liga, nonostante i cambi di allenatore e il turn over, Owen continua a segnare con una certa regolarità: ma farlo coesistere con Zidane, Figo, Ronaldo, Raul e Beckham è un’operazione matematicamente impossibile. Come spesso accade nella storia del Real, esigenze di merchandising e pressioni degli sponsor hanno la meglio su qualsiasi disegno tattico, con terribili ripercussioni sul capitale tecnico a disposizione.

Vanderlei Luxemburgo, terzo allenatore stagionale dei blancos, fa capire a Owen che non è indispensabile per la stagione successiva (e non lo sarà neanche lui, esonerato alla 14esima giornata): già in primavera si inizia a parlare di un possibile ritorno di Owen in Inghilterra. A Istanbul, pochi mesi dopo, succede qualcosa di incredibile:  il Liverpool guidato da Rafael Benitez rimonta tre gol al Milan di Ancelotti e torna a vincere la Champion’s League dopo venti anni.

Wayne Rooney, nuovo golden boy della Nazionale. Steven Gerrard, capitano del Liverpool che trionfa in Champions. Forse, prima ancora dei guai fisici, sono questi due eventi a fermare la corsa di Michael: la necessità di consacrarsi prima di essere troppo vecchio, e il rimpianto di non averlo fatto nel Liverpool dove è cresciuto. Un doppio infortunio all’anima che distruggerebbe chiunque.

Nell’estate del 2005, il Real mette in vendita Owen: il Liverpool prova a riprenderselo per 12 milioni di sterline, ma il Newcastle ne offre 18 e i Reds decidono di non pareggiare l’offerta. Al St. Jame’s Park accorrono in 20mila alla presentazione del golden boy, che farà coppia con il leggendario Alan Shearer. Il 34enne, in procinto di ritirarsi, offre addirittura la sua maglia numero 9 a Michael in un passaggio del testimone tanto dichiarato quanto suggestivo.

Owen si ambienta subito e segna 7 gol in 10 partite. Il 27 dicembre torna ad Anfield, e la Kop lo accoglie come un’amante tradita: il coro “Dove eri a Istanbul?” si trasforma in “Avresti dovuto firmare per un grande club”. Il tutto sulle profetiche note di “What a waste”. Il 31 dicembre 2005, nel match contro il Tottenham, Owen si infortuna al  metatarso: rientra a marzo, ma non è al 100%. Poco importa: il mondiale tedesco è alle porte, e bisogna accelerare i tempi.

Alan Shearer e Michael Owen. con la maglia del Newcastle

Alan Shearer e Michael Owen.

Owen gioca due spezzoni di partita contro Paraguay e Trinidad & Tobago prima di partire titolare nell’ultimo match del girone, contro la Svezia. Al 4° di gioco, il ginocchio sinistro cede e Michael precipita a terra. È in quel lunghissimo momento che l’ascesa di Owen si interrompe: lesione al legamento crociato e stop dai 9 ai 12 mesi.

Mentre il Newcastle ottiene risarcimenti milionari dalla Football Association e dalla FIFA, per Owen inizia un calvario. Rientra in campo nel marzo 2007, con un nuovo legamento donato da un atleta scomparso prematuramente. Anche a causa di altri leggeri infortuni, bisogna aspettare il 29 agosto per vederlo tornare a segnare: dall’ultima rete sono passati 18 mesi, un’eternità. Ma i guai non sono finiti: a settembre ha un problema di ernia e a novembre uno stiramento alla coscia.

Chiude la stagione 2007/2008 con 13 gol, ma le aspettative sul suo rendimento sono oramai scarsissime: la tenuta fisica è un problema troppo evidente da nascondere. La stagione successiva Michael aggiunge altri infortuni alla sua lista: parotite e stiramento al polpaccio.

Le presenze e le reti di Owen sono poche, i punti del Newcastle pochissimi: a fine stagione i Magpies retrocedono e Owen, che non ha voluto rinnovare il contratto, si mette sul mercato. Lo fa con un’operazione di autopromozione desolante: il suo agente invia un accurato dossier ai club potenzialmente interessati, spiegando i vantaggi – in termini di risultati ma soprattutto di merchandising – di un suo tesseramento.

Prova a puntare su di lui il Manchester United, che gli affida la maglia numero 7 di Best e Cantona, appena lasciata libera da Cristiano Ronaldo. Owen si ferma all’Old Trafford per tre anni, alternando gol a brevi stop per infortunio: resta comunque un comprimario, incapace di un apporto costante e decisivo per le sorti della squadra.

Owen con la maglia dello Stoke City nel suo ultimo match

Nel 2012 Michael ha solo 32 anni, ma è come se fosse vecchissimo. Non è più un golden boy: troppo fragile per essere affidabile, troppo incostante per far innamorare il pubblico. Sembra arido, totalmente disinteressato alle sorti della squadra in cui gioca e preoccupato solo di promuovere la sua immagine, che però inizia a mostrare le rughe.

Sono passati 14 anni da Francia ‘98, e sul viso di Owen si vedono tutti: c’è tempo solo per un ultimo atto, allo Stoke City. Nella stagione 2012/2013 Michael gioca 8 partite e segna un solo gol, prima di annunciare il ritiro a fine stagione. Alla sua ultima partita, il 29 maggio 2013, i tifosi di Stoke e Southampton gli tributano un’indimenticabile standing ovation.

“There’s only one Michael Owen.”

Cantano per il talento incompiuto più vincente della storia, ben sapendo che quello che è stato è infinitamente meno di quello che sarebbe potuto essere. Guardano quelle ginocchia fragili, ma vedono un ragazzo di 18 anni che corre a Saint-Étienne e fulmina l’Argentina.

Perché quel gol è come il primo bacio: ha dentro la promessa di tutto ciò che può accadere dopo. E tanto basta per renderlo immortale.