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Alla fine di settembre del 1989, la Romania è ancora – per molti europei e occidentali – un paese oscuro e impenetrabile. Poco o nulla si sa di quel che accade dentro i confini del regime; poco o nulla lascia presagire quel che esploderà solo tre mesi dopo. Tutto ciò che le gole montuose dei Balcani e dei Carpazi lasciano gelosamente trapelare oltre l’Adriatico ha a che fare con il calcio.

C’è una squadra, per esempio, che nel maggio di quello stesso anno ha giocato la finale della Coppa dei Campioni prendendo quattro gol dal Milan di Arrigo Sacchi: è la Steaua Bucarest (la stella della capitale) ed è la formazione dell’esercito. La nazionale, poi, non è affatto da sottovalutare: a marzo, in una gara giocata a Sibiu nel primo pomeriggio perché l’impianto sportivo cittadino non è dotato di illuminazione, ha sconfitto 1-0 l’Italia di Azeglio Vicini in amichevole.

Nel settembre di quel tragico ’89, il dittatore Ceausescu è ancora saldamente al potere, universalmente riconosciuto come il Conducator: il calcio svolge un ruolo crescente di consenso e immagine internazionale, almeno per quanto riguarda i grandi club controllati dalle varie ramificazioni del regime.

Ma nelle categorie minori, la musica è diversa, il clima è quello mesto e arido del dopolavoro; quasi nessuno si accorge che il 28 di quel mese, in una gara di Coppa di Romania tra formazioni di terza divisione, a difendere i pali del Vagonul Arad c’è un portiere che para due rigori e contribuisce alla qualificazione della sua squadra.

A dicembre, sarà come tanti altri sulle barricate, fucile in spalla, nei concitati giorni di Timisoara, così come a Bucarest, mentre gli eventi precipitano e la folla fischia l’ultimo comizio del dittatore che verrà catturato e giustiziato insieme alla moglie il giorno di Natale.

Quel portiere si chiama Helmut Ducadam (o Duckadam, all’occidentale) e tre anni prima era stato acclamato come autentico eroe nazionale: il 7 maggio 1986, a Siviglia, si gioca la finale di Coppa dei Campioni e Ducadam, con la maglia della Steaua Bucarest, riesce nell’impresa di parare quattro rigori al Barcellona, portando per la prima volta una formazione dell’Europa dell’Est a vincere la massima competizione continentale.

La Steaua Bucarest 1985/86

Quattro rigori parati in una finale; mai successo prima e chissà quando riaccadrà. È una storia di trionfi e di misteri, quella di Ducadam, di gloria e polvere, di sibili e versioni ufficiali come tante testimonianze di quel mondo oltrecortina ormai agli sgoccioli. Nome chiaramente tedesco e cognome che richiama alla mente vecchie leggende di vampiri, Ducadam è un romeno atipico già nell’anagrafe. E poi quei capelli ricci e i baffi, così distanti dal look austero e spartano dell’«uomo nuovo» tanto caro al socialismo scientifico di Ceausescu.

“Ho sempre sognato di fare il portiere, anche da bambino, perché ero troppo pigro per correre.”

È nato a Semlac, un piccolo centro della Transilvania sul confine con l’Ungheria, che dista un’ora e mezza di macchina da Lugoj, la città che ha dato i natali a Béla Lugosi; sì, proprio lui, l’attore ungherese divenuto celebre negli anni ’30 per aver interpretato Dracula nell’omonimo film di Tod Browning.

Béla è una figura che cattura l’immaginario di intere generazioni e, alla fine degli anni ’70, una band inglese di Northampton gli dedicherà un brano considerato il capostipite del cosiddetto “rock gotico”: si chiamano Bauhaus e l’inequivocabile “Bela Lugosi’s dead” è il loro inconfondibile marchio di fabbrica. Nella magica notte che lo consegnerà alla storia, Ducadam tiene fede alle atmosfere cupe e sinistre della propria striscia natale di terra.

La sua, come quella di tutta la Steaua, è una guerra psicologica che punta a sfiancare l’avversario, frustrarne ogni ardore, paralizzarne l’anima. I romeni addormentano la partita, sedano sul nascere il furore blaugrana e arrivano là dove vogliono arrivare: in parità alla fine dei tempi supplementari. La sequenza dei calci di rigore ricorda proprio l’incedere lugubre ed estenuante di quel brano dei Bauhaus, con un ritmo lento e inesorabile interrotto solo da bruschi cambi di tono, inattesi e improvvisi come i balzi con cui il portiere venuto dalla Transilvania sigilla la propria porta.

Quella Steaua del 1986 è una squadra discreta, ben organizzata e accorta; la guida Emerich Jenei, un mezzo ungherese dall’aria gitana che sarà anche tecnico della nazionale a Italia ’90. Ci sono giocatori di grande livello come Bölöni, il bomber Piţurca, l’elegante difensore Belodedici, che nel ’91 vincerà nuovamente il massimo trofeo europeo, unico straniero di quella straordinaria Stella Rossa di Belgrado nella sua ultima dimostrazione di forza prima della disgregazione jugoslava; ma ci sono anche giovani interessanti come Balint e Lacatuš (che giocherà in Italia, senza troppa fortuna, con la Fiorentina).

Agevolata dai sorteggi, la Steaua va avanti silenziosa e un po’ a sorpresa: elimina i danesi del Vejle, la nobile decaduta Honved Budapest, poi soffre più del dovuto contro i finlandesi del Kuusysi Lahti e solo un gol del solito Piţurca evita il peggio nel gelo dei grandi laghi.

In semifinale c’è il temibile Anderlecht che ha appena fatto fuori rocambolescamente il Bayern Monaco; il Belgio sta vivendo il suo momento di massimo splendore calcistico (arriverà in semifinale ai mondiali messicani di quell’anno, miglior risultato di sempre) e i bianco-malva di Bruxelles sono ormai una solida realtà del calcio continentale, vivendo di rendita su un periodo d’oro che tra il 1976 e il 1983 li ha visti conquistare due Coppe delle Coppe e una Coppa Uefa.

Gioca un giovane di belle speranze, un certo Vincenzino Scifo, che decide con un gol la gara d’andata; ma nel ritorno di Bucarest, la squadra di Jenei interpreta una partita perfetta per agonismo, tecnica e attenzione, ribaltando il risultato e strappando il biglietto per Siviglia.

L’entusiasmo è alle stelle e Ceausescu, temendo un esodo di massa dalle conseguenze incontrollabili, chiude le frontiere; in Andalusia andranno solo un migliaio di romeni, perlopiù funzionari del regime, mentre lo stadio Sánchez-Pizjuán viene invaso da 60mila catalani. L’impeto del Barcellona di Terry Venables s’infrange contro la razionalità romena e l’incubo dei blaugrana si materializza dopo 120 minuti a reti inviolate.

In semifinale, gli spagnoli avevano acciuffato l’accesso alla finalissima proprio grazie ai rigori, dopo aver rischiato seriamente la capitolazione contro gli svedesi dell’IFK Göteborg. Ma questa è un’altra storia: la palla non vuole saperne di entrare e i primi quattro tiri dal dischetto fanno registrare altrettanti errori. Sbagliano Majearu e Bölöni per i romeni, mentre Ducadam intercetta le conclusioni di Alexanco e Pedraza. Poi Lacatuš viola finalmente le porte dello stadio andaluso; a questo punto, il gigante transilvanico inizia una partita tutta sua.

“Dopo il primo rigore, fu una battaglia psicologica. Ero quasi sicuro che Pedraza avrebbe tirato nello stesso lato di Alexanco, e così fu. Al terzo rigore, immaginai che Pichi Alonso avrebbe pensato che non mi sarei buttato ancora una volta sulla mia destra. Scommisi quindi che avrebbe tirato alla mia destra e così fece. Il quarto rigore fu il più difficile. Non ero sicuro se tuffarmi ancora a destra o andare a sinistra. Calcolai che Marcos avrebbe tirato alla mia sinistra e ancora una volta scelsi in maniera corretta.”

Concentrazione e sorriso beffardo, intuisce prima il tiro di Pichi Alonso e, dopo la rete di Balint, anche quello di Marcos Alonso, padre del quasi omonimo Marcos Alonso Mendoza, attuale esterno mancino della Fiorentina. Per i giornali romeni (e per la propaganda del regime), Ducadam è l’Eroul de la Sevilla, l’eroe di Siviglia.

Sono giorni convulsi in patria; una decina di giorni prima della finale, precisamente il 26 aprile, nella centrale nucleare di Chernobyl (nel nord della regione ucraina dell’Unione Sovietica) si è verificata l’esplosione del reattore numero 4 e una nube di materiale radioattivo si è sollevata nei cieli raggiungendo anche le nazioni vicine.

La situazione economica in Romania è disastrosa: elettricità e gas scarseggiano, tanto che i giocatori della Steaua non sono per niente preparati a giocare di notte e solamente qualche giorno prima della finale sarà loro concesso di cambiare il campo degli allenamenti per abituarsi alla luce dei riflettori, passando dal consueto Ghencea al più efficiente Stadio 23 Agosto.

Anche la politica del blocco sovietico sta cambiando; in URSS è da poco salito al potere Michail Gorbačev, che ha avviato una stagione di riforme note con il nome di Glasnost’ e Perestrojka. Ceausescu dissente e chiude ancora di più la Romania in un delirio autarchico e opprimente. Ecco allora che ad attendere i campioni d’Europa all’aeroporto di Bucarest ci sono decine di migliaia di tifosi, desiderosi di dimenticare gli affanni della quotidianità. Ducadam è il più acclamato; tutti lo vogliono vedere, toccare, abbracciare.

Duckadam al ritorno a Bucarest

La sua popolarità è alla stelle, ma con la stessa rapidità svanisce rapita dall’oblio; un mese dopo il trionfo di Siviglia, di quel portiere coi baffi dal sorriso contagioso non si sa più nulla. Ricompare a dicembre al seguito della spedizione della Steaua Bucarest a Tokyo per la finale di Coppa Intercontinentale (persa contro il River Plate), ma senza scendere in campo; nemmeno convocato, invece, nel febbraio dell’anno successivo per la sfida di Supercoppa Europea contro la Dinamo Kiev a Montecarlo, che sarà decisa a favore dei romeni grazie a un gol di un giovane centrocampista mancino prelevato in prestito dallo Sportul Studenţesc, di nome Gheorghe Hagi.

Che fine ha fatto Helmut Ducadam? Le versioni e le leggende, in questi casi, si mescolano e si sovrappongono in un mistero fitto e nebuloso; si dirà di un coinvolgimento dei servizi segreti e di Nicu, uno dei figli di Ceausescu, che avrebbe ingaggiato membri della polizia politica per spezzare a bastonate quelle mani osannate poche settimane prima.

Si parlerà di una ritorsione del regime per l’eccesso di popolarità che aveva travolto il mite Ducadam, omaggiato – sempre secondo voci mai confermate – di una macchina di grossa cilindrata nientemeno che da Re Juan Carlos in persona, entusiasta (come tutti i tifosi del Real Madrid che si rispettino) di quel portiere dall’aria scapigliata capace di soffiare la Coppa ai rivali storici del Barcellona.

Solamente alcuni anni più tardi, sarà lo stesso Ducadam a smentire quella ricostruzione dei fatti, raccontando di essere stato colpito da una violenta e improvvisa trombosi alle mani mentre si trovava nella casa dei genitori ad Arad e di aver evitato il peggio solo per essersi fatto operare dalla miglior équipe medica della capitale, proprio grazie alla notorietà conquistata e al denaro ottenuto come premio per quell’incredibile vittoria.

Nessuno conoscerà mai la verità, orpello sempre troppo scomodo nelle vecchie storie di regime; c’è chi insinua, ancora oggi, che la versione fornita dallo stesso Ducadam non sia altro che un modo per proteggere la famiglia da nuove e infinite vendette. Di certo, in quest’epopea malinconica di tardo Novecento, c’è solo lo sguardo disinvolto di un gigante buono che studia ingegneria e salta da un palo all’altro in cerca di palloni da bloccare.

E di magico, in questa storia, c’è – una volta tanto – il finale; dopo essersi arruolato nella polizia di frontiera di un villaggio al confine con l’Ungheria, e dopo una parentesi negli Stati Uniti, nell’agosto 2010 Ducadam è stato nominato presidente onorario della “sua” Steaua.

Immortale, come l’ambiguo eroe nazionale che popola ancora oggi gli incubi atavici della Transilvania.