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Credevo che col passare del tempo ci avrei fatto l’abitudine, che il graduale cambiamento alla fine non mi avrebbe fatto accorgere della differenza con quel “prima” in cui sono cresciuta. Non potevo sapere che non sarebbe andata a così, e non potevo nemmeno immaginare che lo spettro del paradosso in cui annega il calcio italiano si sarebbe imposto davanti a me all’improvviso come un mostro che spaventa i bambini: bu!

Cominciamo dall’inizio: Torino, 8 settembre, si gioca un’amichevole di beneficenza tra le vecchie glorie della Juventus e del Boca Jr. I biglietti per le curve sono a 10 euro, praticamente un regalo per i feticisti che possono vedere Martin Palermo, Caniggia, Guly, Cascini e Pato Abbondanzieri ricalpestare il manto verde. Un nutrito gruppo di hinchas del Boca, argentini e “tanos” arrivati da diverse città del nord Italia, si ritrova dalla mattina davanti all’hotel dove alloggia la squadra per farsi autografare maglie, pezze e scattare qualche foto con le leggende azul y oro.

Poco dopo mezzogiorno giunge la notizia che los jefes de LA 12, i leader della Doce Rafa Di Zeo e Mauro Martìn, sono in città, arrivati da Buenos Aires per assistere anche loro al match che si terrà in serata allo Stadium. Gli animi sono in subbuglio, non ci si può credere per diversi motivi; il primo dettato dalla logica: perché un viaggio del genere per una partita non ufficiale, per giunta nemmeno con la prima squadra? Il secondo, per chi conosce il peso che i due “padrini” della barra brava hanno per i tifosi de Boca, tocca il tasto del sentimento.

Attorno alle figure di Rafa e Mauro si mescola ammirazione e idolatria, rispetto e devozione, un’adorazione pagana figlia delle dinamiche che circondano e hanno caratterizzato la storia recente del club. Quando la crisi economica argentina mandò al collasso l’intera nazione, anche le squadre della Primera Division ne subirono le conseguenze. Il Boca non poteva più permettersi di trattenere i giocatori più forti e iniziò a liberarsene facilmente, attirati dalle generose offerte dei club europei.

Martìn e Di Zeo alla Bombonera

Attuata questa politica, il risultato (tanto familiare anche alle nostrane piccole società calcistiche) è che ai tifosi quasi manca il tempo per affezionarsi ai giocatori, e quella devozione viene incanalata nei capi della curva: nel bene e nel male, loro saranno sempre lì in prima linea a cantare. Non nego che questo fascino non abbia fatto presa anche su di me; sarà che arrivando dalla curva di una squadra provinciale conosco bene la mossa societaria atta a sbarazzarsi dei pezzi migliori non appena i loro cartellini abbiano acquisito un sostanziale valore.

Inoltre, gli stessi giocatori sono propensi a partire per piazze più rinomate non solo per gli alti ingaggi, ma per seguire un progetto che certi club non vogliono o non possono prendere in considerazione. Dopo tante delusioni, è da qui che nasce la scelta della mia curva di abolire i cori a favore dei giocatori, d’altronde ne passano tanti e la maglia la può indossare chiunque, ma i colori no, quelli sono sempre nostri.

Tornando alla cronaca, dicevo, Rafa e Mauro sono in città per le vie centro, un amico conferma di averli visti. Neanche il tempo di pensarci su, si parte. Ad un certo punto li vediamo spuntare da una via perpendicolare a cento metri da noi, per scomparire di nuovo non appena attraversata la strada. Con una breve ma folle corsa riusciamo a raggiungerli nel posto più impensato, dove non avrei mai immaginato di poter incontrare e conoscere Los Jefes.

I portici di via Roma sono quasi l’antitesi de “las calles del barrio de Boca”, quanto di più differente possa esserci, e loro erano lì tra le vetrine tirate a lucido e il pavimento di liscio granito della Città Regia che fa del decoro il suo biglietto da visita. Vedendo una mandria di cinque persone che gli va incontro urlando, si mettono entrambi spalle al muro (deformazione professionale o riflesso incondizionato, dipende dai punti di vista). Ci siamo. Siamo con loro, parliamo con loro, ci abbracciamo con loro, un evento così eccezionale da far pensare: ok, adesso può anche finire il mondo.

Sì, è proprio straordinario, non tanto perché ci troviamo nella stessa città, ma in quanto sarebbe impossibile “a casa loro” avvicinarci per scambiare due parole se si pensa che generalmente girano con la scorta, e allo stadio ci sono almeno cinque o sei file che fungono da “filtraggio”.

Ovviamente, quando prendiamo in considerazione la loro realtà calcistica e paracalcistica, dobbiamo considerare che non stiamo parlando di scaramucce tra fazioni opposte, ma di vere e proprie guerre, anche interne, per il controllo della Curva, il che equivale a valanghe di pesos, una grossa fetta di potere e tanta gente che vorrebbe farti fuori. Insomma, ci diamo appuntamento per il pomeriggio all’hotel per capire se loro riescono a far entrare allo stadio gli immancabili bombos, i tamburi, che abbiamo portato per la coreografia.

Per coerenza andiamo a mangiare al ristorante argentino, poi di nuovo davanti all’hotel dove continuano ad arrivare “xeneizes” da ogni dove. Ecco Rafa e Mauro, ci dicono che loro non prendono il pullman con la squadra ma vanno in taxi allo Stadium, per cui per los bombos è meglio chiedere direttamente lì. Intanto qualcun altro li riconosce; si fanno foto, autografi e dediche come fossero delle star. Ci diamo appuntamento fuori dallo stadio, e tra me e me pensavo a quanto sarebbe stato strano per loro attraversare l’iter di controlli per l’ingresso allo Stadium.

Lo intuì nel momento in cui chiesero: “Sabes quien gestiona el acarpamiento?” Certo, i parcheggi li gestisce la GTT, ma contestualizzata la domanda risposi che in realtà non li gestisce nessuno, e in fin dei conti non ho nemmeno mentito. Effettivamente anche per me era la prima volta che mettevo piede allo Stadium, e devo dire, col senno di poi, che fino a quel momento non mi sono persa granché.

Una volta arrivati iniziamo subito a chiedere per i tamburi, d’altronde è un’amichevole fra giocatori in pensione, nello stadio più videosorvegliato d’Italia, stracolmo di Digos e servizio d’ordine, a capienza estremamente ridotta a causa della poca popolarità dell’evento per lo più in un giorno lavorativo. Nulla da fare, i tamburi non entrano, gli striscioni sì. E mi rendo conto che quello sarà solo l’inizio di una serie di divieti.

Tutti sappiamo cosa si intende per calcio moderno, sia perché abbiamo vissuto almeno una piccola parte di ciò che ancora non lo era, o almeno non del tutto, sia perché ormai il cambiamento è sotto i nostri occhi: dallo spezzatino ordinato dalle pay-tv alla tessera del tifoso, dalle trasferte vietate al politicamente corretto; e poi i prezzi dei biglietti, con l’eliminazione sistematica del settore popolare, le politiche sulla vendita di alcolici, le discutibili logiche con cui un oggetto comune può divenire uno strumento di offesa; gli stipendi esorbitanti, gli interessi politico-finanziari, i calciatori che scioperano, i fondi d’investimento, e ce ne sarebbero così tante che lo spazio qui non basterebbe.

Fin qui siamo tutti d’accordo, eppure è dentro lo Stadium che ho fatto le peggiori scoperte, così che mi si è palesato davanti agli occhi un futuro alquanto raccapricciante. La realtà è che si tratta di un grosso centro commerciale dove una volta a settimana si giocano anche delle partite di calcio; ristoranti tex-mex, Sushi bar, tavole calde, Euronics, baby parking, una postazione per truccarsi il viso di bianco e nero, e steward. Steward dappertutto. Una volta passato il primo varco ti salutano ogni dieci metri, manco fossero quei pinguini degli hotel extra-lusso.

Superati i tornelli, alla perquisizione mi chiedono se ho addosso accendini. Dico di no, sapendo di mentire, e una volta dentro ancora fuori dagli spalti vedo qualcuno che si accende una sigaretta. Mi chiedo subito come mai, se non è permesso portare accendini, si possa comunque fumare in quella zona dello stadio, o meglio: se vi è una zona in cui è permesso fumare, come dovrei accendermi la sigaretta se gli accendini non possono entrare? Il dubbio mi rimane per un po’, anche perché una volta stanziato il gruppo nella parte bassa della curva nord vedo che qualcuno fuma negli spalti senza che gli steward dicano nulla.

A parte l’assurdità del divieto di fumare in un luogo quasi totalmente all’aperto, un anello gigante di ferro e cemento che di per sé limita il pericolo di incendio, ciò che più mi colpisce è la mancanza di cartelli ad indicare la condotta da seguire, quasi una trappola perfetta per qualunque tabagista.

Sorvolando, presa posizione ci accingiamo ad appendere gli striscioni e le pezze nel plexiglass della zona inferiore. Lo steward subito ci intima di togliere tutto perché non è permesso. Va bene, oramai gli striscioni hanno bisogno di autorizzazione per le competizioni normali, ma in una partita di beneficenza dove questa regola è sospesa perché li fai passare se poi non posso metterli? È un po’ come la questione dell’accendino, eppure alla fine ci fanno la concessione di tenerli. Ma non finisce qui.

Finalmente entrano le squadre; nel maxischermo appaiono le parole dell’inno della juve che viene sparato a tutto volume trasformando lo stadio in un enorme karaoke di gruppo. Noi siamo lì, appoggiati alle transenne per cantare e salutare le leggende del Boca. Il solito steward ci dice che non possiamo poggiarci e che non possiamo nemmeno stare in piedi. Tutti seduti quindi, sono le regole dello Stadium. In quel breve lasso di tempo che passeremo seduti prima di fottercene dell’ennesimo divieto, penso seriamente a come si faccia ogni domenica ad assistere a una partita in questo modo.

Allo stesso tempo, da una parte era triste constatare che eravamo l’unico gruppo che metteva un po’ di colore in quello stadio finto e grigio. A parte noi nessuno cantava, si muoveva, saltava, gironzolava così come è normale che sia nei gradoni di uno stadio. Tutti fermi, seduti, zitti e composti; dopo le belle azioni si sentiva il classico “ooohhh!” seguito dagli applausi e, lo ammetto, in uno di questi momenti ho controllato che nel maxischermo non vi fosse scritto di farlo. Perché era davvero qualcosa di surreale, uno spettacolo da prima serata televisiva: il Bagaglino del calcio.

I bambini ci guardavano stupiti: si avvicinavano coi genitori attirati dai coriandoli, i palloncini e i cori, e chissà se avessero visto pure le torce e i fumogeni che la mia infanzia ha avuto la fortuna di conoscere. Volevo dirlo, ma non sapevo a chi: così lo state rovinando il calcio, lo state annientando e siete ben felici di farlo. Non credevo si potesse arrivare a questo punto in Italia. Se costruire uno stadio “secondo i nuovi criteri” significa questo, sono ben contenta di tenermi quell’accozzaglia di tubi innocenti racchiusi nel rudere del vecchio stadio.

Proprio così, da oggi incomincio a pensare che preferisco stare sotto la pioggia sulle impalcature ghiacciate, con bagni chimici e borghettaro vecchia maniera. Preferisco stare in piedi, fumare fino al filtro in attesa del fischio finale, il tabellone anni ’90 non funzionante dal ’94, che tanto i replay me li guardo a casa. Ora non ditemi che la curva sud dello Stadium è il settore degli ultras, perché un ultras non ci metterebbe piede là dentro. E soprattutto non venitemi a dire che è un bellissimo stadio perché può essere di tutto, ma non di certo uno stadio.

Chissà Rafa e Mauro cosa avranno pensato seduti sugli spalti di quel gigantesco parco giochi. Certo che non si possono paragonare le due realtà, almeno non più, e sappiamo benissimo che quei due non sono certo degli stinchi di santo, anzi; ma almeno, in quella grande abbuffata che è oggi il calcio, dappertutto, loro fanno sì di far mangiare anche gli aficionados, i tifosi. Il calcio in Argentina è una questione di stato, ma non un affare dello Stato.

Ai club è data molto più autonomia, ad esempio i tifosi con la tessera socio posseggono la loro quota societaria nonché diritto di voto; solo la società – e non lo Stato – può imporre Daspo ai tifosi, e soprattutto lo Stato, seppure per il proprio tornaconto elettorale, fa la guerra alla pay-tv per la trasmissione delle partite in chiaro. Con questo voglio dire che per quanto il marcio investa ovunque il mondo del calcio, preferisco schierarmi col “Fùtbol para todos” che con la politica che punta a rendere esclusivo un mondo che è sempre appartenuto al popolo.

Quello che ho visto ieri non chiamatelo stadio, non chiamatelo nemmeno calcio, perché di quest’ultimo è rimasto solo un pallone e quattro pali. Con l’amaro in bocca, credo che oggi in Italia sia quasi anacronistico parlare di movimento ultras perché non esiste più la condizione e lo spazio per esserlo. E mi viene da pensare a quei duemila irpini partiti domenica da Avellino per il derby di Salerno.

Forse fino a un anno fa nemmeno avrei dato considerazione a “duemila tesserati di merda”, eppure oggi devo ammettere e dare ragione a un articolo che lessi qualche anno fa e che consigliava di stare attenti alle storie che ci raccontiamo: tessera o meno, non raccontiamoci che non siamo tesserati perché lo siamo anche col biglietto nominativo.

A questo punto le strade sono solo due: rimanere duri e puri senza cedere alla repressione, col rischio di una veloce estinzione, o cercare di adattarsi ad un ambiente che cambia rapidamente senza perdere le caratteristiche che contraddistinguono la specie. Un anno fa avrei scelto senza remore, mentre oggi non so davvero più cosa rispondere perché ho l’impressione che nulla potrà resistere all’onda modernizzatrice.

L’unica cosa che ieri aveva a che fare col calcio eravamo noi, Rafa e Mauro a intonare cori su quegli spalti senza identità. Il loro calcio è solo marketing, il nostro almeno “es un sentimiento”.

A cura di Carolina Cugusi