Ivan Ergic è un ragazzo fuori dagli schemi. O meglio, è un’eccezione filosofica applicata a un mondo che ha fatto di showbusiness milionario, machismo dilagante e sperequazione diffusa la sua cifra stilistica.

Il mondo del “calcio moderno”, con i giri d’affari gonfiati, il culto estremo della personalità, una marcata tendenza alla spettacolarizzazione e alla mercificazione del prodotto-calcio è quanto di più agli antipodi potesse appartenere ad un introverso centrocampista serbo classe 1981: Ivan Ergic, l’ultimo marxista.

“Nel calcio essere omosessuale o avere problemi psichiatrici è la stessa cosa. Sono entrambi dei tabù. Tutto ciò che non rientra nel modello imperante del calciatore professionista è considerato sconveniente. Se sei depresso, come me, ti danno del gay o dell’uomo debole.”

Un bambino di 11 anni si rifugia dalle raffiche di mitra e dai colpi di mortaio che scoppiano in lontananza. Un incipit comune, se come Ivan capita di nascere agli albori degli anni ’80 in quel lembo di terra un tempo chiamato Jugoslavia. È il peso della Storia, il vento gelido che sferza i Balcani e chiude un’epoca di (faticosa) unità e centralismo serbo. Ed è la prima grande scossa nella vita di Ivan Ergic: ragazzino ancora imberbe alle prese con le devastazioni di una guerra efferatissima.

Siamo dalle parti di Sebenico, cittadina medievale sulle coste della Dalmazia, e il rimbombo di un conflitto che si preannuncia ingestibile e sanguinoso arriva chiaro fino alle orecchie della famiglia Ergic. In poco tempo viene presa una decisione drammatica, di quelle senza ritorno: una fuga lontano da tutto, agli antipodi. In Australia. Ivan, il padre, la madre e il fratello sono costretti ad emigrare verso una terra infinita e solitaria, l’Australia occidentale, la città di Perth: avamposto dimenticato agli estremi del mondo.

Sono dei profughi di guerra. È la prima esperienza brutale che solca la coscienza di un ragazzino cresciuto in fretta. Per necessità, più che per opportunità. Nel nuovissimo mondo comincia a prendere forma la parabola dell’Ergic calciatore, dai primi calci sugli infiniti parchi del down under alle approssimative scuole calcio di un paese estraneo – nel migliore dei casi – al fascino del gioco più popolare al mondo. Fatto sta che quel ragazzino schivo e un po’ solitario ha talento. E la cosa è fin da subito evidente, soprattutto in una scena di puro entertainment quale è quella australiana degli anni ’90.

Il nome inizia a circolare, le prestazioni sono clamorosamente sopra la media e lo spessore calcistico di Ivan non merita quel palcoscenico a dir poco limitato. Ergic è un centrocampista che sa fare tutto, un giocatore per certi aspetti totale: ha spiccate doti offensive e le statistiche lo confermano fin da subito, ma non solo, riesce a mantenere una presenza costante nello sviluppo del gioco e ha una fisicità straripante. Insomma, è uno di quei calciatori universali che dominano il centrocampo coprendo un ampio raggio d’azione: un box to box, così lo catechizzerebbero i sudditi di Her Majesty.

Ma il tuttocampista che fa la spola tra distese di eucalipti, quokka che scorrazzano per le strade e partite dal tasso tecnico da dopolavoro ferroviario, dimostra una personalità oltremodo sfaccettata. È un lottatore, un finalizzatore e un leader silenzioso in campo; mentre fuori dai 90 minuti e dagli allenamenti flirta con l’ideale socialista di stampo marxista: legge, si accultura, scrive, dibatte e analizza in maniera critica ogni sfumatura di quel mondo che lo sta formando come un professionista dalla carriera luminosa.

Perché nel frattempo è arrivata una chiamata di un certo rilievo, di quelle che non si possono rifiutare. È il 2000 e dopo una sola annata al Perth Glory, davanti ad Ivan e famiglia viene recapitato un fax da Torino, sponda Juventus. La Vecchia Signora, dominatrice nel campionato più difficile del mondo, si è interessata a quel ragazzo serbo scappato dalle atrocità. Ha 20 anni, un solo campionato alle spalle e un mondo di professionisti milionari e superstar pronti ad accoglierlo. Impossibile rifiutare certe avance.

Arriva a Torino, rimette piede per la prima volta in Europa dopo quasi un decennio, ma viene subito girato in prestito al Basilea. Il ragazzo è giovane, si deve fare, pensano a Corso Galileo Ferraris. E invece.

In Svizzera diventa immediatamente un faro, una pedina imprescindibile per l’ambizioso club elvetico. Vincerà 4 campionati e 4 coppe di Svizzera da protagonista, infilando 36 gol in 200 presenze. Numeri da golden boy trattandosi di un centrocampista centrale. Eppure l’avventura al St. Jakob-Park non è certo il tipico cammino da predestinato del pallone. Anzi.

Per quattro anni Ergic si afferma come un calciatore in crescita, gioca con continuità, ha carisma, segna e fa sentire la sua presenza anche in campo internazionale. Infatti il Basilea non ha avuto dubbi: dopo 9 mesi lo ha riscattato dalla Juventus, scucendo 1,5 milioni di euro. Poi il cammino in ascesa subisce un brusco stop. È il giugno del 2004 e Ivan decide di farsi ricoverare in una clinica psichiatrica. Aveva avvertito i primi sintomi pensando che si trattasse di mononucleosi, invece è una malattia molto più subdola e complicata: soffre di depressione.

I quattro mesi passati sotto le cure della clinica universitaria di Basilea sono un calvario a livello psicologico, il punto di non ritorno per quel centrocampista possente dal destro secco. Ma il problema non sono le cure, né le medicine o l’assenza forzata dal campo, il vero demone si chiama emarginazione.

È un meccanismo infido e quasi automatico che scatta intorno al centrocampista serbo. Un tabù per il mondo del pallone, qualcosa di scomodo, di cui non parlare; omettendo, fingendo che tutto proceda secondo i canoni stabiliti e che una patologia come quella di Ergic sia una sorta di errore di sistema.

Ma, come detto, Ivan non è uno qualunque. Rientra e soffre: nel 2006 il Basilea gli offre la fascia da capitano, ma rinuncia volontariamente a quel gesto all’apparenza accondiscendente. È l’anno dei Mondiali in Germania dove Ergic partecipa con la sua nazionale, la Serbia. Ma sarà l’ultima apparizione con la maglia rossa perché il Nostro rifugge ogni legame con l’ambiente ultra-nazionalista che permea la selezione balcanica: è la nemesi del suo modo di pensare, di vivere, in definitiva della sua stessa natura.

“Lasciai la Nazionale per molti motivi e il disprezzo per i forti sentimenti nazionalistici è stato uno di questi. La Nazionale di calcio diventa una delle istituzioni che riproduce il nazionalismo e il collettivismo irrazionale, a un passo dalla xenofobia, dall’omofobia, dal razzismo.”

Insomma, il profugo di guerra che ha lasciato i Balcani per motivi legati ad un nazionalismo fuori controllo, torna giusto in tempo per dire addio alla sua nazionale ancora legata a doppio filo ad atteggiamenti militaristici e rigurgiti di un patriottismo vetero-fascista. Il 2006 rappresenta la seconda cesura per Ivan: abbandona definitivamente la Serbia e inizia un flirt fuori dal terreno di gioco che lo porta ad interagire con ambienti legati al giornalismo e alla scrittura. È un letterato neo-marxista dall’allure cosmopolita.

Può farlo perché ha preso un’altra decisione scomoda, quasi irreale: ha rinunciato ad avere un agente. In un mondo di prebende, trasferimenti schizofrenici – spesso cosparsi da opacità – Ergic fa una scelta coraggiosa. Ha sviluppato un pensiero del tutto personale e delle convinzioni che paiono non poter combaciare col mondo intorno, quello della Champions, dei Mondiali e del mercato fuori controllo. È un corto circuito fra ambiente, modello di riferimento e protagonista che si muove al suo interno.

Il Nostro comincia così una carriera parallela come colonnista su Politika, il giornale più antico e prestigioso dei Balcani. È il 2008: il sabato scende in campo al St. Jakob-Park, il lunedì mette a nudo le contraddizioni e le storture di quel business milionario che corre dietro ad un pallone. Scrive stilettate dirette, rielaborate con un pensiero personale vicino alla Scuola di Francoforte secondo una teoria critica della società cara a Marx, Engels e Hegel.

Uno così è scomodo. Infatti nel 2009 il Basilea decide di fare a meno di Ivan, mettendolo ai margini del progetto tecnico. Represso, calpestato, odiato, deriso, frustrato, declassato, avrebbe apostrofato un cantautore calabrese dalla voce graffiante e dai testi ancora attuali.

La sua battaglia sulla de-ideologizzazione e sull’ipercompetitività del mondo del calcio – perfetto specchio del modello capitalista dominante – lo emargina ulteriormente. Ha 28 anni, sarebbe nel pieno della carriera ma in Europa si alza un silenzio assordante attorno a quel nome. Non lo vuole nessuno. È un emarginato del gioco: un calciatore non può avere un pensiero articolato, un calciatore deve pensare soltanto alla prestazione. Figurarsi uno che cita Adorno e Marcuse e che mina le fondamenta stesse del concetto di sogno del calciatore. Un po’ come Paolo Sollier a Perugia durante gli anni di piombo italiani.

È un pericolo. È il Gian Maria Volontè del calcio. Ma – a differenza del Lulù de La Classe Operaia va in Paradiso – stavolta non si tratta di fabbriche, intossicazioni da scarti di lavorazione e pagamenti a cottimo, bensì di una revisione critica delle fondamenta stesse di un intero modello di vita.

Ergic è isolato, ma non solo: il Bursaspor decide di acquistarlo e Ivan accetta con entusiasmo l’avventura sul Bosforo. Una realtà limitrofa, più povera ma ricca di passione. A Bursa, Ivan diventa ben presto un leader e riesce a regalare al club uno storico trionfo nel campionato turco.

È più libero, e soprattutto non soffre le pressioni che in Europa avevano rischiato di annientarlo. Riesce addirittura a ritagliarsi un ruolo da protagonista nei gironi di Champions del 2010/2011, portando quella maglia bianco-verde fino alle soglie del tempio del calcio: l’Old Trafford. Proprio contro quella società che oramai è sinonimo di calcio globalizzato e fatturato a dodici zeri.

Il piccolo Bursaspor sfodera una prestazione orgogliosa e attenta, guidata dalla sostanza di Ergic. Perdono 1-0, ma è come se avessero vinto.

Finisce la stagione e decide di ritirarsi dal calcio. Ivan ha da poco compiuto 30 anni, ma ha già dato troppo a quel mondo irregimentato ed ultra-competitivo. Insomma, ha bisogno di altro. Dà sfogo alla sua visione critica della società continuando a scrivere, collaborando con diverse riviste e quotidiani.

E parlando di calcio, per parlare di tutt’altro. Negli ultimi anni si è distinto come un intellettuale prestato al gioco più popolare al mondo, attirando intorno a sé curiosità e una nicchia di pubblico che condivide le sue riflessioni mai banali.

Hanno trasformato i calciatori in protagonisti di una fiction. Ciò che accade sul campo conta sempre meno: si parla delle loro vite private, si insiste fino all’esasperazione sulla loro immagine, sul loro aspetto. Seguendo una logica hollywoodiana, separano i giocatori dalla realtà, mettendoli in mostra su cartelloni, in televisione, sui siti, sulle riviste e sui videogiochi. Alla fine, non c’è alcuna differenza fra un calciatore e un personaggio della Disney. Il giocatore è un prodotto, il tifoso un consumatore passivo.”

Uomo di sinistra, marxista dichiarato, intellettuale prestato al pallone, complesso e psicologicamente vulnerabile. Ivan Ergic è diventato sé anche grazie al calcio. E adesso, senza pressioni, pare aver cambiato strada. Ma forse non troppo.