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Steven McManaman, per tutti Steve, nacque in un sobborgo di Liverpool nel 1972, proprio nei cupi giorni in cui il suo paese assisteva ai sanguinosi attacchi dinamitardi dell’IRA in seguito allo scioccante Bloody Sunday nella città di Derry. A quel tempo, nessuno ovviamente immaginava che quel bebè dal volto angelico sarebbe diventato il primo britannico a vincere la Champions con un club straniero.

Che è anche uno dei tanti piccoli record accumulati in una carriera per certi versi stratosferica, e per altri quasi deludente. Come questi due estremi possano convivere, è difficile da spiegare. D’altronde stiamo parlando di un uomo che ha sempre diviso, di un personaggio che è l’epitome del “tutto e il contrario di tutto”. È la storia del figlio del Merseyside: la storia di Steve McManaman. Il primo servo di sua Maestà la Regina a vincere per due volte la Champions League con una squadra non britannica.

(credits: Clive Brunskill /Allsport)

Come accennato, Steven crebbe nell’Inghilterra del Governo Thatcher. La famiglia d’estrazione piuttosto umile, col padre che portava a casa il pane facendo il bookmaker, accusò particolarmente il pugno di ferro attuato dalla Iron Lady verso le middle-lower class, ma permise a Steven di crescere in un contesto tutto sommato dignitoso ed ovattato.

Visto che il budget famigliare non permetteva voli pindarici, i McManaman si dedicarono allo sport, costruendosi la fama di eclettici sportivi di livello: tutti alti, tutti senza un filo di grasso, i McManaman eccellevano infatti in calcio, rugby, atletica ed in generale in qualsiasi sport richiedesse capacità aerobiche, muscoli e cuore.

Il biondissimo Steve, in particolare, mise da subito in mostra delle evidenti qualità calcistiche. Tifosissimo dell’Everton sin da piccolo, rimase amareggiato quando il padre gli fece rinunciare ad un contratto annuale offertogli proprio dai Toffees, a seguito d’un torneo scolastico che l’aveva visto protagonista, in favore di uno schoolboy contract (il contratto standard che viene offerto a chi entra nelle Academy dei club) offertogli dai rivali cittadini del Liverpool e della durata di due anni.

Al contratto, che prevedeva l’obbligo d’ottenere sufficienti voti scolastici per poter scendere in campo, furono più volte trovate scappatoie legali o semplici giustificazioni, vista la scarsa attidudine di Steve a lavorare col gulliver: era indubbiamente un uomo d’azione.

“Avessi avuto pure la testa, altro che David (Beckham) e Luis (Figo). Solo Steve”.

Questo perché in primo luogo Steve – iperattivo e con un palese deficit dell’attenzione – non era in grado di reggere i ritmi scolastici. Ed in secondo luogo perché – a soli 16 anni – era già chiarissimo a tutti quale sarebbe stato il futuro del figlio del Merseyside: football player. E che giocatore, sarebbe diventato.

Atleta naturale, con un talento innato pure per la corsa campestre (un campione durante gli anni delle superiori), Steve s’impose subito alle attenzioni del coaching staff della prima squadra. Che convinse la dirigenza a blindare quel talentino – che faceva faville con le riserve – coprendolo d’oro già nel 1990. A quel tempo l’allenatore era la leggenda Kenny Dalglish: “non riuscivo a parlargli guardandolo negli occhi: troppa emozione”, ammetterà qualche anno dopo McManaman.

Timidezza a parte, Steve mise subito in mostra a coach Dalglish quelle che erano le sue doti: un dribbling secco e preciso, devastante se abbinato ad una corsa e una progressione notevoli. Kenny ne rimase così colpito che lo fece esordire in campionato nel 1990, neanche 18enne. Ciononostante, al taciturno coach qualcosa non andava giù: la propensione alla vita notturna unita ad una altresì evidente e ineluttabile passione verso il gentil sesso, già allora era difficile da camuffare.

Fu questo scarsa professionalità extra-campo che fece sì che l’esordio dal primo minuto avvenisse solamente 8 mesi dopo la prima apparizione: fu il neo-tecnico Souness, infatti, a schierarlo per la prima volta nell’undici titolare in un match casalingo nell’agosto del 1991. Complice l’infortunio del suo mentore Barnes, quella stagione per Steve fu trionfale: arrivarono 51 partite da titolare, la doppia cifra di reti e soprattutto la vittoria del premio del Man of the Match nella finale (vinta) di FA Cup.

“Diventerà più grande di me.” (Ian Rush, Agosto 1992)

A Liverpool scoppiò subito la Steve-mania: da anni i tifosi aspettavano un campionissimo figlio della città. Ed era giunto lui, quel biondo ragazzino allampanato tutto capelli e gambe, corsa e polmoni. E per giunta era uno di loro: portava indelebile ed idealmente tatuato in fronte il marchio di Scousers. Sarebbe diventato, assieme all’altro ragazzino terribile Robbie Fowler, l’emblema della Liverpool operaia. L’orgoglio rosso di una città, ancor prima che di una squadra, che faticava a rialzarsi. A testa bassa e a gamba tesa, Steve entrò di prepotenza nel cuore rosso della Kop: impossibile non amarlo.

Purtroppo, l’intero andamento della carriera di McManaman fu all’insegna di clamorosi alti ma anche di ingiusticabili bassi. Per sua stessa ammissione, gli elementi in grado di spingerlo erano la voglia di emergere e – in certe situazioni – di competere o voler dimostrare qualcosa. Sicuramente, non la passione: quella c’è stata per le donne, le macchine, le feste e perfino sulle scommesse sulle corse dei cani, non certo per il gioco del pallone.

Indicato assieme a Ryan Giggs quale talento più netto e cristallino della nuova generazione calcistica inglese, Steve sarebbe lentamente collassato sotto una progressiva pressione che probabilmente non è stato in grado di gestire.

Nonostante i poco invidiabili record accumulati nei primi anni di carriera, tra cui il più significativo è senza dubbio quello di giocatore più sostituito della Premier, Steve rimaneva letteralmente imprendibile in certi match (il livello della Premier, a dire il vero, non era altissimo) ed amatissimo dai propri tifosi. Che gli perdonano tutto; anche la sinistra tendenza a scomparire nell’ultima mezz’ora di gioco o di rientrare in difesa più lentamente dell’avanzamento dei lavori della Metro C di Roma.

Défaillance mentali a parte, Steve viene candidato al premio Giocatore dell’anno per tre anni di fila e diviene il quarto giocatore più pagato della Premier, quando nel 1994 firma un contratto quinquennale da 2 milioni di sterline a stagione.

Quella stagione lo consegnò alla storia per due episodi: il primo lo vide protagonista in una memorabile diatriba, chiusa a suon di schiaffi, col portiere Bruce Grobbelaar in un derby cittadino. Il secondo – decisamente più edificante – quando segnò una doppietta in finale di FA Cup contro il Bolton. Per i tifosi dei Reds, quella resterà per sempre la “McManaman Final”.

Tra grandi prestazioni e partite meno appariscenti, quel ventitreenne era in cima al mondo: non veniva più apprezzato solo per i suoi dribbling ad effetto o per la bellezza estetica del suo gioco, ma anche per un naturale eclettismo tattico: poteva giocare indifferentemente ala destra e sinistra, ma non era fuori luogo neanche da interno di centrocampo.

Non certo per la leadership: McManaman preferiva far parlare il suo gioco, per utilizzare un eufemismo. Low-leadership a parte, era nata una stella: assieme a Zola e Cantona, era il giocatore di Premier in grado di accendere maggiormente i tifosi d’ogni squadra. Oramai non era più Steve, ma lo Spice Boy.

Ma proprio allora cominciò quella che potremmo chiamare fase discendente: McManaman sfornò nel biennio 1995-1997 un’incredibile quantità di assist (la prima stagione la chiuse col record di 25 assistenze), ma vide sempre meno la porta. Alla poca lucidità sotto porta, s’accompagnarono vari servizi dei tabloid inglesi che dipingevano ed immortalavano McManaman all’uscita dai locali più in voga di Liverpool.

Spesso “assistito” da un’ingente quantità di groupies e dal fedele compagno Robbie Fowler. Gli eccessi notturni, il lifestyle senza controllo e la firma per grandi brand quali Armani e Hugo Boss gli valsero il sopracitato soprannome di Spice Boy. In un periodo storico in cui la chart musicale inglese vedeva dominare le Spice Girls con il loro pop adolescenziale.

Anche se più interessanti rimangono i soprannomi che si era guadagnato tra i tifosi: da “the alcoholic angel” – che riuniva la passione di Steve per la birra e quella faccia da fotomodello – a “The crazy horse”, rendevano particolarmente bene l’idea di vita fuori dal rettangolo verde che conduceva il biondo del Liverpool. Tra le molte critiche, tuttavia, ci furono anche diverse partite memorabili; come quella contro il Celtic in Coppa UEFA, con McManaman che segnò il gol vittoria dopo una sgroppata a suon di dribbling lunga 79 yard(!).

Nel 1997 la dirigenza Reds era ormai stanca: Steve continuava a rifiutare il rinnovo, mentre la sentenza Bosman aveva agevolato i trasferimenti all’estero mettendo ulteriore pressione. Fu così che fu decisa la cessione dello Spice Boy al Barcellona prima e alla Juventus poi. Ma, se nel primo caso furono i Blaugrana a tirarsi indietro preferendogli Rivaldo, nel secondo fu lo stesso giocatore a rifiutare il trasferimento: “Ho ancora due anni e a Liverpool mi trovo bene: perché andar via?”.

Contro il volere di allenatore, di diversi compagni di squadra e dirigenza, Steve andò a scadenza nel 1999 dopo un paio di stagioni non al suo livello. Fu probabilmente il Mondiale del 1998 che lo convinse ad abbandonare dopo 27 anni il Merseyside: Steve giocò pochissimo e male, e fu pubblicamente criticato dai veterani Seaman e Ince per “scarsa attitudine”. Tornato in patria, dichiarò a mezzo stampa che quella sarebbe stata la sua ultima stagione in Inghilterra.

Furono molte le squadre, nel 1999, che contattarono l’agente di Macca per prendere informazioni. A spuntarla fu il Real Madrid, che offrì al giocatore 60.000£ a settimana. La sua fama di uomo frivolo e mercenario fu accentuata da una mega-causa intentatagli dalla Umbro: Steve aveva infatti pensato bene di scendere in campo con scarpe griffate Reebok, nella speranza che la Umbro chiedesse la rescissione del contratto (in modo da firmare a cifre più alte); la causa durò due anni, con McManaman che alternava di domenica in domenica scarpe Umbro col logo oscurato con l’Uniposca a scarpe del nuovo fornitore.

Fu così che si appiccicò ulteriormente addosso l’etichetta di giocatore senza valori, più attaccato ai soldi che ai colori sociali delle sue squadre. E pensare che s’era appena inimicato i suoi nuovi tifosi blancos rifiutandosi di posare per le foto con la nuova maglia “in rispetto dei tifosi del Liverpool”. Come in tante situazioni, la verità stava esattamente nel mezzo: Macca era effettivamente legatissimo alla squadra della sua vita, ma perfettamente consapevole che il ferro andava battuto finché caldo. Una lotta interiore mai realmente risolta.

Dopo un’ultima stagione inglese passata da bersaglio degli insulti dei boo-boys del Liverpool, tra panchine e cali di forma, lutti (la madre Irene) e sfrenata vita notturna, Steve volò a Madrid pieno di voglia di rivalsa e buone intenzioni. Ma il tecnico Vicente del Bosque gli concesse poco spazio, soprattutto nella seconda stagione, dato anche l’arrivo di Luis Figo. Con i merengues McManaman vinse due campionati spagnoli (nel 2001 e 2003), e soprattutto due Champions League, senza però mai convincere fino in fondo.

Il punto più alto lo toccò nella finale di Champions League del 2000 contro il Valencia, quando realizzò il secondo dei tre gol del Real Madrid. Il bellissimo gol diede l’impressione che il vero McManaman stesse tornando.

Tutti, infatti, avevano nella memoria quel funambolo che ad Euro ’96 era stato votato nella formazione ideale del torneo. E invece, complici la concorrenza interna e i sempre più numerosi infortuni, Macca non tornò più lui. Finita la stagione 2002/2003, nonostante le pressioni sulla dirigenza affinché venisse confermato sotto la spinta del neo-tecnico Queiroz, si trovò svincolato.

“Paradossalmente, quando ho messo la testa a posto nessuno mi ha più dato l’occasione di giocare a certi livelli”.

Troppe le bravate di cui s’era reso celebre: come quando sfasciò, sullo stile di Di Caprio in The Wolf of Wall Street, un’intera cabina di un aereo durante Euro ’96 assieme a Gascoigne e Sheringham; o come quando assieme a Fowler diede fuoco alle nuove scarpe del giovane Southgate. Neanche il periodo spagnolo, che tutto sommato filò liscio tanto che è ancora uomo immagine dei Blancos, servì a risollevare la reputazione di un giocatore che in Inghilterra era marchiato come “pigro” e poco attaccato a valori sacri come le maglie di club e Nazionale.

Nel 2003 sposò la storica fidanzata, firmò per il Manchester City e si candidò per un posto nella rosa dell’Inghilterra in vista di Euro 2004. Neanche considerato dal CT Eriksson, che gli preferì Ledley King nonostante una buona stagione, si ritirò intristito ed ingrigito dopo un’ultima annata. Attualmente si divide tra lavoro di opinionista Tv, quello di uomo immagine per UEFA e Real Madrid, e gestore di una società di scommesse, proprio col solito sospetto e amico di bravate Robbie Fowler.

È la storia a metà di Steve McManaman. Che vinse tutto ma che non è considerato un vincente. Che ha fatto tanto ma “avrebbe potuto fare di più”. Che a 18 anni era più forte che a 28. Che è stato un traditore ma che ancora piange l’aver tradito. Che era un ex giocatore già a 29 anni, da titolare nel Real Madrid. Che ha più assist che gol in carriera.

Che è amato dagli spagnoli ma ripudiato dai connazionali. Che correva come Forrest Gump nonostante dormisse meno del vicino di casa che soffre d’insonnia. E che almeno se l’è goduta, alla faccia di invidiosi e moralisti da due soldi.

“L’unico modo per resistere ad una tentazione, è cedervi”. (Oscar Wilde).