«Difficilmente potrò segnare quanto in Uruguay, ma vi farò volare. In onore del Pisa chiamerò mia figlia Vittoria.» (J. Caraballo)

Estate 1982. L’Italia si (ri)scopre un paese unito, spinto dal volano calcistico di una Nazionale che diverrà leggenda: quella di Bearzot e dei vari Scirea, Cabrini, Pablito Rossi, Antognoni, Tardelli e Conti. È l’estate mundiàl, un mese e mezzo vissuto danzando sull’orlo di un baratro fra polemiche, ingombranti silenzi stampa e clamorose vittorie al limite del metafisico, fino all’esplosione di gioia finale, immortalata a futura memoria dall’iconica esultanza del Presidente Sandro Pertini sulla balaustra del Santiago Bernabeu con quell’orgoglioso “non ci prendono più”.

È, insomma, un periodo di cambiamenti e transizione: una nuova stagione sembra metaforicamente aprirsi con il terzo titolo mondiale tinto di azzurro. Davanti corrono spediti gli anni ’80 del disimpegno e dell’edonismo reaganiano, modellati secondo uno stilema adattato alle esigenze italiane da un imprenditore milanese che iniziava ad accumulare potere mediatico e denaro proprio in quel periodo; mentre nello specchietto rimangono gli spettri e la cupezza degli Anni di Piombo, la coda della Lotta Armata, del rapimento Moro e dello stragismo, meglio noto con l’inquietante quanto significativa locuzione di Strategia della tensione.

E come spesso accade in Italia, il calcio non è esente da questo contesto schizofrenico. Anzi. Appena rimosso il bubbone del calcio-scommesse, si è aperta una nuova fase: da un anno nel Belpaese sono tornati gli stranieri. Inizialmente, soltanto uno per squadra. Nell’estate del mondiale si passa a due. I presidenti si lanciano così in acquisti faraonici, in cerca del nome esotico che scateni le pulsioni e gli entusiasmi del tifoso. Magari riuscendo a far compiere l’agognato “salto di qualità” alla propria squadra.

La Serie A è altresì in una fase di passaggio. È in equilibrio sul filo di un conservatorismo tipico degli anni ’70 pallonari, ma allo stesso tempo rivolta alle innovazioni che da quasi un decennio si erano consolidate in Europa grazie al lavoro della scuola olandese da una parte e della crescente fama di un ex-colonnello dell’Armata Rossa che stava mietendo successi internazionali dall’altro lato della Cortina. È il tipico scenario in cui chi ha buon fiuto, occhio lungo e propensione al rischio può portare a casa il risultato clamoroso. Un po’ come l’Italia stessa aveva appena dimostrato a tutto il mondo.

A Pisa c’è un presidente che risponde a tutte queste caratteristiche. È Romeo Anconetani, patron dei nero-azzurri da quattro anni, uomo dei miracoli che pare aver trovato un’alchimia magica sotto la Torre Pendente: dalla serie C alla A, con biglietto di sola andata. Anconetani è un unicum nel panorama nostrano, è l’unico presidente senza un’attività d’impresa alle spalle. La sua biografia potrebbe essere un inno al secolo breve italiano: da militare in fanteria durante la seconda guerra mondiale a giornalista pubblicista e dirigente sportivo nei primi anni ’50, fino alla consacrazione nel periodo del boom.

Attraversa con scaltrezza ed abilità tutte le fasi post-conflitto, riuscendo sempre ad anticipare la mossa successiva. È intuitivo, ha fiuto per gli affari e una certa visionarietà nelle idee: è il primo ad introdurre la prevendita ai botteghini, il primo ad istituire i treni speciali per i tifosi in trasferta. Insomma, al netto di una presenza folkloristica e chiassosa, Romeo è uomo di calcio a tutto tondo e i suoi miracoli all’italiana non fanno rimpiangere quelli messi in scena da Ettore Scola nell’affresco di un’era con C’eravamo tanto Amati.

Anconetani sarà pure il padre-padrone e l’artefice del miracolo di provincia, quello che scende in campo con 1 kilo di sale grosso da spargere, ma nell’estate del 1982 non può seguire in prima persona tutto il calciomercato del Pisa, affidandosi così al figlio Adolfo. L’unico obiettivo è quello di partire per il Sud America e portare a casa un giovane talento dall’Argentina o dall’Uruguay. Nella sfrenata corsa al talento di turno preso a costo di saldo, il Presidentissimo è in concorrenza con altri pionieri del calciomercato negli anni del rampantismo.

Sibilia, ad Avellino, si è assicurato il carioca Juary, divenuto il simbolo post-terremoto dei Lupi in Serie A; a Pistoia l’anno precedente è andata un po’ peggio: dal Brasile sbarca Luis Silvio Danuello, colui che ispirerà l’epopea filmica di Aristoteles nella Longobarda di Canà, diventando forse il bidone più clamoroso della storia. Non avendo fondi ingenti da investire sul mercato, in questo scenario fatto di viaggi intercontinentali, figure sibilline, pseudo-agenti e soffiate segrete, assicurarsi il talento sconosciuto è un po’ come puntare sul rosso alla roulette. Una volta su due può andar male. Malissimo.

Jorge Caraballo con la maglia del Pisa

Così, sulla scia della finale appena vinta dai ragazzi di Bearzot, Adolfo s’imbarca per Montevideo pronto per mettere a segno il colpaccio per la salvezza. Quello che farà vendere migliaia di abbonamenti in più. Al Pisa infatti è stato segnalato un numero 10 di appena 23 anni con grande fantasia e tecnica, ha un solo difetto: è un po’ lento. Si dice che addirittura Schiaffino abbia fatto il nome di quel regista avanzato dal passo danubiano. Non sapremo mai se quel numero 10 fosse in realtà Jorge Caraballo.

Perché il colpo esotico per il ritorno in A dopo 13 anni è lui: Jorge Caraballo del Danubio. Un fisico importante e un destro morbido, capacità di fare assist come di chiudere l’azione e segnare. Insomma, è il calciatore ideale da mettere a disposizione di un mister scafato come Luis Vinicio. E invece.

“Caraballo è il Caravaggio del pallone: usa i piedi come il pittore usava il pennello.” (Adolfo Anconetani)

È un colpo di fulmine, un blitz in piena regola. Il figlio del Presidentissimo assiste ad una sua partita dal vivo, ed è colpito da quel numero 10 del Danubio, tanto che riesce a chiudere la trattativa con gli uruguagi nel giro di una manciata di ore per rientrare a Pisa col giocatore al suo fianco. 16 luglio 1982, al Galileo Galilei atterra un boeing da Montevideo, fuori dall’aeroporto una folla di tifosi nero-azzurri attende il campione sconosciuto dal fascino esotico. In un’epoca in cui le informazioni arrivavano da fondi di giornali locali e i video dei calciatori esistevano soltanto su VHS “postume”, l’arrivo di uno straniero – in Serie A – equivaleva all’apparizione di un messìa.

E Caraballo, avvolto da una patina di mistero e speranza, non fa eccezione. È un bagno di entusiasmo e felicità. Il buon Jorge però non si mostra certo timido e – sorpreso da tanto affetto – si fa prendere un po’ la mano con le dichiarazioni:

“A chi mi ispiro? Sono il nuovo Schiaffino.”

Potrebbe finire qui. Se non fosse che il “nuovo Schiaffino” si dimostra da subito inadatto al calcio italiano. È un calciatore oltremodo lento, insicuro e con una tendenza a vivere male lo spogliatoio e il clima professionale del calcio nostrano. Luis Vinicio, uomo di calcio dalla grande esperienza, si accorge quasi subito dei problemi che Caraballo si porta dietro. È taciturno, solitario e irascibile.

E soprattutto in campo non dimostra nulla: il vuoto pneumatico calcistico. Non azzecca i tempi delle giocate, non ha spunti, si nasconde dal gioco e non mette in mostra nessuna qualità tecnica. Ectoplasmatico è forse l’aggettivo adatto.

“Caraballo, Caraballo, gioca bene nell’intervallo!”
(Coro dei tifosi del Pisa)

In questo contesto, Caraballo ricorda La Cosa di John Carpenter, che proprio in quei giorni faceva apparizione nelle sale cinematografiche: una creatura senza forma e identità che semina terrore, angoscia e distruzione. È come il protagonista di un horror simbolo della New Hollywood. Suo malgrado.

Mette così a referto 7 presenze, con 0 gol e nessuna giocata da ricordare. Anzi, un siparietto che lo consegna definitivamente alla leggenda c’è. Si gioca Pisa-Bologna in Coppa Italia, mancano pochi minuti alla fine e il risultato è congelato sullo 0-0. Poi, la svolta: rigore per il Pisa.

La battuta dovrebbe toccare all’altro straniero in campo – la forte ala danese Berggreen, vero colpo da novanta di Romeo Anconetani – ma il Nostro, in un sussulto di orgoglio e rabbia, strappa il pallone dalle mani del baffuto scandinavo e si dirige sul dischetto. Sicuro di sé, col fuoco negli occhi. Lo stesso Vinicio fa segno dalla panchina di lasciare la battuta a Caraballo. Jorge parte e lo stadio esplode in una risata. Leggenda vuole che la palla finisca in curva Sud, in realtà quel rigore è una carezza rasoterra, centralissima, bloccata dal portiere senza alcuna fatica. È l’episodio che lo eleva al rango di leggenda.

È ormai primavera e il Pisa veleggia intorno al decimo posto in classifica, inanellando una serie di risultati che ha del clamoroso. Sarà la migliore stagione nella storia della società nero-azzurra. E Caraballo, ovviamente, è un monumento della panchina. Solitario, sbeffeggiato e inviso a buona parte della squadra. Si racconta addirittura di un accesissimo alterco con tanto di urla e rissa sfiorata con un paio di compagni di squadra, rei di avergli tirato una palla di neve addosso.

Insomma, il nuovo Schiaffino è sull’orlo di una crisi di nervi e nessuno pare intenzionato a rilanciarlo. È durante la primavera del 1983 che la storia di Caraballo s’arricchisce di una svolta da noir à-la Raymond Chandler. È lunedì mattina, lo aspettano al campo di allenamento ma il Nostro non si presenta. Lo chiamano a casa, ma il telefono squilla a vuoto. Così, è lo stesso Adolfo Anconetani a decidere per il blitz a casa di Jorge. Dirigente e accompagnatore si presentano a casa Caraballo, aprono la porta con delle chiavi di riserva e davanti a loro la scena è a metà fra il grottesco e l’inquietante.

La casa è vuota, l’armadio aperto e svuotato, alcuni oggetti sono a terra. Sembra un rapimento o più semplicemente una fuga repentina. Ma, a dir la verità, quell’appartamento nel centro di Pisa non è disabitato; nel terrazzo infatti viene trovata una gigantesca gabbia, al suo interno si muovono e strepitano piccioni, polli e conigli. Tutti insieme appassionatamente.

Da quel momento si perdono definitivamente le tracce del Caravaggio uruguagio, scomparso nel nulla nottetempo. Come logica vuole, è tornato in patria per concludere una carriera modestissima che lo vede passare direttamente dalla Serie A italiana al Machala, club di seconda divisione ecuadoregna. Da qui la sua storia, se mai avesse avuto un fil rouge ben definito, si perde definitivamente in sparizioni, avvistamenti e leggende metropolitane; tra cui una delle più accreditate vuole il Nostro impegnato a sbarcare il lunario come camionista sulle strade dell’Uruguay.

Ma a questa folkloristica storia di errori, inadeguatezza e misteri manca il finale. E che finale. Caraballo, infatti, da leggenda metropolitana sublima direttamente in modo di dire. È così che per apostrofare una persona inaffidabile, ancora oggi, dalle parti di Pisa, esiste un detto che con la tipica ironia toscana recita: “È come Caraballo: meglio perdillo che trovallo”. Beh, almeno adesso sappiamo il perché.