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Rovente è Madrid il pomeriggio del 7 luglio 2014; all’ospedale Gregorio Marañón, la migliore équipe medica del reparto di cardiologia ha diramato un comunicato con cui accerta il decesso di un uomo di 88 anni, colpito da attacco cardiaco tre giorni prima. Quel signore, che si è sentito male mentre passeggiava insieme ad alcuni amici nei pressi dello stadio Santiago Bernabeu dopo aver festeggiato il compleanno, si chiamava Alfredo Di Stefano e intorno agli anni ’50 e ’60 era stato un’autentica leggenda del calcio mondiale.

La notizia fa rapidamente il giro del mondo, rimbalza dalle agenzie ai telegiornali e ai portali d’informazione; in quei giorni, l’attenzione degli sportivi (e non solo) è tutta rivolta ai Campionati del Mondo che si stanno giocando in Brasile e alla semifinale in programma il giorno successivo, che vedrà i padroni di casa umiliati e travolti dalla Germania.

Tra le innumerevoli reazioni di cordoglio che si susseguono, ce n’è una che sembra uscire dai binari delle dichiarazioni preconfezionate, per stagliarsi a un livello di affettività diverso, quello dell’intimità sincera che separa la circostanza dall’eccezionalità e che cela con discrezione un rapporto speciale custodito gelosamente nel tempo.

“Ha avuto una vita fantastica e sono orgoglioso di essere stato associato a lui nel mio piccolo”.

A pronunciare quelle parole, all’interno di un’intervista ampia, non banale e dal forte impatto emotivo, è Sir Alex Ferguson, da poco ritiratosi a vita privata dopo aver guidato per ventisette anni consecutivi il Manchester United. Cosa potrà mai legare l’algido scozzese Ferguson all’oriundo stravagante capace di indossare addirittura le maglie di tre nazionali diverse (Argentina, Spagna e Colombia)?

Alfredo Di Stefano con la maglia del Real Madrid

Come spesso accade quando si parla di calcio, la risposta va cercata nel passato, in quel complesso e intricato sistema di incroci che segna indelebilmente i destini degli uomini del pallone. Tocca allora riavvolgere il nastro del tempo e risalire la corrente degli eventi fino al maggio del 1960; a Glasgow si gioca la finale di Coppa dei Campioni tra il Real Madrid e i tedeschi dell’Eintracht Francoforte. Hampden Park strabocca di 135mila spettatori; fino a una decina d’anni prima era senza ombra di smentita lo stadio più capiente del mondo, poi i brasiliani si misero in testa nel biennio ’49-’50 di costruire il Maracanã.

Dal 1903 è lo stadio della nazionale e del Queen’s Park F.C., la più antica squadra del calcio scozzese, l’unica ad avere ancora oggi una struttura orgogliosamente amatoriale che non le impedisce di fare la spola tra la terza e la quarta divisione. In quella primavera del ‘60, un giovane Alex Ferguson si divide tra il lavoro come barista in un pub e il ruolo di attaccante del Queen’s Park, di cui è la figura più rappresentativa tanto da essere trasferito di lì a poco al più ambizioso St. Johnstone; la sera del 18 maggio ha la fortuna di sedere nel settore riservato alle giovanili della squadra abitualmente di casa ad Hampden Park assistendo, da una posizione privilegiata, alla finale con il maggior numero di reti nella storia delle competizioni europee.

Il Real Madrid supera 7-3 l’Eintracht, compagine tutt’altro che rinunciataria, capace in semifinale di rifilare ben dodici reti complessive ai Rangers Glasgow, la squadra del cuore di Ferguson, crollata a un passo dalla possibilità di giocarsi l’atto conclusivo della coppa davanti al proprio pubblico. I tedeschi sono solidi, compatti, risoluti; ma il Real Madrid di quella sera sembra giocare un altro sport, mai visto né praticato prima.

Quattro gol li segna l’incantevole ungherese Puskas e gli altri tre portano la firma della Saeta Rubia, Alfredo Di Stefano. Ferguson dovrà lasciare lo stadio prima della cerimonia di premiazione perché la mattina dopo lo aspettano le serrande del pub, ma avrà fatto comunque appena in tempo ad innamorarsi perdutamente di quell’argentino un po’ europeo dall’incedere svelto e gagliardo.

Passano ventitre anni e quel suo mito di gioventù è di nuovo lì a portata di mano, a bordo del campo di fianco a lui; l’11 maggio 1983, sotto la pioggia di Göteborg, si gioca la finale di Coppa delle Coppe tra gli scozzesi dell’Aberdeen e il Real Madrid. Sulla panchina dei primi siede Alex Ferguson, su quella degli spagnoli Alfredo Di Stefano.

“Fu un onore per me incontrarlo. L’unica cosa che feci fu acquistare una bottiglia di whisky scozzese e portargliela la sera prima della finale quando a entrambe le squadre fu data l’opportunità di allenarsi sul campo per la rifinitura. Noi entrammo per secondi, loro per primi. Quando uscì e vennero verso il tunnel, dissi: ‘Mr. Di Stefano, prenda questo regalo’. Rimase spiazzato. Non capì cosa volessi dire, ma scattò una certa armonia.”

La Scozia sta vivendo l’ennesima fase inquieta e tormentata della sua lunga storia in seno al Regno Unito; oltre alle mai del tutto sopite velleità autonomiste, c’è da far fronte all’offensiva thatcheriana di smantellamento dei bacini industriali delle regioni settentrionali del regno. Il partito conservatore della Thatcher sta lavorando alla riconferma che arriverà nel mese di giugno di quello stesso anno; la Scozia laburista ribolle di tensioni e proprio nel collegio di Aberdeen verrà eletto per la prima volta un giovane parlamentare di nome Tony Blair.

Veduta di Aberdeen dal centro città

Lo scontro finale tra la Thatcher e i minatori dello Yorkshire e del Nottinghamshire (il cosiddetto “nemico interno”) deve ancora venire, ma intanto il governo si è portato avanti facendo le prove generali ancora più a nord, in Scozia appunto, dove sono stati chiusi i pozzi minerari di Polmaise e di Kinneil. Per la sonnacchiosa Aberdeen, la situazione è diversa; i problemi maggiori consistono nel governare il passaggio dalla tradizione estrattiva che l’ha resa celebre come Città di Granito, per via dei minerali che brillano nel sole delle Highlands, all’industria petrolifera dopo la scoperta di giacimenti che hanno rivitalizzato economicamente tutta l’area.

La città vanta anche una discreta tradizione musicale e culturale. Su tutti, si sta facendo largo una giovane cantante dalla voce raffinata, Annie Lennox, che insieme al chitarrista David Stewart ha appena lasciato la sua vecchia band per fondarne una nuova: gli Eurythmics, che nell’estate di quel 1983 faranno ballare i club e le discoteche di mezza Europa con Sweet Dreams (Are Made of This).

Di cosa sono fatti i dolci sogni? Se lo sta chiedendo Alex Ferguson mentre stringe la mano al suo idolo, uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, varcando insieme a lui il tunnel che immette nel gelo di Göteborg. E forse, in cuor suo, ha già la risposta: batterlo, semplicemente batterlo senza rimestare troppo sui mille significati che la possibile vittoria nasconde.

Ma tutto riaffiora in quella sera e anche l’uomo di calcio pragmatico e distaccato che il mondo imparerà a conoscere rischia di sbandare nella selva di incroci, memorie, immagini che lo affligge: la notte di Hampden Park, quell’amore a prima vista, ma anche le radici operaie, l’orgoglio laburista e indipendentista da scagliare in faccia alla squadra monarchica per eccellenza.

Fergie e il suo vice ad Aberdeen, Archie Knox

Già, perché Ferguson è nato a Govan, periferia occidentale di Glasgow, tra i cantieri navali dove lavorava il padre; lui stesso non ha mai nascosto il suo passato da attivista sindacale né l’amicizia profonda con Gordon Brown, di cui conserva ancora oggi un vecchio volume biografico sulla figura di James Maxton, padre del socialismo scozzese.

Di cosa sono fatti i dolci sogni? Di imprevedibilità, della capacità di deviare il corso di una storia con un finale già scritto; di una piccola squadra venuta dalla periferia d’Europa che ha ancora un ultimo ostacolo da superare prima della gloria. E ci crede, anche se questo ostacolo ha il nome più blasonato e prestigioso del mondo. Del resto, l’Aberdeen di Alex Ferguson non è arrivato fino a lì per caso; è una squadra solida e coriacea, fortissima ed impenetrabile in difesa, divertente e spettacolare quando può giocare in campo aperto.

La retroguardia si regge sul portiere Leighton e sulla coppia centrale formata da Miller e McLeish, colonna portante della nazionale lungo tutto il decennio, almeno fino alla sfortunata apparizione di Italia ’90; davanti c’è Eric Black e in mezzo c’è lui, Flash Gordon. Gordon Strachan. È un folletto imprendibile, che volteggia impudente per il campo, ed è come se andasse a una velocità doppia rispetto a tutti gli altri, con quei capelli rossi e lo sguardo vispo che sembrano usciti dalla penna di Charles Dickens.

Nel turno preliminare, i Reds scozzesi rifilano ben undici goal in due partite ai malcapitati svizzeri del Sion; poi soffrono contro due formazioni dell’Est come la Dinamo Tirana e il Lech Poznan, costruendo la qualificazione su un’eccezionale imbattibilità. Nell’andata dei quarti di finale, l’Aberdeen conferma la propria consistenza difensiva pareggiando ordinatamente senza subire reti in casa del Bayern Monaco; ma è nel ritorno al Pittodrie Stadium che la squadra di Ferguson si accredita definitivamente nell’Olimpo del calcio europeo.

Per due volte va sotto e per due volte risorge grazie alle reti di Black e McLeish, prima che John Hewitt, uno sconosciuto ventenne nato e cresciuto nel vivaio di casa ed appena entrato in campo, sigilli con il suo goal la qualificazione alle semifinali. Qui si trova di fronte un’altra sorpresa della manifestazione, i belgi del Waterschei di Genk, arrivati a quel punto a suon di reti (diciassette in sei partite). Non c’è storia. I Reds archiviano la pratica con un perentorio 5-1 nella gara d’andata e volano in finale.

Non è il solito Real, però: ci sono Juanito e Santillana, Camacho e Gallego, ma la partenza è con il freno a mano tirato. Ferguson intuisce che bisogna sparare subito le cartucce migliori per bilanciare gli equilibri in campo, spostare il baricentro della gara e prendere i blancos alla sprovvista, proprio come aveva fatto lui con Di Stefano la sera prima regalandogli una bottiglia di scotch.

Pronti via, e subito Black si esibisce in un’acrobazia che manda il pallone a stagliarsi sulla traversa; poi, dopo una manciata di minuti, lo stesso attaccante risolve una mischia nell’area piccola e firma il vantaggio. Il Real non si disunisce e pareggia con un rigore trasformato dal suo eroe più tragico e dolente: l’inquieto e meraviglioso Juanito.

Stanca e metafisica, la partita si trascina fino ai supplementari; su una palla ben lavorata e messa in area dalla sinistra, spunta non prevista la testa di Hewitt, ancora lui, ancora una volta entrato da poco sul terreno di gioco. È 2-1, il sigillo definitivo.

Non sa dove correre, come esultare; Ferguson lo cerca, ha già quell’aria protettiva e severa che lo renderà proverbiale. Il suo sogno dolce ha preso forma: sconfiggere il campione che lo aveva rapito per sempre ventitre anni prima. Al grande Di Stefano non rimane altro che rigirarsi tra le mani quella bottiglia di whisky, antidoto prezioso contro la disfatta e contro il freddo di Göteborg; intervistato a fine gara, elogia gli avversari con le uniche parole capaci di scalfire la coltre glaciale di Mr. Ferguson.

“L’Aberdeen ha ciò che i soldi non possono comprare: un’anima, uno spirito di squadra costruito nel rispetto delle tradizioni del club”.

Devono essere rimaste a lungo in qualche angolo nascosto del cuore di Sir Alex quelle parole autentiche, piene del rammarico dello sconfitto e del fervore dell’idealista; lo avranno accompagnato nelle fasi più tormentate della sua incredibile carriera. L’anima, il gruppo, la tradizione.

Valori assorbiti nelle lunghe e faticose giornate di Govan, tra picchetti, birre e spogliatoi; parole riemerse all’improvviso, a trent’anni di distanza, a sigillare un legame profondo destinato a durare per sempre e che nessuno potrà recidere. Nemmeno un laconico comunicato nel silenzio lieve e nel caldo tramonto di un ospedale di Madrid.