Dalla terrazza di un club affacciato sulle spiagge della Costa Blanca si diffonde un suono indie-rock: un pezzo degli White Stripes riecheggia nell’aria, sospinto dalla brezza marina; dentro al club, tra luci strobo e un dancefloor gremito spicca la figura del Dj.

È strano, perché a differenza di molti colleghi tende a nascondersi e a rifuggire la benché minima empatia con l’ambiente, se non attraverso la selezione musicale che gestisce con due Cd-j 200 della Pioneer. Indossa un cappello con tesa che tiene sempre abbassato sul volto, come a voler rimanere nell’ombra.

Nonostante le luci basse, le movenze prudenti e quel camuffamento che fa noir anni ’40, qualcuno in pista lo riconosce e cerca di avvicinarlo. Perché quello non è un Dj, quello è un calciatore che stava per vincere la Champions League con il Valencia, di cui è il capitano e il giocatore più ambito sul mercato. Il lungo ciuffo biondo non mente: è Mendieta. Ma cosa fa, di sabato notte, nascosto dietro alla consolle di un club adagiato sul litorale valenciano?

È l’incipit dell’inusuale evoluzione di Mister 90 miliardi, Gaizka Mendieta: dall’ascesa nel Valencia di Cúper al clamoroso fallimento italiano con la maglia della Lazio, fino alle notti segrete da Dj e agli assoli di chitarra sul palco del Festival di Benicassim.

“La musica è sempre stata la mia passione. Un mio amico, a Valencia, aveva un negozio di dischi ed era solito fare il dj durante il weekend. Così, quando giocavo di sabato, mi intrufolavo di segreto nei club, nascondendomi il più possibile e usando un cappello. A quel punto salivo in consolle, così nessuno avrebbe saputo che fossi io. Era la mia personale fuga dal calcio. La adoravo.”

Eppure, quel ragazzo basco dalla chioma bionda e dal fisico esile pare da sempre essere stato fuori sincrono con l’ambiente calcistico e tutto ciò che lo circonda. Schivo, sotto le righe, silenzioso. Mai una parola di troppo, mai uno slancio istintivo. Glaciale. Un uomo in costante sottrazione emozionale, un atleta scrupoloso che il calcio l’ha incontrato quasi per caso.

Perché la storia racconta che Mendieta era destinato all’atletica, al mezzofondo. Con la capacità aerobica che aveva in dote sembrava la strada più logica; e invece, come spesso accade, la svolta avviene in modo casuale. Un po’ la popolarità che spinge l’industria del pallone e un po’ il fatto che quel ragazzo che corre ovunque senza accennare il minimo segno di fatica sia merce rara nel calcio accademico di scuola spagnola, fanno il resto. Gaizka a 14 anni è già una promessa dell’atletica: ha infranto il record spagnolo sui 2000 metri, ma a 16 gioca in Segunda Division con il Castellón.

È l’equivoco di un uomo a metà del guado. Come spiega lui stesso, quella capacità di corsa e quella naturale propensione allo sforzo lo aiutano in maniera decisiva nel salto verso il calcio che conta.

“Ho fatto il record nazionale sui 2000 metri, che è rimasto tale per 15 anni. Ma a 16 anni lasciai l’atletica per firmare col Castellón. Ad essere onesti, non ero così bravo. Ero semplicemente un ottimo atleta: coprivo tutto il campo e correvo per tutto il tempo, riuscendo soltanto a compiere passaggi facili. Basta guardare le mie prime partite al Castellón e al Valencia: facevo solo questo.”

Ma oltre alle qualità naturali da mezzofondista, il basco si affina in una cantera come quella valenciana giocando tutte le sue carte su applicazione, concentrazione ed umiltà. Sa che non è dotato di un talento calcistico puro così deve sopperire con allenamenti extra sui fondamentali. Cosa che, nel giro di pochi anni, lo fa mutare in un calciatore di spessore. Diventa il todocampista che deve gran parte della sua fama internazionale alle stagioni passate al Valencia, sotto l’esperta guida di Hector Cúper.

Perché el Hombre Vertical, eterno secondo e autore di almeno un paio di miracoli calcistici, ha intanto messo su una squadra di outsider che ha soltanto bisogno di una guida in campo, di una personalità che faccia da collante tecnico e al tempo stesso non subisca le pressioni dei grandi palcoscenici. La scelta ricade su quel basco taciturno.

Gaizka diventa Mendieta, grazie a quella promozione per mano dell’uomo di Santa Fe: è il capitano. È lui l’elemento di caos calcolato all’interno di un contesto granitico: un undici che gira rapido come le lancette di un Longines, incantando tutta Europa.

È la stagione della consacrazione, il 1999/2000, quando il Valencia – forte di un brillante terzo posto in Liga – si gioca la Champions senza patemi. È lo scenario ideale per quell’ingranaggio oliatissimo che gira su un 4-4-2 moderno, poggiato su un “rombo” elastico di centrocampo, dove la parte del metronomo è affidata all’intelligenza tattica di Farinós – con l’aiuto decisivo di Gerárd – altro uomo chiave dello schieramento di Cúper. Infine, sulle corsie fluttuano due esterni oltremodo mobili: uno è Kily González, protagonista di una Champions da standing ovation, l’altro è il Nostro.

Che si nota fin da subito perché è biondissimo, porta una fascia da capitano con i colori della Comunitat Valenciana ed è ovunque. Ha una corsa infinita, ma non solo: cuce l’azione, lancia con continuità i compagni e spesso riesce a farsi trovare col tempo d’inserimento perfetto per chiudere la fase offensiva con colpi di classe. Fa assist, segna spesso, macina chilometri ed ha una lucidità nelle giocate e nelle scelte di gioco ben oltre la media. Ma non basta. Perché c’è un ulteriore elemento che lo eleva dal resto: è il rigorista. A modo suo.

Secondo uno stile personale e per certi aspetti anticipatore: Mendieta non sbaglia mai perché rischia. O meglio, è uno dei pochissimi che calcia i rigori guardando in faccia il portiere fino all’ultimo istante, attendendo che quest’ultimo compia il movimento da un lato per appoggiarla gentilmente dall’altro. È un’arte nobile quella del rigore a testa alta, è cifra stilistica di un gotha calcistico. E Gaizka il basco rientra a pieno merito in questo club: ben prima di Balotelli, Perotti e dei vari epigoni contemporanei. Un capostipite.

Insomma, in quell’intensa cavalcata europea, Mendieta, più di tutti, è l’uomo-copertina. Il più desiderato e il più sorprendente. È ormai una stella: un centrocampista totale che fa gola ad ogni club con ambizioni di vittoria. Saranno quelle partite giocate ad altissima intensità, saranno quei rigori da specialista infallibile, saranno perle di tecnica e personalità come quella contro il Barcellona al Camp Nou, fatto sta che Gaizka, da timido corridore di provincia si è trasformato in star. È la mutazione kafkiana di un uomo tranquillo.

È il 2000/01 e Gaizka è probabilmente il centrocampista più ambito in Europa, perché per la seconda stagione di fila disputa un’altra Champions da protagonista. Il Valencia infila la seconda finale della sua storia, confermandosi la mina vagante del continente. Nonostante la cessione di qualche pezzo pregiato – come El Piojo Claudio López -, i ragazzi di Cúper centrano nuovamente l’impresa.

Ma, anche stavolta, il fato gioca contro quell’uomo di Santa Fe che batte il pugno sul petto dei suoi ragazzi prima di scendere in campo. Perdono la finale di San Siro contro il Bayern Monaco. Ai rigori.

Eppure proprio un rigore, conquistato da Mendieta in una mischia confusa nell’area bavarese, aveva spianato la strada al team dell’Hombre Vertical. Il capitano, con la sua glacialità, aveva trafitto Kahn fissandolo fino all’ultimo dritto negli occhi. Ma è una serata inconsueta, bizzarra. Altri due rigori segnano quella finale, entrambi a favore del Bayern. Il primo è frutto di un intervento folle di Angloma; Schöll va sul dischetto, ma spara un rasoterra centrale che l’ossigenatissimo Cañizares respinge di piede. Infine, un altro penalty. Stavolta va il capitano: Stefan Effenberg. Rigore à-la Mendieta: portiere spiazzato.

Una sfida così tesa non può che trascinarsi ai supplementari prima e alla lotteria dei rigori poi. Dove Mendieta è il primo: si carica della responsabilità di aprire la serie. È un copione già scritto: palla a destra, portiere a sinistra. Si procede fra errori clamorosi e qualche tuffo prodigioso del moloch Oliver Kahn. Al settimo rigore, nell’universo calcistico parallelo de l’oltranza, Lizarazu infila il gol mentre il centrale simbolo del Valencia, Pellegrino, si fa ipnotizzare da Kahn.

È finita. Il Bayern scaccia definitivamente gli spettri metafisici del Camp Nou e dei Red Devils, il Valencia ha toccato l’apice, sapendo che quella squadra non potrà più ripetersi. Di lì a poche settimane inizia una diaspora che porta allenatore e calciatori più rappresentativi lontano dal Mestalla. Il miracolo è finito, è tempo di miliardi e sterline: incombe la mannaia di club con bilanci gonfiati e una decina di fuoriclasse a disposizione. Il Valencia di Cúper, outsider dal biennio irripetibile, si scioglie su quel rigore dell’ex capitano argentino. Mendieta trasloca così a Roma, sponda Lazio.

Cragnotti, reduce da uno storico Scudetto prima e un buon campionato poi, ha deciso di tornare all’assalto dei trofei più prestigiosi. La Lazio è una sorta di dream team pronto a sferrare l’attacco a campionato e Champions League; il tassello finale viene posto in mezzo al campo: Veron, con i suoi lanci millimetrici e il suo esterno destro calibratissimo, è stato ceduto al Manchester United per 28 milioni di sterline. Al suo posto, il sostituto che tutta Europa sta affannosamente rincorrendo in un’asta fuori controllo: Gaizka Mendieta sbarca a Formello per 45 milioni di euro. È il punto di non ritorno.

Accolto come il colpo del secolo, il basco pare già fuori contesto al momento del suo atterraggio a Fiumicino. Si fa fotografare con la sciarpa biancoceleste al collo, firma autografi senza soluzione di continuità e si lascia andare all’entusiasmo dilagante dei tifosi laziali. Ma è in un evidente stato di imbarazzo più che di euforia. Quell’annata, come noto, si trasformerà in un incubo: scatta un meccanismo inconscio da horror alla Wes Craven: la materializzazione di paure recondite ed inadeguatezza emotiva, che si trasforma in tecnica.

C’è da sottolineare che il contesto della Lazio di Zoff non aiuta il basco, perché la formidabile squadra ammirata nelle passate stagioni è un ricordo già sbiadito. Regna il caos tattico e il tecnico non riesce a tenere uno spogliatoio colmo di prime donne e campioni, con una rosa smisurata che supera i 30 elementi. Dall’ex fenomeno Claudio López all’altro grande flop iberico De la Peña, fino a Castroman e Kovacevic: è una Lazio farcita di nomi altisonanti e di speranze, che però non può permettersi il lusso di sbagliare e tantomeno di aspettare.

Il cielo sopra Formello è plumbeo, si avvertono minacciosi i primi segnali inquietanti di una finta stabilità poggiata su fondamenta d’argilla. Quelle della società di Cragnotti e di uno spaventoso crac finanziario alle porte. La cura Zaccheroni, chiamato a sostituire Zoff ad inizio ottobre, serve a poco. È un placebo in un quadro clinico già ampiamente compromesso. Come la dose di morfina per i marines nella giungla del Vietnam.

Mendieta è un fantasma. Il todocampista ammirato e rincorso da mezza Europa scompare come una timidissima matricola al ballo di fine anno. Il campionato italiano è altra cosa rispetto alla Liga, e una collocazione tattica mai chiarita finisce per relegarlo all’ingeneroso ruolo di “bidone del secolo”. È il volo senza paracadute di un calciatore per difetto, prestato quasi per caso a palcoscenici sui quali qualsiasi distrazione è fatale. La Serie A come il Vietnam, Mendieta come Christopher Walken ne Il Cacciatore, al posto di Saigon c’è il prato dell’Olimpico, la sua personale roulette russa è il campionato italiano.

 Credits: lazioqube.it

Deriso e ridimensionato sia in chiave tecnica che psicologica, Gaizka non può che lasciare la capitale. Ma è legato ad un contratto folle, idealtipo dell’universo parallelo italiano dei primi anni zero: guadagna 8 miliardi di lire netti e deve sottostare ad una clausola che gli vieta il passaggio al Real Madrid. Si fa avanti il Barcellona, che riesce in breve tempo a chiudere l’ingaggio del Nostro.

La Cataluña però si rivela l’ennesima esperienza da dimenticare. Il Barça è lontano dai fasti del dream team, è una società all’affannosa ricerca di una posizione dominante nel calcio spagnolo. Acquisti senza una profonda programmazione, la rigida e ingombrante presenza del despota Louis Van Gaal e una generazione ancora troppo acerba, fanno sì che i Blaugrana passino un’annata anonima al limite del fallimento.

Eppure i calciatori di talento non mancano, non ultimo l’acquisto di Riquelme – altro clamoroso flop al Camp Nou – ma è un problema di fondo: la squadra non c’è, Van Gaal non riesce a sviluppare le sue idee tattiche e la ricchissima colonia olandese diventa un elemento di scissione all’interno del gruppo. Sesto posto, quarti di finale di Champions: una miseria a quelle latitudini. Mendieta, ancora una volta, è in confusione ed ha fallito. Catapultato da Roma a Barcellona ha ritrovato dinamiche e atteggiamenti simili, bruciando definitivamente i due anni di meraviglie valenciane. È un desaparecido, un dimenticato di lusso.

Triste, solitario y finál. Come nel romanzo di Osvaldo Soriano su Philip Marlowe. Aleggia cinismo e disincanto, la stagione degli outsider è passata. E per l’antieroe è tempo di ricominciare. Mendieta sa che per dare un senso a quella carriera incoerente, in bilico fra eterna promessa e giocatore sovrastimato, deve cambiare tutto. E stavolta fa la scelta giusta: Inghilterra, destinazione Middlesbrough. È agli antipodi calcistici del Camp Nou. Un calcio fisico, intenso e generoso, sferzato da qualche colpo improvviso ma giocato senza dare troppa importanza alla parte tattica, bensì all’agonismo e al ritmo di gioco.

Pare bizzarro, ma forse non lo è: Gaizka arriva nel North Yorkshire nell’estate del 2003, a 29 anni, e diventa in pochi anni un punto fermo del Boro. Da emarginato di lusso del calcio a capitano di un team della provincia inglese. Dalle assolate spiagge di Badalona e Sitges al porto in ferro battuto e mattoni rossi di Middlesbrough. È una svolta tranchant: Mendieta dà segnali di risveglio e offre sprazzi del suo calcio migliore. Certo, la continuità è un traguardo lontano ma i tifosi dei Tees lo elevano a beniamino.

Lontano da pressioni e trasferimenti altisonanti, il basco si sente a casa. Rimane 5 anni, fa in tempo a mettere in bacheca una storica Coppa di Lega e raggiungere un’impronosticabile finale di Coppa Uefa, dopo una cavalcata vissuta costantemente in rimonta, per poi franare sotto i colpi del solito Siviglia. Gaizka, e quel giovane italiano senza capelli, Massimo Maccarone, sublimano in idoli per il pubblico del Riverside. Nel 2008, a 34 anni, il Nostro dice basta. Non è più in grado di reggere l’agonismo di un’intera partita. È il momento del ritiro.

Mendieta al SOS Festival di Murcia

Ed è qui che acquista la libertà che aveva soltanto sfiorato qualche anno prima. Perché, come in un romanzo di Nick Hornby, Gaizka si getta a capofitto nella sua più grande passione: la musica. Continua a selezionare playlist e il quinquennio in Inghilterra ha arricchito il suo background musicale, permettendogli di aggiungere ad una cultura prettamente rock influenze shoegaze, new wave e indie. Perfino un po’ di acidhouse, che riecheggia la celebre 24 Hour Party People di scena all’Hacienda di Manchester.

È un dj nell’animo, che si diverte a far girare qualche disco nei club di mezza Europa: dalla Gran Bretagna alla Spagna, passando per la Grecia. Seguendo unicamente ispirazione e vibrazioni del momento.

“Prendo una scatola di vinili e metto su le prime canzoni. Tasto l’umore della gente e poi decido cosa inserire. Quando si è in campo, si dispone di una frazione di secondo per decidere un passaggio. E qui, da dj, è un po’ la stessa cosa”. 

Insomma, quel basco taciturno che doveva camuffarsi come una spia in incognito, adesso può liberamente dare sfogo alla sua creatività. Divertendosi come forse soltanto a Valencia aveva fatto: si esibisce in locali underground come in discoteche commerciali, ma non finisce qua. Perché usare mixer, cue-point e cuffie può essere divertente, ma Gaizka ha bisogno dell’adrenalina che provava quando usciva dal tunnel del Mestalla nelle notti di Champions: decine di migliaia di persone in attesa e un boato assordante ad ogni giocata.

Mendieta alla chitarra saluta la folla di Benicassim

Mendieta rilancia, e il resto è cronaca recente. Giugno 2015: Festival di Benicassim, prima dell’evento di chiusura che prevede l’esibizione live dei mostri sacri del britpop inglese, i Blur, c’è un gruppo spagnolo che deve tenere la scena per un’ora, scaldando i circa 100.000 presenti stretti sotto al palco.

Vanno in scena i Los Planetas, indie-band andalusa che gode di un buon seguito in terra iberica. Fra tastiere, fumo di scena e luci rosso fuoco sbuca quel basco che, con qualche capello in meno e una barba bohemién, imbraccia una Gibson e accompagna il singolo di maggior successo del gruppo: Un buen día. Pezzo dove si fa riferimento al suo splendido gol in volée contro il Barcellona al Camp Nou: “He puesto la tele y había un partido, y Mendieta ha marcado un gol realmente increíble…”.

Mendieta tiene il palco con naturalezza, senza strafare o lasciarsi andare. Dal pubblico si alzano cori che lo acclamano, Gaizka ricambia e fa esplodere la platea in un urlo di gioia in coda al pezzo. Per una sera è tornato protagonista, offuscando l’attesa per un gigante come Damon Albarn. Un buen día, non c’è che dire.