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Andare allo stadio suscita sempre grande emozione. Adesso, forse, dovrebbe farlo anche più di una volta, ovvero da quando la pay-tv ha fatto sprofondare il pianeta su un comodo divano. Si dovrebbe riscoprire così quell’esperienza collettiva che rappresenta lo stadio, un microcosmo pulsante in cui ognuno vive la propria partita come una messa pagana dove per 90 minuti il resto non conta e lo smartphone non è più un’ossessione da notifica.

Qui vogliamo ripercorrere le “gesta” vissute dentro 5 templi europei dimenticati, 5 stadi che hanno fatto la storia del calcio e che adesso, vuoi per un motivo o per un altro o non ci sono più o sono stati rimpiazzati da nuove astronavi col nome dello sponsor che campeggia fiero all’entrata, o da architetture sportive formato happy meal a uso e consumo di un entertainment da famiglie e tifosi per lo più passivi.

Il calcio cambia, lo showbusiness va avanti e il contenitore “stadio” si modifica a sua volta. Ma ci sono storie nate in stadi lontani nel tempo, luoghi che sono diventati delle vere e proprie icone da adorare. Noi abbiamo scelto questi cinque.

1. HIGHBURY – Londra

“Ciascuna di queste trasgressioni isolò sempre di più il club e i suoi fedeli dal continente dei benpensanti, quelli che storcono il naso e odiano l’Arsenal; Highbury diventò l’Isola del Diavolo nel bel mezzo di Londra nord, la patria dei farabutti e dei miscredenti.”

Highbury

Benvenuti nel mondo di Nick Hornby, lo scrittore britannico tifoso per eccellenza dell’Arsenal. Con il suo romanzo Febbre a 90° anche lo stadio dei Gunners ha preso vita ed è diventato un personaggio protagonista del racconto. Oggi l’Arsenal Stadium, per tutti l’Highbury- è così che si chiama il quartiere dove sorgeva l’impianto – non c’è più, e con esso se ne va una storia durata dal 1913 al 2006. Quasi 100 anni di grande calcio. La “HOF“, ovvero la Home of Football dei leoni biancorossi ci ha lasciato per fare spazio ad un nuovo stadio da 390 milioni di sterline: l’Emirates Stadium, un progetto faraonico da 60.000 spettatori.

È quindi con un sentimento misto tra dolore e gioia che i fan – primo fra tutti proprio Nick Hornby – si sono abituati alla sua assenza. Highbury si trovava nel distretto di Islington e aveva una capienza di più di 38.000 posti. Era considerato il salotto del calcio inglese per la sua facciata, che richiamava lo stile decò, sulla quale si trovava l’orologio Clock End. L’ultima partita giocata ad Highbury è stata Arsenal-Wigan 4-2 del 7 maggio 2006, da allora è stato riconvertito ad edilizia residenziale. Da Higbury Stadium a Highbury Square.

Oggi l’Emirates sfoggia ristoranti di tutti i tipi, negozi di merchandising, bar e lussuose abitazioni. Sedili più comodi, tribune coperte e posti macchina. È il fiore all’occhiello del panorama calcistico londinese. Ma per quanto imponente, bello e funzionale non sarà mai Highbury. E non è facile abbandonare quella che per quasi 90 anni è stata “l’arena dei sogni”. «È come se ci portassero via un pezzettino di cuore», lamenta Hornby.

L’Arsenal non era che l’ombra della squadra che è oggi quando, per l’ allora incredibile cifra di 22.000 sterline, affittò lo stadio dal St. John’s College of Divinity, un istituto religioso che chiese che, per rispetto, il giorno di Natale e il Venerdì Santo non fossero giocate partite. Adesso è un marchio conosciuto in tutto il mondo: lo stadio è il suo tempio. Sulle scale principali c’è la foto degli “England seven“, i sette Gunners selezionati nel 1934 per l’ incontro tra Inghilterra e l’Italia campione del mondo, la partita passata alla storia del calcio italiano come quella dei “leoni di Highbury“: finì 3-2 per gli inglesi, con gli azzurri che sfiorarono la clamorosa rimonta grazie a due gol di Meazza.

Le grandi vittorie dell’Arsenal sono nate sul campo di Highbury. Dal 2006 ad oggi i tifosi hanno potuto festeggiare solamente due Coppe d’Inghilterra. I ruggenti anni ’30, l’Arsenal di George Graham a cavallo tra ’80 e ’90, il mito di quell’agnellino di Tony Adams e i successi di Titì Henry e Arsène Wenger sono stati raccontati tutti dentro al teatro dell’Highbury.

Oggi è un complesso residenziale da 650 appartamenti e attici di lusso, c’è il portiere 24 ore su 24, il centro fitness e il parcheggio sotterraneo. Tutto è stato realizzato seguendo un principio: modificare il meno possibile la struttura originaria. Il campo da gioco è stato diviso in tanti piccoli giardini condominiali. Il rettangolo verde è rimasto al centro del progetto, perché tutti gli appartamenti hanno almeno una vetrata che guarda i giardini.

Ad Highbury molto è stato fatto per conservare la memoria. Le facciate delle storiche tribune East Stand e del West Stand  in art déco sono state conservate così com’erano. Gli stanzini delle biglietterie sono stati tirati a lucido e restituiti a nuova vita, e anche il tunnel di ingresso al campo è rimasto intatto. Ma tutto questo contribuirà solo ad arricchire la storia. L’Arsenal Football Club ora è, e resterà sempre, una squadra con il cuore nel nord di Londra, fondata nel 1886 dagli operai dell’arsenale militare di Woolwich.

2. SAN MAMÉS – Bilbao

“Non è stato di certo lo stadio più bello, ma certamente quello con più carattere. È stato ampliato sette volte, acquisendo forme strane e irregolari, che lo hanno reso ancor meno bello ma più umano. Lo stadio ha servito egregiamente l’Athletic e i suoi tifosi. Ha visto epoche d’oro e momenti drammatici. […] Nato modestamente, muore come La Catedral del calcio.”

San Mames

Squadra dalle origini antichissime, l’Athletic Bilbao fu fondato nel 1898. Il primo trofeo nel 1902, sconfiggendo il Barcellona nella Coppa Nazionale. È il 1910, invece, che sancisce i colori dell’Athletic: il rojiblanco. Biancorossi fino ad oggi. Ed è dopo altri 3 anni che nasce lo Stadio, il famoso San Mamés.

Il catino infernale dove l’Athletic ha dettato legge per quasi un secolo. Venne chiamato così perché sorgeva su un terreno dove in precedenza era situata una Chiesa dedicata a Mamete di Cesarea, San Mamés appunto. Per tutti gli spagnoli, questo stadio è La Catedral. La vera Cattedrale di Bilbao. Ecco cosa dice Santiago Segurola a proposito dello stadio:

“La chiesa era dedicata a San Mamés, il martire che sapeva domare i leoni. Lo stadio ne ha preso in prestito il nome. Da allora è chiamato San Mamés, sebbene tra gli appassionati sia anche conosciuto come La Catedral. L’appellativo non è ironico. Non si deve alle sue umili origini, né alla vicinanza con la piccola chiesa. È diventato La Cattedrale perché non c’è stato stadio più rispettato in tutta la Spagna e perché, al tempo stesso, nessuno stadio è stato più rispettoso delle tradizioni del calcio”.

Passione calcistica che diventa quasi religiosa. Una struttura da idolatrare quasi quanto la squadra stessa, il San Mamés non può essere considerato alla stregua di tutti gli altri. Giocare lì dentro era come entrare in Chiesa, come mettere piede in una vera e propria Cattedrale. Una Via Crucis per chi passava di lì.

Sfide fra santi. Per Diego Maradona è stato lo stadio più emozionante dove ha messo piede, più bello persino del tanto amato San Paolo. Uno stadio con un tifo passionale e viscerale ma sempre corretto e rispettoso. Come ha detto Marcelo Bielsa, allenatore dell’Athletic dal 2011 al 2013, “ciò che rende storico uno stadio non è la sua architettura, ma quello che lì dentro succede. Il San Mamés non ti lascia mai solo, parla con i suoi calciatori, ti tende la mano per non lasciarti cadere”.

Luis Fernandez, calciatore francese compagno di Platini nella nazionale degli anni ottanta e allenatore dell’Athletic dal ’96 al 2000, ha affermato che Bilbao senza il San Mamés sarebbe come Parigi senza la Torre Eiffel.

Come prevedere il futuro. Il vecchio San Mamés non c’è più. È stato demolito nel giugno del 2013 per fare spazio ad un nuovo stadio costruito a fianco delle ceneri del “padre”. Costo dell’operazione: 173 milioni di euro. Anche a Bilbao si sono dovuti fare due conti e mettere da parte i sentimenti. Si sono lanciati nel futuro con uno stadio a 5 stelle Uefa, ma lo spirito è rimasto quello di una volta.

Chiedere ai napoletani, che ad Agosto 2014 sono dovuti andare là a lottare per il preliminare di Champions League. Anche un tifo come quello di Napoli si è dovuto inchinare all’Inferno dei vivi. Tuttavia, tra i ricordi dei tifosi partenopei rimarrà comunque l’accoglienza dei bilbaini con applausi scroscianti, abbracci e cori di incitamento.

Episodi che dalle nostre parti ce li sogniamo. Un’atmosfera completamente diversa da quella che si respira nelle nostre trasferte. E anche questo è un altro tratto distintivo della Bilbao rispettosa, come detto in precedenza. Saper riconoscere la passione altrui e onorarla a prescindere dal risultato. Tanto di cappello.

3. DE MEER – Amsterdam

De Meer

Saliamo in Olanda, ad Amsterdam, per raccontarvi qualcosa del mitico De Meer, il vecchio stadio dei lancieri dell’Ajax, dove il signor Cruijff ha dettato legge per anni. Inaugurato il 9 dicembre 1934 con la gara tra Ajax e lo Stade Français, l’impianto poteva contenera 22.000 spettatori ma per via delle norme di sicurezza scese a 19.000. Troppo poco per giocare in Coppa Campioni. Per questo motivo, Johan e la sua corazzata dovevano  disputare le gare europee all’Olympisch Stadion. E 3 tre Coppe Campioni furono.

Lo Stadion De Meer ha anche ospitato qualche partita della Nazionale di calcio dei Paesi Bassi. La prima nell’agosto del 1973 tra Olanda e Islanda, valida per le qualificazioni al Campionato mondiale di calcio 1974 e vinta dagli olandesi 5-0, mentre l’ultima fu un’amichevole disputata il 25 marzo 1992 contro la Jugoslavia, vinta sempre dagli Oranje per 2-0.

L’ultimo incontro al De Meer fu il 28 aprile 1996: Ajax-Willem II. Finì 5-1 per i lancieri che si aggiudicarono così il 26° scudetto, il terzo consecutivo della gestione Van Gaal. Dalla stagione successiva l’Ajax si trasferì all’Amsterdam Arena e iniziarono i lavori di demolizione dell’impianto, conclusi nel 1998.

Nella zona sono stati costruiti dei ponti intitolati agli ex calciatori dell’Ajax degli anni’70, e oltre al campionissimo Cruijff, sono stati insigniti anche giocatori come Ruud Krol, Johan Neeskens, Barry Hulshoff, Wim Suurbier e Velibor Vasović. Sei strade invece sono state intitolate agli stadi in cui il club disputò alcune partite internazionali come Anfield, Bernabéu, Delle Alpi e Wembley. È lì che è nato il calcio totale di Rinus Michels e il grande mito dell’Ajax e dell’Olanda. Cruijff & company sono tutti figli del De Meer.

Nel 1996 è stato raso al suolo per fare spazio a residenze e ad un parco. Ma l’inizio del declino parte nell’89 con un simpatico fatto accaduto durante un partita valevole per la Coppa Uefa tra Ajax e Austria Vienna disputata al De Meer. L’uno a zero per i lancieri conduce l’incontro ai supplementari. Dopo pochi minuti gli austriaci pareggiano ed ipotecano la qualificazione.

La parte più scalmanata del tifo olandese non la prende di buon grado e dalle vicine gradinate inizia a lanciare tutto che quello trova. Il portiere dell’Austria Vienna, il carneade Wohlfhart, è colpito da un pezzo di ferro e la partita ovviamente viene interrotta. Vittoria a tavolino per gli austriaci e Ajax bandito dalle Coppe europee per due anni, ridotti poi a uno. Passerà alla storia come la “partita della sbarra di ferro“e fu l’inizio della fine del De Meer.

4. OLYMPIASTADION – Monaco di Baviera

olympiastadion

Non siamo sulle tracce dell’Olympiastadion di Berlino, bensì di quello di Monaco di Baviera all’interno dell’Olympiapark. A differenza degli altri stadi, questo non è stato demolito, anche se possiamo certamente qualificarlo come abbandonato dal grande calcio, specie pensando a quello che in passato è riuscito ad ospitare. Ma non da molto.

Infatti, fino al 2005 è stata la casa di Bayern e Monaco 1860, quando lo Schlauchboot di Fröttmaning, il gommone targato Allianz Arena, ha sostituito il vecchio impianto per la modica cifra di 340 milioni di euro. E se per il De Meer abbiamo dato a Johan Cruijff il titolo di protagonista indiscusso dello stadio, qui siamo nel regno del Kaiser Franz Beckenbauer.

Con la maglia del Bayern annovera 5 campionati nazionali tedeschi, 3 Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Coppa delle Coppe e 4 Coppe di Germania. È con la maglia della nazionale, però, che fa lo sgarbo più grande al contraltare Cruijff: la vittoria della Coppa del Mondo vinta per 2-1 contro gli olandesi e giocata dove? Proprio all’Olympiastadion di Monaco di Baviera. Il 7 Luglio 1974 si consuma la tragedia per l’Olanda del Profeta del gol e si realizza il sogno per la Germania del Kaiser,  cucendosi così la seconda stelletta sulla maglia teutonica.

Se vi capita di salire sull’Olympiaturm, la torre di 290 metri sita all’interno del Parco Olimpico,  l’Olympiastadion è ancora protagonista con la sua struttura a cielo semi-aperto e la sua pista d’atletica che avvolge il terreno da gioco, oggi in erba sintetica. Progettato dall’architetto tedesco Günther Benisch, fu costruito tra il 1968 e il 1971 per essere pronto in occasione delle Olimpiadi del 1972 nella capitale bavarese.

Anche quella volta i tedeschi si dimostrarono tecnologicamente lungimiranti, infatti, l’impianto presentava alcune soluzioni tecniche innovative per l’epoca: non essendo interamente coperto dal tetto, lo stadio, veniva esposto agli agenti atmosferici invernali ed estivi e, per far fronte al clima rigido, nel sottosuolo del terreno di gioco fu impiantata una rete di 18 chilometri di tubi in materiale sintetico percorsi da acqua calda per mantenere il prato sgombro da neve e ghiaccio.

Lo stadio fu inaugurato il 26 maggio 1972 con un’amichevole tra Germania Ovest e URSS terminata 4-1 davanti a circa 80.000 spettatori, con 4 gol tedeschi di Gerd Müller. Uno che poteva segnare a occhi bendati legato su una sedia. Ma questa è un’altra storia.

L’Olympiastadion ha ospitato finali di Coppe dei Campioni nel 1979, 1993 e 1997. Quest’ultime due, finite male per Milan e Juventus, rispettivamente battute da Marsiglia e Borussia Dortmund. Lo stadio, inoltre, nella sua storia ha ospitato anche eventi extrasportivi, come la beatificazione da parte di Papa Giovanni Paolo II del gesuita tedesco Rupert Mayer, avvenuta nel 1987, oltre a numerosi concerti che hanno visto protagonisti cantanti e gruppi quali i Rolling Stones, Pink Floyd, Ac/Dc e Michael Jackson in una esplosiva data del suo Dangerous Tour.

5. FILADELFIA – Torino

“Forse era troppo meravigliosa questa squadra perché invecchiasse; forse il destino voleva arrestarla nel culmine della sua bellezza.”

Filadelfia Torino

Finalmente arriviamo in Italia, con lo stadio simbolo del Torino, il mitico Filadelfia. Il simbolo di una storia, di una tragedia, quella di Superga, che si è portata via con sé un’intera generazione di campioni guidati dall’incommensurabile classe del compianto Valentino Mazzola. È lo stadio più leggendario che l’Italia ha conosciuto. E solo un disastro aereo come quello capitato ai giovani granata poteva scalfire i contorni di una leggenda ormai senza tempo. Quella del Grande Torino è senza il minimo dubbio uno delle squadre più forti, a tratti invincibili, che la storia del calcio abbia mai conosciuto.

È notizia di pochi giorni fa che, dopo vari tentativi di ricostruzione, lo stadio abbattuto quasi vent’anni fa verrà restituito a nuova vita. Il 17 Ottobre, infatti, verrà posta la prima pietra. La capienza complessiva dell’impianto sarà di 4000 posti, di cui 2000 nella tribuna coperta, ricostruita molto similmente a quella originaria.

Dopo gli sforzi della tifoseria nel chiederne la ristrutturazione finalmente siamo giunti a conclusione, con l’obiettivo di ridare definitivamente alla città, ai tifosi e tutti gli appassionati di calcio e non, lo Stadio che non solo ha ospitato le gesta del Grande Torino, ma che rappresenta l’unica e vera casa granata.

Lo stadio venne ideato dal conte Enrico Marone di Cinzano, a quei tempi presidente granata. L’inaugurazione dell’impianto avvenne il 17 ottobre 1926 e, per l’occasione, si svolse una partita amichevole tra il Torino e la Fortitudo Roma, alla presenza del principe ereditario Umberto II, della principessa Maria Adelaide e di un pubblico di 15.000 spettatori. Il campo venne benedetto prima dell’incontro dall’arcivescovo di Torino, Monsignor Gamba. La partita finì con la vittoria del Torino per 4-0.

Questo stadio ospitò le partite casalinghe del Torino fino al termine della stagione 1962/63. Qui i granata vinsero sei dei loro sette Scudetti. In questa struttura il Torino è rimasto imbattuto per sei anni, 100 gare consecutive, dal 17 gennaio 1943 alla tragedia di Superga. Durante la guerra subì dei forti bombardamenti e, nonostante la copertura della tribuna fosse rimasta intatta, le travi metalliche vennero asportate per rifornire probabilmente l’industria bellica, e sostituite con altre in legno. Un destino segnato dalla sfortuna.

Nella stagione 1958/59 il Torino si trasferisce allo Stadio Comunale: la stagione si concluse con la retrocessione in Serie B e l’anno seguente, per una mera questione scaramantica, la squadra tornò a giocare al Filadelfia, e lo stadio ridivenne la casa del Torino per qualche anno.

Il 19 maggio 1963 viene disputata l’ultima partita ufficiale di campionato, un Torino-Napoli terminato 1-1 con gol di Bearzot per i granata e di Corelli per i partenopei.  Il Torino continuò ad allenarsi qui fino al 1989, quando si trasferì nella moderna struttura di Orbassano, lasciando il campo di allenamento alle giovanili.

Il Toro non è più ai vertici delle classifiche da tanto tempo, ma la maglia granata e il suo stadio, il Filadelfia che tornerà presto a nuova vita, ci fanno tornare sempre con piacere indietro nel tempo. Rinfrescare la nostra memoria calcistica per dare ossigeno a quel cuore granata che, anche non essendo tifosi di quei colori, ci ricorda quanto il calcio può essere ancora poesia e un grande mezzo per raccontare una storia anche stando seduti comodamente davanti ad uno streaming o a una ripresa in HD. E le parole di Giorgio Bocca ci sembrano le migliori per arrivare a conclusione.

“Quel Grande Torino non era solo una squadra di calcio, era la voglia di Torino di vivere, di tornare bella e forte; i giocatori del Torino non erano solo dei professionisti o dei divi, erano degli amici.”

 

Illustrazione di Sara Liguori