“I have never had any regrets on anything, but I don’t think anyone ever saw the best of me.” (Alan Smith)

Stavolta, prendiamo una pausa con le gesta di calciatori già consegnati agli almanacchi e parliamo di una figura contemporanea ma dal sapore d’antan. I motivi sono sostanzialmente due: il primo è la particolarità del nostro protagonista, che ha sempre trasceso le rigide convenzioni, le ipocrisie e le regole non scritte del sempre meno genuino calcio d’Oltremanica; l’altro è che la carriera dell’inglese ossigenato più famoso dopo David Beckham è – in pratica – finita all’alba del 2011, quando l’ennesimo, grave infortunio ne interruppe sostanzialmente la carriera ad alti livelli. E ad ametterlo fu lo stesso Alan:

“You know, deep down, that to get back to those heights before my injury is going to be impossible.”

Sono passati cinque anni dall’ultima partita in Premier. Anni passati tra MK Dons e Notts County, che vogliono dire Minors inglesi, campi di periferia verdi ma fradici, lunghe e scomode trasferte in pullman, avversari che in 11 non fanno un mignolo del talento di Juan Sebastian Veron (per citare uno dei campioni con cui ha giocato Alan), e che in un’intera carriera non hanno guadagnato che un decimo di quello che hai guadagnato tu in 4 mesi al Manchester United.

Eppure, Alan in quest’ambiente ha (ri)trovato una sua dimensione, oltre che una genuina voglia di giocare.

Alan Smith nel 2015

Questo dice molto d’un uomo, prima che di un giocatore, che vive di pochi rimorsi e molti rimpianti – con una puntina di nostalgia per i tempi che (non) furono – ma sempre proiettato con entusiamo nel futuro. Alan infatti è un guerriero “se ce n’è uno”. Un guerriero e un passionale, impulsivo e romantico.

Talmente rispettoso dei colori del proprio team da diventare idolo di ogni club per cui ha giocato. Tanto odiato dagli avversari, quanto amato dai propri supporters: impossibile, infatti, non identificare la propria fede calcistica con quel guerriero biondo con cui ti sentiresti a tuo agio anche con una pinta di Guinness in mano durante il terzo tempo. Ma mettiamo ordine: fortune e rimpianti di Alan Smith, il calciatore del popolo. Che ha lasciato spesso le cose a metà, ma che ha fatto innamorare di sé mezza Inghilterra.

Alan Smith nacque a Rothwell – la classica, grigia market city inglese che conta poco più di 30.000 anime – nell’autunno del 1980. Irruento ma al contempo schivo ed introverso, il biondo ragazzino crebbe in una famiglia medio-borghese che ne curava con interesse crescita e sviluppo. Tutt’altro che un malvagio studente, riuscì ad 11 anni ad entrare alla prestigiosa Rodillian Academy, famoso collegio rinomato per la cura della materie umanistiche.

Qui, oltre che alla grammatica e alle arti visive, Alan si dedicò ai tipici sport di squadra inglesi: era infatti un buon giocatore sia di cricket che di rugby, che, per sua stessa ammissione, gli hanno permesso di sviluppare il fisico e la concentrazione necessari per diventare un buon football player.

Già, perché un innato senso del gol, abbinato ad una ferocia agonistica con pochi eguali, ne faceva già nei primi anni dell’Academy un ottimo attaccante per il modesto livello del circuit collegiale.

Un Alan Smith agli esordi, nel 1998

Fu proprio così che, durante un’anonima partita di fine anno, venne notato da un osservatore del Leeds United. Alan firmò così, neanche 17enne, per la squadra della sua città. Un onore ed un privilegio, per chi era cresciuto tra i racconti leggendari delle gesta di Billy Bremner e John Charles. Firmò, rinunciando così alla possibilità di frequentare gli ultimi due anni alla Rodillian. Che, molto probabilmente, gli avrebbe aperto le porte del mondo accademico britannico. Ma la Fede, così come la chiama lui, ebbe la meglio:

“Dissi ai miei che, semplicemente, sarei diventato un Peacock: fine della discussione”.

Molti se lo ricordano per via del mitologico gioco PC Calcio 7 (datato 1998), dove Smith era già forte nonostante i soli 18 anni d’età: questo perché il suo prematuro esordio in Premier era già avvenuto e ne aveva fatto un “caso Nazionale”. Alan infatti non passava inosservato: un po’ per quel taglio di capelli alla Dawson’s Creek, inspiegabilmente – dato che è biondo naturale – e visibilmente ossigenato; un po’ per la cattiveria, la furia agonistica e le doti tecniche e balistiche che metteva in mostra ogni domenica. Con una continuità francamente impensabile per un ragazzo di quell’età.

Fu subito fama e gloria, in virtù certamente delle prestazioni, ma anche della penuria di talenti – eccezion fatta per Michael Owen, naturalmente – nell’orbita di una Nazionale reduce dall’ennesimo flop mondiale della sua storia: David Batty, infatti, durante il Mondiale francese aveva fallito il rigore decisivo negli ottavi contro l’Argentina di Ortega, Simeone e Batistuta, buttando fuori dalla massima competizione mondiale i Leoni.

Come un pugno di Begbie in Trainspotting, Alan colpì con violenza i cuori dei tifosi del Leeds. E, di riflesso, quelli dei supporters inglesi. Schierato in tandem col panzer australiano Mark Viduka, Smith iniziò da titolare nel match contro il Liverpool (alla terza giornata) e non uscì praticamente più dagli undici titolari. Onestamente, i primi 16 mesi della carriera di Smith facevano presagire ben altra e gloriosa carriera: il ragazzino correva come un dannato, dava del tu al pallone e aveva grinta e carattere da vendere. In pratica, giocava come un 28enne navigato.

Se si poteva trovargli un difetto, è che sicuramente vedeva relativamente poco la porta: mai in doppia cifra in carriera, lasciò il Leeds nel 2002 con 40 goal all’attivo in circa 170 presenze. Ma in campo è lui, nonostante la giovanissima età, a trascinare i Peacocks. Un comune denominatore, quello di essere un leader emotivo, che si porterà dietro in tutte le tappe della carriera.

L’anno più esaltante col Leeds è certamente il 2001, quando trascinò i compagni – chiudendo la stagione con 18 reti complessive – fino alle semifinali di Coppa UEFA. Fu proprio al termine di quell’annata che rifiutò alcune proposte da parte del Manchester United, dell’Arsenal e della Juventus, dichiarando spavaldo:

“Non andrò mai al Manchester United: sarò sempre e solo un calciatore del Leeds.”

Nelle due stagioni successive, il Leeds riuscì a malapena ad evitare la retrocessione. Che puntualmente arrivò al termine della stagione 2003/2004. Proclami eclatanti a parte, era chiaro a tutti che per Alan era giunto il momento di lasciare le sponde del fiume Aire: a strapparlo alla concorrenza fu proprio Sir Alex Ferguson, da sempre attentissimo ai talentini britannici. E da sempre un grande estimatore dell’oramai 24enne ragazzo di Rothwell, per cui scucì circa 12 milioni di euro.

“Gli dissi che lo volevo in tutti i modi, ma che se fossi stato in lui non avrei mai accettato: lui per i tifosi del Leeds era un simbolo, oltre che un idolo. Sorprendendomi, mi disse che le sue dichiarazioni di due anni prima erano state dette da un ragazzino acerbo, ma che ora avevo davanti un uomo: accettò e si unì a noi dopo neanche un giorno di trattative”. (Alex Ferguson, estate 2004)

Al Manchester, Smith s’impose subito come leader carismatico nello spogliatoio. Meno come leader tecnico: difficile, in quella squadra orfana di Beckham ma pur sempre zeppa di talenti (tra cui un giovanissimo Cristiano Ronaldo), trovare continuità. Continuità che arrivò in una maniera insolita: a seguito di un infortunio di Roy Keane, Sir Alex ebbe infatti l’intuizione di reinventare Smith come centrocampista centrale.

Smith trovò dunque continuità in mezzo al campo, ed innalzò decisamente il livello del suo gioco, diventando per una stagione e mezzo uno dei punti di riferimento dello scacchiere tattico del tecnico scozzese: il nuovo ruolo sembrava infatti calzargli a pennello, visto che la corsa e la garra agonistica di Smith trovarono sfogo in fase di non possesso, e che in fase di costruzione del gioco lui e il compagno di reparto Paul Scholes sembravano trovarsi ad occhi chiusi.

Ma, come ahimé spesso accade, la Dea Bendata aveva per Smith altri ed oscuri piani: è il 18 febbraio 2006, quando durante una gara di FA Cup contro il Liverpool (persa per 0-1), Smith rimediò una terrificante frattura alla gamba sinistra con annessa slogatura della caviglia. L’infortunio, definito dal Sun come uno dei “più tremendi infortuni della storia della Premier League”, lo costrinse ad uno stop forzato di quasi un anno.

I tifosi, che ogni domenica erano soliti intonare il coro “Alan kill them all!”, in attesa del suo ritorno, ebbero però indietro un giocatore diverso:

“Qualcosa s’era rotto, dentro di me: in ogni contrasto che facevo ero nervoso ed avevo paura. Ma, soprattutto, avevo decisamente perso qualcosa a livello fisico”.

Tornò a metà stagione 2006/2007, contribuendo a fasi alterne al successo in campionato. Ma mancava qualcosa: il nuovo Smith era meno veloce, meno deciso e meno incisivo rispetto al giocatore che era stato prima dell’infortunio. Neanche Sir Alex riuscì nel miracolo di recuperare mentalmente un uomo, ancor prima che un giocatore, visibilmente scivolato in un mood mentale negativo. Come il (quasi) coetaneo Michael Owen, Alan a nemmeno 28 anni, e con 10 anni di Premier alle spalle, era praticamente un giocatore finito. Spremuto.

Nel 2007, dopo aver dichiarato alla stampa l’intenzione di sostituire il partente Ruud Van Nistelrooij proprio schierando Alan nel suo ruolo originale, Sir Alex decise invece di puntare forte sull’esplosione del giovane Wayne Rooney. Oramai ai margini delle rotazioni, Smith fu ceduto per 8 milioni di euro al Newcastle. Coi Magpies ritrovò un po’ di smalto dei tempi andati, diventando – complice anche la permanenza coi bianconeri in Championship a seguito di un’inaspettata e catastrofica retrocessione – anche lì un idolo per i suoi tifosi.

Ma, di fatto, non esplose mai come tutti si sarebbero aspettati. Difficile trovare una spiegazione: forse ha alzato troppo l’asticella da giovane; forse, in fondo in fondo, non era così forte e talentuoso; forse è stata solo sfortuna o una serie di scelte sbagliate. Ma resta il fatto che la faccia e il carattere, pur senza andare mai fuori dal seminato – se non con qualche tackle azzardato – quel ragazzino cresciuto troppo in fretta li ha sempre mostrati.

Idolo per ogni appassionato di calcio inglese, pare impossibile che un giorno possa davvero ritirarsi: sarà che ha la stessa baby face ormai da vent’anni; sarà che per tutti rimarrà sempre il diciottenne che sceglievi a PC Calcio e a Scudetto. E che, almeno nel mondo dell’entertainment virtuale, non deludeva mai le aspettative. Ad ogni modo ci mancherai, vecchio guerriero. Alan Smith: la quasi Leggenda.

“So close, yet so far.” (Detto anglosassone).