In principio fu “Linea Verde”. Era il maggio del 1990, il muro di Berlino era caduto da poco e l’Albania si apprestava per la prima volta nella sua storia recente a mostrarsi apertamente oltre i propri confini.

L’occasione fu data dalla celebre trasmissione di Rai Uno, un rotocalco a tema agricolo e ambientale in onda la domenica all’ora di pranzo; dopo delicate e infinite procedure tecniche e burocratiche, le telecamere del programma condotto da Federico Fazzuoli erano pronte per varcare la più ermetica delle cortine dell’Europa orientale, quella di un paese ancora ostinatamente refrattario e recalcitrante a qualsiasi sollecitazione esterna.

Quel che restava del regime di Ramiz Alia favorì l’accelerazione del processo di svelamento dell’Albania, facilitando il lavoro degli operatori italiani e consentendo la diretta anche sugli schermi della tv nazionale. Si racconta, e non c’è motivo di dubitarne, che quando la troupe della Rai andò finalmente in onda, un silenzio irreale calò per le strade di Tirana e dei villaggi rurali più dispersi; ovunque ci fosse un televisore, questo era sintonizzato sull’Occidente che per la prima volta raccontava la tanto cara patria.

L’arrivo della nave Vlora a Bari (1991)

La fase più recente del legame profondo tra l’Italia e il paese delle Aquile cominciò in quella tiepida domenica primaverile. È un rapporto viscerale e inestricabile quello che da sempre unisce le due sponde dell’Adriatico; il colonialismo, la proclamazione di Vittorio Emanuele III re d’Albania, la folta presenza della comunità arbëreshë nelle regioni meridionali del nostro paese.

E ancora, investimenti e relazioni commerciali negli schizofrenici anni ’90, i programmi radiofonici e televisivi italiani captati illegalmente dalle coste, la massiccia immigrazione con le soffocanti immagini della nave Vlora che attracca al porto di Bari. Un esodo di speranza e disperazione, immortalato dal capolavoro Lamerica di Gianni Amelio.

“Meglio il lavapiatti in Italia che la fame in Albania.”

Poteva forse mancare il calcio dentro un simile mosaico di immaginari e dipendenze? Ed ecco allora che il campionato italiano, con le sue stelle e i suoi miliardi, diventa negli anni il modello inarrivabile su cui sperimentare un movimento calcistico nazionale. Il primo salto di qualità del calcio albanese si consuma nel 2008: dopo otto stagioni da calciatore in Italia tra Brescia, Bologna e Lazio, l’attaccante Igli Tare abbandona l’attività e accetta la proposta del patron laziale Claudio Lotito di assumere un incarico dirigenziale.

Sia nella capitale che in altre squadre italiane cominciano ad arrivare poco alla volta giocatori albanesi; due di questi giocheranno proprio per il club biancoazzurro, il portiere Berisha e il capitano della nazionale Cana. La seconda svolta avviene nel dicembre del 2011, quando sulla panchina della nazionale viene chiamato Gianni De Biasi, già tecnico di Torino e Udinese.

Ci sono, tuttavia, due annose questioni mai risolte. La prima riguarda la difficoltà per i tecnici stranieri a stabilire una permanenza e una continuità accettabili; dal 2002, infatti, sono ben sette gli allenatori non albanesi che si sono alternati. A provarci per primo era stato un altro italiano, Beppe Dossena, che se ne andrà dopo due sole partite attratto dalla moneta sonante del colonnello Gheddafi (e di suo figlio); succederanno, tra gli altri, anche due ex difensori di livello come Hans-Peter Briegel e Arie Haan, che quantomeno contribuiranno a gettare le basi per un movimento credibile e competitivo.

Taulant Xhaka, jolly dell’Albania e del Basilea

Il secondo problema consiste nei naturalizzati all’estero: la generazione di coloro che lasciarono l’Albania da bambini a bordo delle navi mercantili dirette in Europa è diventata grande. Sono professionisti, militano nei campionati europei e indossano le maglie delle nazioni che li hanno cresciuti e svezzati. Sono albanesi, kosovari soprattutto, e si chiamano Behrami, Shaqiri, Xhaka (Granit, perché il fratello minore Taulant ha scelto la nazionale delle Aquile), Dzemaili, Mehmedi; ai mondiali del 2014 porteranno la Svizzera fino agli ottavi di finale, piegata solo da un gol dell’argentino Di María allo scadere dei supplementari.

De Biasi non si cura della diaspora e s’immerge senza risparmiarsi nel calcio albanese; da buon rurale della marca trevigiana, sa benissimo che il vino buono si ottiene amando e prendendosi cura della terra e, soprattutto, con il tempo e la pazienza. Lavora e modella il capitale umano a disposizione, lo seleziona con meticolosità, studia il modesto campionato in patria e segue le giovani promesse in giro per l’Europa. Talmente calato nella parte da essere premiato con la cittadinanza albanese e il conferimento di una laurea honoris causa in scienze sociali da parte dell’Università di Tirana.

Al suo fianco chiama Paolo Tramezzani, ex difensore di Inter e del Piacenza di Gigi Cagni, che si sta facendo le ossa come opinionista televisivo commentando i campionati minori di Lega Pro e Serie D; l’uomo giusto per il suo progetto, bravo e dedito nello scandagliare giocatori e situazioni lontani dai riflettori, racchiusi dentro il guscio amaro di carriere che stentano a decollare. Quel che serve per far funzionare la sua macchina; negli ultimi anni, infatti, anche la geografia interna del pallone albanese è profondamente mutata e Tirana non è più il centro del sistema.

“Per fare un certo tipo di calcio bisogna essere al centro del progetto, e spesso in Italia l’allenatore non lo è”.

Dal 2010 a dominare il campionato è il K.S. Skënderbeu, la squadra della città di Korça (Coriza in italiano), placido e modesto centro di 80mila abitanti del confine sudorientale; qui è tornato a giocare l’esperto attaccante Hamdi Salihi, il giocatore in attività con più reti in nazionale (e secondo complessivamente solo a Erjon Bogdani, il primo albanese a giocare nella Serie A italiana).

Fallito l’aggancio a Brasile 2014, dove pure nei gironi di qualificazione cominciano a far parlare di sé vincendo una difficile gara in Norvegia, De Biasi e l’Albania puntano tutto su Euro 2016, reputando il momento ormai maturo per il raccolto. Favoriti anche dalla nuova formula del torneo, che prevede l’allargamento a 24 squadre rispetto alle classiche 16.

La partita che segna lo spartiacque della storia recente del calcio albanese si gioca il 7 settembre 2014 ad Aveiro, in Portogallo; è la prima gara del gruppo di qualificazione e di fronte a Cristiano Ronaldo, i rossi passano 1-0 con un tiro al volo di Bekim Balaj, allora attaccante dello Slavia Praga.

Dopo il pareggio con la Danimarca, la terza giornata si gioca in Serbia a Belgrado; a quattro minuti dalla fine, sul risultato di 0-0, un drone sorvola lo stadio sventolando la bandiera della Grande Albania, il mito nazionalista della riunificazione sotto un unico vessillo dei territori a maggioranza albanese del Kosovo, della Cameria (nel nord della Grecia), degli altipiani della Krajna e di Presevo, oggi sparpagliati tra Serbia, Montenegro e Macedonia.

Funesti presagi tornano a soffiare sui campi di calcio dei Balcani, come un lugubre remake della scintilla etnica che ridusse in brandelli la Jugoslavia. I tifosi serbi invadono il campo, la partita viene sospesa e infine la vittoria a tavolino assegnata all’Albania.

Da quel momento, per De Biasi e i suoi ragazzi la strada si fa più morbida, meno irsuta. Le insidie arriveranno sul più bello, quasi a voler ricacciare la nazione dentro un passato fatto di sofferenze e di finestre socchiuse da cui guardare gli altri godersi le luci della ribalta; il 7 settembre 2015, esattamente un anno dopo, il Portogallo restituisce lo smacco confezionando una beffa al 92° e passando di misura sul campo della città di Elbasan. Poi all’inizio di ottobre la Serbia risveglia la propria indole sorniona ed orgogliosa vincendo in trasferta nei minuti di recupero.

L’11 ottobre in Armenia è in programma l’appuntamento decisivo e definitivo con la storia: un autorete di Hovhanssyan e un gol di Dijmsiti scacciano i fantasmi nel giro di venti minuti e Sadiku suggella il capolavoro.

In Francia ci andranno veramente; e non ci saranno porti in cui attraccare, né piatti da lavare. Solo una bella pagina di calcio da continuare a riempire. E un italiano, ancora una volta, per imparare insieme ad essere finalmente belli, liberi, fieri. Come quell’inno di Mameli cantato a squarciagola allo stadio di Genova in amichevole, sventolando una bandiera rossa con un’aquila nera.