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Prestando fede all’antico adagio, attribuibile al teologo cristiano Sant’Agostino, secondo il quale ‘’il mondo è un libro, e quelli che non viaggiano ne leggono una sola pagina’’, la conoscenza di Velibor Milutinovic detto Bora” dovrebbe approssimarsi a quella dell’intera Biblioteca d’Alessandria o giù di lì.

Se avessimo sottomano una di quelle mappe multimediali in cui marcare con un contrassegno le località in cui l’allenatore serbo ha calcato il terreno, portandosi dietro il suo bagaglio d’esperienza, etica lavorativa e amore per il pallone, rimarrebbero senza circoletto rosso soltanto le infinite distese d’acqua degli oceani.

Come il conquistatore Lope de Aguirre, magnificamente rappresentato nella pellicola di Werner Herzog, per l’intera durata di una carriera quarantennale che non accenna a terminare, si è dedicato ad un’opera d’indottrinamento vicina al proselitismo, in cui la sua filosofia ha goduto di un’esportazione ad ogni latitudine.

Con la stessa convinzione ai limiti dell’ossessione del condottiero spagnolo e la costanza incrollabile di chi si sente portatore privilegiato di un credo divulgabile ovunque è possibile far rotolare una sfera di cuoio, non c’è stata località, stadio, o regione nella quale il nostro non abbia cercato di imporre la propria visione. Allenatore giramondo e incarnazione dell’outcast in un universo popolato da cittì alla ricerca perenne della stabilità a scapito degli scossoni propri della vita in bilico, ha spacciato calcio, mettendo al servizio di giocatori, tifosi e comunità tutti gli insegnamenti che un’esistenza vissuta nei pressi del rettangolo verde possa donare.

Velibor ‘’Bora’’ Milutinovic deve i natali a Bajina Basta, cittadina bagnata dal fiume Drina e sorta al confine tra Serbia e Bosnia Erzegovina.

Inizia, come molti suoi pari età in tutto il globo, a tirare i primi calci da giovanissimo, non sapendo ancora che la sua abilità sopra la media nel carezzare il pallone gli varrà anche come lasciapassare e trampolino di lancio per unire passione e professione, ambizione e dedizione; il suo è un paradigmatico esempio di sogno divenuto un tutt’uno con la quotidianità nel quale è immerso, per il cui conseguimento è necessario lasciarsi alle spalle – attraverso un lungo e tortuoso cammino d’avvicinamento – sempre qualcosa di significativo, siano queste nuove amicizie, luoghi diventati ormai familiari o tifosi presso i quali fungeva da guida spirituale.

Il francese Morand scriveva: ’Viaggiare è essere infedeli. Siatelo senza rimorsi. Dimenticate i vostri amici per degli sconosciuti’’; e chi meglio di Bora ha rimasticato e fatto sua questa massima venata di cinismo, guardandosi bene dal voltarsi indietro e rimuginare sul passato, versando magari lacrime amare su ciò che non è stato e invece poteva essere?

Con la testa ad un’avventura che scuotesse le corde del suo essere irrimediabilmente allergico all’immutabilità e la mano alla valigia, ha sempre posato lo sguardo verso l’avvenire, pallonaro e non. Inizia come centrocampista nella sua patria d’origine nella compagine locale del Bor. Verrà notato dai belgradesi dell’OFK per poi accasarsi, dopo poco, tra le fila dei più quotati concittadini del Partizan: la vetrina che la maggiore espressione del calcio serbo gli concederà suscita gli interessi del Fussballclub Winterthur di Zurigo.

Gli ormeggi sono mollati: può così iniziare la vita (e la carriera) di un uomo che, come i marinai cantati da Lucio Dalla, viaggia intorno al mondo come un pacco postale senza nessuno che gli chieda come va. Seguire le sue tracce non è compito facile, appena sembra aver trovato destinazione definitiva, eccolo fare armi e bagagli e modificare la rotta.

Onorerà i colori di Monaco, Rouen e Nizza prima di intraprendere una decisione spiazzante: non sentendosi ancora pronto per appendere gli scarpini al chiodo sceglie come ultimo giro di giostra il calcisticamente insolito Centro America, precisamente Città del Messico.

Nella Ciudad, oltre a vestire la casacca dei gloriosi Pumas, Bora troverà l’altro grande amore della sua vita e il solo dal quale non ha tentato di smarcarsi: una donna, messicana e benestante, con cui in breve tempo deciderà di unirsi in un destino comune.

‘’Nascere poveri è una sfortuna, sposarsi una povera è da scemi’’.

Ragion per cui, gli esegeti del serbo, nel momento in cui ne narreranno le vicende, non potranno certo esimersi dal citare il ’77 come la sliding door decisiva della sua biografia: col terminare della sua attività da atleta, vede la luce un’altra, grazie alla quale il nome Milutinovic ancora oggi fa capitolino di tanto in tanto nella mente degli appassionati. All’esistenza sonnacchiosa e ordinaria dell’ex calciatore, preferisce sedersi sulla panchina dei capitolini, mettendo una prima tessera nel mosaico esotico e variegato che diverrà la sua nuova scommessa professionale.

Nel 1983, conquistati, sedotti ed abbandonati i tifosi gialloblu, approda alla guida della selezione Nazionale. Agli albori degli anni ottanta il Messico non è ancora il paese calcio-centrico che è ormai presenza fissa nelle competizioni internazionali da oltre tre decadi, né tantomeno quella fucina di talenti da cui hanno spiccato il volo Cuauhtémoc Blanco, Dos Santos o il Chicharito Hernandez; la crisi identitaria soffocante le ambizioni della Tricolor dal mondiale casalingo del ’70 sembra destinata a perdurare ancora a lungo.

Milutinovic e Hugo Sanchez all'Azteca

Se non fosse per la presenza di questa figura dal sorriso aperto e cordiale, ma dalla condotta flemmatica, così distante dal temperamento fumantino e chiassoso dei centramericani, capace con la complicità del pubblico di casa di creare un gruppo in grado di andar oltre i limiti autoimpostosi inizialmente. La sfida al mondo è lanciata. È il Mondiale del 1986 e si gioca ancora tra i confini amici.

L’attesa attorno ai messicani si capta nell’aria e a confermarlo sono i 110.000 cuori palpitanti all’unisono nel leggendario Azteca, teatro della gara d’esordio tra Messico e Belgio. I ragazzi di Bora non deludono le aspettative, imponendosi con un meritato 2 a 1. Complici anche le avversarie di non elevatissima caratura (Paraguay e Iraq le altre due contenders) il superamento del girone è un gioco da principianti.

Negli Ottavi a cedere sotto la spinta di un intero popolo è la Bulgaria, che in questa edizione sta mettendo le basi per l’exploit impronosticabile di Usa ’94. Alla primissima esperienza, la ventata di passione che il serbo porta con sé è già sinonimo di successo: il Messico torna ai quarti di finale. A fermarne purtroppo la corsa arriva la più esperta, quadrata e blasonata Germania, capace poi di giungere sino in finale. La disputa si gioca sul filo dell’incertezza e a condannare i padroni di casa sono i tiri dagli undici metri.

Si tratta d’una battuta d’arresto dal sapore dolce: lo sport è entrato in ogni casa dalla porta principale, si è messo idealmente un pallone tra i piedi di ogni bambino e, perché no, fatto un passo avanti fondamentale nella crescita sportiva e comunitaria di una nazione. Il ct lascia il Messico da eroe, per accettare l’incarico di due squadre di club: San Lorenzo prima, Udinese poi.

Saranno però esperienze poco significative nel suo personale Bildungsroman esotico, quasi fossero due ostacoli alla sua eterna ricerca dell’insolito, delle strade mai battute: quello di Milutinovic è appunto un romanzo di formazione a tappe, che trae linfa vitale unicamente dalla durezza della sfida successiva e il cui antagonista principale è la mancanza di stimoli.

Quale prova potrebbe essere quindi più affascinante di una nuova avventura tra degli assoluti carneadi? Questa volta la destinazione è se possibile ancor più atipica: a richiedere i servigi del Nostro è il Costa Rica, cenerentola assoluta di Italia ’90. Destino benevolo vede la nazionale messicana obbligata a far fronte ad una squalifica dalle competizioni internazionali, ammenda che le costerà la possibilità di conquistarsi un posto alla kermesse italiana, spianando così la strada alla Sele.

‘’Allenavo il Costa Rica. Io sono tifoso del Partizan di Belgrado e volevo giocare il Mondiale con le maglie bianconere, ma non sapevo come fare. Così chiamai Montezemolo che mi diede il numero di Boniperti: lui mi fece arrivare 44 maglie.’’

A stupire sin dalla conferenza stampa, ci pensa ovviamente Bora, rilasciando un’intervista in cui denota con assoluta fermezza le abbondanti chance dei suoi di passare il girone. Tra l’incredulità generale, i Ticos superano prima la Scozia – grazie alla realizzazione di Cayasso condita da un assist funambolico di Jara e la Svezia poi, ribaltando la rete iniziale di Ekstrom – candidandosi di diritto a sorpresa della manifestazione.

Nella gara contro i favoriti scandinavi a meritarsi la palma di più meritevole e spina nel fianco della difesa avversaria, sarà quel Medford conosciuto ai più per la sua militanza tra le fila del Foggia zemaniano. Mentre si sprecano i peana, Milutinovic non pare per nulla sorpreso, anzi minimizza sfoderando il suo classico sorriso placido; d’altronde, per chi è nato per le imprese semi-impossibili, portare ventidue ragazzi che credono ciecamente nei dettami del proprio mentore agli ottavi di Finale di un Campionato del Mondo, è cosa da poco.

Il prossimo ostacolo è la Cecoslovacchia, compagine dalla tradizione consolidata: non bastano però l’entusiasmo della nazione più felice del globo a fermare l’avanzata di Skuhravy e compagni, che passeggiano con nonchalance sui centroamericani. L’avventura spensierata finisce con l’insperato traguardo delle top 16; ancora una volta Milutinovic è salutato al rientro come una sorta di santone salvifico.

Il Mondo calcistico si accorge finalmente della figura carismatica proveniente da Bajina Basta e il destino lo pone quindi di fronte all’ennesima prova del nove. Le sirene seduttrici risuonano ora dagli Stati Uniti d’America, in procinto di organizzare ed ospitare la successiva kermesse.

È un Paese, quello a stelle e strisce, abituato a fare le cose in grande e per non sfigurare al Gran Ballo affida le chiavi dello spogliatoio a quello straniero venuto da lontano, ma con il marchio del vincente che è da sempre pietra angolare della filosofia yankee. In una terra poco avvezza al pallone di cuoio la massima aspirazione è superare le colonne d’Ercole delle fasi a gironi; anche questa volta, il Nostro centra l’obbiettivo, strappando la qualificazione per il rotto della cuffia in virtù di una buona differenza reti nel confronto tra le terze classificate.

A rimanere per sempre impressa nella storia non solo dello Sport, peraltro per motivi esulanti l’agonismo, sarà purtroppo lo spareggio contro la Colombia, perso dai sudamericani per due reti ad una; al rientro in patria Andrés Escobar, reo di aver compiuto un autogol decisivo per l’estromissione de los Cafeteros, verrà trucidato a colpi di pistola da una banda di narcotrafficanti. L’urna non è benevola e contro il Brasile tricampeon e futuro trionfatore non ci si può che inchinare: a spegnere i sogni di gloria della truppa Usa ci pensa Bebeto.

Nonostante la delusione e la relativa allergia statunitense per le sconfitte, impazza dagli stati del Nord alle propaggini texane una nuova forma ossessiva. Anche in un continente fino ad allora refrattario al soccer, scoppia la calcio-mania, i cui effetti si continuano ad evidenziare ancor oggi con l’insegnamento della disciplina già nelle scuole ed un settore femminile tra i più vincenti.

A chi attribuire gli evidenti meriti non solo gestionali, ma anche di vero e proprio traino di un intero movimento, se non a quell’uomo dalla serenità imperturbabile e dal ciuffo sbarazzino? Bora però non è solito ad adagiarsi sui comodi allori della celebrità; neanche il tempo di fare i bagagli che arriva l’allettante chiamata della Nigeria.

Il materiale che il nuovo coach da un giorno all’altro si trova tra le mani ha impresso a lettere cubitali ‘’maneggiare con cura’’: è un coacervo di diamanti grezzi pronti per essere svezzati e immessi nel mercato, una bomba a mano ad un passo dall’esplodere e seppellirci tutti; senza esagerazioni, è un gruppo di ragazzi che, se ben amalgamati, avrebbe le potenzialità per sovvertire le gerarchie, portando la scuola africana sul tetto del mondo.

Babangida e Oliseh

Ma, ad assecondare il detto, il genio è molto spesso affiancato alla più totale e perigliosa sregolatezza: questo ne è uno dei casi più eclatanti, in cui la classica poca sagacia tattica delle compagini africane si amalgama in un cocktail esplosivo con la consapevolezza di saperci davvero fare con la sfera tra i piedi. I nomi in rosa provocherebbero un riflesso pavloviano a qualunque selezionatore: il precoce Babayaro, la freccia Babangida, Finidi, senza trascurare Kanu, Taribo West e il funambolico Jay-Jay Okocha.

C’è bisogno però dell’esperta mano di un traghettatore rodato, di un inflessibile maestro che prenda per mano queste potenziali stelle e le faccia marciare verso un unico obbiettivo. A Francia ’98 le cose iniziano nel migliore dei modi; nella gara d’esordio le Aquile piegano la Spagna in una gara rocambolesca all’insegna dello spettacolo e si ripetono con la Bulgaria, stavolta con un più parco 1 a 0. La sconfitta ininfluente col Paraguay nulla toglie ad una prima fase in cui l’organizzazione e un ritmo controllato sembrano prevalere sui picchi d’estro fini a se stessi.

Insomma, la squadra gira senza che nulla lasci presagire inceppamenti al meccanismo. Il turno successivo tocca al dentro-fuori contro la solida Danimarca di Johansson. Il pronostico è aperto, gli europei sono squadra coriacea e piuttosto talentuosa, ma non hanno brillato nella prima fase. Invece, neppure il tempo di prendere le misure all’avversario, che pochi giri di lancette a seguire il fischio d’inizio Moller insacca su perfetto servizio di Laudrup.

Rivedendo le immagini, è facile intuire come a mancare alle Super Eagles non siano i mezzi fisici o tecnici ma l’equilibrio tra i reparti e – deficit di maggior peso – una scarsa abitudine agli appuntamenti importanti. Al 12° un tap-in del minore dei fratelli Laudrup suona come la campana a morto dei sogni nigeriani. Il tempo per reindirizzare sui binari giusti la contesa è molto ma dalla prossemica degli undici in campo, dagli occhi lucidi in cui a specchiarsi si ritrovano in un attimo le fatiche di un popolo, la fame e la sofferenza, dalle corse a vuoto in cui si prodigano West e compagni, si capisce che nemmeno un aiuto divino ribalterà la situazione.

La Nigeria a Francia '98

Difatti nella ripresa una rete da cineteca di Sand e il poker calato dal futuro milanista Helveg, contribuiscono a render ancor più empia la mattanza. L’entusiasmo di un gruppo di ragazzi salvato grazie al calcio da un’esistenza soffocata dagli stenti, la voglia di regalare alla propria gente alcune briciole di un riscatto ancora troppo lontano non bastano: la Nigeria è eliminata. Fine della corsa.

Per la prima e forse unica occasione nella sfavillante carriera del giramondo Velibor, qualche dubbio sul proprio operato, sulla validità della missione balena nella mente del condottiero di Bajina Basta. A confutare ogni tentennamento serve l’ennesimo salto nel vuoto. Questa volta senza rete. Ad affidarsi ciecamente all’operato del Nostro, è la selezione cinese.

“Prima del Mondiale entrai in una chiesa per parlare con Dio. Mi ha chiesto: cosa vuoi, Bora? E ho risposto: “segnare come la Francia!” E Dio mantenne la parola. Francia e Cina in questo Mondiale sono state le uniche due squadre che non hanno segnato gol. Certo che io mi riferivo a realizzare come la Francia fece nel 1998.’’

Il paradosso del paese più popoloso del Mondo, con ben quasi un miliardo e mezzo di abitanti, è la totale estraneità al gioco del calcio. Il livello della rosa, pressoché inferiore a quello dei campionati dilettantistici di mezza Europa, non lascia presagire nient’altro se non qualche sgambata ai limiti del ridicolo. Bora invece, con un ideale sistemata al ciuffo, prosegue il suo lavoro a capo chino e una volta in più, riesce a commutare vagheggiamenti allucinati in concrete realtà.

Corre l’anno 2002 e ai Mondiali in Corea e Giappone riesce in un’impresa che ha eguali solo nella persona del collega Scolari: per la quinta volta consecutiva è presente alla vetrina di maggior prestigio con cinque nazionali diverse. Cinque declinazioni di calcio e vita, cinque distillati di usi e costumi totalmente differenti.

La vittoria sugli Emirati Arabi in data 27 settembre 2001 sancisce l’effettivo approdo alla Coppa del Mondo; la prima ed ultima per la Repubblica Popolare Cinese. La manifestazione sarà solo un’inusuale passerella, con le tre sconfitte, le nove reti subite senza realizzarne nemmeno una; ma, fatto assolutamente atipico nella conservatrice cultura asiatica, a rimanere impressa negli annali del calcio sarà per sempre il nome di quello strano europeo.

Nemmeno il posto di diritto nell’Albo d’oro del Calcio, o almeno quello del pallone terzomondista, serviranno però a pensionare questo pioniere del rettangolo verde.

Altre genti e culture hanno negli anni avuto la fortuna di servirsi del suo sapere e, viceversa, a lasciarsi studiare e compenetrare dall’antropologo della panchina. Sì, perché da una figura simile, si prende e al contempo si dona un pezzo del proprio patrimonio, della propria essenza. Honduras, Giamaica e infine Iraq, le ultime tappe dove ha continuato il lavoro di una vita.

Non sappiamo dove la bussola indirizzerà il cammino di Bora Milutinovic nel futuro e se e dove il suo peregrinare troverà mai una destinazione definitiva. Tutto ciò che ci si può limitare a fare, nell’attesa, è augurargli buon viaggio. Alla prossima avventura, Bora!