Galeano diceva che nel calcio “l’abilità consiste nel trasformare i limiti in virtù”: il tarchiato Maradona, l’asmatico Scholes o il fragile Messi sono esempi eccezionali, ma tutti impallidiscono davanti a Manoel Garrincha. Denutrito e claudicante, alcolista e tabagista fin dalla tenera età, con un corpo sgraziato che custodiva la mente di un eterno bambino. Se fosse nato in Europa, Manoel probabilmente sarebbe finito in qualche manicomio, canzonato come Il Matto di De André. In quella meravigliosa terra di paradossi che è il Brasile, Manoel è diventato Garrincha, l’uomo che “ha regalato più allegria in tutta la storia del football”.

Manoel dos Santos nasce nel 1933 a Pau Grande, nella periferia di Rio de Janeiro. Il padre discende da una tribù di indios, mentre la madre è una mulatta originaria di Pernambuco: una famiglia povera, numerosa, multietnica: un perfetto specchio del Brasile. Manoel ha un leggero strabismo, una gamba più corta dell’altra e la spina dorsale storta.

Nessuno ha tempo di occuparsi di un bambino zoppo, che a molti appare irrimediabilmente stupido: Manoel è abbandonato a se stesso, e vive un’infanzia selvaggia nelle foreste carioca. Corre sbilenco Manoel, quasi saltella: come quel passerotto che rincorre sempre. La sorella Rosa se ne accorge, e per scherzo lo ribattezza con il nome di quell’uccellino: Garrincha.

Il sorriso di Garrincha

A 8 anni Manoel inizia la scuola, ma non si trova a suo agio. Forse perché non capisce, è stupido come dicono; forse perché lo stordisce la cachaça, che a casa sua scorre a fiumi; o forse perché, come la garrincha, Manoel è un uccellino che canta solo quando è libero, e anche quell’aula è una gabbia che lo fa soffrire. Finite le medie, Garrincha è assunto nella fabbrica tessile della città, la stessa dove il padre, sempre più schiavo dell’alcol, fa il guardiano notturno.

È il caposezione Boboco ad aggiungergli il nome Francisco per evitare omonimie con i colleghi. Francisco Manoel Dos Santos Garrincha: tra errori all’anagrafe, soprannomi e secondi battesimi ci vogliono vent’anni per dare un nome completo e inequivocabile a quel ragazzo così diverso dagli altri.

Manoel a lavoro è distratto, incapace di concentrarsi: quando minacciano di licenziarlo è proprio Boboco a salvarlo: presidente della squadra di calcio del Pau Grande – di fatto la squadra aziendale – insiste per tenerlo nello stabilimento e poterlo schierare in campo. Nel 1950 un collega convince Garrincha a fare un provino presso il Vasco da Gama: Manoel si presenta senza scarpe e l’evidente malformazione alle gambe induce gli osservatori a scartarlo immediatamente.

Due anni dopo il Botafogo sente parlare di lui e lo invita a presentarsi ad un allenamento. Garrincha si presenta dopo dieci mesi giustificandosi così: “Sapete, chi lavora in fabbrica non può andarsene quando vuole. Altrimenti il padrone ci caccia fuori”. Anche questa volta si presenta scalzo e viene mandato via; il giorno dopo, con un paio di scarpe preso in prestito, eccolo finalmente allenarsi con i bianconeri, schierato nella formazione B, contro i titolari.

È ala destra e si trova davanti il terzino sinistro del Botafogo: il leggendario Nilton Santos, soprannominato A Enciclopedia per la sua enorme conoscenza del calcio. Santos è uno dei pochi reduci del Maracanazo che ancora godono di immutata stima: un monumento del calcio brasiliano, senza dubbio il più forte giocatore del Paese nel suo ruolo.

Quando lo vidi mi sembrava uno scherzo, con quelle gambe storte, l’andatura da zoppo e il fisico di uno che può fare tante cose nella vita meno una: giocare al calcio. Come gli passano la palla gli vado incontro cercando di portarlo verso il fallo laterale per prendergliela con il sinistro, come facevo sempre. Lui invece mi fa una finta, mi sbilancia e se ne va. Nemmeno il tempo di girarmi per riprenderlo e ha già crossato.

La seconda volta mi fa passare la palla in mezzo alle gambe e io lo fermo con un braccio e gli dico: senti ragazzino, certe cose con me non farle più. La terza volta mi fa un pallonetto e sento ridere i pochi spettatori che assistono all’allenamento. Mi incazzo e quando mi si ripresenta di fronte cerco di sgambettarlo, ma non riesco a prenderlo. Alla fine vado dai dirigenti del Botafogo e dico: tesseratelo subito, questo è un fenomeno.

Garrincha con l'amico e compagno di squadra Nilton Santos
Il Botafogo non ci pensa un attimo e acquista Garrincha per cinquecento cruzeiros, la cifra più bassa scritta su un contratto professionistico nella storia del calcio brasiliano. A Garrincha va uno stipendio di 1500 cruzeiros: trecento più di quanto guadagnava come operaio.

Fin dal primo anno, Garrincha è immarcabile, e i suoi dribbling stordiscono qualsiasi difensore gli si pari davanti. La finta è sempre la stessa: Manoel muove il bacino finché non sbilancia l’avversario, poi si porta la palla sull’esterno e scatta via. La gamba più corta, la posizione asimmetrica del corpo e l’incoscienza con cui affronta difensori, partite, campionati: Garrincha ha preso i suoi limiti e li ha trasformati in un talento ineguagliabile. È nato quello che Raul Castro definirà “Il più grande giocatore amatoriale che il calcio professionista abbia mai creato”.

In un film del 1999, Nós Que Aqui Estamos por Vós Esperamos, i dribbling di Garrincha sono montati assieme ad un ballo di Fred Astaire. Perché il regista, intenzionato a raccontare il Novecento ricordando le sue innumerevoli forme artistiche, sceglie proprio Garrincha per questa sequenza? Per la sua inimitabile abilità di danzare sul pallone, certo; ma forse anche perché Garrincha più di ogni altro calciatore rappresenta le contraddizioni e i paradossi del Secolo Breve.

Il Mondiale del 1958

Per Garrincha le porte della Selecao si aprono nel 1955, quando la Fiorentina acquista Julinho, ala destra titolare del Brasile. La Federazione, solitamente abituata a schierare giocatori militanti nel campionato brasiliano, farebbe un’eccezione ma Julinho decide comunque di lasciare la maglia verdeoro. Garrincha è la più forte ala destra in circolazione, ma fatica ad affermarsi in Nazionale per motivi squisitamente extracalcistici.

Dopo la sconfitta del Maracanazo, attribuita principalmente a due neri (Barbosa e Bigode), i giocatori di colore erano malvisti nella Selecao, in un periodo in cui le tesi razziste avevano ancora notevole seguito; inoltre Garrincha era l’archetipo del giocatore tatticamente anarchico, incapace di giocare al servizio della squadra. Con l’avvicinarsi del Mondiale svedese la fama di Garrincha cresceva, come pure i dubbi sul suo rendimento.

Nel 1958 la Selecao non è ancora la leggenda dei giorni nostri: il Brasile è un gigante complessato, convinto di giocare un grande calcio ma senza alcun titolo in bacheca. In Svezia non si deve lasciare niente al caso: preparazione atletica, tattica e psicologica devono essere curate alla perfezione. Prima del Mondiale la squadra viene portata in ritiro per 5 mesi sulle montagne di Minas Gerais, sotto la guida del preparatore Amaral.

Altafini racconta: “Eravamo in trentatré, ci fecero ogni tipo di esame: vista, denti, muscoli. Ci tormentavano con i test di intelligenza: dadi, cubi, disegni. Come fossimo dei matti”. In uno di questi test, Garrincha totalizza 38 punti su 123: il dottor Carvalho commenta così il risultato: “Garrincha ha la psiche di un bambino di quattro anni, non ha l’intelligenza per fare l’autista di omnibus”.

Va detto che anche Pelé appare come un idiota agli psicologi della Federazione: “Pelè è un infantile, gli manca il necessario spirito alla lotta, è troppo giovane per reagire con l’adeguata aggressività, non ha senso di responsabilità necessario allo spirito di squadra, ne sconsiglio la convocazione“.

Insomma, la commissione medica sposa il parere della Federazione: Garrincha giochi pure in Nazionale, ma i Mondiali sono un’altra cosa. Garrincha è un idiota, alcolizzato e per di più nero. Niente da fare, lui e Pelé in Svezia partiranno dalla panchina.

Nelle partite preparatorie al Mondiale, Garrincha esplode: due gol nel match contro il Corinthians, prima dell’ultima amichevole, contro la Fiorentina. Feola non ha neanche bisogno di scomodare il giovane Pelé: il Brasile espugna 4-0 il Nervi grazie a una prestazione incredibile della sua ala destra, l’angelo dalle gambe storte. Sul 3-0, Garrincha scarta Robotti, Magnini e Cervato, supera il portiere Sarti e si ferma sulla linea di porta: Robotti torna su di lui, Garrincha con una finta lo manda a sbattere contro il palo e deposita la palla in rete. I compagni di squadra gli corrono incontro rimproverandolo per aver irriso gli avversari.

Garrincha camminava guardando a terra, Chaplin al rallentatore, come se chiedesse scusa per quel gol che fece scattare in piedi tutta la città di Firenze”. (Eduardo Galeano)

A fine partita il premuroso Nilton Santos lo rimprovera: “Cretino, certe cose non si fanno. Così prima o poi troverai qualcuno che ti spezza una gamba”. Paradossalmente, è il severo Paulo Amaral ad assolvere Manoel: Garrincha non si comporta così per disprezzo o superficialità, è il suo modo di interpretare il football. Con allegria”. Tutto vero, ma il Brasile non può permettersi di schierarlo titolare ai Mondiali: tanto più che alla vigilia delle prime due partite, Garrincha si ubriaca.

Il Brasile trionfa sull’Austria e pareggia 0-0 con l’Inghilterra: la partita con l’Unione Sovietica di Yashin è già decisiva. I sovietici sono una squadra che fonda la sua forza sul collettivo e l’organizzazione: la perfetta trasposizione del modello comunista, riabilitato davanti all’Occidente dopo il volo dello Sputnik. La Selecao non può permettersi di sbagliare: il giorno prima della partita la commissione interna, formata dai giocatori più esperti, convince Feola a far debuttare Pelé e Garrincha.

Nei primi 180 secondi il Brasile segna un gol e colpisce due pali: il rigido schieramento sovietico crolla davanti all’intraprendenza dei brasiliani. Il giornalista francese Gabriel Hannot li definisce “I tre minuti più belli della storia del calcio”, quelli che iniziano a forgiare il mito del futbol verdeoro. La Selecao vince 2-0 e Garrincha e Pelé diventano titolari inamovibili. Per il Brasile, inizia un cammino trionfale: i gol di Vavà, Didì e Pelé affondano il Galles e la Francia, prima del 5-2 in finale contro la Svezia padrona di casa. I brasiliani piangono, Garrincha confuso, sorride e chiede al capitano Bellini:

“Cosa è successo?”
“Abbiamo vinto la Coppa del Mondo, Mané!”
“Ma la partita di ritorno quando la giochiamo?”

Garrincha esulta, il Brasile è campione

Il mondo celebra il talento del diciassettenne Pelé: giovane, bello e commosso davanti alle telecamere, è l’immagine perfetta per raccontare il trionfo verdeoro. Ma senza il contributo di Garrincha, autore dei primi due assist, il Brasile non avrebbe alzato la Coppa del Mondo. Spiega Altafini: “Garrincha era poco intelligente, Feola non gli spiegava gli schemi tanto non li avrebbe capiti. Ma in campo gli veniva tutto naturale, quel mondiale l’ha vinto lui. Pelé ha contribuito al titolo, Didì era il leader, ma Garrincha ha risolto i problemi”.

Al ritorno in patria, la Selecao è accolta con tutti gli onori: il governatore di Rio de Janeiro organizza una sontuosa cerimonia al Maracanà per celebrare il trionfo in Svezia. Consapevole dell’enorme popolarità della Selecao, annuncia di voler regalare a ogni calciatore una villa sul promontorio di Copacabana. Mentre i suoi compagni sorridono compiaciuti, Garrincha resta perplesso, quasi sofferente: il governatore si avvicina e chiede spiegazioni.

Garrincha lo fissa negli occhi:“Io ho un altro desiderio…”. Tutti tacciono: il governatore probabilmente si sta domandando cosa altro può volere quel ragazzetto storpio, quale prezzo dovrà pagare per compiacere lui e l’elettorato carioca. Garrincha indica un passerotto in gabbia:

“Rinuncio volentieri alla villa, in cambio della libertà di quell’uccellino.”

I trionfi al Botafogo e la consacrazione

Dopo il trionfo mondiale, Garrincha non sembra volersi fermare: né in campo, né fuori. Alla moglie Nair Marques, sposata quando ancora era operaio, si è da tempo affiancata l’amante ufficiale, Iraci Castilho: la prima gli darà otto figli, la seconda due. Nel 1959, in una trasferta in Svezia successiva al Mondiale, trova il tempo di concepire un figlio anche con una cameriera diciassettenne. Garrincha è un bambino desideroso solo di assecondare le sue passioni, cavalcare i suoi vizi: sempre più dribbling, sempre più donne, sempre più cachaça.

Se Nilton Santos continua ad accudirlo come un padre premuroso, il Botafogo non sembra altrettanto preoccupato. Le giocate di Garrincha garantiscono vittorie e incassi d’oro, praticamente a costo zero: ad ogni scadenza di contratto Manoel firma in bianco, dopodiché la dirigenza scrive come compenso il minimo sindacale. Il Botafogo trionfa nei campionati carioca del 1961 e del 1962: per capire l’apporto di Manoel, basta pensare che il giornale O’ Globo celebra il trionfo bianconero raffigurando in copertina 11 Garrincha.

Un altro soprannome inizia ad accompagnare le gesta di Garrincha: Alegria do Povo, la Gioia del popolo, per la sua innata capacità di rendere felice chiunque lo veda giocare.

Garrincha è sempre più spesso ubriaco e fuori forma, ma è comunque il calciatore più forte in circolazione: nel dicembre 1961 viene premiato dalla cantante Elza Soares come giocatore più popolare dello Stato di Rio de Janeiro. Nel febbraio 1962, in una partita contro l’America valevole per il torneo Rio-San Paolo, l’arbitro Ferreira minaccia di espellerlo per i troppi dribbling effettuati sul malcapitato terzino Ivan. Garrincha esalta Rio de Janeiro, Pelé è il re indiscusso del campionato paulista: sono senza dubbio i due giocatori più forti del mondo. Logico che alla vigilia dei Mondiali cileni, la Selecao parta con il favore di tutti i pronostici e un attacco strepitoso: Garrincha, Didi, Pelé, Vavà e Zagallo

L'attacco del Brasile alla vigilia di Cile 1962: Garrincha, Didi, Pelé, Vavà e Zagallo

Nella prima partita del girone Pelé e Zagallo regolano 2-0 il Messico; nella seconda partita il Brasile pareggia 0-0 con la Cecoslovacchia e si infortuna Pelé, perfetto uomo copertina e giocatore più atteso di tutto il Mondiale. L’onere di guidare i verdeoro ricade tutto su Garrincha: Manoel dovrà sorreggere, sulle sue gambe sghembe, le speranze di un’intera nazione.

La madrina della spedizione brasiliana in Cile è Elza Soares. Anche lei è diventata una celebrità, affermandosi come interprete di un nuovo genere che unisce musica tradizionale e samba, canzone d’autore francese e musica leggera italiana: la bossa nova. Garrincha incontra Elza nel ritiro brasiliano: già innamorato, si raccomanda allo speaker radiofonico Cozzi di prendersi cura di lei e di accompagnarla al Sausalito ad assistere a Brasile – Spagna. Poi la fissa e, determinato e testardo come un bambino, le dice: “Andrò a vincere questa Coppa del Mondo. Per te”.

Garrincha regala ad Amarildo l’assist per il primo gol contro la Spagna. Ai quarti di finale il Brasile affronta l’Inghilterra: la partita finisce 3-1 grazie a una doppietta di Garrincha e a un gol di Vavà nato da un suo tiro. In semifinale, contro il Cile padrone di casa, Manoel segna due gol e serve un assist prima di farsi espellere per un calcio al difensore Rojas: la partita termina 4-2 ma il Brasile deve giocare la finale contro la Cecoslovacchia senza il suo fenomeno.

Si scomoda perfino il primo ministro Neves perché la squalifica sia revocata, ricordando la condotta esemplare di Garrincha e parlando “In nome del popolo brasiliano”; l’arbitro, il peruviano Yamasaki, diventa al centro di una questione diplomatica che coinvolge il presidente del Perù, l’ambasciata in Cile e tutte le istituzioni brasiliane. Per evitare che possa interferire il guardalinee – che è uruguaiano e quindi, per i brasiliani, ovviamente prevenuto – il suo aereo da Santiago a Montevideo effettua un incredibile scalo di dieci giorni a Parigi.

Probabile che la FIFA riceva pressioni anche dal blocco atlantico, preoccupato che un successo cecoslovacco possa sancire la superiorità calcistica del Patto di Varsavia. Ad ogni modo, la commissione disciplinare accetta il ricorso del Brasile e consente a Garrincha di giocare la finale. Il futuro pallone d’oro Masopust segna l’1-0 per i cecoslovacchi, ma poi Amarildo, Zito e il solito Vavà regalano il successo alla Selecao.

Il Brasile è bicampeao, Garrincha ha mantenuto la promessa fatta ad Elza: è andato a vincere la Coppa del Mondo, praticamente da solo. Solo Maradona nel 1986 saprà essere ugualmente determinante: il futebol moleque di Garrincha, irriverente e refrattario agli schemi, è sul tetto del mondo.

Garrincha corre a festeggiare Amarildo dopo il 3-1 alla Cecoslovacchia

Tra Cile e Inghilterra

“Se fossimo 75 milioni di Garrincha, che Paese sarebbe questo! Più grande della Russia, più grande degli Stati Uniti.” (Nelson Rodrigues)

Dopo il Mondiale cileno la popolarità di Garrincha è alle stelle, tanto che il poeta Vinicius de Morais gli dedica una poesia, L’angelo dalle gambe storte. La storia d’amore con Elza è oramai di pubblico dominio e Garrincha abbandona moglie e figlie per risposarsi con lei. Il matrimonio cattura l’immaginario collettivo brasiliano: per il connubio tra le due passioni nazionali, musica e calcio, ma anche per la scelta di Garrincha di convolare a seconde nozze.

Garrincha con Elza Soares

L’avvocato della moglie Nair ha gioco facile nel raccontare gli infiniti tradimenti e il pessimo comportamento di Garrincha come marito e come padre: l’infinita battaglia legale degli anni successivi prosciugherà le finanze di Garrincha e lo screditerà agli occhi dei brasiliani. Mentre la dipendenza dall’alcol si fa sempre più preoccupante, anche la condizione fisica inizia a peggiorare: le ginocchia sono sempre più instabili, ma il Botafogo non può privarsi del suo giocatore più rappresentativo.

Dal 1965 il suo contratto prevede un compenso una tantum secondo il numero di partite giocate; vista la delicatissima situazione finanziaria – dovuta anche alla scaltrezza del club bianconero – Garrincha è quindi costretto a giocare quasi sempre. I problemi fisici aumentano mentre il rendimento peggiora in maniera evidente: nel settembre 1965 Garrincha decide di operarsi alle ginocchia, facendosi asportare i menischi. Il fisico gli sta dicendo in ogni modo di rallentare: con gli scatti sempre meno rapidi, con le partite sempre più frequenti, con le bottiglie sempre più numerose. Ma Manoel è ancora un bambino, e non crede che quel corpo così martoriato possa presentargli un’altra volta il conto da pagare.

Alla vigilia del Mondiale del 1966, Garrincha lascia il Botafogo per il Corinthians: poche partite giocate, nessun gol, scarsa sintonia con i compagni. Alegria do Povo sembra l’ombra del giocatore di pochi anni prima: è lento, visibilmente ingrassato e spesso abulico. Il presidente della Federcalcio brasiliana, Havelange, sembra non essere d’accordo: a suo parere, con Garrincha e Pelé in campo, la Selecao è imbattibile.

La prima partita, contro la Bulgaria, è un salto indietro nel tempo: Pelé segna, Garrincha raddoppia e il Brasile si illude di essere ancora la squadra più forte del mondo. Nella partita successiva un infortunio tiene fuori O’Rei, e l’Ungheria vince 3-1; nella terza partita del girone è Garrincha ad assistere dalla panchina alle invenzioni di Eusebio, che elimina i campioni in carica dal Mondiale inglese.

Il match con l’Ungheria è l’ultima apparizione di Garrincha con la maglia della Selecao, ed è la prima volta in 60 partite che esce dal campo sconfitto. Havelange non si sbagliava: nelle 50 partite in cui il Brasile ha schierato contemporaneamente Pelé e Garrincha, non ha mai perso.

“Pelè era un atleta, Garrincha un artista. Metteteli insieme e avrete una combinazione perfetta, impossibile da fermare.” (Armando Noguiera)

Pelé e Garrincha, due Brasili a confronto

Non si può raccontare Garrincha senza spiegare il suo rapporto con Pelé: Alegria do Povo e O’Rei sono lo yin e lo yang del Brasile del Novecento. Da una parte il professionismo, dall’altra il calcio amatoriale; da una parte l’Ordem e Progresso scritto sulla bandiera, dall’altra la realtà sgangherata e povera delle favelas. Pelé rappresenta ciò che il Brasile vuole essere, Garrincha è la realtà che si vuole nascondere: un Paese di madre mulatta e padre indio, che ansima per una libertà che duri più di un Carnevale. Garrincha è l’anima viziosa, il passato povero che si vuole rimuovere.

Mentre Garrincha firmava contratti in bianco con il Botafogo, ottenendo puntualmente il minimo sindacale, Pelé registrava il suo brand e sponsorizzava prodotti di ogni tipo; così Garrincha rimaneva povero e continuava a rappresentare il Brasile, Pelé diventava ricchissimo e finiva per rappresentare il carrozzone della FIFA.

Pelé e Garrincha in una sfida tra Botafogo e Santos

Insieme, Pelé e Garrincha hanno forgiato l’identità dei brasiliani, eternamente divisi tra ciò che sono e ciò che vorrebbero essere. Uno simbolo del Botafogo di Rio de Janeiro, l’altro del Santos di Sao Paulo; una capitale politica fino al 1960 e principale centro culturale del Paese, l’altra capitale economica in pieno sviluppo. Secondo alcuni saremmo addirittura davanti a un duello tra l’anima dionisiaca e festaiola e quella apollinea e razionale.

Forse è esagerato: certo è che il mondo – e il calcio – si sono fatti sempre più scientifici, organizzati, inquadrati; l’imprevedibilità, che poi è il motivo per cui ci si appassiona, è andata sempre più scemando. Il cervello ha vinto sul cuore, ma non per i brasiliani: tra i due hanno sempre scelto il secondo, ed è per questo che si sentono in colpa. Applaudono Pelé, ma piangono Garrincha, Alegria do Povo. O’Rei si rispetta e ossequia, ma non è un brasiliano come tutti: si tenga pure lo scettro di giocatore più forte di sempre. L’amore è un’altra cosa.

“Ancora oggi, se chiedi ad un vecchio Brasiliano chi è Pelé, il vecchio si toglie il cappello, in segno di ammirazione e di gratitudine. Ma se gli parli di Garrincha, il vecchio chiede scusa, abbassa gli occhi e piange.” (Detto popolare brasiliano)

Garrincha dopo Garrincha

Dopo il Mondiale inglese, Garrincha non è più lo stesso. È la fotocopia sbiadita del passero che faceva impazzire tutte le difese, eppure non può fermarsi: dodici stagioni al minimo salariale lo hanno lasciato con le ginocchia gonfie e il portafogli vuoto. Esaurita la parentesi al Corinthians, Garrincha prova ad accasarsi al Vasco da Gama: basta un’amichevole a far desistere i dirigenti carioca dalla tentazione di tesserarlo.

Garrincha approda quindi in Colombia, all’Atlético Junior; dopo una sola partita decide di rescindere il contratto. Manoel deve giocare, per mantenere le due mogli e gli innumerevoli figli; ma oramai ha capito che il corpo sta cedendo, che non tornerà più quello di prima.

“Chi è stato Garrincha, non può tornare ad essere Manoel Dos Santos.”

Garrincha è lento, ingrassato, impacciato. Viene tesserato dal Flamengo, che lo schiera soprattutto in gare amichevoli: i brasiliani fanno la fila ai botteghini per vederlo, quasi fosse un’attrazione da circo, un orso in una gabbia. Prigioniero della sua fama e di un corpo devastato dall’alcol, Garrincha è sempre più triste. Nell’aprile del 1969 Garrincha, accompagnato dalla madre di Elza, si reca a Pau Grande a visitare figli avuti dalla prima moglie.

Durante il viaggio di ritorno la macchina si scontra con un tir e si ribalta: la suocera muore sul colpo, Garrincha rimane illeso ma ne esce psicologicamente devastato. Rifiuta di giocare e sprofonda in un vortice di depressione. Tra gli alimenti alla prima moglie e bevute offerte nei bar di tutta Rio, i pochi soldi di Garrincha si esauriscono in fretta: tre anni dopo il Mondiale inglese, Manoel è costretto a chiedere un mutuo per comprare casa. Il giorno dopo l’ennesimo rifiuto, Garrincha viene ritrovato agonizzante, completamente ubriaco davanti a una chiesa.

Elza non può più ignorare i problemi del marito: bisogna portarlo via dal Brasile prima che sia troppo tardi. Nel 1970 la coppia si trasferisce a Roma: Elza trova un ingaggio al Teatro Sistina, sperando che Manoel riesca a placare i suoi fantasmi. Dopo il fallimento del Mondiale inglese la FIGC ha vietato il tesseramento di giocatori extracomunitari, ma Garrincha sarebbe comunque impresentabile. A marzo si allena con la Lazio di Chinaglia, nella totale indifferenza di stampa e appassionati: il passerotto che in Brasile richiamava migliaia di persone ad ogni apparizione è diventato un trafiletto per i giornali locali.

Elza Soares continua a ripetersi che Garrincha tornerà quello di un tempo, che una volta rientrato nel peso forma farà di nuovo ammattire le difese di tutto il mondo: intanto, il Governo Brasiliano gli trova lavoro come “Ambasciatore in Italia del caffè brasiliano”. Un ruolo puramente rappresentativo, che però Garrincha non riesce a svolgere: quando gli chiedono un parere sulla bontà del caffè brasiliano, risponde “Il nostro caffè? Mai bevuto, ma la nostra cachaça…”.

Nell’estate del 1970 la Seleção vince il Mondiale in Messico: mentre Pelé alza la Coppa allo stadio Azteca, Garrincha vive in un bungalow a Torvaianica, dove gioca in una squadra amatoriale composta da macellai e meccanici. O’Rei guadagna milioni solo con la pubblicità, Garrincha grazie all’Istituto Brasiliano del Caffè guadagna mille dollari al mese, di cui buona parte vanno a mantenere la prima moglie e i loro otto figli. In un’intervista del marzo 1971 a Pilar Magazine, Garrincha spiega:

Io nella vita non ho mai avuto fortuna. Ho scelto amici malvagi e ora non ho nessuno. Ho scelto cattivi amministratori per gestire i soldi che ho guadagnato. Mi hanno rubato tutto, e nessuno mi è rimasto accanto. Ho solo Elza”.

I rimpianti sono tanti, troppi: le mille offerte rifiutate dal Botafogo dopo il mondiale cileno, le migliaia di bottiglie bevute, i milioni di cruzeiros mai guadagnati. Garrincha prova ad accordarsi con i francesi del Red Star, ma non se ne fa di niente; anche Elza non ottiene il successo sperato e in un anno si esibisce solo tre volte. Nel 1972 la coppia decide di tornare in Brasile: Garrincha viene ingaggiato dall’Olaria, piccolo club carioca che gli offre 5mila cruzeiros al mese.

50mila persone accorrono al Maracanà per vedere il suo ritorno, contro il Flamengo: il 23 agosto gioca la sua ultima partita ufficiale, contro quel Botafogo a cui aveva dato tutto se stesso per dodici anni.
In cambio il minimo sindacale.

Gli ultimi anni

“Mané Garrincha visse i suoi ultimi venti anni totalmente avulso dalla società. Affondò nell’alcolismo, rimase incapace di rapportarsi con ognuno dei quattordici figli che lasciò sparsi per il mondo. Bistrattato dalle compagne, sveniva per le porte delle osterie, dormiva per i marciapiedi, era accolto da omosessuali e sopravviveva solo grazie ai favori e alla filantropia dello Stato”. (Telmo Zanini)

Il 19 dicembre 1973 il Maracanà ospita la partita di addio di Garrincha: 130mila persone accorrono per l’amichevole tra Brasile e Resto del Mondo. Pelé strappa applausi seminando avversari, mentre Garrincha è uno spettro che vaga per la fascia; secondo lo scrittore Buarque, la partita si trasforma in “una dimostrazione pubblica del suo declino”.

Basti pensare che l’incasso della partita è devoluto allo stesso Garrincha: a 40 anni Manoel è diventato il povero storpio che tutti si aspettavano sarebbe stato. Non sono bastati due titoli mondiali a salvarlo dal suo destino manifesto: gli anni successivi sono un’irreversibile caduta negli inferi, tra sbronze, ricoveri in ospedale, nuove paternità e figli illegittimi.

“You were caught in the crossfire of childhood and stardom” (Pink Floyd, Shine On You Crazy Diamond)

Dopo la morte della prima moglie, nel 1975, Garrincha deve prendersi cura dei 5 figli ancora scapoli; nel 1977 Elza partorisce l’atteso figlio maschio, Manuel Garrincha dos Santos Júnior, e per qualche mese sembra che Manoel possa rimettere la testa a posto. Spuntano fuori un’amante e un presunto figlio illegittimo a mandare in crisi il rapporto con Elza, che nel 1977 ottiene il divorzio. Nel 1978 Garrincha si sposa una terza volta, ha un altro figlio e viene ricoverato per ipertensione.

Nel 1980 è ospite d’onore della scuola di samba Mangueira al Carnevale di Rio: non ha ancora 50 anni, ma sembra uno zombie. Scrive Pelé nella sua autobiografia: “Stavo guardando la tv e quando l’ho visto volevo piangere. Stava seduto sul carro senza la minima idea di cosa gli stesse succedendo intorno. La sua faccia sembrava consumata, come se non ci fosse rimasta più vita. È stata una delle cose più tristi che ho mai visto”.

Garrincha al Carnevale del 1980

La spirale autodistruttiva non si ferma: nei mesi successivi Garrincha viene ritrovato sempre più spesso in stato di incoscienza davanti a qualche osteria, e i ricoveri in ospedale non fanno più notizia. Per un po’ di tempo è la Federazione Brasiliana a pagare le cure in qualche clinica privata; ma all’ennesimo conto faraonico, e dopo aver scoperto che Garrincha metteva in conto le sigarette per i pazienti di tutto il reparto, anche la CBF decide di abbandonare Manoel al suo destino.

Il 19 gennaio 1983 viene ricoverato in coma etilico sotto il nome di “Manuel da Silva”, un curioso mix tra il nome di battesimo (Manoel dos Santos) e il nome che si dà in Brasile alle persone non identificate (José da Silva). Uno sconosciuto con il volto tumefatto dall’alcol: nessun medico può associare quel relitto umano al giocatore che venti anni prima ha annichilito il mondo. Alle 6 di mattina del 20 gennaio Manoel da Silva” Garrincha muore: curato come una persona qualsiasi, come avrebbe voluto essere trattato sempre. Senza stupore per le sue malformazioni fisiche, la sua ingenuità o i suoi vizi.

“Un vincente? Un perdente fortunato, e la fortuna non dura. I brasiliani hanno ragione quando dicono che, se la merda avesse valore, i poveri nascerebbero senza culo. Garrincha morì nel modo che gli spettava: povero, ubriaco e solo.” (Eduardo Galeano)

Poche ore dopo la morte, il corpo di Garrincha viene portato al Maracanà. Intorno alle due vedove e ai numerosi figli si riunisce una folla sempre più sterminata di colleghi, giornalisti, tifosi. È Nilton Santos, l’ex compagno di Nazionale che Garrincha aveva umiliato al suo primo provino, a far eseguire le sue ultime volontà. Niente cerimonie sfarzose, né cimiteri privati: Garrincha deve essere sepolto a Pau Grande.

Il corteo funebre sembra tratto da un racconto di Garcia Márquez: la bara viene issata su un camion dei pompieri, lo stesso con cui la Selecao fu portata in trionfo nel 1958, e inizia un viaggio di 65 chilometri. Dal Maracanà a Pau Grande, ripercorrendo a ritroso il percorso che Alegria do Povo aveva fatto 30 anni prima.

“Quando muore qualcuno ci si interroga sulla vita in generale. La gente si identificò in lui. Garrincha non aveva mai abbandonato le sue radici popolari; era stato sfruttato dal calcio, ed era diventato il simbolo della maggioranza dei brasiliani, vittime dello sfruttamento.” (Jose Sergio)

Le strade sono bloccate, i brasiliani stanno arrivando da ogni parte per dare l’ultimo saluto a Garrincha: un cartello appeso su un albero dice “Garrincha, hai fatto ridere il mondo e oggi l’hai fatto piangere”. Nella piccola chiesa scelta per la messa ci sono oltre tremila persone ad aspettare, al cimitero di Pau Grande sono ottomila.

La fossa appena preparata è troppo piccola, ed è ancora Nilton Santos a scavare per fare spazio a Garrincha, mentre migliaia di brasiliani depongono fiori accanto alla bara. Il piccolo cimitero viene quasi distrutto dall’enorme afflusso di folla: al momento di restaurarlo, pochi anni dopo, all’ingresso viene affissa una stele per ricordare Garrincha:

“Era un bambino dolcissimo. Parlava con gli uccellini.”

Da quel giorno, sono passati più di trenta anni. Il Brasile ha visto regimi militari e titoli mondiali, boom economici e tragedie sportive. Il prossimo spot con cui presentarsi al mondo sono le Olimpiadi: porteranno lavoro e progresso, o almeno così promettono ai giovani. I vecchi hanno visto Alegria do Povo. E tanto basta per essere felici.Garrincha, alegria do povo

“Il calcio, come la letteratura, è forza di popolo.
I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è un momento eterno.”