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“I gol più belli come qualità? Quelli di Litmanen.” (W. Rooney)

Più che di Re dei Ghiacci – il suo soprannome presso i connazionali è infatti Kuningas, il Re – nel titolo avremmo voluto scrivere de “il Re oltre la Barriera”. Ma se abbiamo resistito alla tentazione della facile citazione di Game of Thrones, è solo perché – a differenza di quella del re dei Bruti nella famosa saga di George R.R.Martin – la spedizione oltre la barriera ideologica che separa la penisola scandinava dal continente è stata per Jari Litmanen un successo completo.

Impossibile, infatti, non identificare come simbolo del calcio europeo degli anni ’90 quel ragazzetto finlandese più e più volte associato alla parola “genio. Ora, converrete con me che la suddetta parola è stata negli anni e in diversi contesti decisamente abusata. Ecco, questo non è certamente il caso di Jari Olavi Litmanen da Lahti, ridente cittadina situata 100 chilometri a nord di Helsinki.

Come sia uscito un giocatore con quella tecnica, quei lampi di genio e quell’IQ calcistico da un paesino che le statistiche indicano essere coperto dalla neve per 180 giorni l’anno, e in cui il 90% degli sportivi pratica l’hockey su ghiaccio, rimane tuttora un mistero.

Jari Litmanen nacque all’alba del 1971, proprio nei giorni in cui l’ultimo paese europeo rimasto (la modernissima Svizzera) concedeva il voto alle donne. Il suo paese fu il primo dopo l’Australia a concederlo, nel lontano 1906, mostrandosi sotto questo e altri punti ideologicamente e civicamente molto avanzato rispetto agli altri stati europei.

Il che rende solo in parte più facile vivere in un paese in cui per 5 mesi all’anno le temperature non superano gli 0 gradi. O nel quale per alcuni mesi ci sono 20 ore di luce al giorno, e in altri neanche una. E come dice il connazionale e celebre regista Aki Kaurismaki: “Quando è buio fuori, è buio anche nella mente”.

“Sono sempre stato e sempre sarò un fiero finlandese, ma onestamente ho sempre preferito il clima di Barcellona. Ma anche di Liverpool… anche se lì piove sempre”.

Ad ogni modo, Jari ebbe un’infanzia oltremodo tranquilla, passata sui campi da calcio ghiacciati per metà anno per seguire le gesta di papà Olavi, medianaccio della squadra locale. E soprattutto di mamma Alice, anch’essa calciatrice per il Reipas Lahti. Trequartista dalla classe innata col vizio del gol, si dice che tutto il talento di Jari sia stato ereditato più da lei che dal padre, non particolarmente noto per i lampi di genio in campo.

Come ogni finlandese, la cui formazione sportiva era totalmente sovvenzionata dallo Stato, Jari crebbe in un contesto di mens sana in corpore sano, praticando al contempo calcio e hockey. Questa cura del proprio corpo ci spiega come sia riuscito, con quel fisico non particolarmente aitante, più da ragioniere che da quattrocentista, a giocare a calcio ad alti livelli per circa 25 anni. Nonostante eccellesse pure nell’hockey, l’esordio appena 16enne in Veikkausliiga (la massima serie) col Lahti lasciò al ragazzino pochi dubbi su quale sarebbe stata la sua carriera.

Un giovanissimo Litmanen in Finlandia

Col Lahti giocò, trovando mese dopo mese maggior continuità di rendimento e consapevolezza, per 4 stagioni. Di cui tre da titolare inamovibile. Sempre senza strafare – caratteristica di Litmanen è sempre stata quella di non osare mai troppo – nel 1991 rifiutò un provino del Feyenoord e si trasferì nella capitale, all’HJK. Qui vinse il suo primo campionato da protagonista ma, a causa dei problemi economici del club, fu ceduto al MyPa, all’epoca il club finnico sulla cresta dell’onda.

Qui trovò Harri Kampman, l’uomo che Litmanen definì “l’allenatore più importante della mia carriera” e che ritroverà 23 anni dopo, quando da figliol prodigo tornerà in Finlandia per sparare le ultime cartucce di un cursus che sarebbe riduttivo definire singolare. Ma andiamo con ordine: nel 1992 Litmanen cominciò alla grande la stagione, segnando 7 gol nelle prime 18 presenze. Fu proprio un suo gol a contribuire alla conquista della coppa nazionale.

E fu proprio durante quel match che venne notato da un osservatore dell’Ajax. Litmanen aveva già riscosso l’interesse di Barcellona, Leeds e PSV, che però si ritirarono dalle trattative, poco convinti dalle qualità atletiche del ragazzo, che sembravano essere adatte per un campionato modesto come quello finlandese. Fu il padre, invece, che prese la decisione di mandare il figlio ad Amsterdam anziché a Bucarest (sponda Dinamo), convinto dalla qualità umana dell’allora DT dei lancieri David Endt, che dirà poi:

“Uno ad uno, i nuovi acquisti si presentarono in conferenza stampa. Per ultimo arrivò lui, Jari. Non l’avevamo pagato neanche poco, considerato il contesto da cui proveniva. Non era timido o complessato, ma semplicemente estremamente umile. Ma nei suoi occhi intravidi un qualcosa. Nonostante la giovane età, capii che in lui c’era qualcosa di speciale: ascoltava sempre con attenzione e chiunque. Aveva 21 anni, ma già allora era noto come “il professore” per l’attenzione che metteva nei dettagli. Già allora non voleva essere un leader, ma era già un leader“.

Nonostante le buone parole di Endt, come tanti altri dopo di lui, al primo anno Jari si scontrò con quella roccia granitica e inflessibile dall’esotico nome di Louis. Louis Van Gaal. Che lo trattava con freddezza, relegandolo spesso in panchina e rivolgendogli quasi mai la parola. Non che fosse così scontato trovare un posto tra i titolari quando davanti hai un certo Dennis Bergkamp. Ma il figlio dei ghiacci non mollò, continuando ad allenarsi con più costanza di quella con cui il vento del Nord sferza Lahti nei giorni d’inverno.

L’occasione si presentò durante la seconda stagione: Dennis se ne andò a Milano, sponda Inter, e Jari inaspettatamente ereditò la numero 10 e un posto da titolare. Fu un’esplosione totale: nel 1992/93 Litmanen vinse il titolo di capocannoniere (con 26 reti, giocando dietro le punte), il Campionato e fu pure eletto calciatore dell’anno. Improvvisamente, il ragazzino dai lunghi capelli che somigliava ad Atreiu de La Storia Infinita si era fatto uomo. Anzi, si era fatto calciatore.

La stagione 1994/95 fu ancor più trionfale: pilastro fondamentale dell’Ajax di Van Gaal, Jari vinse Eredivisie, Supercoppa d’Olanda e, ventidue anni dopo l’ultimo successo griffato Johann Cruijff, trionfò in Coppa Campioni disinnescando in finale il marmoreo Milan di Fabio Capello.

Leader silenzioso ma carismatico, introverso quanto lucido e glaciale, Litmanen fu un autentico trascinatore in campo e ben presto divenne idolo indiscusso della tifoseria. Si calcola, tra le altre cose, che nei primi 5 anni di Ajax il nome più gettonato tra i nascituri dei tifosi fu proprio il suo, Jari.

I successi dei Lancieri proseguirono nella stagione seguente, quando si aggiudicarono in successione pure la Supercoppa Europea e la Coppa Intercontinentale. Al termine della stagione Jari, nel frattempo diventato Mago Merlino per i tifosi olandesi, giunse terzo nella classifica del Pallone d’Oro; alle spalle di Weah e – cosa incredibile – di Jürgen Klinsmann.

Fu nel 1996 a Roma, quando la Juventus di Lippi superò di misura i Lancieri in finale di Coppa Campioni – 1 a 1 e sconfitta ai rigori, con gol del Nostro, poi laureatosi capocannoniere della manifestazione con 9 reti -, che ebbe fine lo straordinario cammino dell’Ajax di metà anni ’90: anche a causa della sentenza Bosman, infatti, la dirigenza olandese assistette impotente ad una violenta diaspora dei suoi migliori calciatori.

Siamo all’estate del 1996: In Italia impazza il calciomercato, ed è un calciomercato di qualità più che discreta. La Juventus ingaggia Zidane, l’Inter risponde con Youri Djorkaeff. La Lazio prende Pavel Nedved, il Parma Enrico Chiesa, la Sampdoria Juan Sebastián Verón. Tutti i presidenti, però, sognano di avere i gioielli più preziosi del panorama europeo, ovvero gli uomini di quell’Ajax che ha appena perso la finale di Coppa Campioni. Tra quei gioielli, è ovviamente compreso il diamante Litmanen.

Se Kanu, Seedorf, Davids e Reiziger trovano posto in Italia, molti danno per scontato che anche per il genietto finlandese il destino sia lo stesso. Si fanno infatti avanti sia la Roma che il Milan. A spuntarla sembra proprio la società capitolina ma, all’ultimo istante, Sensi a malincuore rinuncia a spendere i 20 miliardi di lire necessari per il cartellino. Inspiegabilmente, l’Europa si scorda di quel 25enne col numero 10 che non sbaglia mai un passaggio, crea gioco tra le linee, assist deliziosi e segna soltanto gol bellissimi.

Litmanen dunque rimane in Olanda, ma inizia ad essere tormentato da una serie infinita di piccoli problemi fisici che ne limitano l’utilizzo e, in parte, il rendimento. Che tuttavia rimane di tutto rispetto: in tre stagioni infatti Litmanen, nonostante le caviglie non gli diano pace, realizza 45 gol in 92 apparizioni e contribuisce all’ennesima conquista dell’Eredivisie.

Nei sette anni trascorsi all’Ajax, Jari vinse quattro Eredivisie, tre KNVB beker e quattro Supercoppe d’Olanda. Detiene tuttora il record di gol realizzati nelle Coppe europee (sono 24 gol in 44 partite), cosa che gli è valsa l’onore di essere uno dei tre giocatori, gli altri sono Van Basten e Cruijff, presenti nel video-documentario proiettato all’ingresso dell’Ajax Museum. Nel 1999, appena 28enne e nonostante la spaventosa serie di micro-infortuni rimediati negli ultimi due anni, Litmanen viene chiamato a Barcellona da Van Gaal.

Partono per Barcellona pure i gemelli De Boer, Bogarde e Patrick Kluivert, con cui Van Gaal spera di rivivere i fasti del suo recente passato. Ma andrà tutto storto: il primo anno Litmanen lo passa più ai box che sul rettangolo verde. Durante la seconda stagione, col deludente Van Gaal esonerato ed il tecnico Ferrer che gli preferisce continuativamente il nuovo numero 10 brasiliano Rivaldo, Litmanen gioca talmente poco che a fine stagione viene ceduto a titolo gratuito al Liverpool di Houllier, che dichiarò alla stampa:

“È l’acquisto più eccitante della mia carriera”.

Sembrava l’inizio di un idillio perfetto: il Liverpool è da sempre la squadra del cuore di Jari, che non ha ancora 30 anni e che sembra aver dimenticato gli infortuni. L’avvio di stagione è infatti promettente, ma il fragile equilibrio viene presto spezzato da una frattura al polso che si procura in nazionale, che gli costa un paio di mesi di stop e il posto da titolare. In quella stagione il Liverpool riesce ad aggiudicarsi Worthington Cup, FA Cup e Coppa Uefa (con una rocambolesca vittoria in finale contro l’Alavés), ma Litmanen è lontano dall’essere quel giocatore stratosferico che era stato un tempo.

Al termine della stagione successiva, passata più a lottare con gli acciacchi fisici che contro i difensori avversari, viene liberato dal Liverpool. Anche stavolta, a titolo gratuito. Uno smacco, per chi fino a pochi anni prima era considerato un pezzo pregiatissimo del calciomercato europeo. Uno smacco, per quello che era stato il leader emotivo e tecnico di una delle squadre più eccitanti e avanguardistiche degli anni ’90.

Fu così che Jari tornò al primo amore: l’Ajax. Lui, che preferiva vivere nella tranquillità del sobborgo di Diemen piuttosto che nel caos cittadino, venne ri-accolto dai suoi tifosi come se non se ne fosse mai andato. Al coro di “Litmaaanen /ooh-ooh…”, sulle note di Volare di Modugno. Di fatto, al suo ritorno all’Amsterdam Arena venne accolto come un eroe, riuscendo nell’ultimo vero miracolo di una carriera che ne è costellata: riuscire a trascinare nuovamente i derelitti Lancieri fino ai quarti di finale di Champions (sconfitta contro il Milan).

Nell’estate del 2004, ormai ultratrentenne e tormentato dagli infortuni, iniziò un bizzarro pellegrinaggio in giro per l’Europa. Ma fra ritorni in patria ed esperienze tra Germania (Hansa Rostock), Svezia (Malmoe) ed Inghilterra (Fulham, dove gli viene riscontrato un problema cardiaco che lo tenne fuori dai campi per diversi mesi), il gran ballo era finito. Si ritirò quarantenne nel 2011, consegnandosi alla storia per essere uno dei pochi calciatori ad aver giocato in 4 decenni differenti.

Nonostante un finale di carriera fatto più di infortuni che di gol, più di silenzi che esultanze, la classe, la signorilità e la fantasia sono rimaste quelle di sempre. La qualità del genietto capace di colpi impossibili, s’intravedeva a sprazzi anche alla soglia dei 40 anni. Ci sono sempre stati quegli incredibili ed inaspettati strappi emotivi che dava alla partita, nonostante un fisico esile che spesso lo ha tradito.

Che pero’ gli permetteva giocate ragionate ma imprevedibili, più dettate dal subconscio che dalla logica, pertanto sorprendenti e doppiamente fulminee. Con quella sapienza tattica, unita ad una leadership silenziosa ma tangibile, che ne hanno fatto un autentico maestro per intere generazioni di calciatori. Un maestro soprattutto negli inserimenti verticali e nelle letture offensive degli spazi, un precursore dei centrocampisti offensivi moderni col 10 sulle spalle.

Dotato di un’eleganza innata, geometrica e fredda come un piano-sequenza kubrickiano. Una mezzapunta idealtipica, elemento di esaltazione di un intero sistema come quello di Van Gaal, con una straordinaria capacità nel fornire assist e nel coordinarsi per concludere in porta da qualsiasi posizione e distanza.

Il suo ritiro infine rispecchiò il suo carattere. Se ne andò dal calcio giocato alla sua maniera: senza proclami né celebrazioni particolari. Jari, infatti, alla luce dei riflettori ha sempre preferito l’intimità delle mura domestiche. Tanto da finire a vivere non in Finlandia – dove ha trasceso il ruolo di calciatore per essere votato “uno dei finlandesi maggiormente influenti di sempre” – preferendogli la tranquillità offerta dalla vicina Estonia, dove vive con moglie e due figli. Un simbolo, più che il tipico calciatore di talento.

Per celebrare il mito del “più forte giocatore finlandese di sempre” è stata eretta una sua statua nella piazza centrale di Lahti. Mentre ha visto la luce negli ultimi anni un documentario a lui dedicato, The King, prodotto dal fratello del grande regista finlandese Aki Kaurismaki.

Ma ogni volta che gli è stato chiesto di tutte queste attenzioni, è stato il primo a sminuirle. Con quel sorriso timido e un po’ triste, con quel carattere riservato e mai realmente capito se non da chi lo conosceva intimamente, si è limitato a fare spallucce e rispondere: “Ho avuto una buona carriera”.

“Due finlandesi sono in un bar. Dopo un’ora passata in silenzio, uno alza il suo bicchiere verso l’altro ed esclama: “Salute!”. L’altro si volta verso l’altra parte dicendo: “Non sono venuto qui per fare conversazione.” (Detto popolare finlandese).