Chi mastica, oltre al calcio, anche la politica sa bene che lo sport, ad ogni latitudine, rappresenta un formidabile veicolo di propaganda.

Bene, questo vettore è particolarmente gradito nei regimi, laddove i successi sportivi servono a cementare e tenere calma la popolazione, nonché a evidenziare alla stessa che i dettami del regime sono fruttuosi. Non a caso una recente pubblicità parla del calcio come del vero conquistatore del mondo, riuscito ad arrivare laddove hanno fallito gli Hitler e i Napoleone, i Gengis Khan e i Tamerlano, i grandi di Spagna e i Saladino.

Le recenti vicissitudini politiche e geopolitiche tra Russia e Ucraina mi hanno fornito lo spunto per questo nuovo articolo. Le cose sono cambiate molto da quando ero piccolino, ma i nomi delle squadre d’Oltrecortina sono rimasti intatti. Nomi come Dinamo, Lokomotiv, CSKA, Spartak fanno ormai parte del nostro vocabolario sportivo. Erano le compagini e le polisportive della polizia, delle ferrovie, dell’esercito e così via. A ben pensarci sembra che durante il comunismo gli apparatcik del Partito sembravano tenere in somma preferenza lo sport e il calcio.

Ma è davvero andata così? E se vi dicessi che il calcio nell’Unione Sovietica dovette sottostare, per continuare a essere praticato, a una sorta di esame da parte di Stalin? Procediamo con ordine.

Il calcio esisteva a quelle latitudini ben prima dell’ascesa al potere del georgiano dagli iconici baffoni. Regnante lo Zar si giocava già a calcio; a giocare però non erano certamente le classi più umili, né tantomeno i rampolli della nobiltà. No, con lo Zar a giocare a calcio erano in massima parte i figli della borghesia o dei boiardi di Stato. Poi lo Zar fu spodestato.

La presa del Palazzo d’Inverno, sto parlando dell’evento che la Storia chiama La Rivoluzione d’Ottobre, fece da volano alla diffusione del calcio, per un motivo molto semplice: la nazionalizzazione degli impianti sportivi. Questi ultimi, da che erano circoli esclusivi e dalle quote proibitive divennero aperti a tutti, inquadrati in organizzazioni sportive di tipo “dopolavoristico”.

Tutto bene, quindi? Niente affatto, perché intorno alla metà degli anni ’20 le teste d’uovo ai vertici dei comitati politici cominciarono a interrogarsi se il calcio fosse o meno conforme ai dettami del marxismo-leninismo. Lo so che la cosa può sembrare strana, ma andò così. C’erano persone che passavano il tempo a vedere cosa fosse in sincrono e cosa invece stridesse con l’ideale socialista che aveva permesso la Rivoluzione.

E venne quasi fuori che no: il calcio non era conforme. Perché? Mettetevi comodi, perché ciò che dirò adesso non è mia invenzione, ma verità. I politici cominciarono a persuadersi che il gioco del calcio fosse diseducativo per il popolo e in particolar modo per i giovani. A sentir loro, il calcio era un gioco che premiava l’inganno, perché ingannevoli erano considerati i dribbling e le finte.

So che adesso questa cosa può sembrare grottesca, ma vi assicuro che i sopracitati la prendevano tremendamente sul serio, e non era consigliabile – a meno che non si amassero in modo viscerale le foreste della Siberia – appassionarsi a qualcosa che cozzasse con l’ortodossia del Partito. Ci furono invettive feroci e difese accorate.

Ad un certo punto qualcuno avanzò, a difesa del calcio, anche l’accostamento con gli scacchi, anch’esso basato sì sulla strategia, ma anche sull’ingannare con le mosse l’avversario. Per un po’ i maggiorenti del Partito si trastullarono anche con l’idea di modificare le regole del gioco, tipo impedire il contatto fisico, ma alla fine, complice anche le tante rimostranze del popolo, che comunque amava il calcio, non se ne fece niente.

Tutto risolto? Macché. Alla Dinamo arrivò Lavrentij Berija. Il nome di Lavrentij Berija rappresenta un caso da manuale di insabbiamento politico. Il suo nome è stato, scientemente, quasi cancellato dai libri di Storia; ma vi posso dire che era un bieco e spietato burocrate, già capo dell’OGPU georgiano, vale a dire della polizia segreta. Berija si fece subito conoscere e cominciò a spadroneggiare e ad avvantaggiare la Dinamo Mosca con i metodi che gli erano propri e connaturati: violenze, arresti, torture, gulag e così via. Il campionato divenne quasi una farsa, ma come al solito qualcuno coraggioso si trova sempre.

E quel qualcuno si chiamava Nikolaij Starostin, che nel 1935, insieme ai suoi fratelli (Aleksandr, Andrej e Pëtr), fondò lo Spartak Mosca, una compagine caratterizzata da una forte avversione verso il regime. E credetemi, ci voleva del fegato per fare una cosa del genere nell’Unione Sovietica dei tempi di Stalin e dei suoi accoliti. Il nome venne scelto in onore di Spartaco, uno schiavo romano che aveva capeggiato una rivolta contro i potenti per riconquistare la libertà perduta.

Ma che ne pensava Stalin del gioco del calcio? Niente. Stalin era indifferente al calcio, ma nel 1936 volle vederci più chiaro. Decise di assistere a una partita di pallone, per avallare o meno, di persona, l’aderenza della disciplina all’ortodossia del credo comunista. Tutto fu preparato per la Giornata della Cultura fisica.

Per campo fu scelto l’immenso spiazzo della Piazza Rossa, laddove venne cucito a mano un manto di feltro verde, fu montata anche una rudimentale tribuna. E basta: perché le curve non c’erano, ma al posto di una delle due spiccava in lontananza la Cattedrale di San Basilio. Si decise per una durata sui 30 minuti, eccezion fatta per la noia di Stalin. Al minimo cenno di noia o insofferenza del leader, la partita sarebbe stata sospesa.

Tutto pronto? Macché. Nessuno voleva giocare davanti a Stalin. Berija stesso cominciò a minacciare e nessuna squadra voleva inimicarsi un individuo del genere. Ma nessuna squadra voleva anche giocare sotto i baffoni di Stalin: troppo grande era il rischio di annoiarlo, tutti avevano timore di colpirlo con una pallonata involontaria oppure di compiere un gesto che, sia pure ingenuamente, potesse essere considerato non in linea con la visione socialista dello sport che aveva l’uomo delle purghe.

I fratelli Starostin volevano giocare. Berija provò in tutti i modi a convincere quelli dello Spartak a non giocare, ma non ci fu verso. Non si trovò però nessun’altra squadra, sempre intimorite da Berija e timorose di Stalin. Si optò allora per far giocare i titolari dello Spartak Mosca contro le proprie riserve.

La partita durò 43 minuti e terminò 4-3. Stalin non si annoiò. Ma qui viene il bello: la partita fu una farsa. Si diede infatti vita ad una partita quasi completamente falsata, dove tutto o quasi, anche le azioni dei 7 gol previsti ed effettivamente realizzati, fu programmato in anticipo. Alla “sceneggiatura” e alla “coreografia” lavorò anche un regista teatrale. Come se Ejzenstejn si prodigasse nella messa in scena, nella regia e nel montaggio di un avvenimento di finzione degno della penna visionaria di Osvaldo Soriano.

La partita, come accennato, finì 4-3 per i titolari. E fu soltanto così, tra sguardi terrorizzati e sbadigli scongiurati, che il calciò poté continuare la sua storia nell’Unione Sovietica.

A cura di Massimo Bencivenga