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Maggio 2010. Il Mondiale è alle porte e l’attesa per la manifestazione cresce di ora in ora. Mi trovo a Salamanca, nel cuore della Spagna, per motivi di studio che fanno rima con chupiterias e botellónes assortiti. Insomma, la situazione idealtipica per godere a pieno del Mondiale con tutta una serie di comfort resi possibili dallo status di studente internazionale. Primo fra tutti, il confronto con una serie di personaggi che mai avrei potuto incontrare in altre circostanze.

Proprio uno di questi, Javiér – gaditano e tifoso appassionato dei Matagigantes – durante un’apparentemente anonima festa in appartamento, snocciola le sue speranze per il Mondiale in arrivo. Dalla classica analisi delle migliori squadre del mondo fino ai calciatori più attesi, quelle stelle per le quali vale la pena seguire il carrozzone sudafricano della FIFA; nella discussione, tra un mefistofelico miscuglio di sangría e bourbon, spunta un nome che fa crollare tutte le mie certezze.

Mentre infuriano i Black Eyed Peas in sottofondo e l’ambiente diventa euforico, su di un materasso poggiato a terra a mo’ di divano si discute dei migliori giocatori di sempre con l’ausilio di tre differenti lingue; tra Raúl, Roberto Baggio, Ronaldo, Maradona e Batistuta è il momento dell’andaluso che, tracannando una bottiglia di terribile sangría marca Don Simón, se ne esce con un surreale:

“Jodér, tios! Porqué nunca habéis visto jugar a el Mágico González!”

Non capisco se scherza o se è già compromesso dal miscuglio alcolico che fa da cornice ad ogni festa spagnola che si rispetti. Eppure l’espressione è seria, quasi irrigidita. Il nome non mi dice niente. Così chiedo delucidazioni. E parte un monologo che non scorderò mai. Javiér l’andaluso è semplicemente su un altro pianeta: descrive questo essere mitologico, originario de El Salvador, a metà strada fra Maradona, Robin Friday e Ronaldinho. Penso che la situazione sia seriamente compromessa e che, in fondo, gli spagnoli siano un po’ così: tendono ad esagerare quando qualcosa li riguarda da vicino.

Rientrato a casa a la madrugada, accendo il computer e fra le varie cose mi ronza ancora in testa quel nome: el Mágico González. Almeno scopriamo di chi si tratta e soprattutto cosa riusciva a fare. Mi imbatto in alcuni articoli in spagnolo, poi l’immancabile video su YouTube: rimango sbalordito.

Le giocate che scorrono, con in sottofondo una suadente chitarra andalusa con ritmo cadenzato da flamenco, elevano il tutto a poesia. Chi è questo fenomeno? Perché non ne ho mai sentito parlare? Ho dovuto aspettare i 25 anni e il racconto diretto di un gaditano per scoprirne l’esistenza. Mi sento colpevole.

È una sensazione strana, che lievita improvvisa. Devo approfondire, conoscere la storia di questo folletto ibero-americano con i tratti da indio che imperversava sui prati della Liga negli anni ’80. Il materiale in lingua spagnola è quasi sconfinato, mentre quello in italiano si conta sulle dita di una mano.

È Jorge Alberto González Barillas, detto Mágico: una parabola fuori tempo, colma di romanticismo e cosparsa di un’aura di realismo magico. Personaggio da romanzo di Gabriel Garcìa Márquez o di Julio Cortázar, calciatore sospeso a metà fra mito e buffoneria. Il sacro e il profano del gioco più seguito al mondo. Il numero dieci che era più forte di Maradona. A detta dello stesso Pibe de Oro.

“Credo che sia migliore di me, appartiene a un’altra galassia.” (Diego Maradona, 1982)

Il 1982 è un anno singolare, ricco di eventi sportivi e mutamenti storici. Dall’infinita morte del moloch Leonid Breznev, che apre inesorabilmente una stagione di lento ma progressivo disfacimento del blocco oltre Cortina, al titolo di campione del mondo alzato al cielo di Madrid dalla regina delle outsider, l’Italia di Bearzot, fino al consolidamento di Ronald Reagan e delle sue politiche ultra-liberiste basate sul culto assoluto dell’edonismo; per arrivare ai simboli di una nuova epoca già lanciata a rotta di collo sui binari dell’innovazione tecnologica: fanno la loro apparizione il Commodore 64 e il primo compact disc.

Insomma, come avrebbe detto proprio in quei giorni un replicante dall’estetica cyber-punk con la chioma ossigenata e lo sguardo glaciale: “Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi…”. Ma stavolta il mondo visionario illuminato a neon di Blade Runner non c’entra, se non per lo spunto che quel delicatissimo monologo offre. È un periodo in bilico fra slanci di progresso e disimpegno ed una visione “rassicurante” ancorata alle grandi fratture ideologiche del passato.

È una stagione in cui tutto appare possibile. Anche che un salvadoregno tarchiato, che sta per sbarcare sulle coste di Cadice, riesca ad oscurare la stella splendente del più grande talento della storia del calcio indossando la maglia del Barcellona durante una tournée negli States.

Sembra un’esibizione da videogame, di quelle dove puoi scegliere i tuoi calciatori preferiti ed assemblarli insieme all’interno di una squadra tatticamente non-sense ma che ti farà gioire ad ogni giocata appena varcata la linea di metà campo. Vedere quei due insieme è un po’ la stessa cosa: parlano la stessa lingua in campo e, chiunque osservi, prova una sensazione infantile. Un moto di meraviglia.

E soprattutto il Mágico González, 23enne semi-sconosciuto, in quella breve serie di partite da globetrotter del pallone dimostra al mondo che se mai esistesse un fantasista più imprevedibile di Maradona, quello è lui. Perché il suo è un calcio difficilmente descrivibile, sospeso fra bizantinismi sparsi e uno sconfinato apparato di trucchi ed illusioni che escono fuori dal suo piede destro con una naturalezza sconvolgente. Ma non finisce qua.

Perché il Mágico è anche una mezzapunta con una visione panoramica del gioco e delle linee di passaggio, è un assist-man formidabile ed ha a disposizione una tecnica di base che gli permette qualsiasi tipo di conclusione. Insomma, non si tratta del tipico giocoliere fumoso sud-americano: è un calciatore completo. E allora, dov’è il mistero di questa storia incompiuta da realismo magico?

È da cercare nell’indole pigra e irrequieta di un uomo che voleva soltanto divertirsi e far divertire, senza pressioni né proclami, non curandosi di regole ed obblighi, in costante ed affannosa ricerca di un modo per esorcizzare una pulsione di morte ed autodistruzione. Una fuga senza ritorno, lontano da insicurezze e responsabilità: seguendo unicamente istinti primari, talento e ispirazione. Come quella volta che a 17 anni fulminò lo sguardo curioso di un giornalista di San Salvador, facendogli così coniare il soprannome che lo accompagnerà durante il periodo pre-Andalucia: El Mago.

Perché è evidente fin dall’adolescenza che Jorge è un fantasista che gioca tre spanne sopra il livello degli altri. Certo, la scena degli anni ’70 de El Salvador è paragonabile alla serie D nostrana, ma qui siamo davanti ad un concentrato finissimo di talento puro. Rabone, elastici, colpi di tacco, lob, dribbling in velocità, colpi di suola, tunnel, sombreros e qualsiasi movimento con la palla un corpo umano possa concepire.

È un circo: un’esibizione felliniana di talento. Il Mágico sta al calcio come lo Zampanò de La Strada sta al cinema: un saltimbanco che girovaga come un nomade alla ricerca di un equilibrio impossibile. Una tranquillità che non può ottenere. Diviso fra attrazioni e vizi insaziabili, indolenza e una ritrosia naturale verso ogni forma di sovrastruttura. Come quella volta che, dopo pochi mesi a Cadice, un compagno di squadra radunò la banda del paese e gliela inviò sotto casa per svegliarlo. E per una volta il Mágico si svegliò dal suo sonno inarrestabile, raggiungendo i compagni all’allenamento. Ma soltanto perché:

“Sia chiaro: scendo dal letto soltanto perché è una bella musica, di mio gradimento”.

Immerso in una dimensione dadaista e surreale, il Nostro assurge ad idolo di un’intera città. A Cadice gli permettono di tutto, ergono una statua in suo onore e la domenica al piccolo Estadio Ramón de la Carranza si accorre numerosi solo per vederlo sfoderare i suoi numeri ad effetto, consapevoli che qualsiasi cosa sarebbe potuta accadere durante i 90 minuti. Soprattutto in un campionato che gli va strettissimo: la Segunda Division.

E poco importa se quel ragazzo dall’aria spossata la sera precedente avesse dormito all’interno di una delle discoteche del centro o non avesse proprio toccato il letto. Perché per uno come il Mágico è sempre stata una questione di principio.

“Riconosco che non sono un santo, che mi piace la notte e che la voglia di sbronzarmi non me la toglie neanche mia madre. So che sono un irresponsabile e un pessimo professionista, e che probabilmente sto sprecando l’opportunità della mia vita. Lo so, però ho una “scemenza” nella testa: non mi piace considerare il calcio come un lavoro. Se lo facessi, non sarei più io. Io gioco solo per divertirmi”.

Potrebbe essere il suo epitaffio come il suo inno alla vita. Probabilmente nessun romanzo, testimonianza o articolo potrebbero sviscerare meglio di questo virgolettato il personaggio Mágico González. Perché el Mago, come s’intuisce, ha soprattutto un difetto: è pigro. Ma non si tratta della pigrizia che possiamo immaginare, quella che ti fa lasciare i piatti accatastati in cucina in attesa di un giorno migliore per la pulizia, o quella che ti fa raschiare il frigorifero costringendoti a cibarti di ghiaccio e vodka insieme per rimandare ulteriormente la spesa. Qui siamo su un’altra galassia, per usare le parole di Maradona.

Maggio 1983, Cadice. È la domenica della semana santa, che in qualsiasi paese o villaggio che sorga in terra iberica significa festa ed unione: celebrazione di una storia e di un orgoglio. Indumenti da festa, drappi che agghindano i palazzi, celebrazioni tradizionali e un’ottima dose di alcol la sera. In questo contesto, il Nostro non ha limiti.

È ormai tarda mattina e l’incaricato del club si presenta a casa per prelevarlo perché nel tardo pomeriggio si giocherà Cadice-Barcellona, passerella di lusso per aggiudicarsi il trofeo Ramón de la Carranza, ma il Mágico non c’è. E nessuno ne sa niente. Come al solito non ha detto nulla nemmeno ai compagni. La società è preoccupata, anche se ormai è un canovaccio noto: il Mágico può scomparire per ore e poi apparire come nulla fosse. Sono le 18 e la partita ha inizio. Il Barcellona di Udo Lattek e Maradona passeggia sui malcapitati gaditani. Il primo tempo scivola via con un perentorio 0-3. Tutto troppo facile.

Nell’intervallo, il colpo di scena che ribalta tutto. Jorge si presenta nello spogliatoio, fa appena in tempo a cambiarsi – con l’aria di chi si è appena svegliato dopo un sonno atroce – che viene subitaneamente spedito in campo. Anche perché il pubblico reclama solo e soltanto quell’indio indolente. Nei 45 minuti che seguono la storia muta in leggenda: el Mágico infila due gol in un quarto d’ora, poi riesce a servire due assist da marziano per i compagni negli ultimi minuti di gioco. La partita finisce incredibilmente 4-3.

È il trionfo di Jorge, quello definitivo. A Cadice si è appena compiuto un miracolo da far impallidire Kaurismaki o Chaplin: un fauno salvadoregno, dalla corsa così leggera che pareva pattinare sul prato, ha steso da solo il Barcellona sotto gli occhi di un’intera comunità incredula e festante. Stavolta il barrilete cosmico di maradoniana memoria si deve applicare al salvadoregno mágico.

Insomma, quel talento puro, un 10 d’eccellenza che però gioca sempre con l’11, è esattamente dove vuole essere. Cadice è la sua comfort zone e mai l’abbandonerà. Nonostante piovano offerte da ogni parte d’Europa, con il Paris Saint Germain che recita la parte del leone: sono pronti a coprirlo d’oro. Ma la risposta di Jorge è quella che tutti s’aspettano e riconcilia con quel romanticismo che permea il calcio di provincia d’antan.

“E che ci vado a fare a Parigi? È una città troppo grande, non conosco la lingua…”

Un rifiuto che oggi suonerebbe come il primo passo verso l’internamento in un reparto di psichiatria degno di Qualcuno volò sul nido del Cuculo. Una motivazione che racchiude, ancora una volta, lo spirito bohémien e anarchico del Nostro. Eppure i dirigenti del PSG avrebbero dovuto saperlo perché quel giocatore spettacolare non fosse finito a Barcellona ma a ridosso delle Colonne d’Ercole. Durante la tournée negli USA, infatti, Jorge aveva incantato l’intera dirigenza blaugrana, decisa ad acquistarlo per metterlo al fianco di Maradona. Un episodio in particolare però fece vacillare le intenzioni del Barça.

Il giorno precedente ad una partita, nei pressi di Boston, scatta l’allarme anti-incendio nella residenza dove alloggia la squadra. Tutti si precipitano fuori, l’edificio viene isolato come da procedura e si aspetta l’arrivo dei pompieri. Tutti sono in attesa. Tutti, meno uno. Il Mágico è rimasto a letto e non ne vuole sapere di alzarsi. In un frastuono assordante di sirene e camion che accorrono, Jorge preferisce rimanere in posizione orizzontale cercando di strappare altri preziosi minuti di sonno. Lo troveranno lì, nel suo letto, a dormire insieme ad una non ben precisata compagnia femminile (si dice).

“A Cadice, durante un allenamento, lo sfidammo a fare 10 palleggi con un pacchetto di sigarette. Ne fece quasi 30.” (Davíd Vidal, ex-allenatore del Cadice)

È evidente che un personaggio di questo tipo non potesse vivere altrove se non in una piccola comunità festaiola, ricca di fascino e storia, placidamente adagiata tra Atlantico e Mediterraneo, che si muove ad orari improbabili e che ha istituzionalizzato la siesta diurna. È il suo habitat naturale, il suo centro di gravità permanente. A cui non rinucerebbe per nessuna offerta al mondo. Se si esclude una piccola parentesi.

Durante la stagione 1984/85 il Cadice lo cede in prestito al Valladolid. E il risultato è eloquente: 8 presenze complessive, 2 gol e una saudade incolmabile che lo porta a fuggire più volte verso Cadice, che fosse in auto o in treno poco importa. Insomma, lo stuolo di dirigenti e accompagnatori pensati ad hoc per la gestione del Mágico in quel di Vallodolid, si arrende: è ingestibile, non possiamo trattenerlo. Jorge, dopo sei mesi, fa così ritorno in Andalucia.

Dove rimarrà fino al 1991, fra partite memorabili, sprazzi del suo calcio, enormi pause e una sequela infinita di allenamenti saltati. Come quella volta che lo trovarono a dormire dentro un disco-club del centro, accovacciato all’interno della consolle del Dj, compromesso dall’alcol. Si era messo d’accordo con il proprietario del locale – dove era un habitué – per dormire fra giradischi e sgabelli nel caso in cui non fosse stato in grado di raggiungere casa.

Nell’estate del ’91 fa ritorno in patria, mettendosi al servizio del Club Deportivo FAS, squadra di Santa Ana, la seconda città dello stato. Giocherà fino al 1999, mettendo a referto 73 gol in un numero imprecisato e imprecisabile di presenze, ritirandosi infine a 41 anni suonati. Qualche anno dopo, nel 2006, il consiglio comunale di El Salvador approva una delibera secondo la quale lo stadio Flor Blanca di San Salvador viene rinominato Estadio Nacional Jorge Mágico González. È uno dei due calciatori in vita, insieme ad un altro funambolo che di nome fa J.J. Okocha, a potersi fregiare di tale riconoscimento.

La storia del Mágico sarebbe sostanzialmente finita, se non fosse per il finale: autentica epifania per cogliere l’anima del Nostro. Dove è finito Jorge? Dopo un paio di anni passati negli States come consulente e vice-allenatore della squadra di Houston, González ha deciso che quella professionalità estrema, quell’efficienza spinta al parossismo e quella serietà che contraddistinguono il mondo dello sport professionistico a stelle e strisce fosse troppo.

Al solito: troppe regole, troppa rigidità. Ha semplicemente fatto quello che già da tempo faceva a El Salvador: si è iscritto ad una compagnia ed è diventato un tassista.

Scorazzando per anni lungo le highway texane, facendo la spola dall’aeroporto fino ai grattacieli di downtown. Chioma ingrigita ma sempre selvaggia, vestito con bermuda in tinta e comode ciabatte ai piedi. Soltanto perché ama farlo. E perché così può gestire turni (e orari) come meglio crede. Infatti, come lui stesso ammette, ha passato il suo cinquantesimo compleanno nella maniera che più ama: dormendo tutto il giorno.

Indolente, romantico e fuori tempo: Jorge Alberto González Barillas rimane una leggenda da tramandare con cura. E credo che sia doveroso chiosare sulla parabola del Mágico González con il virgolettato finale di Raoul Duke in Paura e delirio a Las Vegas:

“Uno dei prototipi di Dio, un mutante ad alta potenzialità neanche preso in considerazione per le produzioni di massa. Troppo strano per vivere, troppo raro per morire”.