In Cile, nel 1970, il Colo-Colo vince il suo decimo campionato nazionale. Fra i suoi giocatori, inizia a farsi strada il talento di un giovane centravanti, piccoletto e capellone, Carlos Humberto Caszely.

In Cile, nel 1970, l’Unidad Popular guidata dal socialista Salvador Allende vince le elezioni presidenziali, dando il via ad un massiccio programma di riforme sociali e progressiste sintetizzato nella formula della “via cilena al socialismo“.

Sono passati tre anni. Il Colo-Colo è ancora campione in carica in Cile ed è la prima squadra cilena ad affrontare una finale di Copa Libertadores. Caszely segna nove reti nella competizione diventandone capocannoniere, ma nonostante questi i cileni escono sconfitti dalla tripla finale contro gli argentini dell’Indipendiente.

Oramai Carlos è noto come “El rey del metro cuadrado“, il Re del metro quadro. Perché se gli arriva palla in quel metro quadro d’area di rigore che di solito occupa, state sicuri: è gol.

Al centro, un giovane Carlos Caszely

Al centro, un giovane Carlos Caszely

Sono passati tre anni. Alle elezioni di metà mandato, l’Unidad Popular segna il passo. Nonostante sia riuscita ad aumentare i propri voti portandosi al 43%, i partiti moderati che prima l’appoggiavano hanno fatto una scelta di campo e si sono saldati con le destre che ora controllano il Congresso. Allende e i suoi compagni sono ora isolati, come lo è il proletariato cileno, nel mirino del padronato e nel vortice di una crisi economica pilotata dall’esterno.

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Il Presidente Salvador Allende

È l’11 settembre 1973. La nazionale cilena è in ritiro, sta preparando la trasferta di Mosca, dove va a giocarsi uno spareggio che vale Germania ’74. Carlos è con loro, isolato per qualche giorno dal resto del paese, pronto a concentrarsi solo sulla partita. D’altronde da mesi il clima politico è esplosivo, e questo lui lo sente tantissimo.

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Caszely (senza baffi) con il presidente Allende subito prima della finale di Copa Libertadores

Alla fine di giugno si era verificato un tentativo di golpe (promosso da un’organizzazione fascista molto attiva tra i militari, Patria y Libertad); a metà agosto, una delirante votazione del Congresso chiedeva nuovamente l’intervento dei militari per rovesciare Allende; nelle città scioperi di tipo corporativo si erano susseguiti, sostenuti dai parafascisti del Movimento gremialista, il tutto mentre anche la polizia dava evidenti segnali di tendenze eversive.

Colpi di cannone in lontananza. I giocatori non sanno cosa sta accadendo, ma alcuni sono presi da un senso prima di inquietudine, poi di angoscia. Sta succedendo qualcosa di grave, di orrendo.

È il Golpe. Le esplosioni che odono sono quelle del bombardamento aereo sul palazzo presidenziale, La Moneda, dove Allende e alcuni suoi fedelissimi si sono asserragliati, nell’estremo sacrificio di una democrazia che muore. Il Compagno Presidente muore così, con l’Ak-47 in pugno, suicida con l’ultima pallottola, per non finire da pupazzo nelle mani del nemico fascista.

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Allende e i suoi fedelissimi nell’ultima difesa della Moneda

Il braccio del golpe è il generale Augusto Pinochet, serpe in seno del Presidente, già uomo di fiducia del generale Prats e poi suo sostituto dopo la morte di quest’ultimo come comandante in capo dell’esercito cileno, anch’egli come il suo predecessore presunto “constitutionales“, ovvero soldato che riteneva illegittima qualsiasi azione delle Forze Armate che andasse aldilà di quanto previsto dalla costituzione. Insieme allo stesso Prats, aveva contribuito a sventare il Tanquetazo del giugno precedente. Sembrava esser un amico di Allende fra i militari, ma non a caso il proverbio dice “dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”.

La mente del golpe invece va cercata altrove, più a nord, nei pressi del Potomac. Una mente che ha una concezione particolare del Sud America, lo considera l’orto di casa propria, un orto nel quale, per ipocriti principi politici o concreti interessi economici, si possono compiere e far compiere le peggiori nefandezze. E poi c’è la guerra fredda. Mica si possono far stare i comunisti dietro casa. Già sono a Cuba e questo basta e avanza.

Pinochet e il burattinaio del Golpe, Kissinger (© Bettmann/CORBIS)

Pinochet e il burattinaio del Golpe, Kissinger (© Bettmann/CORBIS)

Pinochet scatena una spietata repressione per tutto il paese, trasformando la “casa” della nazionale di calcio, l’Estadio Nacional, in un enorme mattatoio per oppositori politici. Nei mesi successivi al golpe, lì si compiono e pianificano torture, stupri, omicidi, fucilazioni di tutti coloro che sono ritenuti “nemici della patria“. Finita la mattanza, negli anni seguenti a reprimere silenziosamente il dissenso ci pensa la neonata Dirección de inteligencia nacional, la famigerata DINA.

Caszely in quel ’73 non si era limitato a segnare a raffica nella Copa. Aveva fatto campagna elettorale attiva per due parlamentari del Partito Comunista Cileno, seguiva i movimenti studenteschi che lo avevano visto come attivista fino a pochi anni prima, sosteneva pubblicamente il Presidente e il suo governo progressista. Insomma, faceva politica, politica vera: quella schietta, partecipata, assembleare. E schierata. Per il Presidente Allende, del quale divenne amico, per l’Unidad Popular, per le classi povere. Quelle da dove proveniva anche lui, figlio di ferrovieri di origini ungheresi.

“Carlos es no sólo un gran deportista, sino un joven que entiende el proceso revolucionario que vive su país.” (Gladys Marín, all’epoca segretario della gioventù comunista cilena)

Il golpe è un dramma anche personale per Carlos. È un sogno infranto con la violenza. Una speranza fatta saltare con le armi. Poi subentra lo sgomento, la paura. Per se stesso, per gli amici, per i familiari. Sentimenti comuni a tutti i sostenitori dell’Unidad Popular, che vedono come alternative ineluttabili la prigione o l’esilio.

Il cadavere di Allende, coperto con un poncho, viene trasportato fuori dalla Moneda in fiamme

È con questi pensieri che la Roja parte per Mosca, mentre nel suo tempio si svolge la mattanza. Se ne torna con un mesto 0-0 e una certa difficoltà a pensare alla sfera di cuoio. Anche perché il match di ritorno si deve disputare proprio all’Estadio Nacional.

Un’infamia politica alla quale i russi non vorrebbero sottostare: la Federazione sovietica chiede di verificare “l’agibilità dell’impianto”, un modo politicamente corretto per far capire alla Fifa che i suoi giocatori nel Nacional non ci vogliono entrare. È un moto di dignità, forse di paura, ma anche di intima solidarietà quello dei calciatori sovietici. E comunque il Cremlino non può avvallare così un golpe reazionario.

Ma la Fifa, che di politica è maestra e di schifezze a volte è regina, fa orecchie da mercante e conferma il ritorno dello spareggio in quello stadio dei crimini. L’Urss a sua volta conferma il rifiuto e se ne resta a casa, così il Cile vince a tavolino e stacca un’amaro biglietto per la Germania fra le trombe della propaganda militare. Ma al neonato regime questo successo così poco sportivo non basta. E allora organizza una delle peggiori farse delle storia del calcio.

L’Estadio Nacional di Santiago del Cile

Il 21 novembre 1973, con l’Estadio Nacional di nuovo tirato a lucido, riempito di tifosi omaggianti e opportunamente puntellati da soldati, la Roja scende in campo contro un avversario che non c’è. Il copione prevede una serie di passaggi, palla a Caszely, assist per il Chamaco Valdes, gol a porta vuota e festeggiamenti.

Carlos pensa al boicottaggio, all’azione di effetto, di grande risonanza. Un segnale che, magari, può scuotere il paese. Quando riceverà palla, la tirerà fuori. Perché lui è un sincero democratico, un giovane della parte povera di Santiago, un militante che con la giunta militare non vuole avere niente a che fare.

Ma è anche un ragazzo di ventisei anni, che di fronte alla faccia putrida del fascismo si accorgerà di aver paura. E quando riceverà il pallone, lo passerà, e Valdes segnerà. Non ce l’ha fatta. Rientrando negli spogliatoi, sia lui che Valdes (altro convinto socialista) si sentiranno male, terrorizzati e pieni di vergogna.

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Caszely con “el Chamaco” Francisco Valdes

Carlos promette a se stesso che non si sarebbe più piegato. In quell’estate era passato al Levante, in Spagna. Anche qui le cose non sono facili; anche qui c’è un regime, quello di Francisco Franco. Il suo talento lo fa emergere rapidamente, le sue idee politiche però gli chiudono le porte. Troppo forte per giocare ancora in Secunda e in Tercera con il Levante, troppo di sinistra per poter giocare nel franchissimo Real Madrid.

Dovrà accontentarsi della seconda squadra di Barcellona, l’Espanyol. E per quanto affermi di non sentirsi un esule (lui che è un fiero socialista, che esilio dorato potrebbe avere nella Spagna franchista?), quando è in nazionale sembra uno straniero in patria. Il regime ha solo bisogno di un pretesto per tagliarlo fuori.

L’occasione si presenta ai Mondiali del ’74, quando Caszely diventa il primo giocatore nella storia dei campionati del mondo a vedersi sventolare un cartellino rosso (fino a quel momento, le sanzioni disciplinari erano comunicate verbalmente dall’arbitro al giocatore). Il baffuto centravanti vede precludersi le porte della nazionale fino alla Copa America del ’79 – dove è protagonista, con 3 gol, della cavalcata cilena fino alla tripla finale persa contro il Paraguay – dopo esser tornato a giocare in patria nel “suo” Colo-Colo con il quale diventa per tre anni di fila capocannoniere e si guadagna così la nuovamente la convocazione mondiale, quella per Spagna ’82.

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L’espulsione di Caszely

Convocazioni per volontà popolare, si potrebbe dire. Perché Carlos odia il regime e il regime odia lui. Ormai è “el Rojo”, il Rosso, con tutta la connotazione spregiativa che il termine può assumere in senso politico sulla bocca di militari golpisti.

La madre, durante la sua esperienza spagnola, è sequestrata dalla DINA, ed è costretta a subire torture e abusi per alcune settimane. Anche per questo Caszely decide di tornare in patria, affrontando Pinochet a viso aperto in più occasioni.

Come quando il generale si presenta cordiale per passare in rivista i giocatori della nazionale in partenza, offrendo sorrisi e strette di mano. Ma Caszely ostentatamente non ricambia, rimane fermo, pugni stretti e braccia incrociate dietro la schiena, di fronte al presidente illegittimo del suo paese.

                  “Non l’ho mai degnato di un saluto.”

Mai. Gli ha sempre detto No. Anche nel suo ultimo incontro con Pinochet, nel 1985, quando Carlos è sulla via del ritiro. Caszely stavolta, sfoggiando la sua solita cravatta rossa dal chiaro significato, scambia per la prima volta qualche parola con il dittatore. Parole al veleno.

“Lei porta sempre la cravatta?”
“Sì, non me la tolgo mai. La porto dalla parte del cuore.” – “Io gliela taglierei.”

L’arresto della madre è solo il più infame e vigliacco degli abusi che il regime riserverà al “rey del metro cuadrado“. Quel rosso del ’74, che gli costa la maglia della Roja per anni, è accompagnato dalle peggiori dicerie riportate a mezzo stampa. Secondo i giornali vicini al regime, l’ha fatto apposta per non giocare contro i comunisti della Germania Orientale.

E otto anni dopo, quando in Spagna fallisce un rigore contro l’Austria che costa carissimo al Cile, si dice di nuovo che l’ha fatto per affossare il suo paese, perché era un marxista traditore. Lui che quella maglia la bramava, lui che di quella nazionale sarebbe dovuto esser un leader, è trattato con un disprezzo che è ben più che sportivo. “El Rey” viene rovesciato dal trono in favore di altri calciatori, ben più fedeli di lui alla Junta.

Ma la verità è che, senza Carlos, il Cile combinerà ben poco, sia alla copa America del ’75 (fuori ai gironi) sia sulla via per i mondiali del ’78 (non qualificato), Mondiali che saranno la vetrina da un’altra dittatura militare, quella argentina del generale Videla.

Nel 1985 il nostro si ritira dal calcio giocato, ma non dall’impegno politico, nella consapevolezza di esser ora un simbolo. Già la sua partita d’addio si trasforma in una manifestazione contro il regime, repressa alla vecchia maniera. Ma il vento stava cambiando a Santiago.

Passano tre anni, e Pinochet deve affrontare il referendum/plebiscito che lui stesso aveva voluto con le riforme costituzionali varate nel 1980. Il conferma il Generale al potere, il No porta a nuove elezioni democratiche. Le opposizioni, per far sentire la propria voce, hanno a disposizione 15 minuti di spot.

Da quei 15 minuti scaturisce una clamorosa campagna elettorale che, puntando su una parola d’ordine come “Alegrìa”, scuoterà il paese dalla paura e lo spingerà alle urne, squarciando la patina luccicante che il regime si era costruito e rivelandolo per quello che era: una cricca di vecchi conservatori amanti della repressione di massa.

In quei 15 minuti di spot televisivo in onda ogni sera c’è anche Caszely, in compagnia della madre dona Olga Garrido, a denunciare i crimini del regime e le torture subite, e a ribadire la necessità di votare No. E da quei 15 minuti, costati ai sostenitori del No l’ultima grande ondata persecutoria del regime, il Cile riscoprirà l’Alegrìa contrapposta alla cappa grigia del giunta militare. Alle urne il No vince con il 55% dei voti validi, e il Cile si rimetterà faticosamente sulla via della democrazia.

(Al minuto 3:40 troviamo lo spot di Caszely)

Il ritorno alle elezioni democratiche porta a Caszely più proposte di candidatura, ma rifiuta, per evitare strumentalizzazioni della sua immagine; forse anche per la rassegnazione al fatto che il sogno che fu non può riprendere da dove è stato interrotto. Ora è solo felice di vivere libero nel suo paese.

Da allora Carlos fa il giornalista sportivo e continua a seguire e commentare la sua Roja (attuale detentrice della Coppa America vinta proprio in Cile), e ora può pure ripensare con un sorriso a quando in un’intervista sentenziò:No tengo porqué estar de acuerdo con lo que pienso, magari cercando di ricordarsi cosa diavolo avesse voluto dire.

D’altronde quella frase sbilenca, forse abortita a metà, l’ha consegnato anch’essa alla storia, in versione più leggera e priva di tragicità, un po’ come quando noi pensiamo al Trap e alla sua epica conferenza stampa ai tempi del Bayern, e poi ci ricordiamo la sua gloriosa carriera da calciatore e allenatore.

Perché Caszely è stato tutto questo. Un figlio del popolo, con tutte le sue pecche. Un socialista, militante. Un cannoniere, tra i migliori della storia del Cile. Un ragazzo che aveva paura. Un uomo, che ha trovato il coraggio di dire No.

 

P.s. Un ringraziamento speciale a Dario Falcini per la disponibilità e i consigli e a Xho per i contatti.