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“Non ho la tecnica di Romario, la velocità di Overmars o la forza di Kluivert. Ma io lavoro di più rispetto agli altri. Sono come lo studente che non è tanto intelligente, ma ripassa per gli esami e infine li supera”. (C. Puyol)

È il 2009 quando la sezione sportiva del celebre magazine The Sun stila la formazione calcistica ideale del decennio. A far compagnia in difesa a Maldini, Cannavaro e Cafù c’è il meno talentuoso di tutta la formazione, ovvero Carles Puyol Saforcada da La Pobla de Segur, paesino catalano di circa tremila abitanti adagiato ai piedi dei Pirenei, più vicino ad Andorra che alla capitale Barcellona. Quel ragazzino riccioluto figlio dei Pirenei che sembra non invecchiare mai, e che è uno dei giocatori più vincenti della storia del calcio, nonostante madre natura lo abbia dotato di un relativo talento calcistico. Eppure Carles, simbolo con Xavi, Iniesta e Messi per circa 10 anni della squadra più vincente del Millennio, è riuscito laddove non sono riusciti giocatori ben più talentuosi di lui.

Forse si potrebbe sintetizzare così la storia di Puyol: emblema della classe operaia che va in paradiso, e di come la mentalità e l’applicazione possano permettere di superare qualsiasi ostacolo. Perché, come sentenziò il romanziere Herman Hesse, “quando un uomo rivolge tutta la volontà verso una data cosa, finisce per raggiungerla”. hi-res-105684592-carles-puyol-of-barcelona-looks-on-during-the-la-liga_crop_north

Carlitos nacque nella primavera del 1978, proprio nei giorni in cui il nostro paese seguiva con un misto di terrore e sbigottimento la vicenda del rapimento di Aldo Moro. Una parziale spiegazione al forte carattere che l’ha sempre contraddistinto si può trovare nel way of life e nei ritmi compassati ma duri del suo paese d’origine: La Plota deve infatti la sua fortuna allo stabilimento d’imbottigliamento dell’acqua che sgorga dalle vicine sorgenti naturali, e che plasma la vita degli abitanti secondo dei ritmi di produzione intensi, che tanto cozzano con i tempi riflessivi imposti dalle grandi montagne che incombono alle loro spalle.

Circa il 90% della popolazione lavora infatti come manodopera nello stabilimento fortemente voluto da Francisco Franco, che pare non si sedesse a tavola senza una bottiglia dell’acqua della Lleida. Negli anni ’80 le massime aspirazioni per un giovane poblatano – a detta di Carles – erano quelle di diventare capo reparto o contabile presso il reparto amministrativo della fabbrica. Entrando ulteriormente nella vita paesana, va detto che a La Plota – come da tradizione – la domenica è il giorno più importante. Se la mattinata è infatti dedicata all’espletare le funzioni religiose nella chiesa di Santa María de Montsor, il pomeriggio è dedicato invece all’espletare le funzioni dell’altro culto di La Plata: il post pranzo domenicale, infatti, è il momento in cui scende in campo il Futbol Club Barcelona.

È l’unico giorno della settimana in cui tutti si fermano, in cui il tempo si dilata e acquista un altro significato. In cui la tensione si fa quasi insostenibile, sia per i vecchi che per i più giovani, perché il Barca scende in campo. Perché come recita un proverbio locale: “se un poblatano si ferisce, esce sangue blaugrana”.

puyolQuesta è la principale spiegazione del perchè Puyol sia rimasto, nonostante una sconfinata serie di alternative, per circa 25 anni sempre nello stesso club. In quello stesso club che l’ha accolto nelle giovanili nel lontano 1995, nonostante lo avesse in precedenza scartato già due volte:

“La prima volta che provai per il Barca avevo 12 anni e giocavo come portiere. Per fortuna, a seguito di un infortunio alla spalla, fui spostato a centrocampo. La terza volta, a 16 anni, mi presero: mai stato così felice come quel giorno in cui ebbi la notizia. Da noi il Barca è come una religione”.

Fu così che Puyol esordì appena diciassettenne per il Barcellona C, giocando come mediano difensivo. Il che gli ha permesso ad inizio carriera di sviluppare, lui che non aveva certamente nel tocco di palla il suo punto di forza, una discreta tecnica di base. Che si è andata ad affinare su di un giocatore già allora fisicamente dirompente, oltre che perfetto da un punto di vista attitudinale e tattico. Il senso della posizione, un’innata capacità di recupero e di marcare gli avversari a uomo hanno poi fatto il resto.

Il suo idolo, da sempre, è Paolo Maldini: “In Spagna avrei potuto giocare solo nel Barcellona. Se proprio avessero voluto cedermi, avrei optato per il Milan per via di Paolo”. Carlitos è sempre stato questo: un eccellente leader emotivo, impeccabile nella lettura tattica del gioco e particolarmente adatto a giocare in un sistema che lasciava ad altri le complessità insite nella costruzione della manovra. In pratica, fin da subito gli venne chiesto di giocare semplice e sbagliare poco in fase di possesso, canalizzando le sue caratteristiche ruvide all’interno di un’architettura tattica sofisticata e sinuosa.

31Diverso il discorso riguardo la fase difensiva: lì ha sempre comandato lui, el guerrero come fu ribattezzato in Cataluna. Un guerriero con poche macchie e certamente poca paura. Dirà di lui Piqué:

“Non considerava mai una partita chiusa: anche sotto di quattro reti a dieci minuti dalla fine, lui non pensava mai che fosse chiusa”.

Tra tutti i difensori con cui ha condiviso il reparto, è probabile che l’intesa più riuscita sia stata proprio quella col fidanzato di Shakira, sensibilmente più talentuoso ma anche più tendente alla distrazione rispetto al Carles. Perché, in fin dei conti, è la lucidità di testa che ha consegnato alla storia il mito di Puyol. Che nel frattempo scalava le gerarchie in uno dei club più famosi al mondo, esordendo già nel 1997 nel Barcellona B. Già Nazionale iberico Under 18, era stato spostato come laterale difensivo destro, ruolo che ricopriva con una determinazione, una garra ed una sapienza tattica notevoli.

Ma la chance con la prima squadra arrivò soltanto all’alba della stagione 1999/00, quando il folle Louis Van Gaal convinse la dirigenza a tenere in rosa quel giovane 21enne capellone, che molti all’interno della società non consideravano (nella migliore delle ipotesi) niente più che un onesto mestierante da squadra di medio-bassa classifica. Tanto che si vociferava che era stato sostanzialmente ceduto a titolo definitivo al Malaga. Se il trasferimento saltò fu soltanto perché Puyol vide esordire in prima squadra quello che negli anni sarebbe diventato il suo miglior amico all’interno della squadra, Xavi Hernandez, che giocò un ruolo decisivo nel farlo rimanere a Barcellona per giocarsi le sue chance in blaugrana.

Ma se molti giocatori negli anni si sono “lamentati” del trattamento duro ricevuto da Van Gaal – dal sopracitato Xavi a Luca Toni, da Van Persie a Litmanen, sono molti i casi legati al discusso tecnico/despota – questo certamente non è il caso di Puyol. Che Van Gaal buttò nella mischia a discapito di Reiziger e De Boer sin dall’inizio della stagione 1999/00, schierandolo talvolta da laterale, talvolta come difensore centrale. Fu un autentico boom: in poco tempo il suo temperamento fu giudicato indispensabile in una squadra che peccava d’intensità e furia agonistica. Una delle poche note liete di una squadra che non ingranava, sommersa da pesantissime critiche. Difficile immaginare un contesto più complicato per esordire, specialmente per un giovane.

Tuttavia l’escalation del nuovo idolo dei tifosi, che s’identificarono più in quel giovane marcatore loro compaesano che nei talenti olandesi che riempivano il roster, fu lenta ma inesorabile; progressivamente, Puyol s’insinuò nella mente dei suoi avversari e nei cuori dei suoi tifosi. Anche se, ad onor di cronaca, il matrimonio tra Puyol ed il Barça rischiò di subire una brusca interruzione all’inizio della stagione 2003, quando il cattivo stato delle finanze del Club costrinse quasi la dirigenza a vendere il miglior terzino destro d’Europa – come era stato eletto al termine della stagione 2002/03 – al Manchester United.

Fortunatamente per i catalani, il nuovo management rimpinguò le casse del club e diede poi vita sotto la guida di Frankie Rijkaard ad un nuovo ciclo. Nella squadra di Xavi e Iniesta, di Ronaldinho prima e Messi poi, di Dani Alves ed Eto’o, l’elemento forse con maggior peso specifico era proprio il figlio dei Pirenei. Era lui infatti a tenere alte concentrazione e motivazioni, facendo leva sul sentimento di appartenenza al club – sintetizzabile in quel mas que un club che è il motto di un intero popolo – spingendoli a superare i propri limiti e guidandoli con un agonismo che raramente si vede su palcoscenici aristocratici come il Camp Nou.133485_264270188

Per queste ragioni fu nominato, dopo il ritiro di Luis Enrique, capitano. E nonostante fosse oramai una pedina fondamentale della nuova Nazionale spagnola, nonostante giocasse in uno dei club più titolati al mondo, quando Carles affrontò la sua seconda stagione da capitano nel 2005 non aveva ancora vinto alcun trofeo:

“Ho sempre avuto fame di vittorie, non fraintendetemi. Ma certamente vivo per l’agonismo, non per la vittoria in sé. Per l’emozione della battaglia. L’importante è competere, non tanto il premio finale. Certo è che non vincere mai è frustrante. Ecco, nel 2005 mi sentivo così: frustrato. Ma non deluso o triste: vivevo e vivo ancora in un sogno.”

Si sarebbe rifatto con gli interessi: a fine carriera, nel 2014, la sua personale eredità contava: 3 Champions League, 6 Campionati (ed altrettante Supercoppe nazionali), un Europeo e la vera ciliegina sulla torta: la Coppa del Mondo in Sudafrica. Ottenuta anche grazie ad un suo gol che permise alle Furie Rosse di superare di misura la temutissima Germania di Low in semifinale. Lui che ha segnato pochissimo in carriera (15 gol in circa 600 apparizioni).

È molto difficile trovare delle macchie nell’immacolata carriera di Carles. Anzi, è sostanzialmente impossibile. Anche quando il fisico ha cominciato a tradirlo – dal 2012 ha avuto un’impressionante serie di infortuni alle caviglie – il suo apporto carismatico non è mai mancato. E non è mancato neanche quando è diventato dirigente (ruolo che ha ricoperto fino alle dimissioni per solidarietà verso l’ex direttore tecnico Zubizzarreta, nel gennaio 2015).

Poco propenso a cedere ai vizi terreni, a Barcellona nessuno può dire di averlo visto in qualche locale notturno a tirar tardi. Neanche un’isola come Ibiza, dove è solito passare tutte le sue estati fin dal 1999, è riuscito a farlo uscire dallo Stayhome Club. Estremamente riflessivo, corretto e rispettoso, non si sa praticamente nulla della sua vita extra-calcistica. Il segno distintivo sono sempre stati i capelli da rockstar, che porta così in omaggio al chitarrista dei Napalm Death, suo gruppo preferito, e che nemmeno Van Gaal è mai riuscito a fargli tagliare.

Tanto arcigno e insuperabile in campo quanto schivo e riservato fuori, attualmente studia da allenatore e cresce la figlioletta avuta dalla modella Maléna Costa, unica vera relazione che gli sia mai stata attribuita. Per sua stessa ammissione il desiderio di paternità ha sostituto quello per la lettura (è un famelico lettore di noir spagnoli) a seguito della morte del padre, deceduto nel 2009 mentre lavorava nella sua fattoria.

hi-res-a906abecab179667672446f01668e833_crop_northPuyol, marcatore inscalfibile in campo e punto di riferimento morale fuori, rimane forse uno dei giocatori che nella storia del gioco moderno ha maggiormente superato – e mascherato – i propri limiti. Il suo ritiro, per certi aspetti passato sottotraccia, ha creato un vuoto difficile da colmare in una realtà sui generis come Barcellona. Perché per una volta è la normalità che si fa eccezionalità; la mente che supera ogni ostacolo; l’operaio che finisce per progettare un ponte. E che, per una volta, lo fa meravigliosamente bene.