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Misfits: è la parola che forse più si adatta ad una delle più impronosticabili avventure che il calcio mondiale ricordi. È il pomeriggio del 21 Giugno 1994, un caldo infernale attanaglia quell’estate e, soprattutto a 10 anni e in periodo di scuole serrate, l’unica alternativa al gioco del pallone in cortile è schiacciarmi disteso sul parquet davanti alla tv. Per poter così ammirare il primo mondiale di cui abbia un ricordo nitido.

Ha appena giocato quella squadra che volevo vedere ad ogni costo: è il dubutto mondiale del mio idolo, Gabriel Batistuta, e poi c’è Maradona che ha promesso scintille. Aspettative oltremodo soddisfatte: l’Argentina è un urugano che danza un tango in punta di piedi e s’abbatte su una modestissima Grecia con un 4-0 che fa paura a tutti. Batistuta ha infilato una tripletta e Maradona ha ricamato col suo mancino un gol che sembra uscito da una sala giochi.

Subito dopo quest’esibizione si gioca una partita apparentemente anonima. O meglio, curiosa. Si sfidano Nigeria e Bulgaria. A leggerla così sembra una di quelle esibizioni degne di Giochi senza Frontiere, perché, se si escludono un paio di grandi giocatori, il resto dei contendenti appartiene al territorio del folklore, soprattutto per chi è alle prese con il mondiale da telespettatore. È, insomma, una partita di freak.

C’è curiosità perché le Aquile e i bulgari sono al loro debutto nel Mondiale: nonostante le apparenze, dunque, è un passaggio decisivo. Durante il tradizionale momento delle formazioni in fila per gli inni nazionali, la contesa mi appare già come un evento che non posso perdermi. Il morboso interesse da bambino di 10 anni viene fin da subito calamitato da un paio di figure che folgorano il mio sguardo.

Il primo dimostra circa 45 anni, mostra orgogliosamente una calvizie da grigio impiegato della Stasi, ha il fisico allampanato e il ghigno di un vampiro à-la Bram Stoker; lo sguardo è perennemente aggrottato e concentrato, porta la maglia numero 9 ma nella grafica appare come interno di centrocampo nel 4-3-3 bulgaro. Si chiama Yordan Letchkov e potrebbe tranquillamente essere scritturato come caratterista in un dramma nichilista di Béla Tarr, invece diverrà un’icona di quel mondiale pop.

L’altro elemento che mi fa sorridere è un difensore. Pure lui gioca nella Bulgaria ed ha la maglia numero 3. Il suo impatto estetico, trasmesso in mondovisione, è devastante: sfoggia un mullet anni ’80 contornato da una chioma selvaggia e una barba ispida di cinque giorni. Non ha collo, e soprattutto ha due occhiaie livide che sembrano un inno all’insonnia. A rendere il tutto ancor più memorabile arriva in sovra-impressione il nome: Trifon Ivanov. Sembra quello di un colonnello del KGB nato nelle foreste siberiane. Una sorta di Unno prestato al pallone.

Che squadra è questa? Se escludo Krasimir Balakov e il grande Hristo Stoichkov, star internazionale con il dream team di Cruijff in quel di Barcellona, il resto mi appare come un hellzapoppin’ di emarginati e reietti. Non hanno il nome e tantomeno l’estetica dei calciatori professionisti a cui sono abituato. È un branco di lupi affamati che vuole sfruttare un’occasione probabilmente irripetibile. È una compagine inedita, perfettamente rappresentata da quell’estetica naif. Ma, al di là delle apparenze, la Bulgaria poi deve giocarsela sul campo quella partita fondamentale.

Ed è una Waterloo in maglie di acrilico e pantaloncini over-size, perché quello che rimane negli occhi di tutti è una prestazione magistrale della Nigeria: 3-0 senza storia, con reti di Amunike, Amokachi e Yekini, che suggella la storica vittoria al debutto con un’esultanza tanto inconsueta quanto istintiva aggrappandosi alla rete e urlando di gioia. Quasi una preghiera gospel.

L’iconica esultanza di Yekini all’1-0 della Nigeria

Rimango sbalordito da questa nazionale di semi-sconosciuti che sembra praticare il calcio del futuro: scoppia la febbre da calcio nero africano, dopo l’exploit del Camerun a Italia ’90 una nuova protagonista sembra avere tutte le carte in regola per sovvertire ogni pronostico.

Mentre quello che rimane nella memoria della Bulgaria è una gara inadeguata e sotto ritmo. L’iniziale simpatia per quella sgangherata équipe di freak è già alle spalle: dovranno stare attenti a non diventare lo sparring-partner del Mondiale. Perché hanno di fronte una sorta di spareggio con la Grecia e poi devono affrontare quella meravigliosa macchina da calcio che è l’Albiceleste. Dopo il tonfo iniziale ci vorrebbero due vittorie, ma è una proiezione utopistica.

Ed è qui che entra in gioco il leader di quel gruppo. Indossa da sempre la maglia numero 8, ha un mancino velenoso con cui indirizza la palla dove vuole, ricamando o sparando colpi di mortaio, ed è uno spaccone dal cuore d’oro. Arrogante, talentuoso e anarchico. Un guitto senza peli sulla lingua e senza limiti sul sinistro. Di nome fa Hristo e di cognome Stoichkov, a Barcellona lo chiamano l’Ayatollah; da quel momento inizia il suo mondiale: quello che lo porterà a trionfare nella classifica marcatori e in seguito nel Pallone d’oro, unico bulgaro nella storia.

Come ama ripetere lui stesso: “Dio è bulgaro!”, riportando alla mente una telecronaca di pochi mesi prima già entrata nella storia, quella che sancì l’ingresso al mondiale dei bulgari a scapito della Francia di Houllier e dello sciagurato Ginola. E la dimostrazione plastica del motto balcanico prende forma nella successiva partita da dentro o fuori contro la Grecia. È un 4-0 perentorio, con doppietta dagli undici metri di Hristo, coronano l’impresa i gol di Letchkov e Borimirov. La Bulgaria, da squinternata compagine di rookie seduta al gran galà del pallone, muta repentinamente in mina vagante. E inizia a credere all’impresa.

Il banco di prova finale è quello più difficile e per questo affascinante. È il 30 di giugno, Stoichkov e compagni se la giocano con l’Argentina di Basile, che intanto si è sbarazzata della Nigeria e guida il girone a punteggio pieno. Anche se ha perso per strada un certo Diego Maradona a causa di Nastisol e Desidex, le fantomatiche pomate dimagrenti da casalinga made in USA. Insomma, gli ingredienti per uno scontro al limite ci sono. La Bulgaria si gioca tutto, l’Argentina si gioca buona parte della sua credibilità senza la sua coperta di Linus col numero 10 sulle spalle.

La partita, giocata nella morsa dell’afa del Cotton Bowl di Dallas, risulta per larghi tratti bloccata e prevedibile. Brutta, come molte gare di quel Mondiale. L’Argentina mantiene il possesso con un fraseggio corto estetizzante, trascinata da quel regista che sembra l’eleganza fatta calciatore, Fernando Redondo; mentre la Bulgaria mette in scena la tipica partita disegnata a tavolino da mister Penev: accortezza, malizia, squadra corta pronta alle ripartenze negli spazi e marcature a uomo su Batistuta e Balbo. Se l’Albiceleste non sfonda, alla lunga è una formula che paga. Perché davanti, con uno Stoichkov così, il gol è soltanto questione di tempo.

Il primo tempo finisce 0-0 fra sbadigli e una costante sensazione di fatica. Intanto la Nigeria è già sopra contro la derelitta Grecia, l’Argentina potrebbe chiudersi e cercare un gioco speculativo per passare al primo posto. E invece, come spesso le accade, si specchia troppo senza concretizzare, non sapendo a chi affidarsi nelle situazioni critiche. L’ombra lunga di Maradona aleggia sul campo come un fantasma dannato che non può liberarsi da un incantesimo. Così la Bulgaria ne approfitta.

60°, dopo un calcio d’angolo a favore della Selección parte un contrattacco fulmineo, che vede i bulgari schizzare in verticale e andare in porta con due passaggi. Trovano un’autostrada davanti a loro, ma l’esecuzione della transizione è da manuale: Borimirov s’allarga palla al piede e calibra perfettamente un filtrante a tagliare terzino destro e centrale, sbuca a tutta velocità Stoichkov che inizialmente sembra posizionare il baricentro per piazzarla di piatto sul secondo palo, invece sceglie una soluzione velenosa e diabolica: colpo di punta sul primo palo che brucia Islas in uscita. È un gol alla Romario, suo amico e compagno nel Barça.

1-0. L’Argentina rischia. Si riversa in avanti, ma a poco valgono gli sforzi di Caniggia, Redondo e Batistuta, che fa pure ammonire un famelico Ivanov, incollato come un dobermann alle caviglie del centravanti. La Bulgaria resta pure in dieci, ma lo spirito di squadra e la compatezza tattica fanno la differenza. Si arriva così nei minuti di recupero con i bulgari che guadagnano un corner, invece di giocarla corta, Balakov disegna col suo mancino una traiettoria perfetta per l’inzuccata di Sirakov. È 2-0: la Bulgaria, per la prima volta nella storia, supera il turno; l’Argentina chiude incredibilmente terza.

La migliore Bulgaria di sempre

È il punto di non ritorno. La Bulgaria ha superato i suoi limiti, ha lasciato da parte timori e tensioni interne, caricandosi sulle spalle il peso di una cavalcata da outsider. Mister Penev, in questo, risulta fondamentale perché non cede alle pressioni della Federazione e lascia sostanzialmente libero il gruppo, compattando lo spogliatoio e concedendo praticamente tutto ai suoi. In quella squadra si organizzano grigliate con salsicce, si fumano Marlboro rosse senza alcun problema e qualcuno ha pure il vizietto di scolarsi un paio di birre post-allenamento.

È la dimostrazione pratica di un gruppo che non ha nulla da perdere e che vive l’evento con serenità assoluta. Stoichkov ne è il leader carismatico e tecnico, Penev il collante paternalista in panchina e gente come Ivanov, Letchkov, Borimirov e Balakov giocano su livelli impensabili. Dio è davvero bulgaro in quei pomeriggi scanditi da umidità, pallone e riff di Bruce Springsteen. Anche se l’avventura bulgara s’avvicina più ad una distorta cavalcata noise rock degna dei Sonic Youth di Daydream Nation.

Ma se la Nazione sognata ad occhi aperti dalle chitarre torrenziali di Lee Ranaldo e Thurston Moore è un compendio dell’America underground che vuole gridare al mondo il suo anti-edonismo e la sua furia irriverente – retaggio di un’era punk già lontana – quella messa in campo da un pugno di ragazzi bulgari dall’allure post-sovietico è un concentrato di colpi di classe isolati, spensieratezza e organizzazione. Come dimostrano, ancora una volta, negli ottavi di finale contro il Messico.

È una partita tesa e sfiancante. Sembra cucita su misura per la banda di Penev perché si gioca a ritmo ridotto e i messicani vanno in svantaggio dopo appena 7 minuti. Pare la fotocopia del gol all’Argentina: break imposto a centrocampo e verticalizzazione fulminea per Stoichkov, che chiude in gol con un bolide mancino che squassa la rete. Il pittoresco Jorge Campos non fa neanche in tempo ad alzare il braccio per intervenire che la palla è già sibilata sotto l’incrocio. Bog e Bulgarska!

Ma in pochi minuti il Messico riesce a pareggiare con un rigore di García Aspe. La partita sostanzialmente finisce qua. Si trascinano agonici i supplementari, fino alla lotteria dagli undici metri. E qui la Bulgaria dimostra freddezza e ringrazia la giornata ispirata di Mihaylov, il suo numero 1. Quello che probabilmente giocherebbe in una squadra di serie B italiana, ma che al Mondiale sbaglia poco e nulla. Se escludiamo il clamoroso tupè con cui si presenta in campo, ennesima sfumatura grottesca che mi fa letteralmente amare questa squadra fuori dai canoni.

Ma stavolta l’eroe è lui: intuisce sempre l’angolo e riesce a bloccare due rigori ai messicani, lasciando al quarto rigore a firma Letchkov il compito di suggellare lo storico approdo ai quarti di finale. La piccola bottega degli orrori è fra le prime otto al mondo. Adesso, però, si fa veramente dura: c’è la Germania campione in carica, con un Klinsmann in forma e altre vecchie volpi come Völler e Hässler pronte a colpire. Ma, si sa, il bello di questa storia è il rovesciamento di ogni pronostico. E anche stavolta va così.

(credits: Jonathan Daniel/Allsport)

Mihaylov e il suo celebre parrucchino (credits: Jonathan Daniel/Allsport)

Eppure si mette male fin da subito al Giants Stadium, perché i tedeschi non concedono nulla e controllano il gioco, mentre la Bulgaria, stavolta schierata da Penev con un prudentissimo 5-3-2 dal baricentro schiacciato sui 20 metri, passa in svantaggio. Un contatto veniale in area fra Letchkov e Klinsmann viene accentuato dal centravanti tedesco, è rigore. L’inossidabile Lothar Matthaus, numero 10 che gioca da libero, va sul dischetto e trasforma. 0-1 Germania al 47°. La rimonta è impresa visionaria per quanto visto fino a quel momento, anche perché si gioca a New York sotto il sole del 10 luglio alle ore 13. Una via crucis.

Ci vorrebbe un episodio. Che puntualmente si presenta. 75°, fallo su Borimirov una decina di metri fuori dall’area di rigore: è la mattonella di Hristo. Che fa capire al mondo perché ad altre latitudini il suo soprannome sia Kamata: il Pugnale. Il suo sinistro a giro a scavalcare la barriera tedesca è una coltellata secca, degna di uno slasher a firma John Carpenter: si infila dritta e maligna accanto al palo, con Illgner immobile. È 1-1.

È un gol magnifico, perché Stoichkov ha calciato con una naturalezza irreale, praticamente da fermo, lasciando quella parabola all’interno piede del suo mancino. È materiale da fuoriclasse: esecuzione perfetta, disegnata con la semplicità di chi è stato baciato da un talento puro. Se già il pareggio sarebbe un’impresa, figuriamoci quello che avviene di lì a poco.

Passano 4 minuti e il mondo si ribalta. La corazzata teutonica non riesce a chiudere in pressing su Yankov, che si destreggia bene in mezzo alle maglie bianche e la mette nel mezzo dal vertice dell’area. È un cross eseguito bene, pulito e preciso, ma non ha certo la forza necessaria per diventare un pericolo reale, oltretutto è indirizzato dietro il dischetto del rigore. Insomma, ci vorrebbe una vera prodezza per segnare. E arriva il gol – esclusi quelli del Divin Codino – che ricordo meglio di quel Mondiale.

È un tuffo di testa incosciente, il contorsionismo di un circense. Anche se quel circense sembra fuoriuscito dal circo di Todd Browning, quello del capolavoro Freaks: è Yordan Letchkov, che vola in tuffo avvitato come un airone e incoccia con la pelata quel cross morbido. È una capocciata stilisticamente esemplare: potenza, tempismo e tecnica. Il vampiro bulgaro si trasforma per un attimo in étoile e infilza la Germania per il 2-1 definitivo. Poi esulta come si faceva un tempo: braccia alzate, corsa sfrenata, urla ed espressione allucinata. È la versione post-sovietica dell’esultanza di Tardelli al Santiago Bernabéu.

“Ce l’hanno fatta, ce l’hanno fatta davvero!”, riesco a pensare soltanto questo. E gli ultimi 10 minuti li vivo incollato a quella scatolona di plastica formato 24 pollici. Se esistesse una giustizia, dovrebbero portarla in fondo. E per una volta va così: i tedeschi sono stati annientati da quel gruppo che sembra sopravvissuto ad una apocalisse nucleare.

Lo sguardo torvo di Ivanov ha fulminato la perfezione atletica di Klinsmann, il Pugnale che porta due catenine d’oro massiccio al collo ha spazzato via l’asettica freddezza di Matthaus, il vampiro allampanato ha succhiato ogni speranza dal volto marmoreo di Kohler, il sinistro nobile di Krasimir Balakov ha mandato fuori giri ogni frenesia di Hässler.

La festa bulgara per le semifinali: l’equivalente sportivo di “Gatto Nero Gatto Bianco”

Si saranno pure qualificati in maniera rocambolesca, ma adesso nessuno riesce più a tirarli fuori da quel Mondiale. Non strappano più sorrisi. Sono la classica squadra che non vorresti mai incrociare. E non solo, hanno insegnato a tutti come in condizioni di svantaggio diventino decisive organizzazione e operosità collettiva. Sotto forma di linee strette e ripartenze da maestri, orchestrate in tre tocchi.

Solo un paio di prodezze possono mettere fine a quella cavalcata surreale. E dato che sappiamo tutti come andò, sarebbe superfluo e perfino retorico soffermarsi su quel 2-1 netto, cesellato da Roberto Baggio con due perle da vero fuoriclasse. A nulla serve il rigore finale di Stoichkov.

“Dio è bulgaro, Buddha è italiano, ma l’arbitro purtroppo era francese.” (H.Stoichkov)

E forse è giusto così. Perché quella banda di fuorilegge che si è affacciata al mondiale come un gruppo di pistoleri misteriosi sbucati nel Far West dopo una rovinosa traversata del deserto, è e rimane per molti aspetti un unicum. Un’eccezione che conferma la regola. Una meravigliosa ostentazione del concetto sportivo di underdog.

Chiudo l’articolo pensando che quella squadra di Usa ’94 sia sublimata nella dimostrazione plastica della morale di un capolavoro del cinema, girato da un outsider che fino a pochi anni prima noleggiava VHS sui boulevard di Hollywood e che, proprio in quei giorni, usciva nelle sale di tutto il mondo scardinando regole e convenzioni. Grazie ad uno stile pulp.

“È in questo modo che li batterai, Butch. Perché continuano sempre a sottovalutarti.” (B.Willis – Pulp Fiction).