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Stavolta torniamo sui campi della Serie A di fine Millennio. Quelli dove erano soliti scorrazzare Batistuta, Crespo, Bobo Vieri e un’altra miriade di giocatori che oggi giorno definiremmo da fantascienza, o giù di lì. C’erano però anche un nugolo di giocatori, militanti in squadre di medio-bassa o bassissima classifica, in grado di far appassionare i propri tifosi tanto quanto i nomi altisonanti sopracitati.

Giocatori che un po’ tutti ricordiamo, e che per qualche motivo non sono veramente riusciti ad imporsi a livello nazionale. Ma che ti hanno fatto sognare o disperare. Scordati i giganti mancati alla Hubner o alla Protti, e preparati invece ad un treno di ricordi composto da veri outsider. Parliamo dei bomber italiani di periferia di fine millennio, chiedendo scusa a coloro che siamo stati costretti ad escludere da questa ristretta lista.

SANDRO TOVALIERI

Al quinto posto, troviamo il pomeziano doc Sandro Tovalieri. Scuola Roma, fece parte di quell’incredibile nidiata di giovani giallorossi che vinse il Viareggio nel 1982, e che avrebbe regalato alla prima squadra anche Capitan Giannini. Aggregato appena 17enne ai grandi, il “Cobra” fu mandato a farsi le ossa per due stagioni tra Pescara ed Arezzo. Qui divenne subito titolare, e diventò quella discreta macchina da gol che sarebbe stato per tutto il resto della carriera.12_tovalieri-630X330Saranno infatti circa 120 i goal da professionista in una carriera quasi ventennale. Tornò alla Roma nel 1985, giocando una buona prima stagione condita con 22 presenze ufficiali. Sempre da rincalzo, se non nelle due partite valide per la conquista della Coppa Italia. Prestazioni che non gli valsero la riconferma: a fine stagione venne infatti ceduto all’Avellino, iniziando un pellegrinaggio per tutta l’Italia che non si sarebbe mai definitivamente interrotto e che non l’avrebbe più visto tornare a casa.

Dopo altre quindici stagioni con parecchi goal – eccezionali furono i tre anni al Bari, quando mise a segno 40 goal in circa 80 partite in coppia con Igor Protti – qualche infortunio di troppo (il crociato saltò nel 1988 e lo costrinse ad una stagione di stop) e appunto un girovagare infinito tra le squadre di A e B, si è ritirato nel 2000.

Attualmente allena i Giovanissimi della Roma e gestisce una sua scuola calcio. Con quel fisico da normolineo, dotato di gambe potenti e di una tecnica di base tutt’altro che malvagia, avrebbe probabilmente potuto fare di più nella massima serie.

PAOLO POGGI

Quarto posto per il veneziano Paolo Poggi, reso famoso da un paio d’annate fortunate con l’Udinese e involontariamente dalla Topps, azienda all’epoca concorrente della Panini nella produzione di figurine. È infatti il 1998, quando la celebre azienda americana commette l’errore di stampare un’esigua quantità di figurine di Volpi e Poggi, che risultavano pressoché introvabili, rendendo i due giocatori bianconeri ulteriormente famosi a livello Nazionale.asadaE pensare che nel 1998 Poggi non aveva certo bisogno di tali referenze, essendo andato nella Serie A dei Ronaldo e Batistuta in doppia cifra per ben due stagioni consecutive (le prime “vere” nella massima serie, tra l’altro). Nel celebre tridente formato con Bierhoff e Marcio Amoroso, infatti, il buon Paolino era andato vicinissimo anche alla convocazione in Nazionale. Che tuttavia contava già sui Vieri, Del Piero, Inzaghi e compagnia: state sicuri che un attaccante esterno con quel fiuto del gol e con quella garra, ai giorni d’oggi farebbe comodo a molti.

E invece, dopo quegli anni della meravigliosa Udinese versione Coppa Uefa griffata Zaccheroni, lentamente la carriera di Poggi naufragò nella più o meno totale mediocrità. Si ritirò dopo un’ultima, discreta parte di carriera tra il Mantova e la sua Venezia (15 reti in 3 stagioni), sempre nelle serie minori e senza mai convincere del tutto. Dal 2013 è nello staff della sua amata Udinese. Magari racconterà di quei pochi mesi in cui il miglior attacco d’Europa era il tridente Bierhoff-Poggi-Amoroso.

ROBERTO MUZZI

Impossibile non associare il ricciolone dal fisico possente alla maglia di Cagliari ed Udinese, con le quali segnò un centinaio di reti a cavallo tra i due millenni. Classe 1971, agli Europei Under 21 del 1994 erano lui, Panucci, Cannavaro e Toldo i pezzi pregiati della spedizione azzurra. Ed era sempre lui ad essere schierato titolare di fianco a Christian Vieri e al posto di Pippo Inzaghi, che partiva spesso dalla panchina.muzzi_torinoDopo i fasti giovanili, va sottolineato che un po’ si perse senza mai realmente fare il boom che tutti si sarebbero aspettati: non ci riuscì a Roma, vero unico amore assieme al Cagliari, nonostante un buon inizio di carriera. E non ci riuscì neanche all’Udinese, dove arrivò 28enne nel 1999 e dove diede per un paio d’annate l’illusione d’essere il degno erede del bomber tedesco Bierhoff, sfiorando addirittura la convocazione nella Nazionale Maggiore (con la quale non ha mai giocato).

Roberto, centravanti vecchio stampo col vizietto del gol ma poco adatto alla costruzione del gioco, è tutt’ora idolo incontrastato per i tifosi cagliaritani, che ancora lo ricordano schierato in coppia col funambolo belga Lulù Oliveira. Centravanti dal grande fisico, s’è ritirato nel 2009 dopo qualche scialba stagione tra Lazio, Torino e Padova.

Stagioni di parecchi bassi ma anche di qualche picco: è suo infatti il gol che nella stagione 2004/05 permise alla Lazio di salvarsi all’ultima giornata. Attualmente allena i giovani della Roma.

MARCO FERRANTE

Secondo posto per il torinese d’adozione Marco Ferrante. Calciatore dallo strano pedigree – è romano, ma è calcisticamente cresciuto nel Napoli – fu parte, con un ruolo marginalissimo, dell’ultimo grande Napoli scudettato. È tutt’ora con 125 reti il quinto miglior marcatore della gloriosa storia del Torino, che raggiunse 24enne nel 1996 dopo che il suo cartellino era girato tra diverse squadre italiane. Fu il concittadino Mauro Sandreani a lanciarlo, salvando di fatto una carriera partita col botto (col Pisa segnò appena 20enne 13 reti nel 1991-92), ma che stava arenandosi.ferrainaiLe stagioni della consacrazione a livello nazionale furono il 1998/99 ed il 1999/00. Nella prima mise a segno 27 gol e fu capocannoniere di Serie B; nella seconda segnò 18 reti nella massima serie, senza riuscire tuttavia ad evitare la retrocessione dei Granata. Nonostante fosse richiesta a furor di popolo, la tanto agognata convocazione con la Nazionale maggiore non arrivò neanche in quella magica stagione.

Dopo le 9 esaltanti stagioni col Torino, interrotte da un prestito semestrale all’Inter, intraprese il tipico tour in giro per l’Italia da mestierante sul viale del tramonto. Dopo il ritiro è diventato procuratore e, notizia recente, ha cominciato il corso come tecnico a Coverciano. Magari riuscirà a spiegare ai ragazzini come ha fatto lui, con un fisico tutto sommato più da ragioniere che da penta-atleta e con una tecnica neanche così eccezionale, a segnare la cifra monstre di 160 gol da professionista.

FILIPPO MANIERO

Al primo posto, troviamo l’ex milanista Pippo Maniero. Veneto doc, esordì in serie cadetta giovanissimo col suo Padova (è nato a Legnaro). Ebbe una prima parte di carriera decisamente anonima – poche presenze e pochi goal – tra Padova, Ascoli, Sampdoria e Atalanta. La svolta avvenne nel 1995, quando al primo anno in Serie A mise a segno 9 gol (sempre col Padova). Nello stesso anno venne acquistato dalla Sampdoria, disputando una buona stagione come cambio di Mancini, ma senza mai convincere pienamente.maniero_gettyDopo due anni tra Verona (primo campionato di A in doppia cifra) e Parma (con cui esordì in Champions League), approdò a Venezia: qui Pippo esplose definitivamente, segnando circa 60 reti in 4 stagioni, formando per una stagione col giovane Alvàro Recoba uno scintillante tandem che diede spettacolo sulla Laguna. Balzò inoltre alle cronache nazionali nel 2002, quando, dopo un match contro l’Inter, ammise candidamente davanti ai microfoni: “Ho simulato per indurre l’arbitro a fischiare il rigore”.

Finita l’avventura veneziana, giocò 6 mesi nel Milan prima di passare un paio di buone stagioni tra Palermo e Torino, con in mezzo una sfortunata esperienza al Brescia. Quando quest’ultima fallì rendendolo disoccupato, accettò pure di giocare per una stagione a Glasgow, sponda Rangers.

Ennesimo centravanti d’antan dalla grande fisicità e dalla tecnica sufficiente, capace di colpi imprevedibili, ha voluto chiudere la carriera nel 2009 scendendo in campo con la squadra del suo paese d’origine, il Casalserugo, che lotta nei terreni fangosi della Prima Categoria. Che fosse in coppia con El Chino o a sgomitare fra la nebbia su campi dissestati, poco importa. L’attitudine da cannoniere di provincia è patrimonio genetico.