Il periodo della dittatura di Francisco Franco in Spagna è lungo e difficile da raccontare: parliamo di quaranta anni di regime, tra sofferenze, complicità e silenzi. Il franchismo si afferma dopo la Guerra Civile del 1939 e termina ufficialmente il 20 novembre del 1975, quando il  presidente del Governo Carlos Arias Navarro annuncia pubblicamente la morte del Caudillo. In questo quarantennio, gli spagnoli avevano vissuto una terribile crisi economica, accompagnata dalla violenza necessaria a difendere a spada tratta il regime e i suoi valori fondanti, famiglia e religione cattolica.

Un periodo oscuro per la Spagna, ma il calcio riuscì comunque a illuminarne ogni angolo. Lo spartiacque fu senza dubbio l’arrivo a Barcellona di Kubala: nonostante la corte del Real Madrid, furono i catalani ad aggiudicarsi il campione ungherese, alla disperata ricerca della libertà e di un campo di calcio.

Kubala, pur sempre un dilettante oltre la Cortina di Ferro, arrivò in Spagna nel 1950 dopo un breve periodo alla Pro Patri. Lo Stato spagnolo gli concesse la cittadinanza e lo status di rifugiato politico, una mossa politicamente molto intelligente in piena Guerra Fredda: la protezione delle autorità spagnole era un tentativo di rendere il campione ungherese la prima icona della lotta al comunismo.

Kubala tra Kocsis e Czibor

Kubala tra Kocsis e Czibor

Se Kubala fu il primo vero campione dei blaugrana, Di Stefano fu il suo corrispettivo per i blancos, vincendo cinque Coppe dei Campioni consecutive dal 1955 al 1960. I due possono vantarsi, ormai dal cielo, di avere cambiato la storia del calcio spagnolo e mondiale. Kubala e Di Stefano sono stati a tutti gli effetti dei precursori del calcio moderno, i primi simboli di quella eccezionale rivalità che sarebbe diventata il Clasico. Alfredo Di Stefano aveva un feeling naturale con la palla: i due si cercavano, si trovavano e si intendevano a meraviglia.

L’attacante argentino aveva lasciato il River Plate per giocare insieme a Pedernera e Nestor Rossi nei Millonarios di Bogotà; peccato che il campionato colombiano spendesse ben oltre le sue possibilità. Una volta scoppiata la bolla colombiana, Di Stefano ritornò prima del previsto (1953) al suo paese, senza più voglia di giocare al Monumental. Aveva 26 anni e pensava veramente di lasciare il calcio, nonostante la giovane età e gli anni di contratto ancora da onorare. Senza volerlo, si trovò in mezzo a un imbroglio burocratico tra i colombiani e gli argentini, proprio mentre il Barcellona aveva iniziato a pensare a lui per sostituire l’infortunato Kubala.

I cules trattarono con il River ma il Real fece altrettanto coi Millonarios colombiani. A questo punto, la Saeta Rubia arrivò a Barcellona e cominciò ad allenarsi insieme ai blaugrana, in attesa di capire quale sarebbe stato il suo destino. Finalmente si sbloccò tutto grazie alla decisione di Muñoz Calero, presidente della Federazione Spagnola: salomonicamente, Di Stefano doveva giocare un anno con i blancos e uno con i catalani, iniziando con i primi.

Di Stefano tesserato per il River Plate

Di Stefano tesserato per il River Plate

Il Barça non era convinto, e decise addirittura di rinunciare al giocatore. Dietro le quinte giravano due retroscena: Kubala era già tornato in piena forma e la dirigenza si sentiva tradita dallo Stato spagnolo, autore di una decisione che avrebbe cambiato la storia del pallone. Una cosa è certa: Il Real, negli anni ’40, i più duri del franchismo, non vinse nessun campionato. Anzi, fu sempre superato dal Barcellona (che vinse anche svariate Coppe del Generalissimo), dal Valencia e perfino dall’Atletico Aviacion. I primi titoli delle merengues risalgono al periodo della Repubblica; i successivi arrivano proprio con Di Stefano, dopo una traversata nel deserto lunga oltre vent’anni.

Di Stefano con le cinque Coppe Campioni vinte a Madrid

Di Stefano con le cinque Coppe Campioni vinte a Madrid

Negli anni ‘60 il Real, forse per l’atteggiamento e la determinazione di Santiago Bernabéu, diventerà effettivamente una squadra vicina al regime. Ma i gol di Puskas, Gento e della Saeta Rubia (428 in 510 partite) furono sicuramente molto più determinanti nell’affermazione del Grande Real. Perché, franchismo o no, le storie di calcio sono anzitutto storie d’amore: chiedetelo a Di Stefano, che nel giardino di casa aveva una statua con un pallone.

Sotto, una scritta a ricordare quel legame così profondo: “Gracias, Vieja”.

 

Julio Ocampo Fortuna per ZonaCesarini.net