Questa è la storia, tra alti e bassi, di Tony Cascarino: giocatore mediocre in Inghilterra, più o meno rispettato in Francia, nazionale d’Irlanda per la quale non avrebbe mai dovuto giocare. Mogli, paure, depressione ed un cognome inequivocabilmente italiano: Tony Cascarino in campo e fuori.

La storia di questo attaccante della Repubblica d’Irlanda si svolse a metà tra l’Inghilterra e la Francia. Nel calcio, fu un antieroe: non divenne mai un vero idolo, prese più insulti che complimenti dai tifosi, si rifugiò nel campionato francese ed assaporò solo di striscio la gloria come internazionale. Nella vita, non fu mai né un buon marito né un buon padre e, a fine carriera, oltre a tutti i suoi dubbi ed angosce, decise di confessare che in realtà non avrebbe mai potuto giocare come internazionale nell’Irlanda.

In un mondo di calciatori-star, la storia di un uomo che, nel pallone come nella vita, non ha mai avuto una grande fortuna e capacità di dominare gli eventi. Ripercorriamo la sua carriera con un piccolo collage da album Panini.

Dopo i primi anni nel Gillingham (‘81/’87, 219 presenze e 78 gol) e nel Millwall (‘87/’90, 105 presenze e 42 gol), Cascarino passò attraverso tre importanti club in Inghilterra e Scozia (Aston Villa, Celtic Glasgow, Chelsea), ma sprecò queste opportunità senza mai lasciare il segno. Per dirla con le statistiche:

  • Aston Villa, 1990/91, 46 presenze, 11 gol. Un infortunio al ginocchio a inizio stagione, la capacità di guadagnarsi la sfiducia dei tifosi in un tempo rapidissimo.
  • Celtic Glasgow, 1991/92, 24 presenze, 4 gol. Arrivato al Celtic grazie all’agente e amico Liam Brady (vecchia conoscenza del calcio italiano) inizialmente si accattivò i favori della tifoseria per aver malmenato uno degli Hearts durante una partita, poi, a partire da una gara drammatica in UEFA contro il Neuchatel persa 5-1, iniziò la discesa agli inferi, culminata con la rottura del rapporto idilliaco con Brady e con i rimproveri per le uscite a bere con i giocatori dei Rangers, mal viste dai tifosi e dal resto della squadra.
  • Chelsea, 1992/94, 40 presenze, 8 gol. Mai entrato in uno stato di forma eccezionale, pressato dai tifosi e dal manager Ken Bates, un giorno sentì quest’ultimo dire al telefono, a proposito del potenziale acquisto di Robert Fleck dal Norwich «I don’t want another fuckin’ disaster like Cascarino».

Alla fine del tour anglosassone, Cascarino ricevette una viscida telefonata da Tapie e scappò in Francia. Qui, finalmente, riuscì a farsi soprannominare Tony Goal, dopo essersi trasformato in goleador per il Marsiglia e per il Nancy.

A Marsiglia, Tony divenne fier d’être Marseillais, ma soprattutto, dietro il volere di Tapie, acconsentì a farsi iniettare una non meglio identificata sostanza che, definita legale dal fisioterapista, creava nei giocatori un particolare stato di eccitazione e adrenalina.

L’arrivo in Francia fu anche il crocevia della sua vita fuori dal campo. La sua vita personale si divise infatti tra due famiglie. Di nuovo, una inglese e una francese. Il suo comportamento infedele lo portò a rompere con la prima moglie, Sarah. Infatti, dopo il trasloco in Francia, Cascarino decise di lasciare lei e i due figli che avevano avuto insieme (il secondo dei quali si chiamava Teddy, in onore dell’amico di una vita e ben più fortunato giocatore Teddy Sheringham).

Al suo posto scelse Virginie, una donna francese che gli diede una bambina, Maeva. Rimane doloroso, per il giocatore, non essere mai riuscito ad essere un buon padre e ad avere una buona relazione con i due figli maschi avuti da Sarah. La sua infedeltà e l’incapacità di stare vicino ai figli vengono da lui stesso additate come ulteriori prove della sua inettitudine.

Con il Marsiglia, tra il ’94 e il ’97, Cascarino collezionò 84 presenze e 61 gol, prima di passare al Nancy, dove giocò tra il ’97 e il 2000, collezionando 109 presenze e 44 gol. In questo club, celebre per essere stato la prima squadra di Michel Platini, Cascarino, seppur avanti con l’età e depresso, si mantenne sulla soglia della decenza, come durante tutto il suo periodo francese.

La carriera di Cascarino può essere riassunta da una metafora da lui stesso creata:

«Si dice spesso che la gioia di segnare sia meglio del sesso, ma personalmente lo comparerei di più con la masturbazione. Ho sempre trovato il sesso un piacere assoluto, ma segnare è servito solo a darmi sollievo.»

Questo è il pensiero di un attaccante che faticò molto per dimostrare il suo valore, e finalmente riuscì ad ottenere stima e riconoscimento solo in un campionato nazionale che per sua stessa ammissione era molto meno interessante e remunerativo rispetto al campionato inglese.

Proprio all’inizio della propria autobiografia, il giocatore dipinse un autoritratto di se stesso nelle nebbie di Nancy, durante il 2000. Professionista dal 1982, Tony non si divertiva più a giocare a pallone. Viveva con la seconda moglie francese, Virginie, e la figlia di cinque anni avuta da lei. Mentre accompagnava la figlia a scuola per andare agli allenamenti, ripassava i calcoli fatti per sommare tutti i guadagni della sua vita di calciatore e sottrarre tutte le spese che doveva affrontare e che lo avrebbero aspettato nel futuro, ben sapendo che poco dopo avrebbe dovuto, come si dice, appendere gli scarpini al chiodo.

Sommando tutto, aveva paura di non farcela. Ansia, depressione, un costante senso di inadeguatezza. Questi sentimenti furono sempre presenti in Cascarino, sul campo e fuori. All’età di trentotto anni, Tony decise di chiudere la sua carriera con la Red Star, un team di Saint-Ouen (comune a nord di Parigi) che giocava in quei giorni nella terza divisione francese. Questa esperienza finì però molto presto: Tony lasciò la squadra dopo solo due partite e con questo abbandono concluse anche la sua carriera di giocatore professionista.

Cascarino con la maglia del Marsiglia

Non vi ho ancora parlato, però, della più grande rivelazione della vita di Cascarino, probabilmente l’unica cosa che lo abbia portato finalmente al centro dell’attenzione dei media e dei tifosi irlandesi. Si tratta della confessione relativa alla sua carriera di internazionale. Tra il 1985 e il 1999, Tony collezionò 88 presenze e 19 gol con la nazionale irlandese.

Direttamente dai ricordi dell’attaccante:

«Come poteva un uomo chiamato Tony Cascarino giocare nella Repubblica d’Irlanda? È una buona domanda. Chiedi agli scommettitori di Stamford Bridge e loro risponderanno: “Beh, non avrebbe mai potuto giocare nell’Italia, no?” Forse un po’ crudele, ma innegabilmente vero. Mi qualificavo per giocare per l’Italia ma mi qualificavo anche per giocare per l’Inghilterra e la Scozia. Perché scelsi l’Irlanda? Beh, ad essere onesto, credo sia perché loro scelsero me.»

Cascarino poteva giocare per la nazionale irlandese secondo quella che era chiamata la Grandparent rule. Sua madre, Theresa O’Malley, era la più giovane delle quattro figlie di Agnes e Michael Joseph O’Malley, nativo di Westport, County Mayo, contea nord-occidentale dell’Irlanda. Michael si era trasferito a Londra da teenager. Il padre di Tony, come rivela il cognome, era di origini italiane.

L’avventura di Cascarino in nazionale fu tutt’altro che gloriosa, anche se gli consentì di far parte dell’Irlanda che partecipò ai Mondiali del 1990 e, contro ogni aspettativa, arrivò ai quarti, prima di essere eliminata dall’Italia, paese ospitante. Nel libro vi è una descrizione appassionata del caldo benvenuto ricevuto dai giocatori al rientro in Irlanda dopo quella Coppa del Mondo: erano considerati alla stregua di eroi. Tony fu parte di questo successo, dal momento che, nonostante i suoi nervi instabili ed un tiro piuttosto rischioso, riuscì a segnare uno dei rigori che permise all’Irlanda di battere la Romania e passare ai quarti.

Durante la fase a gironi, l’Irlanda incontrò a Cagliari l’Inghilterra, in una partita che terminò 1-1. Sei giocatori di quell’Irlanda erano nati in Inghilterra. Tra essi, lo stesso Cascarino, emozionato e nervoso all’idea di giocare contro il paese che gli aveva dato i natali, contro la nazionale per la quale aveva fatto il tifo da bambino.

Cascarino e Dennis Wise, quando il Chelsea era “uncool”

L’episodio che Cascarino ricorda maggiormente di quel match, fu un suo errore in marcatura su Terry Butcher, che gli sfuggì e si avviò verso il fondo guadagnando un’occasione da gol. Ma, come lui stesso sottolinea, dato che l’1-1 era un risultato più favorevole all’Irlanda che all’Inghilterra, al termine del match il suo errore passò pressoché inosservato.

Fu a Genova che Cascarino visse il suo piccolo momento di gloria, sebbene, come di consueto, segnato dal brivido. Quando, dopo un estenuante zero a zero, si prospettarono i calci di rigore, Ray Hougthon si avvicinò ai compagni domandando chi si volesse assumersene l’onere. E propose a Cascarino di tirare uno dei penalty, dal momento che i due rigoristi designati, John Aldridge e Ronnie Whelan, erano stati sostituiti nel corso della partita e si faticava a trovare volontari.

L’invito ad andare sul dischetto fu quantomeno intimidatorio:

«Are you a men or a fucking mouse?»

Eppure, nonostante quella strafottente vocina interiore che gli ricordava le sue insicurezze, i suoi insuccessi e nonostante un rigore tirato malissimo, la palla calciata da Tony scivolò sotto il braccio di Lung, il portiere rumeno, e si infilò in rete.

I rigori di Romania – Irlanda a Italia ’90

Fu l’Italia di Totò Schillaci, a Roma, a mettere fine al sogno irlandese. Eppure, quella qualificazione ai quarti, per l’Irlanda fu talmente inattesa che i giocatori di quella squadra vennero visti come eroi in patria. Una volta tornati, ci furono festeggiamenti degni di una squadra campione del mondo e le donne si gettavano ai loro piedi. Il buon Tony ammette di aver opposto ben poca resistenza alle lusinghe delle sue compaesane, desiderose di raccontare alle amiche di essere state a letto con uno dei campioni di Italia ’90.

Il mito si esaurì inequivocabilmente pochi anni dopo: nel 1995, affacciatosi alla finestra di un hotel a Limerick, Tony si rassegnò al fatto che le fan, appostate in attesa dei campioni, volessero solo i più giovani Jason McAteer, Gary Kelly e Phil Babb. E, alla loro richiesta di gettare un ricordino dei tre dalla finestra, afferrò un paio di slip sporchi e li gettò giù.

Nell’osservare la mini-rissa per accaparrarsi il cimelio e lo sguardo trionfante della vincitrice, Tony fu preso dal suo consueto senso di stupore misto a depressione. E tutta la magia della fama post Italia ’90 svanì in un paio di mutande non proprio pulite gettate dalla finestra.

Ben 88 presenze dunque, ma forse Tony Cascarino non avrebbe mai dovuto giocare per l’Irlanda. Nel 1996, la FIFA cambiò le regole per i giocatori internazionali e rese necessario per i giocatori il possesso del passaporto erogato da un determinato stato, per poter giocare nella corrispettiva nazionale. Lui aveva sempre avuto un passaporto inglese, giocava per l’Irlanda solo sotto la Grandparent rule che, come dice il nome, è una regola che attribuisce la nazionalità in base a quella di uno dei nonni.

Tuttavia, nei giorni in cui si apprestava a chiedere ufficialmente il suo passaporto irlandese, Tony scoprì da sua madre che lei era stata adottata. Dunque, il Nostro non aveva mai avuto un legame di sangue col presunto nonno irlandese. La Grandparent rule che gli aveva consentito di vestire la maglia verde dell’Irlanda veniva dunque a cadere. Ma in fondo:

«La nozione di “Irlandesità” non è primariamente una questione di nascita, sangue o lingua, è la condizione di essere coinvolti nella situazione irlandese e, solitamente, restarne segnati». 

Anche Eamon Dunphy, ex giocatore e ora personaggio televisivo, afferma che Cascarino era spiritualmente qualificato a giocare per l’Irlanda.

Ma cos’è questa Irishness? L’idea di essere considerati sempre un po’ più poveri e un po’ meno destinati al successo, che va spesso e volentieri ricercato altrove. E queste caratteristiche, sicuramente, a Tony Cascarino non erano mai mancate.

Nel 1996, probabilmente per la sua notorietà come calciatore con i servizi resi alla causa nazionale, a Cascarino venne concesso comunque il passaporto irlandese che gli era stato negato nel 1985. Allora, non avendone la necessità, il giocatore non si era preoccupato di andare fino in fondo per risolvere gli intoppi burocratici che gli avevano impedito di ottenere il documento. Ma ormai, finalmente, era irlandese anche sulla carta. E non solo spiritualmente.

Tuttavia, non proprio tutti apprezzarono la rivelazione. L’ex CT irlandese Jack Charlton si espresse dicendo che la faccenda avrebbe dovuto rimanere segreta e dello stesso parere furono i compagni di nazionale Andy Townsend, Niall Quinn e Steve Staunton.

Il primo, amico personale di Cascarino, si espresse così con la stampa:

«Quando Tony mi raccontò la storia rimasi scioccato e il mio consiglio fu di non rivelarla. In fondo, che bisogno c’era? La sua carriera volgeva al termine e nessuno poteva dubitare dell’impegno da lui profuso con la maglia irlandese. Qualcuno dirà che, in qualità di capitano della nazionale, avrei dovuto avvisare la nostra Federcalcio, ma Tony è mio amico fraterno e inoltre era stato tenuto all’oscuro della vicenda riguardante l’adozione.»

E allora: perché Cascarino scelse di rivelarsi? Alla luce della sua storia, in questa rivelazione si legge la richiesta di attenzione di un uomo disperato, che, nonostante abbia fatto per lavoro ciò che è e sempre sarà il sogno di molti bambini, non è mai riuscito ad essere felice. Poca gloria e molte insoddisfazioni come calciatore, una vita privata piuttosto travagliata rovinata da un comportamento non proprio irreprensibile, fra tradimenti, passione smodata per il poker e sciatteria.

L’impressione è che, nell’Irlanda, Cascarino si fosse rifugiato per cercare di sentirsi capito, orgoglioso almeno di qualcosa, legato alla madre (il padre era fuggito, dopo aver scelto una nuova compagna e una nuova vita) e a quel nonno che in realtà suo nonno non era. Nella sua dichiarazione di essere un «fake Irishman» c’è una parte di autocommiserazione, del tipo «in teoria non avrei avuto diritto neanche all’unica cosa a cui tenevo» e una parte di richiesta di comprensione e accoglienza, il bisogno di sentirsi dire «per noi, nel cuore e nello spirito, sei irlandese lo stesso. Sei uno di noi lo stesso».

Cascarino oggi, professionista di Texas Hold’em

In quella maglia verde di una nazionale con poche ambizioni e rarissimi picchi di eccellenza, risiede la metafora della sua storia. In questa rivelazione c’è il bisogno di guadagnarsi le luci della ribalta per ricevere una sorta di abbraccio consolatorio.

Al termine della sua carriera da calciatore, Tony Cascarino è diventato giocatore professionista di poker, partecipando al programma televisivo Celebrity Poker Club come giocatore e a PartyPoker Poker Den, nelle vesti di commentatore.

Finale oltremodo amaro: nel 2008 è stato arrestato perché accusato di un tentativo di omicidio ai danni della moglie Virginie.

 

A cura di Elena Chiara Mitrani