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“Guardandomi indietro, mi chiedo ancora se avrei potuto continuare un altro anno o due. È stata la scelta giusta?” – “Roy, ma non ti ricordi?” dice mia moglie – “Non riuscivi nemmeno a scendere dalla macchina.”

L’Irlanda qualche giorno fa ha staccato un biglietto per Francia 2016 battendo la Bosnia nello spareggio. Probabilmente non vincerà gli europei ma sicuramente non ripeterà la figuraccia di quattro anni fa. Perché? Perché come allenatore in seconda c’è un certo Roy Keane, uno che dalla nazionale se n’era andato sbattendo la porta ed è tornato chiudendo un percorso fatto di discese ardite e di risalite, uno che come uno scoglio della sua Cork è riuscito ad arginare un mare di polemiche rispondendo sul campo. Col lavoro. Uno che ha compensato i limiti tecnici con un carisma nettamente sopra la media.

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Questa è la sua storia, non certo quella di un chierichetto scambiato per satanista ma nemmeno di un seminatore di violenza gratuita come l’hanno dipinto. Piuttosto uno che ha usato modi sbagliati per dire cose giuste, uno che si getterebbe nel fuoco per un compagno.

“Se scegliessi Roy Keane come rappresentante del Manchester United in uno scontro uno contro uno, vinceremmo il derby, la Premier, una gara di barche e qualsiasi altra competizione. Possiede qualcosa di incredibile.” (Alex Ferguson)

Se pensate che sia stato il cocco di Sir Alex vi sbagliate di grosso. Protettori non ne ha mai avuti e né voluti, anzi è proprio il deteriorarsi del rapporto col guru dei Reds il motivo della sua frattura con lo United. In carriera ha gonfiato il petto fino a sembrare tracotante ma è stata autodifesa.

“Forse è solo questione di scarsa autostima. Magari le cose stanno andando alla grande, ma io non ci credo e inizio a pensare: Non durerà. Oppure: Perché mi va tutto bene? Perché sta girando per il verso giusto? Magari incasino le cose, così mi sento meglio. Se compro una macchina nuova, per esempio, mi dico: Chi ti credi di essere per comprare una macchina nuova?”

Mi sembra tutto fuorché spaccone, non trovate? Certo così facendo ha rischiato di non godersi mai niente, come quando tutto lo Stadium of Light di Sunderland lo osannò cantando Kea-no na na na na sulle note di Hey Jude e non si scompose, perché le cose possono sempre peggiorare da un momento all’altro.

Ha messo la faccia dove altri non avrebbero osato pucciare i piedi, ha premuto il pulsante dell’autodistruzione facendosi guidare dall’istinto. Ha considerato la rabbia una parte preponderante del suo carattere, una fonte di energia. Da allenatore ha imparato a controllarla coltivando una barba da sherpa ma anche equilibrio e saggezza, miscelando il tutto con una fiala di ironia, che nella vita non guasta. Mai prendersi troppo sul serio.

Keano sulla panchina del Sunderland

Come quella volta che, sempre al Sunderland, rimproverò Ross Wallace, autore del gol vittoria contro l’Hull, per aver preso il secondo giallo togliendosi la maglia nell’esultanza. Rientrato negli spogliatoi non gli fece una lavata di capo per aver lasciato la squadra in dieci bensì disse: “Se un altro giocatore si toglie la maglia non è un problema. Ma tu no. Sei un panzone! Fai fare brutta figura al mio preparatore atletico!”

Torniamo un attimo alla frattura con lo United, club con cui ha vinto la miseria di sette Premier, quattro FA Cup, quattro Community Shield, una Champions League e una Coppa Intercontinentale. Alla soglia dei trent’anni decise di prolungare la carriera dando un taglio all’alcol e volando a Milano per una cura disintossicante consigliata nientemeno che da Ryan Giggs, uno che ha giocato finché i peli della barba bianchi non sono diventati più di quelli neri.

Tre giorni senza cibo per poi rieducarsi a una nuova dieta. La diagnosi, implacabile, fu che Roy mangiava troppa carne rossa e così pensò bene di eliminarla del tutto assumendo ben presto l’aspetto di uno zombie. Col fisico da maratoneta e il volto scavato stile Grido di Munch è difficile battagliare in mezzo al campo e grazie a una strigliata della madre si convinse a rivedere qualcosa.

Il rientro fu difficoltoso e non digerì nemmeno troppo bene l’esclusione contro il Portsmouth quando al suo posto giocò Phil Neville.
“Senti, oggi ti metto in panchina. Phil sta facendo bene” – motivò Ferguson.
“Io sto facendo bene, credo, nelle ultime quattrocento partite” – fu la rispostina di Keano.

A questo dovete aggiungere il nervosismo per aver saltato la partita con la P maiuscola: quella con l’Arsenal. Che scontri quelli. Il vecchio Highbury aveva un tunnel così stretto da rendere impossibili le scintille e il pubblico era così vicino alla linea laterale da sembrare quei tifosi che svuotano bottiglie d’acqua sulla nuca dei ciclisti in scalata. A cavallo del 2000 era la sfida più sentita della Premier, lo scontro tra due superpotenze belle e impossibili: Scholes, Rooney, Van Nistelrooy per i diavoli rossi, Bergkamp, Pirés, Fabregas, Réyes per i Gunners.

L’amore romantico fra Keane e Vieira

I leader erano Vieira e Keane. Roba forte. Il primo giovane, elegante, rappresentate della nuova generazione multietnica francese, con leve da fenicottero, l’altro ruvido, infinito, assetato di contrasti sull’erba quanto di pinte al pub. In più si affrontavano in continui face to face in mezzo al campo. Impossibile gestire la tensione.

Così diversi e così rispettosi l’uno dell’altro. Potreste avere un ricordo distorto della Keano-rabbia perché c’è un mito da sfatare. Andate su YouTube e scrivete ‘Roy Keane’, il nome verrà seguito da vs Haaland, Fight e vs Patrick Vieira. Non voglio certo convincervi che sia stato un agnello, piuttosto un capobranco pronto a difendere i compagni in mezzo ai lupi con qualsiasi mezzo. Questo sì.

Cliccate sulla terza voce ed entrerete nel famigerato tunnel di Highbury per assistere a uno scambio di vedute elettrico fra i due capitani. Volano minacce e parole grosse finché dal capannello di giocatori esce un Vieira un tantinello preoccupato e un Keane a dir poco bramoso di iniziare la contesa. Il filmato si conclude con la stretta di mano tra Neville e Vieira e un’occhiata dell’inglese che sa tanto di ti sei messo nei guai.

Ma che c’entra Neville? C’è un antefatto. Nel match d’andata Gary Neville aveva morso tutti gli avversari in giro per l’Old Trafford e durante il riscaldamento nella gara di ritorno alcuni Gunners gli promisero che non sarebbe finita come a Manchester, che alla prima occasione si sarebbero vendicati. Lo aspettavano al varco. Lo confessò al buon Roy che lì per lì non diede troppo peso alle classiche intimidazioni pre-partita. Gli si chiuse la vena soltanto vedendo le dita puntate contro il compagno nel budello che conduce al campo.

Neville era un giocatore con esperienza internazionale ma assolutamente mite, uno col quale è facile prendersela. E poi all’andata aveva fatto né più né meno che il suo dovere. Certo il suo era stato un po’ un atteggiamento da “adesso lo dico a mio cuggino” ma Keane non tollerò l’accerchiamento da bulli delle classi superiori che pretendono la merenda dalla matricola.

Avendo letto della beneficienza di Vieira per il Senegal, suo paese d’origine, lo provocò: “Se ami tanto il Senegal, perché cazzo non giochi per loro?”. Spiritoso il ragazzo, vero? Un po’ sopra le righe ma con la battuta pronta. Volarono parole grosse e non solo, seguì l’ovvia risposta sull’Irlanda del gigante nero e Graham Poll che intervenne a dividerli. Tutto questo col pubblico a godersi la scena sui maxischermi.

Non aveva mai dato particolare peso alla fascia da capitano, la considerava una rottura, ma pian piano ne acquisì consapevolezza ispirandosi ai grandi capitani che aveva avuto. In quel momento si ricordò di quella volta in cui misero per gioco degli assegni in un cappello e l’ultimo estratto avrebbe preso l’intera posta. Vinse capitan Eric Cantona che si fece cambiare l’assegno e divise i contanti fra i giovanissimi Nicky Butt e Paul Scholes perché avevano avuto il coraggio di partecipare al gioco anche se non potevano permetterselo.

Keane e i suoi mentori: Ferguson e Clough

Roy Keane e i suoi mentori: Ferguson e Clough

Oppure si ricordò di quando al Nottingham Forest gli anziani, e lo stesso Brian Clough, lo criticarono di avidità per questioni contrattuali e Stuart Pierce lo difese davanti a tutti: “Sentite, voi siete tutti soddisfatti dei vostri contratti, no? Allora lasciatelo in pace!”.

Certo Keano è stato un capitano sui generis, uno che si è accorto troppo tardi che il Babbo Natale ingaggiato per la festa di beneficienza aveva un tirapugni tatuato sulle mani. Non fu una delle sue mosse migliori ma ormai le foto erano state scattate. Mentre coi giovani ha saputo usare il bastone e la carota, come con Pepito Rossi.

“Una delle prime volte che si allenò con noi gli feci una lavata di capo, perché non mi aveva passato la palla anche se ero in una posizione migliore rispetto a lui. Mi guardò, ma non disse nulla. Sapevo benissimo che cosa stava pensando: Ma che vuoi? Vaffanculo và! Mi girai e pensai: Mi piace. Se mi avesse detto qualcosa, gli sarei saltato addosso. Invece mi lanciò quello sguardo inequivocabile e il messaggio arrivò chiarissimo. Ebbi quasi la tentazione di andare a stringergli la mano.”

Se quello con Vieira è un episodio celebre della carriera dell’irlandese uno meno noto è quello che segna la prima crepa fra lui e la dirigenza dei Red Devils. Torniamo all’estate ’98, durante un tour a Hong Kong, rientrato in hotel dopo troppe birre incrociò un biondo danese col quale non aveva mai particolarmente legato: Peter Schmeichel.

Uno con cui non andare a muso duro con troppa leggerezza. C’era di mezzo l’alcol e quindi: quale occasione migliore per regolare i conti? A Keane non piaceva il suo modo di sbraitare tra i pali, più per attirare l’attenzione del pubblico che per richiamare i compagni, come a dire guardate con che incapaci mi tocca giocare. Si presero a pugni per un bel po’, con Nicky Butt che tentava invano di limitare mani al collo e testate e che venne soprannominato Mills Lane, come il famoso arbitro di boxe.

Keane divideva la stanza col buon Denis Irwin, irlandese assolutamente impeccabile, che mai avrebbe voluto scendere in ritardo la mattina seguente. “Credo di aver fatto a botte, stanotte” – gli disse Roy e soltanto sul pullman riuscì a realizzare definitivamente guardando la mano gonfia e un dito piegato all’indietro. Schmeichel nascose l’occhio nero tutto il giorno tenendo gli occhiali da sole nonostante fosse nuvolo e in conferenza stampa alla domanda:

“Peter, cosa hai fatto all’occhio?” – rispose secco: “Niente, mi è arrivata una gomitata ieri pomeriggio in allenamento”.

Dimostrò che un grande spogliatoio non lascia mai trapelare nulla e si prese tutta la colpa anche davanti a Ferguson ma come spettatore della scazzottata c’era anche Sir Bobby Charlton. Sir Alex non gradì e il danno era fatto.

Il momento più complicato della sua permanenza a Manchester, ma forse di tutta la sua carriera, arrivò nella primavera del 2001 durante il derby di Manchester. Lo United ebbe l’occasione di chiuderla prima ma Paul Scholes sbagliò il rigore e Howey pareggiò allo scadere. A quel punto Keane decise di aver aspettato abbastanza e falciò Alfie Håland ricordandogli di non accusarlo mai più di simulare. Non aspettò nemmeno il cartellino rosso ma si incamminò direttamente verso gli spogliatoi.

Il motivo è chiaro a tutti: una regolazione di conti da Far West. Nel ’97 Håland, allora al Leeds, usò le cattive procurandogli la frattura del crociato. Non contento gli urlò in faccia di rialzarsi e non simulare. Troppo, obiettivamente troppo per uno come Keane che ha giocato fino a sfasciarsi le anche del tutto. La televisione trasmise continuamente il replay dell’entrataccia acuendo la sua posizione già critica. Sa che verrà sempre ricordato per quel gesto ma ancora una volta la rabbia vinse sulla ragione.

Eppure si erano già incrociati dopo il suo rientro, altre volte Keane ha dichiarato che Håland aveva provato a fargli male, ma ormai era troppo tardi, l’etichetta del violento era assai dura da levare. La stampa si sbizzarrì e i tifosi avversari si scatenarono. Per la cronaca le giornate di squalifica furono cinque.

A condire la faccenda nel 2002 uscì Keane, l’autobiografia nella quale raccontando l’episodio scrisse “C’era anche la palla (mi pare)”. Quelle due parole tra parentesi rovinarono per sempre la sua reputazione. Non che prima avesse l’immagine del bravo ragazzo intendiamoci ma il tribunale sportivo, dopo un’ora di interrogatorio con tanto di testimoni, test e replay, lo condannò a una multa di 150.000 sterline.

È una bomba mediatica nella quale i tabloid inglesi, maestri di bigottismo e falso stupore, sguazzarono come un bimbo mentre fa il bagnetto con la paperella. Difficile evitare quel fracasso mediatico con quel “mi pare” che detto, ritrattato, riletto, non corretto o mal interpretato segnò un’altra crepa fra lui e lo United.

L’unica difesa che portò in tribunale, sapendo di essere ormai nell’angolo, fu quella di Eamon Dunphy, il ghost writer del libro che alla domanda: “Secondo lei il signor Keane ha deliberatamente cercato di far male al suo collega, il signor Håland?”rispose: “Senza dubbio”.

La stampa, e non solo, dimenticò in fretta che Håland finì la partita e quattro giorni dopo scese in campo con la Norvegia, salvo due anni dopo dichiarare di aver smesso a causa di quell’entrata. Non un tipo simpaticissimo il norvegese insomma, tanto che dopo l’entrataccia di Keane nessun compagno andò a soccorrerlo. “Forse anche loro pensavano che Alfie fosse un coglione” – non riusciva proprio a contare fino a dieci il nostro Roy.

L’imbarazzante stretta di mano fra Keane e Haaland al Maine Road

Voleva farsi sentire, certo, ma non al punto da rompergli una gamba. Punto. E non se n’è mai pentito. Altrimenti perché aspettare anni per vendicarsi? Insomma un incrocio sbagliato al momento giusto. Difficile da credere, ma Roy Keane è la stessa persona che da allenatore del Sunderland invitò i giardinieri a mangiare con la squadra invece che azzannare nel capanno al freddo il solito panino con cipolle e maiale. Non certo per redimersi da chissà quale peccato, semplicemente perché se lo sentiva. Il Sunderland era una famiglia e lo avevano chiamato per sistemare le cose.

Ed è lo stesso che ha dichiarato: “I miei giocatori possono indossare i guanti in allenamento. Non mi interessa. Ma l’anno scorso un paio dei miei ragazzi li hanno indossati anche durante una partita di coppa contro il Blackpool. E io ho detto loro: State bene attenti. Se volete davvero giocare con i guanti, allora fate in modo di giocare molto bene. Perché saranno le prime cose che vi tirerò dietro se dovessimo perdere…”

Le cose precipitarono definitivamente col Manchester quando decise di tornare in nazionale per le qualificazioni al Mondiale 2006 dopo una chiacchierata con Brian Kerr, nuovo commissario tecnico dell’Irlanda. L’amore si era spento nel 2002 a Saipan, l’isola in cui l’Irlanda stava preparando il mondiale nippocoreano, ritiro del quale criticò tutto, soprattutto l’operato del ct McCarthy: “Mick sei un bugiardo, un fottuto segaiolo, eri un giocatore mediocre e sei un tecnico mediocre; l’unico motivo per cui ho a che fare con te è perché in qualche modo alleni la squadra del mio Paese, e non sei nemmeno irlandese, ma un bastardo inglese”.

La voglia di rimettersi in gioco, di non dimenticare le proprie origini di fronte ai figli che scherzando dicevano di tifare Inghilterra, di non perdere il contatto con la propria gente, lo convinsero a rimettersi in sella per un’altra sfida nonostante un fisico ormai logoro e desideroso di pause. Quando il 27 maggio del 2004 sul pullman verso Lansdowne Road, per l’amichevole contro la Romania, vide dal finestrino un ragazzino sussurrargli “Bentornato” capì di aver fatto la scelta giusta.

Chi non gradì la scelta fu Carlos Queiroz, vice di Ferguson, che nell’estate successiva gli fece terra bruciata attorno. Prima si attaccò a una stupida faccenda in cui Keane preferì un’altra villa a quella proposta dal club per far soggiornare la famiglia durate il ritiro in Portogallo. Poi iniziarono le ripicche, la pettorina consegnata come ultimo in partitella, l’indifferenza. Non che la cosa gli tolse il sonno ma cominciò a fiutare qualcosa di strano.

Dopo un infortunio al piede contro il Liverpool, volò a Dubai per curarsi al caldo e vide i compagni perdere 4-1 contro il Middlesbrough. Tornato in Inghilterra criticò duramente i compagni a Manchester United TV che fu costretta a censurare l’intervista, considerandola troppo poco politically correct. Lui è lo stesso ragazzino del Rockmount che mandava lettere ai club più prestigiosi chiedendo un provino, non riesce a non dire ciò che pensa.

Keane pensò di non aver detto niente di male nonostante il linguaggio schietto, colorito ai limiti dell’offesa e, siccome la lealtà verso la squadra, viene prima di tutto chiese a Ferguson e Queiroz di rivedere il filmato tutti insieme. In effetti nessun compagno obiettò qualcosa. Sembravano tutti con lui ma in realtà fu sempre più solo. Arrivò una multa da cinquemila sterline per l’intervista e non venne convocato per la partita contro il West Brom, così entrò nell’ufficio di Sir Alex per chiedere un chiarimento.

Fu l’ultima volta, quella in cui scoprì che nel calcio non esiste riconoscenza. La cosa triste è che l’accordo che era già pronto nel cassetto per essere firmato. L’uomo da 300 e passa presenze viene liquidato così.

Si fecero vivi Everton e Bolton ma il nome più altisonante, avvolto da un’aurea di mito, veste la maglia bianca: il Real Madrid. I blancos erano pronti ad arricchirsi della sua esperienza, ma ancora una volta Roy stupì tutti con una scelta a dir poco anticonformista: il Celtic che nel frattempo ha già 15 punti di vantaggio sui Rangers. Giocarci era stato sempre il suo sogno da bambino e preferì Glasgow anche per la paura di confrontarsi con la Spagna, una nuova lingua, un nuovo calcio ma soprattutto lo convinsero le parole dell’allenatore che suonarono come l’ennesima sfida.

“Non fa niente se vieni o non vieni. Stiamo a posto anche senza di te.” – “Fottiti, vengo.”

Un’esperienza che nonostante il double campionato e League Cup gli lasciò poco più che il titolo di man of the match nel derby perché per il resto il contributo fu minimo.

Cambiamo disco e passiamo al presente, perché la storia diventa attuale. A giugno del 2006 si ritira ma mentre tutti pensano di essersi liberati di quell’irlandese incline agli eccessi ecco che scrive una delle pagine più incredibili della sua carriera. Mentre non ha ancora terminato il corso UEFA da allenatore il Sunderland lo chiama per una sfida impossibile; il club è appena retrocesso dalla Premier, ha intenzione di risalire subito la china ma inizia perdendo le prime quattro partite di Championship e in più mancano tre giorni alla chiusura del mercato. Sembra una missione impossibile, di quelle che piacciono a Keano, che infatti accetta.

Inesperto, si divide tra campo e scrivania iniziando a cercare rinforzi. Quando il tempo è così poco non c’è margine per il bluff e svolta la situazione a suo vantaggio. Prende Graham Kavanagh e Dave Conolly dal Wigan, Stan Varga e Ross Wallace (ricordate il panzone che si è tolto la maglia?) dal Celtic e Liam Miller appena tagliato dal Manchester United.

Infine il colpo da maestro. Le disponibilità economiche non sono molte ma davanti ci vuole un lupo d’area di aree di rigore, uno che di reti ne ha gonfiate parecchie. Si ricorda di Dwight Yorke da Trinidad, suo compagno nel treble targato 1998-1999. Non sarà più lo stesso di quando formava con Andy Cole i calipso boys ma nonostante i 34 anni non ha bisogno di presentazioni e mentre stava svernando a Sydney gli arriva una telefonata che bene o male andò così.

Yorke: “Fammi capire, mi stai chiedendo di rinunciare all’attico sul mare, tutte queste donne e la Lamborghini per venire al freddo di Sunderland per la metà dei soldi?” – Keane: “Sì!” – Yorke: “D’accordo, ci sto.”

Non si pentirà mai di quella scelta, soprattutto quando un anno dopo, con la squadra in dieci e i cambi terminati, Yorke si avvicina alla panchina: “Mister hanno un uomo in più. Che facciamo?” – “Yorkie, devi correre di più.” – “Giusto…”

Keano al suo primo incarico non si inventa niente di assurdo ma fa tesoro delle parole che Clough gli disse all’esordio contro il Liverpool: “Prendi la palla, passala a un compagno e poi spostati. Credi di potercela fare?”. Figuriamoci, con questa roba c’ha costruito un’intera carriera, solo che adesso si trova a preparare gli allenamenti, studiare gli avversari ma anche scegliere la zuppa da mangiare durante il viaggio. Per sua stessa ammissione giocare era stato molto più facile ma in panchina sbotta raramente e, incredibile ma vero, la prima è per colpa degli Abba.

Contro l’Ipswich un membro dello staff si arroga il diritto di scegliere la musica pre-partita, cosa che già stona con le abitudini di Roy. Nessun giocatore si ribella ma il peggio arriva con la scelta dell’ultimo brano prima di scendere in campo: Dancing Queen. A quel punto gli si tappa la vena e arriva pure la sconfitta per 3-1.

Si trova a gestire le scorrazzate notturne dei più giovani senza rimproverarli troppo, ricordandosi di quando tre giorni prima della partita anche lui usciva strisciando dal pub.

Ferguson: “Sei salito su un taxi alle due e trenta, stanotte, a Sale.” – Keane: “Sì.”
Ferguson: “E cosa ci facevi lì?” – Keane: “Bevevo.”

Preferisce lasciare la famiglia a Manchester e prendere una casa in affitto a Durham, vicino all’università, dove gli studenti non hanno la più pallida idea di chi sia e ben presto finisce per vivere come loro, nutrendosi di barattoli di noodles e fagioli in scatola. Qui inizia la sua seconda vita.

I risultati all’inizio sono altalenanti ma poi arrivano i successi contro QPR, Norwich e Luton. Tanti punti arrivano allo scadere segno che la squadra gioca sempre più a immagine e somiglianza del suo allenatore. Senza mollare mai. Chiude il 2006 al dodicesimo posto ma non pensa al sogno di agganciare i play-off, piuttosto a ridare un’immagine di compattezza e serietà al club, come quando chiede a Bill, il fedelissimo massaggiatore con il tatuaggio del Sunderland sul polpaccio, di mettere i pantaloni lunghi.

Non c’è la media punti per pensare in grande ma inizia una striscia positiva importante e arrivano altri rinforzi: Carlos Edwards dal Luton, Anthony Stokes dall’Arsenal e Jonny Evans in prestito dallo United. Burnley, Ipswich, Coventry, Plymouth, Southend United le tappe di un cammino che porta le presenze allo stadio da 14.000 a 42.000.

Dopo il pareggio contro il Birmingham battono il Derby County col gol di Liam Miller, il più basso in campo; la folla impazzisce e tutto lo staff inizia a saltellare. E lì che comincia a pensare che stia succedendo qualcosa. La vittoria contro il West Brom li rilancia ulteriormente, non si può più guardare in faccia a nessuno, nemmeno agli sventurati Stokes, Tobias Hysén e Márton Fülöp che perdono il treno a Middlesbrough e vengono esclusi dal match. A Barnsley il Sunderland vince lo stesso dimostrando grande maturità.

Dopo 11 vittorie e 3 pareggi arriva una partita decisiva contro i Wolves in casa; la tensione è tanta, molti giovani sono al primo crocevia della loro carriera, in città c’è fermento ma Yorke ha la brillante idea di farsi spedire la Lamborghini bianca dall’Australia catalizzando l’attenzione di tutto l’ambiente. Risultato? 2-1 per i Black Cats, ovviamente.

Keano a Sunderland

Keano a Sunderland

La verità è che le partitelle non si concludono mai in pareggio, bisogna sempre uscire dal campo con un vincitore, questo è il segreto. A costo di far scendere il buio. L’intensità delle sedute è altissima, forse esagerata se pensate che dopo aver battuto anche Southampton e QPR, invece che tirare il fiato in vista delle ultime tre partite, fanno una scampagnata in bicicletta a Cumbria, regione montuosa del nord che ha ispirato poeti e artisti. Idea un po’ folle dal momento che anche a Colchester ci vanno in bicicletta e perdono 3-1.

L’ultima in casa è un trionfale 3-2 in casa col Burnley ma la promozione arriva solo qualche giorno più tardi grazie allo scivolone del Derby col Crystal Palace. In quel momento, mentre Sunderland è riversata in strada, Keano è a Manchester a portar fuori il cane. Non ha con chi festeggiare, c’è la sua famiglia certo, ma vorrebbe abbracciare quei ragazzi che ha preso demotivati e slegati e che in pochi mesi ha trasformato in una squadra dalla scorza dura come lui.

Non gli basta, non vuole solo la promozione ma anche il primo posto in classifica e così mantiene alta la concentrazione fino al 5-0 con cui schiantano il Luton nella passerella finale. L’uomo da sempre considerato il violento della Premier ora è un tecnico sfacciato, desideroso di competere con le grandi e considera quello come uno dei successi più importanti della sua carriera.

“Si dice che la Championship sia uno dei campionati più tosti al mondo. Io l’ho vinta da allenatore, tengo a ribadire. Non lo ricorda mai nessuno.”

Ma la Premier è altra cosa, la aggredisce col solito eccesso di foga e dopo il 7-1 incassato al Goodison Park dall’Everton rimane a letto per due giorni per punirsi. Raggiunge una salvezza tranquilla perdendo le staffe di tanto in tanto come con Kevin Dillon, allenatore in seconda del Reading, che dopo averlo apostrofato in campo si ritrova con la faccia premuta contro la scrivania nel post-partita. Un momento nel quale solitamente i vari staff stemperano i bollori maturati in campo.

La terza stagione non inizia sotto i buoni auspici, mancano gli investimenti per fare il salto di qualità e il rapporto col presidente Ellis Short s’incrina fino all’inevitabile frattura. Keano, forse per il finale senza happy end, pensa di non aver lasciato il segno ma a Sunderland nessuno potrà mai dimenticare quella cavalcata trionfale.

L’avventura seguente si chiama Ipswich, una scelta presa senza convinzione e dove da subito non sente la chimica. Al primo allenamento a porte aperte non c’è nessuno e in più le maglie sono azzurre come quelle dei suoi rivali storici City e Rangers. Ci riprova con la tattica della gita fuori porta e stavolta s’inventa un fine settimana in campeggio a Colchester per partecipare a un addestramento militare ma l’idea non sortisce lo spirito di gruppo sperato.

Chiudono quindicesimi su ventiquattro, non male ma sicuramente non lavora bene. L’anno dopo l’obiettivo è lanciare giovani in prima squadra e ridurre il monte ingaggi. Impresa non facile mantenendo i risultati costanti e così a metà novembre lo cacciano. E dire che per cementare il gruppo aveva pure prenotato un palco al Millennium Stadium per assistere al match di rugby Galles-Australia. Ancora una volta la squadra è con lui ma non basta.

Deluso, frustrato, si cimenta scarsamente come opinionista, non perché non abbia la lingua abbastanza lunga, anzi, ma perché i soldi facili non lo gratificano e presto si rende conto che quell’esperienza gli sta facendo dimenticare il motivo per cui ama il calcio.

Il motivo per cui da ragazzino con il piccolo Rockmount si batté segnando tre gol nella finale di un torneo giovanile per ricevere in premio i biglietti per Irlanda-Olanda. In porta quel giorno c’era Seamus McDonagh che venne preso a pallonate da Ruud Gullit. Adesso sono fianco a fianco per aiutare Martin O’Neill ad arrivare pronti all’Europeo.

È un incarico strano quello del ct della Nazionale, è come fare la parte del nonno a cui lasciano i bambini per un po’ prima di riportarli ai genitori. E ancor più difficile è l’incarico di allenatore in seconda ma la stima immensa per O’Neill gli ha fatto coglie al volo quest’occasione anche perché gli consente di svolgere il doppio incarico di vice allenatore di Paul Lambert all’Aston Villa.

Da Clough ha sempre detto di voler prendere il calore. Quello che gli trasmise al Forest scegliendo lui, giovanissimo e single, per partecipare a un evento di beneficienza. Quello che gli dimostrò offrendogli un contratto nel momento di difficoltà, contratto che siamo sicuri si sarà certamente meritato.

Da Ferguson ha detto di voler prendere la spietatezza, un gelido distacco che è stato però anche la sua grande forza.

Nella vita c’è bisogno di sfide e lui è a caccia di appagamento da una vita. Chissà se questa sfida lo sazierà. Qualcosa mi dice di no.

“Sono un uomo comune. Forse ho solo preteso un po’ più di quello che di solito ti offrono nel piatto”.

 

A cura di Sergio Sorce