Avevo neanche 13 anni quando lo vidi. Era il 2 febbraio del 2003, allo stadio Porta Elisa di Lucca, che per l’occasione ospitava Castelnuovo – Fiorentina (sì, Fiorentina, non Florentia Viola, nessuno l’ha mai chiamata così), perché il piccolo stadio garfagnino mai avrebbe potuto contenere l’ennesima marea di tifosi fiorentini che si muoveva per ogni trasferta.

Il Castelnuovo giocava in casa e 3/4 dello stadio era viola. Nonostante lo status da nobile decaduta, passata nel giro di pochissimi anni dal giocare a Wembley al giocare a Gubbio, immutato era l’amore dei tifosi per la squadra. E per i suoi giocatori.

Era lui l’idolo. Uno di quei ruvidissimi bomber dell’estrema periferia del calcio, già salito alla ribalta delle serie inferiori grazie all’exploit dell’anno precedente a Taranto, arrivato alla finale dei play-off del girone B di C1 grazie ai suoi 28 gol. Tre stagioni prima era ancora nei dilettanti, e ancora si divideva tra il lavoro di muratore e la passione per il calcio.

Riganò ad Incisa Valdarno

Quando arrivò a Firenze chiaramente nessuno sapeva chi fosse. Nemmeno io che, ancora pischelletto, seguivo sì anche la C1, ma il girone A, dove militava la Lucchese, che in quell’inizio estate del 2002 mi illuse e poi tradì, pure lei, con quel calcio di rigore di Carruezzo (a proposito di bomber di periferia) schiantatosi sul palo nella finale play-off contro la Triestina.

Quella di Lucca fu una partitaccia. Uno scialbo 0-0, deludente rispetto alle aspettative date da quelle che in quel momento erano due squadre di alta classifica (i giallorossi finirono ai play-off). Da lui ci aspettavamo l’ennesimo gol, invece sul finale di partita si beccò anche un’ammonizione.

Scusate, non ho detto di chi sto parlando. Semplicemente di Christian Riganò. L’emblema della classe operaia che va in paradiso.

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Non era bello. Non era elegante. Non era giovane. Non era quello che piaceva. Ma era quello che a Firenze, in quel momento, serviva. C’era da ricostruire una storia calcistica, crollata su se stessa per i disastri di Vittorio Cecchi Gori, giustamente ritenuto un bischero dal babbo Mario.

“Dio perdona, RigaNO”. Celebre divenne quello striscione in Fiesole. “Lui faceva il muratore ed oggi è il nostro goleador: Riganò, Riganò!”. Celebre divenne quel coro del Franchi. Ma era verità. 30 gol in 32 presenze. Con alcune perle, come questo gol pazzesco contro il Como:

La gara di Lucca fece parte di quel filotto di partite dove la Fiorentina rallentò, perdendo prima il suo capitano (il soldatino Angelo Di Livio, infortunatosi ai legamenti) e poi la vetta. Un paio di settimane dopo, ci fu lo scontro diretto con il Rimini. Riganò sbloccò la partita e firmò l’assist per lo 0-2 definitivo. E lì, in quell’esultanza correndo verso il settore ospiti, in quell’abbraccio con capitan Di Livio sotto la curva straripante di tifo viola, scoppiò finalmente l’amore.

L’avremmo amato per sempre. Perché non era un eroe. Non era un angelo biondo armato di cannone come Batistuta. Batigol era un Dio. Riganò era come noi. E da quel momento, sarebbe stato uno di noi.

Per la cronaca, la Fiorentina da quella partita non mollò più la testa della classifica.

Riganò nell’agosto seguente fu catapultato in B ad una settimana dall’avvio dei campionati, a causa del pasticcio del caso Catania che portò al blocco delle retrocessioni e al ripescaggio della viola al posto del fallito Cosenza. Ma il doppio salto di serie non lo spaventò. Fu il capocannoniere della Fiorentina pure in quella stagione infinita, conclusasi con la vittoria nel doppio spareggio promozione contro il Perugia (che non giocò per infortunio) targata Fantini. Per il bomber di Lipari furono 23 i gol. Davanti a lui solo Protti (25), Lucarelli (29) e Luca Toni (30). I Della Valle credono in lui e gli prolungano il contratto fino al 2007.

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Riganò esulta sotto la curva Fiesole

La Serie A però pareva troppo per lui, che 5 anni prima era fra i dilettanti e aveva già 31 anni suonati. La prima, difficilissima stagione nella massima serie fu una sequela di infortuni, con pochi gol e una squadra sull’orlo del precipizio. 18 presenze, 4 reti e la Fiorentina che si salva all’ultima giornata, vincendo 3-0 con il Brescia anche grazie al timbro di Christian.

Non è più lui l’uomo su cui puntare. In estate arrivò in viola Luca Toni, che diede in serie A le gioie non concesse dal centravanti siciliano. E allora, come bonariamente gli urlavano spesso i tifosi, levò l’àncora, ma senza spostarsi di molto da quella che ormai era la sua città adottiva.

Riganò rimase in Toscana. Fu mandato in prestito all’Empoli, in quell’Empoli operaio di Gigi Cagni dove ancora giocava Ficini, che per me altro non era che lo spettro della stagione ’98-’99 . Una buona stagione da “uomo sponda” chiusa a metà classifica, con 33 presenze, un buon numero di assist e 5 reti.

Una (inutile) la segnò proprio contro la Fiorentina, in un 2-1 al Franchi, con lui che non esulta, quasi chiede scusa, come a dire “è il mio lavoro, lo devo fare, non volevo”. Un gol sporco di un’attaccante che si era sempre sporcato. Un colpo di testa respinto dal portiere e ribadito in porta da due passi con la poca coordinazione tipica di chi non ha imparato a giocare nelle giovanili di serie A.

Gli volevamo bene. E c’abbiamo riso su.

Era un centravanti cresciuto tra i campi polverosi. Antidivo, e pure un po’ antiatleta. Macchinoso come pochi dei colleghi di Serie A, ma che vedeva la porta, e quando la vedeva era capace anche di giocate dall’alto coefficiente tecnico. Cose da gente che ha imparato a toccare palloni rovinati solo dopo il cantiere, in campi pieni di buche e con scarpette consumate.

Nel 2006 la Fiorentina lo lasciò libero e lui tornò in Sicilia, a Messina. E ce lo fece vedere quello che sapeva fare. Fu una stagione pazzesca la sua, con 19 reti in 27 presenze. Ma un infortunio a metà stagione lo fermò per un mese e mezzo. E senza di lui, si fermò pure il Messina, finito poi ultimo, alla seconda retrocessione di fila dalla A (l’anno precedente a salvarlo ci pensò la retrocessione d’ufficio della Juve). I siciliani segnarono 37 reti in totale, Riganò ne aveva segnate più di metà. Alcune così.

Fu un gol pazzesco, quello nel derby dello Stretto. Movimento a smarcarsi sulla trequarti, controllo spalle alla porta, tocco di suola e palla dietro la gamba d’appoggio per girarsi e mandare fuoritempo il difensore, altro tocco a prolungare e aggiramento di un altro difensore, e dalla lunetta tocco morbido, ad effetto, con il piatto, che scavalca il portiere. Una roba che in Serie A te l’aspetti dai grandi campioni. Ma i grandi campioni te l’avrebbero fatta con eleganza, equilibrio. Lui no, sembrava sempre ad un passo dal cadere. Proprio come noi quando tentiamo le giocate d’alta classe al campetto del quartiere.

Ecco, forse lì capii perché mi piaceva tanto ancora quel giocatore, anche se ormai era lontano dai colori viola. Perchè lui giocava così, come se fosse ancora al campetto del quartiere.

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Riganò nel derby dello Stretto: il Messina si impone 2-0

Divenne il miglior cannoniere stagionale nella massima serie per il Messina. Ma se ne andò con qualche strascico, scegliendo di cogliere a 33 anni l’ultima occasione e trasferendosi al Levante insieme all’ex compagno Storari, ad ingrossare la pattuglia italiana lì presente, con Tommasi, Cirillo e mister De Biasi. Stipendio netto: 1 milione e passa annui. Una scelta di risparmio per gli spagnoli, l’affare che ti sistema per la vita per Riganò. Forse a Messina qualcuno non gradì, ma chi di noi non avrebbe accettato?

Quella del Levante però era una realtà disastrata, economicamente e tecnicamente, e l’avventura per Christian durò solo 6 mesi, condita da 13 presenze e 4 gol (3 dei quali contro l’Almerìa, in quella che fu la prima vittoria stagionale dei valenciani, con altro gol bellissimo in voleé da fuori area).

Riganò che esulta con la maglia del Levante

Tornò in Italia, in Toscana, oramai sua nuova casa. A gennaio approdò al Siena, dove segnò una sola rete in 17 presenze. Quella nel derby (vinto) contro l’Empoli fu la sua ultima marcatura in serie A. Ormai la condizione fisica lo stava abbandonando per giocare a certi livelli. E da allora fu un lungo e continuo scendere di categoria, prima a Terni, poi a Cremona. Non furono stagioni esaltanti. Pensò al ritiro, magari per allenare.

Ma da Firenze, dove ora vive, ripartì ancora la sua avventura. Ancora più in basso, di nuovo su quei campi disastrati buoni solo per il proletariato del calcio. La Rondinella, in Promozione, lo cercò per rilanciarsi e lo ingaggiò. E di lì via, con la solita passione di chi ha avuto la fortuna di poter fare dell’amata sfera di cuoio un mezzo di riscatto sociale. Lui che aveva fatto esplodere gli stadi di Firenze e di Messina, tornò nella polvere dove è cresciuto.

Dopo la Rondinella ci furono le esperienze a Montemurlo, Montevarchi, Bardolino, Settignano e per finire Incisa in Val d’Arno, quella che sembra finalmente essere l’ultima tappa del suo lungo percorso da calciatore. Percorso chiuso alla sua maniera: con un gol da 50 metri che finì sulle pagine di tutta la stampa sportiva.

Ora Riganò prova finalmente ad allenare, dopo un lungo peregrinare per conseguire il patentino di mister. Sempre in Val d’Arno, sempre vicino a Firenze, la sua casa.

Forse, io penso, uno dei momenti simbolo della storia di Riganò fu proprio quella penultima giornata del campionato 2006/2007. Un Messina-Fiorentina senza pretese, con i giallorossi già retrocessi e i viola già in Coppa Uefa. I viola, in vantaggio 2-0 a dieci minuti dal termine, subiranno la rimonta nei peloritani nei minuti finali con due reti firmate proprio da Riganò.

In quella cornice di apatica tristezza data da un San Filippo pressoché deserto, i tifosi di casa e ospiti si ritrovarono uniti nell’applaudire Riganò, per la sua doppietta ma non solo. Non c’era nulla da festeggiare, nessun record da omaggiare, nessuna targa da consegnare. C’erano due squadre e due tifoserie che non avevano più nulla da chiedere. E allora si festeggiò l’umile carpentiere al quale tanto si era chiesto e che tanto aveva dato.

L’abbiamo amato, Christian Riganò. Lo amiamo ancora. A Firenze, a Messina, persino a Valencia. Perché è uno di noi. Perché viene dalla polvere come noi.