“Perché ritorno sempre? Perché mi diverto a giocare a calcio”. (Tomás Rosický)

Difficile trovare nella storia del calcio un giocatore più sfortunato di Tomás Rosický da Praga. Se pensate infatti che i vari Giuseppe Rossi, Pato e compagnia cantante siano eccessivamente tendenti ad infortunarsi, beh, allora non avete ben presente la carriera del “più grande talento ceco della storia”, come forse esageratamente sentenziato da un altro giocatore ceco in grado di sedersi allo stesso tavolo, ovvero Pavel Nedvêd. Che con Tomás ha condiviso gran parte delle oltre 90 partite con la Nazionale.

Rapido flashback. Città d’oro, anno 1980: mentre l’America s’interroga su chi sarà il nuovo presidente, mentre l’Italia piange le vittime della Strage di Bologna e mezzo mondo boicotta le Olimpiadi di Mosca, un roccioso difensore del Bohemians FC, Jirí Rosický, riceve dalla moglie una lieta novella: è in arrivo un secondo genito. Se il fratello primogenito era stato chiamato Jirí come il padre, quel bambino in arrivo doveva invece chiamarsi Jan in onore di Palach, eroe simbolo della resistenza anti-sovietica dell’allora Cecoslovacchia. Fu invece la moglie a scegliere un nome meno impegnativo: Tomás. Come il bisnonno.

5rehP7mDi talento calcistico il vecchio Jirí ne aveva ben poco: anticipo, senso della posizione ed esperienza erano le armi tattiche su cui basava il suo gioco. Qualità che furono bastevoli per permettergli di giocare 15 anni da professionista, di cui 8 nella sua squadra dei sogni: lo Sparta Praga. A casa Rosický, più un vero culto che una passione. Qualità che gli permisero inoltre – abbinate a saltuari lavori di manovalanza – di crescere in relativa tranquillità economica entrambi i figli.

I fratelli Rosický crebbero dunque in una situazione di assoluta serenità, ben lontani dai tumulti e dal clima di ristrettezza economica in cui versava l’allora Cecoslovacchia. Erano anzi presi anima e corpo dalla loro passione per l’hockey, il vero sport nazionale cecoslovacco. Con buona pace del papà calciatore, infatti, almeno inizialmente gli eredi di casa Rosický erano più attratti dal dischetto nero che dal pallone di turno che Jirí Sr. era solito regalargli ad ogni festività.

La svolta ci fu quando lo Sparta Praga effettuò dei provini nella scuola media in cui studiava Jirí, che fu preso ed entrò quindi a far parte della squadra più famosa del paese a soli 11 anni d’età. Era il 1988, e a quel tempo Tomás si dedicava all’hockey e giocava per l’ex squadra del padre: i Bohemians (che al tempo si chiamava Kompresory FK). Già allora era capace col piede destro di disegnare traiettorie in grado di sorprendere tanto i portieri avversari quanto i suoi allenatori, e pertando con una sorta di “paghi uno, prendi due” (e nonostante la giovanissima età) venne pure lui accolto nella famiglia-Sparta.

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Jirí e Tomás Rosický

Tuttavia, al tempo, il prospetto su cui puntare era considerato Jirí: mascella pronunciata ereditata dal padre, barba in bella mostra già a 15 anni e poster del grande Sparta del 1966 appeso in camera, era evidente a tutti che un giorno sarebbe diventato un calciatore. E, in effetti, negli anni Jirí si è costruito una discreta carriera tra Spagna (Atletico Madrid B) e Austria (Bregenz); riuscendo a giocare pure in Under 21, ma senza coronare il sogno di scendere in campo con lo Sparta come il padre: frenato da un terrificante infortunio, ha infatti appeso le scarpe al chiodo nel 2003, neanche ventiseienne.

Quello che la gente però non sapeva, è che il vero fenomeno di casa Rosický era quel ragazzino timido e quasi emaciato che seguiva il fratello maggiore come un’ombra. E che in realtà dietro quella patina di apparente fragilità nascondeva un carattere forte e determinato. Altro particolare era che – a differenza del papà e del fratello – il piccolo di famiglia che tanto somigliava a mamma Eva era baciato da un raro talento per il gioco del calcio. Dirà proprio la signora Eva Rosicka:

“Dove abbia preso quel talento non è chiaro: io ero una buona atleta ma giocavo a tennis, mentre suo padre lo definivano tutti un pugile prestato al calcio.”

Fatto sta che all’inizio degli anni ’90 il piccolo di casa già faceva parlare di sé gli scout di mezza Nazione: il tocco vellutato, la visione di gioco e la maturità tattica con cui leggeva le partite già allora facevano intravedere la magia del suo calcio. Erano il presagio di un potenziale enorme. Schierato sempre da centrocampista offensivo Rosický dominava il gioco con classe e creatività fin da pre-adolescente. Nonostante le attenzioni, però, la prime chiamate con le nazionale giovanili arrivarono soltanto nel 1995, quando Tomás superò i 170 centimetri d’altezza.

“L’approccio cecoslovacco allo sport era allora ancora molto “sovietico”: il fisico veniva quasi sempre prima di tutto il resto.”

L’esordio in prima squadra avvenne nel 1998, ma la continuità di prestazioni arrivò solamente nella seconda stagione: nel 1999/00, infatti, Tomás giocò 24 partite da titolare segnando 5 goal. Conquistò inoltre Campionato – successo che sarebbe stato bissato pure la stagione seguente -, Coppa Nazionale e fu insignito del premio “Miglior talento emergente ceco”. L’anno della consacrazione continentale fu però il 2000/01: lo Sparta quell’anno infatti s’era inaspettatamente qualificato in Champions, finendo in un girone di ferro con Shakhtar ed Arsenal.

Fu proprio nelle prime due partite contro gli ucraini e gli inglesi che Tomás diede il meglio di sé, sfornando 3 assist e timbrando due volte il cartellino. E finendo così per attrarre le attenzione dei maggiori club europei. Fu il Borussia Dortmund a bruciare tutti sul tempo, investendo già a Gennaio l’incredibile cifra di 18 milioni d’euro. Investimento che fece di Rosický sia l’acquisto più caro della storia della Bundesliga che il giocatore ceco più pagato di sempre. Un vero golden boy.

Ma dopo una settimana di freddo tra la nebbia e le acciaierie di Dortmund, accade l’inaspettato: Tomás chiese e ottenne di tornare in prestito all’amato Sparta Praga, non sentendosi fisicamente e mentalmente pronto per il campionato tedesco.

Per il sollievo di tutti, all’alba della stagione 2001, Rosický si convinse a trasferirsi in Germania; ancora una volta, è la famiglia che lo aiuta ad ambientarsi: se nel 1996 a seguire a Madrid Jirí era stato il padre, a questo giro tocca a mamma Eva l’ingrato compito di seguire il figlio. Una manna dal cielo, considerato il fatto che le aspettative del club e la pressione dei media erano già alle stelle.

Rosický in maglia Dortmund.

Rosický con la maglia del Borussia Dortmund

Per fortuna del Borussia, Tomás fu un autentico craque: il piccolo Mozart – così era ribattezzato in patria per la delicatezza e raffinatezza delle sue giocate – si presentò infatti agli Europei lusitani nel 2004 forte di 60 partite da titolare condite da 10 goal, un campionato conquistato e soprattutto una serie incredibile di assist al bacio, colpi di classe che facevano gridare al genio e una lucidità nella gestione della partita che si sarebbe rivista anni dopo solamente con l’esplosione de la Perla di Zara, Luka Modric.

Se agli europei, nell’irripetibile centrocampo completato dal trio Smicer-Poborský-Nedved schierati dietro alla coppia Koller-Baros, Tomas fece letteralmente sfaceli, diverso fu il discorso in Bundes: mentre il Borussia arrancava sempre più tra problemi economici e relativo impoverimento tecnico, Rosický cominciò ad intravedere nella nebbia il fantasma di quella che sarebbe diventata una terrificante compagna di viaggio per tutto il resto della carriera: ovvero la tendenza ad infortunarsi.

All’inizio i problemi fisici furono di piccola entità: un’elongazione muscolare, poi un lieve stiramento e via dicendo. Abbastanza, però, da fargli giocare appena 50 partite in due stagioni, ma non abbastanza per fermare l’Ingegnere di Strasburgo Arsène Wenger. A malincuore, il Borussia vide partire il suo miglior interprete alla volta di Londra per la miseria di 12 milioni di euro. Rinunciando ai più ricchi contratti offerti da Barcellona, Atletico Madrid e Tottenham, Tomás fu immediatamente stregato dall’eccentrico tecnico francese, dando il là ad un sodalizio indissolubile. Che tutt’ora dura.41472Si sa che gli allenatori hanno le proprie fisime nonché i loro giocatori feticcio, ma forse Arsène nei confronti di Rosický è andato ben oltre. Difendendolo negli anni dai più aspri attacchi che piovevano da ogni dove, e rinnovandogli due volte il contratto (quasi alle stesse cifre) nonostante la serie infinita d’infortuni patiti dal Piccolo Mozart. La cui terrificante serie fu inaugurata nel 2008, quando un infortunio apparentemente banale al ginocchio, in FA Cup, gli costò 18 mesi lontano dai campi.

Di fatto, si può dire che la carriera di Tomás si sia sostanzialmente fermata lì, senza mai riprendersi completamente. A 28 anni, quando rientrò, Rosický era già quasi un ex giocatore. Perché, se è vero che dal 2010 una ventina di partite all’anno è riuscito a giocarle, è pur vero che la fragilità fisica l’ha lentamente logorato anche a livello mentale. Una sorta di sindrome di Julian Ross che ha colpito e minato le sicurezze del fantasista praghese.

Nonostante negli anni abbia perso parte di quella leggerezza, scioltezza e brillantezza che lo caratterizzavano, Arsène lo ha sempre aspettato e coccolato, dichiarando a più riprese che:

Lui è un vero uomo-Arsenal. È davvero il calciatore che rappresenta meglio la nostra idea di calcio: è un uomo squadra, ha ritmo, ha un cervello veloce e capisce bene il gioco. E io lo voglio sempre nella mia rosa, adoro le sue qualità”. (A. Wenger)

Amatissimo dai compagni ed idolatrato come una bandiera dai suoi tifosi al pari del numero 7 suo precedessore Robert Pires, tutt’oggi Tomás riesce a fare la differenza. Quando è in grado di scendere in campo, naturalmente. La tecnica, la visione di gioco e i colpi sono sempre gli stessi di quando giocava coi Bohemians da ragazzino.

Chioma rigorosamente lunga e faccia da bambino, il quasi 36enne Tomás continua ad illudere tutto il mondo del calcio. Che non può fare a meno di tifare per lui, che gioca in maniera talmente naturale e con una tale tranquillità da far credere a tutti che sia facile trovare quella sintonia speciale con un pallone.

PA-8607160Arsène ci ha sempre messo naturalmente del suo, schierandolo appena possibile negli undici titolari con quel misto di eccitazione e di paura che abbiamo sempre provato nel veder giocare il talento di cristallo di Praga. Cui, come accennato, ha rinnovato il contratto nel 2012, ultima stagione in cui ha giocato più di 20 partite e – scelta di cuore che ai tempi ha sopreso anche il diretto interessato – sino al 2016 (stagione in cui ha giocato a malapena 15 partite in Premier, risultando per ben 3 volte il Man of the match).

Quando nell’estate del 2016 Thomas ha chiuso il cerchio tornando allo Spartak, spezzando il cuore dei tifosi Gunners e incendiando quello dei suoi nuovi (ex) tifosi, nessuno è rimasto troppo turbato dallo scoprire che non era in grado di esordire nella nuova stagione a causa d’un infortunio. Ma state certi che tornerà. Uno dei più grandi acceleratori di gioco degli ultimi vent’anni tornerà. E incanterà ed illuderà tutti, almeno per qualche partita, fin quando il gioioso sorriso di chi ama il proprio lavoro muterà nell’ennesima smorfia di dolore e sofferenza.

Quando lo vedremo camminare mestamente con la fascia al braccio, verso la panchina, tenendosi la coscia destra con l’aria vinta ma mai doma, allora pregheremo che quella non sia l’ultima esibizione del pianista ceco.Arsenal-v-Sunderland-Premier-LeagueSpereremo poi di vederlo giocare almeno un’altra stagione senza infortuni, felice come un ragazzino per la semplice opportunità di dedicarsi senza patemi a ciò che ama ed ha sempre ossessivamente inseguito: giocare a calcio. Perciò, in fin dei conti, stiamo dalla parte del neo allenatore dello Spartak Zdeněk Ščasný come lo eravamo del sempre discusso Arsène; da Ščasný ci aspettiamo che si comporti come il giostraio del luna park che s’impietosisce e ti lascia fare un ultimo giro sulla giostra anche se non hai le 500 Lire.

Regalagli un altro giro, vecchio cecoslovacco. Regalaci un ultimo valzer del giovane-vecchio capitano.