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Sto tornando a casa dopo una giornata passata nel cuore est di Berlino, nella caotica Alexanderplatz, prendo la metro, U-Bahn la chiamano da queste parti, e decido di scendere prima del solito: alla fermata di Mehringdamm Straβe.

Esco, il vento della metro che riparte mi rinfresca la faccia attenuando un insolito caldo agostano, torno in superficie e un odore inebriante mi colpisce; noto la scritta “Mustafa’s Gemüse Kebap” illuminata con tenui led e una lunghissima fila di persone che aspettano, in adorazione, di gustare questa pietanza. Tutto per un semplice kebab. Mi sembra davvero assurdo perché poco più avanti c’è il Curry 36, un’istituzione dei tipici wurstel, ma per una volta decido di fare la fila per Mustafa: d’altra parte c’è tutta la vita per mangiare quei maledetti salsicciotti tedeschi.

La tipica fila al Mustafa’s Kebab

Dieci minuti, venti, mezz’ora, quarantacinque minuti, un’ora, un’ora e mezza: sto aspettando da così tanto che avrei potuto vedere una partita di calcio. O almeno così mi pare, data la fame che mi attannaglia. Finalmente arriva il mio turno. Sono fortunato perché mi capita uno degli ultimi dürüm, che sarebbe una sorta di piadina, e me lo faccio farcire con tutti gli ingredienti possibili.

Davanti a me c’è Mustafa, proprietario e ideatore di questo rinomato street-food berlinese; è visibilmente stanco perché sta lavorando ininterrottamente dalle dieci del mattino: è sudato, credo che non veda l’ora di tornare a casa per riposarsi e ricominciare di nuovo il giorno seguente.

I nostri sguardi si incontrano, “come va, amico?” gli chiedo, “tutto bene, si procede” mi risponde, “di dove sei?” continuo, “Turchia”, “Istanbul?”, “No, per carità! Io sono di Bursa”. Interrompe per un attimo la preparazione del mio dürüm, si alza le maniche della maglia che indossa e mi mostra un tatuaggio: vedo a malapena i colori bianco e verde e la mezzaluna turca in alto a sinistra: è il simbolo della mia squadra del cuore, il Bursaspor, tutti quelli delle mie parti tifano per il Bursa e io me lo sono tatuato sulla pelle”.

Poco dopo mi passa il tanto atteso panino, lo addento come se avessi digiunato per anni: è un’esplosione di sapori, la carne è finemente speziata, le patitine fritte sono intinte nella stessa salsa del kebab, la feta è sbriciolata e si nasconde sotto all’insalata, e infine c’è quella meravigliosa salsa chiamata tzatziki che unisce tutti questi sapori.

Terminata la mia cena, saluto Mustafa che sta ancora lavorando e ne avrà ancora per molto, credo; continuo a pensare alla sua perentoria risposta quando gli ho chiesto da dove venisse. Non conosco né la sua città, né la sua squadra. Cercando su internet, inizio a conoscere questa piccola realtà calcistica e decido di seguire le vicende del Bursaspor a partire da quella sera.

Siamo all’alba della stagione calcistica 2009/10 e i bianco-verdi si apprestano ad iniziare la Superliga turca mentre tutta la stampa li conferma a centro classifica. Come è sempre successo. Una sorta di classe media turca del pallone, eternamente destinata ad un limbo di anonimato che fa rima col grigiore tipico di metà classifica.

Il Bursaspor 2009/10

I mesi passano e il Bursaspor gioca un calcio rapido e organizzato, i suoi attaccanti segnano poco ma i punti continuano ad arrivare grazie ad un eccezionale spirito di squadra, che porta praticamente tutti i giocatori a segnare e le grandi di Turchia iniziano ad avere timore di questo piccolo miracolo.

Mister Saglam, in poche settimane, è riuscito nell’impresa di plasmare una dimostrazione pratica del concetto di collettivo che supera i limiti dei singoli. Impostando un equilibratissimo 4-4-2 cucito alla perfezione sulle caratteristiche dei suoi. Perché, se escludiamo il centrocampista e intellettuale-socialista Ivan Ergic, le pedine a disposizione dell’allenatore turco sono onesti mestieranti del calcio di provincia.

Ivan Ergic al Bursaspor

Si arriva così all’ultimo mese di campionato con il Galatasaray che è ormai fuori dai giochi perché dista una decina di punti dalla capolista Fenerbahçe. Con il fiato dell’inesperto Bursaspor che si fa sentire alle spalle dei titolati campioni di Istanbul. Non hanno nulla da perdere e ormai volano sulle ali dell’entusiasmo.

All’ultima giornata, i bianco-verdi giocano proprio ad Istanbul contro il Besiktas e – sempre nella capitale – la capolista ospita il Trabzonspor, che non ha più nulla da chiedere al campionato: sembra un titolo già archiviato, insomma. Ma se il Bursaspor gioca alla solita maniera e riesce a piegare senza troppi patemi il proprio avversario, al Sükrü Saraçoglu il Fenerbahçe sta avendo più difficoltà del previsto nonostante il goal messo a segno ad inizio gara dallo spagnolo Güiza. Lo scenario sembra prefigurare un clamoroso colpo di scena finale.

I minuti passano, la paura dei tifosi di entrambe le squadre aumenta sempre di più fino a quando la stagione prende la piega più inaspettata: cross a rientrare dalla sinistra su una punizione battuta velocemente, la palla vola altissima verso l’altra fascia, sul secondo palo sbuca Burak Yilmaz, che la colpisce di piatto cercando il compagno appostato a centro area, ma il pallone ha ormai preso una traiettoria morbida e beffarda, il portiere indietreggia alla disperata ma la sfera lo supera e si insacca in rete. 1-1.

Ci sarebbe ancora tempo, ma il titolo prende ormai la direzione di Bursa, un centinaio di chilometri a sud della capitale: il titolo è del Bursaspor.

È la prima volta dopo ventisei anni che una delle “tre grandi di Istanbul” non vince il campionato. L’ultima (e unica) volta era successo proprio con lo stesso Trabzonspor, che stavolta regala il sorpasso decisivo ai bianco-verdi. La festa allo stadio e nelle strade della città di Bursa può avere finalmente inizio, perché quel giorno si è scritta la storia: in Italia abbiamo avuto il 5 maggio 2001, ad Istanbul e Bursa quella data speciale e un po’ folle è il 16 maggio 2010.

Il giorno in cui una squadra di provincia con meno di mezzo secolo di storia, che aveva vinto solo una coppa nazionale fino ad allora, si siede sul trono di Turchia spodestando il ricco e potente triumvirato di Istanbul. Il giorno in cui le regole sono state rovesciate. Il giorno in cui hanno vinto gli eterni perdenti. Quelli che, per forza di cose, dovevano aspirare ad una buona comparsata nel torneo dei tre cannibali.

La festa dei tifosi nello stadio di Bursa

In novanta minuti tutto è cambiato, proprio gli stessi novanta minuti che ho fatto quel giorno d’agosto fuori dal chiosco del mio amico turco, a Mehringdamstrasse 32, in zona Kreuzberg. Immagino che quel giorno anche Mustafa abbia servito il suo kebab più velocemente del solito, senza creare quella lunghissima fila; e magari ha preparato dürüm speciali per l’occasione, forse anche più buoni.

O forse questo no, perché è impossibile fare un kebab migliore di quello che mangiai quella sera d’agosto del 2009, l’estate prima che il piccolo e orgoglioso Bursaspor sovvertisse le autorità di Istanbul e guardasse tutti dall’alto in basso. Perché anche il calcio sa essere materia metafisica. Almeno per una volta.