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“Con il denaro in tasca si è a casa dovunque”. (Daniel Defoe)

La vita certe volte non è proprio semplice. Lo sa bene Roman Abramovič, potentissimo tycoon e, da oltre un decennio, iconico presidente di uno dei club più celebri al mondo. Scordatevi per un istante delle modelle di Victoria’s Secrets che si sono alternate nel suo letto, delle feste a Dubai o degli yacht da 25 metri ancorati a Saint Tropez. Quella è solamente una patina superficiale, costruita probabilmente ad arte da un novello Bruce Wayne che gestisce attualmente un patrimonio da 12 miliardi di dollari.

La storia di come sia riuscito in tale ascesa un orfano cresciuto dallo zio a Saratov – orrenda città portuale non lontana dal confine col Kazakistan – non è ancora del tutto chiara e limpida. Per certo, si sa che tutto partì da una felice intuizione che ebbe durante l’ultimo anno dell’Istituto tecnico che frequentò ad Utcha: acquistò infatti per due lire una piccola fabbrica che produceva giocattoli di plastica, che fu in grado di rivendere ad un prezzo cinque volte maggiore dopo tre anni scarsi.llololDopo un breve periodo nell’esercito, Roman ebbe la fortuna di agire nella Russia di fine anni Ottanta. Un’epoca in cui il presidente Gorbachov avviò una profonda fase di riforme, che consentivano anche la nascita di piccole imprese private. Difatti, tra il 1992 e il 1995 Abramovič fondò cinque diverse compagnie di import/export, specializzandosi sempre più nel settore del commercio di prodotti petroliferi, cominciando ad accomulare ricchezza su ricchezza. Non male, per uno cresciuto tra gli stenti e nella più o meno totale povertà.

Tra scandali, ingressi ed uscite dalla politica, matrimoni saltati in aria col tritolo, traffici mai chiariti e lusso sfrenato, arriva infine il fatidico 2003: l’anno in cui Abramovič investe 60 milioni di Sterline acquistando il Chelsea Football Club. Cambiando per sempre la storia della Premier League, e dando il là per primo ad un effetto domino che avrebbe visto schizzare alle stelle gli investimenti di capitali stranieri nel calcio britannico. Investimenti faraonici solo parzialmente interrotti dalla crisi finanziaria del 2008, che pare gli abbia dimezzato il patrimonio.

Oggi parliamo proprio di questo: dei soldi sperperati da Abramovič per far volare alto il giocattolino-Chelsea. In particolare, parliamo dei 5 peggiori investimenti della storia blue di Roman. Che in 12 anni ha speso 850 milioni di Sterline (ed ingaggiato 10 diversi allenatori, tra cui due volte Josè Mourinho) per portare a casa una Champions League, una Europa League e quattro Premier League. Ecco i 5 bidoni made in Chelsea.

Fernando Torres (50 milioni £)

Dopo Angel di Maria al Manchester United e Sterling al Manchester City, i 50 milioni di sterline spesi da Roman nel 2011 per accontentare Carlo Ancelotti ed acquistare le prestazioni di Fernando Torres dal Liverpool ne fanno uno degli acquisti più costosi di sempre per la Premier. Probabilmente, quello era il prezzo giusto per il 27enne attaccante di Fuenlabrada, che veniva da 4 meravigliose stagioni in riva al Meresey (condite da 60 reti) e che faceva letteralmente impazzire le difese avversarie.

Invece, El Niño al Chelsea non ha sostanzialmente mai ingranato; nonostante abbia conquistato coi Blues i due maggiori trofei Europei (Champions ed Europa League), infatti, nel 2014 è passato al Milan con pochissimi rimpianti. Attualmente è tornato al suo primo amore, l’Atletico Madrid, ma onestamente pare il cugino scarso di quel fenomeno che avevamo ammirato nella prima decade del Millennio. Per lui, il periodo del Chelsea si è concluso con 20 reti in circa 120 presenze. Delusione.

Zirkhov e Torres in allenamento.

Zhirkov e Torres in allenamento

Yuri Zhirkov (18,5 milioni £)

Se fosse nato in Italia o in Spagna, probabilmente non avreste sentito così tanto parlare di lui. Invece il buon Jurij Valentinovič ha avuto la fortuna di nascere appena fuori Mosca, e soprattutto in un periodo storico in cui il calcio russo produce pochissimi giocatori interessanti. Eppure, questo esterno sinistro veloce ma non particolarmente esplosivo qualche cosa l’aveva lasciata intravedere durante le cinque stagioni al CSKA. Abbastanza almeno da convincere il connazionale Roman, che segretamente da tempo coltivava il sogno di portare un cittadino russo nel suo Chelsea.

Accolto con parecchio scetticismo – fu votato prima dell’inizio del Campionato come “peggior acquisto in rapporto qualità-prezzo” – non fece cambiare idea a molti: in due anni tante partite (50 in due campionati, ma con un lungo stop per un infortunio al ginocchio nel mezzo) ma anche parecchia tristezza e mediocrità.

Lontano dal freddo della sua terra, il “colpo” da 18,5 milioni di sterline di Abramovič s’è lentamente spento, fino al rientro in patria (tra i petroldollari dell’Anži e la Dinamo Mosca). Qui ha ritrovato un po’ di smalto, ma nessuna big europea si è più avvicinata a lui.

Juan Cuadrado (24 milioni £)

Qui forse abbiamo esagerato: difficile, infatti, giudicare La Vespa per una manciata di partite o poco più. Contestualmente va però anche detto che in molti scossero la testa, quando nel gennaio del 2015 Roman decise d’investire 32 milioni di euro (più il prestito biennale di Salah) per un giocatore con relativa esperienza fuori dall’Italia. Ma che, soprattutto, probabilmente gioca un tipo di calcio che poco ci azzecca con i ritmi e la fisicità straripante tipica del calcio anglosassone.

trEsterno d’attacco dal dribbling facile ed ennesima scoperta dei Pozzo, è l’unico giocatore della nostra lista ad essere ancora di proprietà del Chelsea. Probabile che alla fine della stagione possa far ritorno a Londra; nel caso, gli auguriamo maggiore fortuna. Anche se è difficile che possa fare peggio dell’altro infausto acquisto invernale di Roman: Loic Remy. Cui a sua volta va data l’attenuante del fatto che nel Chelsea di quest’anno farebbero fatica pure Cristiano Ronaldo e Messi. O quasi.

Andriy Shevchenko (30 milioni £)

Altro colpo dettato più dal cuore che dalla testa, Andriy fu prelevato dal Milan nel 2006 per la non modica cifra di 30 milioni di Sterline. Dai più considerati troppi, per un giocatore che fu capocannoniere dell’ultima Champions, ma in età oramai non più verdissima (classe ’76) e con un terrificante chilometraggio alle spalle, fatto di 12 stagioni di professionismo per circa 350 partite (praticamente sempre da titolare) tra Dinamo Kiev e Milan.

A questo s’aggiunsero l’ostracismo del tecnico Josè Mourinho, che sul mercato avrebbe volentieri puntato su un’altra tipologia di attaccante, e la continua ascesa della stella di Didier Drogba. Dopo due stagioni piuttosto anonime (9 goal in una cinquantina di presenze), la carriera di Andrei naufragò tristemente tra il ritorno momentaneo al Milan e quello definitivo alla sua Dinamo Kiev. Rimane comunque una carriera fenomenale e vincente, la sua. Almeno fino all’arrivo in maglia Chelsea.

Shaun ed Andrei durante una rara esultanza.

Shaun ed Andrei durante una rara esultanza

Shaun Wright-Phillips (22 milioni £)

Londinese doc e figlio adottivo della bandiera Gunners Ian Wright, crebbe calcisticamente tra il Nottingham Forest e il Manchester City. Fu proprio coi Citiziens che si mise in mostra all’alba del nuovo millennio, in un periodo storico in cui non erano molti i talenti inglesi validi (Owen, Smith e Hargreaves a parte). Dopo un paio di buone stagioni, fu proprio Abramovič a sceglierlo per dare freschezza sulle fasce al suo Chelsea, appena nato ma già ambizioso. Lui a sinistra, Damien Duff a destra.

E invece da quel roster vennero fuori altri due giocatori: un ragazzino olandese appena prelevato dal PSV, di nome Arjen Robben, ed il brasiliano d’Inghilterra Joe Cole. Che pian piano soppiantarono Wright-Phillips ed il biondo irlandese nelle gerarchie. Se quest’ultimo se ne andò al termine della stessa stagione, Shaun coltivò fino al 2008 la speranza d’ingraziarsi i suoi tifosi.

Con pessimi risultati: dopo 7 stagioni da fantasma (al City nuovamente e al QPR) fatte di tanti infortuni e pochissimi goal (appena 10), nel 2015 è infatti migrato negli Stati Uniti per giocare coi Red Bulls di New York. Schierato spesso come punta centrale sta riuscendo a non segnare mai anche in MLS.

Ad Honorem

Impossibile non citare almeno il Valdanito Crespo e Juan Sebastian Veron. Se non li abbiamo inseriti nella Top 5, è perché i soldi spesi per i loro cartellini non sono stati eccessivi ma, soprattutto, perché hanno giocato per poco tempo e in condizioni fisiche decisamente precarie.

Mutu-ChelseaForse sbagliando, ma non riusciamo a non vedere le stagioni passate a Stamford Bridge come semplici intoppi in due carriere sostanzialmente inattaccabili. Infine è doveroso citare anche Adrian Mutu, tutt’ora in causa col Chelsea per le note vicende legate alla rescissione contrattuale avvenuta proprio nel primo anno della presidenza Abramovic.